Il Consiglio Nazionale Forense e l’Oua sono alla ricerca di punti di contatto. Con il ministro della Giustizia in particolare, ma con la classe politica tutta. Non è solo la riforma forense in stand by che sta a cuore del presidente del Cnf, Guido Alpa. Sono tanti gli argomenti sul piatto della bilancia e molte le proposte endogene della categoria. Per la riforma dei legali, ad esempio, sul delicato tema delle tariffe professionali (che più volte ha segnato gli “stop and go” a livello parlamentare della riforma professionale), la novità più importante è la rimodulazione degli importi sulle fasi procedimentali e non più sulle singole udienze o durata del processo. In pratica sarà lo stato di avanzamento della causa a determinare la tariffa e non più il numero delle udienze o la lungaggine del processo. Un’operazione di trasparenza e semplificazione quindi che permetterà agli stessi legali di scrollarsi dal groppone l’accusa che da più parti viene, di allungare con cavilli e strategie giudiziarie i processi secondo l’equazione più lungo è il cammino attraverso i tre gradi di giudizio, più cospicua è la parcella. Ma è anche sulla conciliazione che Alpa&Co vogliono vederci chiaro. Si chiedono proposte serie e di largo impatto. Troppi sono gli orpelli e inutili burocratismi da eliminare se si vuol rendere la giustizia “ragionevole. Ecco perché il Cnf chiede da tempo uno slittamento dell'entrata in vigore della legge sulla mediazione (fissata al marzo del 2011). Occorre una revisione del testo e soprattutto sul principio dell’obbligatorietà. Ma anche dare il tempo di preparare gli avvocati-conciliatori alla nuova sfida che li attende. Senza parlare poi di avere quel tempo minimo di organizzazione volto all’istituzione di organismi di conciliazione da parte degli ordini forensi. Quanto alla riforma della giustizia, agli avvocati non convince per nulla la figura di nuova istituzione dell’ausiliare del giudice. Meglio scommettere sull’ufficio del processo. Senza dimenticare poi gli odianti “filtri” per i ricorsi in Cassazione, che per i legali limitano il diritto di difesa, costituzionalmente garantito. Restano in campo anche le proposte “interne” dell’universo togato: si è in troppi (200mila). Ecco perché occorre da una parte uno slancio qualitativo con l’obbligo di aggiornamento per tutti i legali, e dall’altro uno quantitativo: per mantenere l’iscrizione all’albo bisogna dimostrare un esercizio della professione continuativo. La professione forense insomma, non può essere l’ultima chance per fare un lavoro qualsiasi. Ci si deve credere e bisogna dimostrare di volerla “praticare”. Ci sono oggi troppi legali (non solo in termini quantitativi) che spingono per arrivare a causa a tutti i costi. Diventa urgente quindi riscrivere l’accesso alla professione rendendolo più selettivo. Troppa la litigiosità nei tribunali ed è per questo che si chiede a gran voce una maggiore parità tra accusa e difesa. Per risolvere i problemi della giustizia in pratica, occorre non sottrarsi al confronto, ma cercare punti di contatto. Di proposte sterili o peggio tampone, avvisano gli avvocati, la storia della giustizia italiana ne ha conosciute fin troppe. E’ ora di agire, e bisogna farlo in fretta prima che il sistema crolli su se stesso.
Daniele Memola


































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