Recensione libro Giochi «ringhistici». Perché il professional wrestling è il gioco per eccellenza
Giochi «ringhistici». Perché il professional wrestling è il gioco per eccellenza
Autore: Corona Andrea
Editore: Kimerik
Data di Pubblicazione: 2009
Pagine: 90
Recensione di Francesco Iovine
Dopo anni di oscuramento dalla TV pubblica e dopo un silenzio catacombale dei media (in seguito alla tragedia di omicidio-suicidio del wrestler Chris Benoit), il fenomeno wrestling torna ad essere al centro di importanti riflessioni. Questa volta non più come oggetto di critiche e di allarmi lanciati da molti genitori, ma è elevato a tema di discussione scientifica (nell'ambito delle scienze umane) da una prospettiva multidisciplinare, che abbraccia teorie filosofiche, comunicative, semiotiche, sociologiche e ludiche di alcuni dei più importanti autori del '900.
Innanzitutto trovo interessante l'analogia tra i giochi linguistici (Wittgeinstein) e quelli ringhistici, in particolare il rifacimento a Bateson, secondo il quale gli individui non "si mettono" in comunicazione, ma "sono" in comunicazione. Attraverso la comunicazione i soggetti giocano se stessi e la propria identità.
Come affermato dai filosofi del linguaggio, in particolare Austin e Grice, il linguaggio non è solo trasmissione di informazioni, non è neanche interpretazione di un contesto, ma è azione. Il linguaggio è "attivo", cioè può offendere, addolorare, aggredire, sedurre, etc. Le tesi di Wittgeinstein citate da Andrea Corona in Giochi "ringhistici" («il significato delle parole sta nel loro uso») mi sembrano in accordo con quelle di Bateson (1972) che divideva il messaggio in due livelli: quello di notizia (i contenuti) e quello di comando (l'indicazione all'interlocutore di come prendere le cose che dice e su che piano comunicativo).
Tutto ciò è un elemento basilare del pro-wrestling. Non è importante ciò che un pro-wrestler dice, ma come lo dice. Indipendentemente dal loro status di heel (cattivo) o face (buono), i buoni possono essere anche contestati e i cattivi acclamati in base al messaggio che trasmettono al pubblico: un esempio è Kurt Angle, che fresco vincitore della medaglia d'oro olimpico venne lanciato come face, ma ben presto i suoi continui riferimenti alla vittoria olimpionica e il suo ego per niente contenuto fecero sì che il pubblico stanco del suo atteggiamento da spaccone iniziasse ad odiarlo, nonostante il fatto che la federazione lo stesse gestendo da beniamino.
Insomma quando un lottatore entra in scena non si tratta solo di un copione da seguire, ma vi è un'intersezione di fattori che rende il wrestling uno spettacolo molto sofisticato. E il linguaggio rappresenta uno dei fattori più importanti. Giochi "ringhistici" subito centra gli elementi prioritari (linguaggio) e analizza le dinamiche e le implicazioni all'interno del fenomeno pro-wrestling. Inutile aggiungere che tale approccio al pro-wrestling è rivoluzionario in Italia.
Nel paragrafo Il pro wrestling come gioco di simulacro ha esposto in maniera chiara le riflessioni di Barthes (che dovrebbero essere lette dai giornalisti che si improvvisano esperti, i quali danno l'impressione di non sapere nemmeno di cosa si sta parlando): il pro-wrestling non è uno sport, bensì uno spettacolo per cui in questa prospettiva i suoi eccessi non hanno più un'accezione negativa. Nel wrestling sono abbinati gli elementi caratteristici degli spettacoli di tutte le epoche e l'originalità del circo moderno.
La spettacolarizzazione del male è un elemento fondamentale, così come il non rispettare le regole. Senza queste ultime due caratteristiche il wrestling non susciterebbe tanta passione e attrazione da parte del pubblico. E non si tratta di puro spettacolo, poiché il Male, la Sofferenza, la Sconfitta, hanno un significato profondo e remoto negli stessi spettacoli antichi.
Trovo interessante anche l'analisi dal punto di vista semiotico. Le tesi da esposte da Corona a mio modesto parere possono essere facilmente confermate attraverso un piccolo esperimento: si provi a guardare un match, dall'entrata dei wrestlers sino a quando abbandonano il quadrato, senza'audio.
Concentrandosi quasi esclusivamente sul canale visivo (poiché non è possibile escludere quello cinestesico), si nota che i lottatori – così come qualunque soggetto – si "presentano" già con il linguaggio del corpo e dei "simboli" che portano (costumi, tatuaggi, face painting, ecc.). Impegnati a seguire le varie azioni del ring, spesso non ci rendiamo conto (solo a livello conscio) che parte fondamentale delle entrate, delle gimmick, delle finisher, delle azioni, delle fasi del match e di tutta la rappresentazione sono proprio i simboli.
Spesso nel wrestling web si è discusso sul fatto che i wrestlers più "anonimi", generalmente senza gimmick, anche se estremamente bravi in quanto a tecnica ed esecuzione, regalino match meno emozionanti rispetto ai wrestlers meno abili sul ring ma con grande carisma e con una gimmick accattivante. Un esempio sono i match di Hulk Hogan, Andrè the giant, Dusty Rhodes, Randy Savage "Macho Man" per fare dei grandi nomi, che esaminati dal punto di vista atletico a parere di molti sono abbastanza noiosi, eppure tali incontri per via del carisma dei suoi protagonisti facevano letteralmente andare in delirio le folle. Sebbene anche gli abili Tito Santana, Paul Orndorff, Antonio Inoki o Ricky Steamboat venivano acclamati, finivano sempre in secondo piano rispetto alle superstars del calibro di Ultimate Warrior, Ric Flair o Ted DiBiase.
Ritengo importante considerare un oggetto di studio in maniera pluriprospettica e in effetti il gioco viene un po' trascurato non tanto dal punto di vista sociologico-semiologico, ma da quello filosofico. Anche se Corona non lo dice in copertina, quando parla di rappresentazione della Sofferenza e del nesso con i teatri antichi si avvicina anche al campo antropo-culturale. Quindi anche senza il primato delle teorie pedagogiche e psicologiche tale opera soddisfa pienamente le pretese del titolo e dell'introduzione.
Nel libro è citato anche lo storico Huizinga (Homo ludens), per il quale il gioco, che va oltre l'attività meramente biologica, è una funzione che contiene un senso: tradotto in termini "ringhistici", non è importante se un lottatore si avventa come una furia su un determinato personaggio, l'importante è che ciò che fa abbia un senso, un significato, un perché.
Trovo ottimo anche l'aver spiegato nel paragrafo Varianti, "gioco di maschere" e kayfabe che le storie narrate sul ring hanno anche una connotazione politica: il personaggio Hulk Hogan, eroe americano, emerse proprio nel pieno periodo della guerra fredda, impegnato a lottare contro comunisti, sceicchi arabi o americani che avevano tradito la patria. Su questo punto credo che la questione sia molto più complessa, poiché secondo teorie "complottiste" l'allora WWF non lanciò Hogan soltanto per fare soldi sfruttando la situazione politica attuale, ma anche per contribuire a una sorta di "plagio delle masse" a cui mirerebbe un gruppo "massonico" composto dagli uomini più influenti al mondo, tra cui farebbe parte anche Vince McMahon, il capo della WWE (ma questa è un'altra storia).
Tuttavia non manca qualche errore tecnico. Nel paragrafo Il gioco regolato: la "cornice", il "poliziotto" e il "fuorilegge" Corona ha scritto: "Nell'ambiente della lotta da spettacolo, "hooker" e "policeman" sono due termini utilizzati per designare il lottatore che riesce rispettivamente a sottomettere ugualmente un avversario che non ci sta a perdere e a riportare il baro al rispetto del copione (ma questa volta con le buone maniere)." In realtà il termine " hooker" indica un pro-wrestler che padroneggia le tecniche del Catch Wrestling, tipo sottomissioni, leve articolari e strangolamenti. Infatti più tardi lo stesso autore scrive: "Non a caso hooker è un appellativo di cui può fregiarsi solo un vero e proprio intenditore delle tecniche – mosse e contromosse – di lotta".
In conclusione, mi sento di fare i complimenti a Corona per il modo in cui ha affrontato il wrestling, esaltandone l'aspetto ludico, semiologico, comunicativo-linguistico. In Italia non esistono opere del genere.
Molti detrattori e giornalisti che si improvvisano esperti del settore fanno la figura dei polli se si pensa con quanta superficialità hanno trattato l'argomento. Questo testo dimostra invece la complessità del tema e i numerosissimi aspetti ignorati da coloro che ne hanno parlato sui giornali e sulle riviste. Sono convinto che il testo verrà apprezzato nel campo scientifico sia per il contenuto che per il coraggio che ha mostrato l'autore nel trattare un fenomeno mal visto e bistrattato dai più.
Riferimenti bibliografici
Barthes R. (1957), Miti d'oggi (trad. Lidia Lonzi), Einaudi, Torino, 1989
Bateson, G. (1972), Verso un'ecologia della mente, Milano, Adelphi, 1989
Grice P. (1975), Logic and conversation, in P. Cole e J.L. Morgan (a cura di), Syntax and semantics. 3. Speech/Acts, New York, Academic Press; trad. it. in Gli atti linguistici, a cura di M. Sbisà, Milano, Feltrinelli, 1978
Id. (1989), Studies in the way of words, Cambridge, Mass., Harvard University Press; trad. it. Logica e conversazione. Saggi su intenzione, significato e comunicazione, Bologna, Il Mulino, 1993
Huizinga J. (1938), Homo ludens, Einaudi, Torino, 1949
Wittgenstein, L. (1953), Ricerche filosofiche, Einaudi, Torino 1999

































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