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lunedì 30 maggio 2016

Castellabate - 22 anni fa ci lasciava Agostino Di Bartolomei . / Di Marco Nicoletti

Castellabate ( Salerno ) - Il sole è sorto da poco sul piccolo paese di San Marco Castellabate, in provincia di Salerno. Sarà una di quelle giornate di fine maggio, che preannunciano già l’estate e che chiedono solo di essere rinfrescate nel mare, su cui San Marco si affaccia. Agostino però non sta pensando al mare, o alla spiaggia. Agostino sta probabilmente pensando a dieci anni prima, dieci anni esatti. La finale di Coppa dei Campioni, giocata nella sua Roma, proprio tra i giallorossi ed il Liverpool. Ed ai rigori il Liverpool aveva vinto, davanti a quasi 70mila tifosi romani. Agostino sta pensando che lui c’era, a quella finale. C’era, davanti ai 70mila. C’era alla lettura delle formazioni. C’era anche ai rigori. Sta pensando a tutto questo Agostino, quando si alza quella mattina, senza svegliare la moglie, Marisa. Si affaccia alla camera del figlio, Luca, undici anni, e la vede vuota, perché il ragazzino è già sulla via della scuola. Ha provato a chiedergli di restare, qualche minuto prima. Ma Luca è partito. L’altro figlio, Gianmarco, ancora dorme. Agostino indugia ancora un attimo sulla porta, poi scende in veranda e si siede sulla sedia, da dove si può vedere tutto il giardino. In mano tiene una Smith&Wesson, calibro 38. La soppesa, la guarda, la gira tra le mani. E poi, senza dire una parola, si spara un colpo al cuore. Sul tavolino, accanto a lui, un biglietto. Sono in un tunnel senza fine, non vogliono farmi rientrare nel mondo del calcio.Quando Marisa accorre, Agostino Di Bartolomei, capitano di Roma, Milan, Cesena e Salernitana, DiBa o Ago per tutti i tifosi d’Italia, è già morto.  

Tor Marancia è un quartiere di Roma, nato e cresciuto nella povertà degli sfrattati dal centro e degli immigrati dal Sud. Si sta anche in 10 in una stanza, con i bagni in comune tra più case e le strade non asfaltate. De Gasperi, nel 1948, comincia a far buttare giù questa vera e propria baraccopoli, per costruirci dei condomini di edilizia popolare. In queste case di cemento nasce Agostino Di Bartolomei. All’oratorio, dove gioca con gli altri bambini prima del catechismo, viene notato da una delle decine di squadre satelliti della Roma, l’OMI, ed entra nelle giovanili. Lo viene a vedere il Milan, che farebbe sì un’offerta per portarselo al nord, ma la famiglia non vuole. E’ troppo giovane, ha tredici anni, e agli emissari rossoneri viene chiusa la porta in faccia. Gioca centrale di centrocampo, e per come amministra il gioco con calma e tranquillità sembra avere dieci o quindici anni in più dei suoi coetanei. Viene ben presto inserito nella primavera giallorossa. Con lui alla Roma arrivano gli anni Settanta, e pure due scudetti giovanili consecutivi.  La prima presenza nella Roma dei grandi arriva in uno scenario da far tremare le gambe. I giallorossi sono ormai fuori dalla lotta scudetto, e manca poco (come succederà) che escano pure dalle coppe. Servono punti per avere la certezza di salvarsi, per non fare la fine della Lazio, retrocessa l’anno prima. In più Helenio Herrera, l’allenatore, se ne è andato da poco, e proprio l’allenatore della Primavera Trebiciani è salito di livello. Si gioca a San Siro, contro l’Inter. Di là, in nerazzurro, c’è ancora gran parte della squadra che ha vinto lo scudetto due stagioni prima ed è arrivata in finale di Coppa dei Campioni l’anno precedente, sconfitta dall’Ajax con doppietta di Johan Cruijff. Bordon, Oriali, Facchetti, Burgnich, Mazzola, Boninsegna, Corso. E giocano tutti, in quel pomeriggio di fine aprile. Alla fine il risultato è di 0 a 0, secondo molti accomodato, ma tra i voti spicca lui, diciotto anni appena compiuti, che gestisce il centrocampo come un titolare fisso, non come un’esordiente della Serie A. Per la stagione successiva, la dirigenza giallorossa decide di rivolgersi a Manlio Scopigno, allenatore del Cagliari scudettato. E alla prima partita Scopigno consegna la 10 ad Agostino. Che per tutta risposta segna il decisivo gol della vittoria contro il Bologna, al volo, su cross di Domenghini, la sua prima rete in Serie A. I giornali parlano tutti di lui, anche se delle voci discordi si alzano. E’ lento, dicono, non sarà mai un centrocampista veloce. I compagni e l’allenatore lo difendono. A calciare da fermo è impareggiabile, i rigori sono la sua specialità, è capace di cambiare gioco da una parte all’altra immaginando già lo svolgimento dell’azione. Ma è vero, non è un fulmine di guerra.  La stagione della Roma è nuovamente difficile, l’avventura di Scopigno dura poco, prima di essere esonerato alla sesta giornata e sostituito da Nils Liedholm, che convoca Di Bartolomei solo a singhiozzo. E poi arriva la mazzata. Nel ritiro per preparare la stagione 1974/75, Agostino si infortuna al menisco, un infortunio grave ai tempi, da cui alcuni non si riprendevano più completamente. E contemporaneamente, comincia a ricevere telefonate anonime nel cuore della notte, che indicano la nipote come possibile vittima di ritorsioni. Addirittura viene avvicinato sul Lungotevere e spinto a terra da un’auto. Di Bartolomei comincia a girare sempre armato, cosa in realtà comune in quegli anni.
Si cambia aria, prestito a Vicenza in Serie B. In quella stagione gioca titolare e si impone come uno dei migliori centrocampisti con il compito di impostare di tutto il campionato. Il ritorno in Serie A è doveroso e necessario. Diventa praticamente subito titolare in quella squadra, dove trova ancora Liedholm che questa volta gli affida le chiavi del centrocampo e del gioco giallorosso. Le annate si susseguono, e sempre più Di Bartolomei è punto fisso della squadra, pur essendone leader silenzioso. Si limita a far parlare i piedi.  Liedholm se ne va, arrivano Giagnoni prima e Valcareggi poi. Ma qualcosa sta cambiando, più in alto del terreno di gioco. Il presidente Anzaloni cede la poltrona a Dino Viola, un industriale che da giovane aveva giocato sul campo del Testaccio e già era nel direttivo giallorosso. Viola porta idee nuove e nuovi soldi. E per prima cosa richiama Liedholm, che si era accasato al Milan ma che ha appena rescisso il contratto con i rossoneri, nonostante abbia appena vinto lo scudetto. In più torna Bruno Conti dal prestito al Genoa e viene comprato un giovane Ancelotti dal Parma. Il capitano è il libero Santarini, ed il nostro Agostino è titolare. Gioca alle spalle di Roberto Pruzzo, segnando cinque gol. In realtà il primo campionato di questa squadra, il 79/80, non è gran cosa, perchè i giallorossi arrivano settimi. E’ l’anno del calcioscommesse, è l’anno della morte di Paparelli, tifoso laziale ucciso nel corso di un derby da un razzo sparato dalla curva opposta. Ma è anche l’anno del primo trofeo, perchè la Roma vince la Coppa Italia. In finale trova il Torino, la gara è difficile ed i tempi regolamentari finiscono 0 a 0. Ai rigori si vedono tante parate, con pure l’errore di DiBa, specialista dei tiri dagli undici metri. Ma di là sbagliano di più (pure Graziani, ricordatevelo) e i giallorossi festeggiano il primo trofeo in più di dieci anni.  Nella stagione successiva la Roma vinse per la seconda volta la Coppa Italia, nuovamente contro il Torino. Anche questa volta fu necessario ricorrere ai rigori. Di Bartolomei, che aveva siglato un rigore dagli undici metri, sbagliò, ma lo fecero anche Pecci e Graziani. Ma di diverso questa volta c’è che a sollevare il trofeo è proprio Agostino, diventato capitano. In più, grazie all’arrivo di Falcao, i giallorossi arrivano ad un passo dallo scudetto. Di mezzo però ci si mette la Juventus ed un gol annullato al romanista Turone proprio nello scontro diretto. La terza stagione, tra l’altro pre Mondiale, potrebbe essere quella decisiva. Ma questa volta di mezzo ci si mettono gli infortuni. Ancelotti salta praticamente tutta la stagione, e Falcao spesso è indisponibile. La Roma arriva terza, non riesce ad andare avanti in Coppa Italia ed il Porto la elimina dalla Coppa delle Fiere. Bearzot per il Mondiale di Spagna 1982 convoca dalla Capitale solamente Bruno Conti, lasciando a casa sia Pruzzo che Di Bartolomei. Conti sarà scelto come miglior giocatore dell’intero Mondiale, mentre il giorno della partita con l’Argentina, il 29 giugno, nasce Luca Di Bartolomei, il primogenito.  Liedholm allora capisce che la lentezza di Agostino lo sta penalizzandocome centrocampista. Il calcio del momento richiede giocatori veloci in mediana, pronti a scattare verso l’area di rigore. E così arriva la svolta tattica. Di Bartolomei non è più centrale di centrocampo, ma libero, tra portiere e difesa. L’arrivo di Vierchowod fresco fresco campione del mondo lo aiuta per la velocità, ma lui ha il compito di dirigere la manovra fin dalle sue prime battute. Di Bartolomei, che va d’accordissimo con Liedholm e si trova spesso a parlare con lui di tattica, è dubbioso ma acconsente. Ma il primo grande test della stagione 1982/83, contro la Sampdoria, è un fallimento. Un giovane attaccante blucerchiato di 18 anni, Roberto Mancini, si mangia in velocità Di Bartolomei e segna il gol vittoria. Pioggia di critiche sul Barone svedese, ma tutti sono compatti a difesa del capitano. E partita dopo partita si capisce sempre di più come Nils ci abbia visto giusto. Tutte le avversarie cadono sotto i colpi della Roma, tranne la Juventus, che vince lo scontro diretto e rimane a ruota. Terzultima giornata: Falcao e Di Bartolomei sconfiggono l’Avellino,mentre la Juventus pareggia 3 a 3 contro l’Inter. La matematica dice che basterà un punto contro il Genoa per aggiudicarsi lo Scudetto con una giornata di anticipo. E ai rossoblù basta un pari per la matematica salvezza. Serve davvero che dica come finisce la partita? 1 a 1, e Di Bartolomei solleva il secondo scudetto della storia della Roma, a quarantun anni dal primo. E per la prima volta davanti alle telecamere, Agostino sorride. Roma ama Di Bartolomei, e Di Bartolomei ama Roma. Ad una settimana di distanza, la passerella finale. La Roma sfila davanti all’Olimpico strapieno, e Di Bartolomei negli spogliatoi presenta la squadra, uno per uno, a Sandro Pertini. E Scudetto significa una cosa sola: la partecipazione alla Coppa dei Campioni. Il destino vuole poi che la sede della finale sia già stata scelta come lo Stadio Olimpico. Sembra proprio un segno premonitore della classica favola del calcio. E la Roma fa di tutto per assecondarla. A rafforzare la squadra arriva Toninho Cerezo, e mentre in campionato la Roma si assesta al secondo posto, in Coppa dei Campioni macina vittorie su vittorie. Alla semifinale arriva carica a mille, contro il Dundee United. L’andata si giocherà in Scozia, e sembra realmente una formalità. Ma gli scozzesi aggrediscono i giocatori giallorossi, sorprendendoli, e vincono 2 a 0. E a questo punto lo scenario si ribalta. La Roma è chiamata all’impresa, al ritorno all’Olimpico. In quella giornata però tutto rema a favore della squadra di Liedholm. Lo stadio è strapieno, e Roma regala una giornata estiva di primavera, che cuoce letteralmente i freddi scozzesi. Servono tre reti.Pruzzo firma le prime due, e al 10′ del secondo tempo viene steso dal portiere avversario. Pruzzo prende palla, non vuole tirarlo quel rigore, ha già fatto tanto ed ha paura. Si gira, e trova Di Bartolomei. Che gli prende il pallone dalle mani, lo mette sul dischetto e segna. La Roma è in finale di Coppa dei Campioni. Ma proprio nel momento clou della stagione, qualcosa salta. Liedholm annuncia che ha firmato per la prossima stagione con il Milan, e lascerà la squadra dopo la finale di Coppa Italia, prevista per metà giugno. Agostino deve salutare l’allenatore che lo ha fatto grande. Ma prima c’è da giocare la finale di Coppa dei Campioni. La Roma arriva da un mese di ritiro, carico di tensione e di paura. Di fronte, il Liverpool, che di coppe così ne ha già vinte quattro. L’Olimpico è strapieno, e chi non è riuscito ad entrare va al Circo Massimo, dove i maxischermi proiettano la gara e Antonello Venditti fa due concerti. Ma dopo quindici minuti, la Roma è sotto. La difesa si incarta in un’azione apparentemente innocua, e Neal insacca. Di Bartolomei accompagna i giocatori a centrocampo, se necessario prendendoli a forza. E prima della fine del tempo, Bruno Conti confeziona un assist dei suoi e Pruzzo, con una girata che fa male al collo solo a guardarla, segna di testa. E’ uno a uno, e viene giù lo stadio. Il risultato rimane questo fino alla fine dei 90′, e poi dei 120′. Rigori.  Pruzzo e Cerezo sono usciti per infortunio, e sono due dei rigoristi designati. Liedholm allora chiede chi se la senta. Conti e Graziani, campioni del mondo, si fanno avanti. Di Bartolomei è certo di tirare. E Falcao? L’Ottavo Re di Roma, appena sente la richiesta di Liedholm, si butta a terra, e chiede l’intervento del massaggiatore. Si toglie le scarpe, e si isola dai compagni. Si gira pure verso la tribuna. Falcao si tira indietro. Il primo a tirare è Nicol, del Liverpool. Che sbaglia. Sul dischetto va Ciccio Graziani, che però viene raggiunto da Di Bartolomei, che gli prende il pallone e va a battere il primo rigore, da capitano. Gol. Il Liverpool segna ancora con Neal, e tocca a Bruno Conti. Che di rigori ne ha tirati davvero pochi in carriera, ma si è fatto avanti. E, davanti a Grobbelaar, che si agita e lo distrae, sbaglia. 1 a 1. Souness e Righetti segnano, come fa anche Ian Rush, uno che poi andrà alla Juve e diventerà un Fenomeno Parastatale. Tocca a Graziani. Tancredi, il portiere, non ci crede. Lui ha parato due rigori in due diverse finali a Graziani, non è un rigorista. Anche lui si è fatto avanti. E anche lui sbaglia. E Kennedy segna. Il Liverpool vince la quinta Coppa dei Campioni. Non si sa cosa succeda nello spogliatoio, se regni il silenzio, o se, come alcuni dicono, Di Bartolomei attacchi al muro Falcao, fermato, ma non troppo, dai compagni. Fatto sta che, alla vigilia della finale della Coppa Italia, Di Bartolomei obbliga i compagni a giurare di impegnarsi al massimo per vincere questo trofeo. Per Roma e per i tifosi. E la squadra vince.  
26 giugno 1984. Sarà l’ultima partita di Agostino Di Bartolomei in giallorosso. In poco tempo si concretizza il trasferimento al Milan, di nuovo con Liedholm. A chi gli chiede il perchè di questo trasferimento, Agostino spiega che ha capito, o gli è stato fatto capire, di essere di troppo. I più additano Sven Goran Eriksson, il nuovo allenatore, come primo colpevole. Il nuovo tecnico cerca un calcio veloce, e Di Barolomei è di troppo. Altri invece indicano le fratture nello spogliatoio, o dei contrasti con la società, verso cui lui era portavoce dei giocatori. Agostino lascia Roma in lacrime, con Marisa che se possibile piange più di lui. La famiglia troverà un inverno freddo e nebbioso a Milano, cosa che rende ancor più difficile la permanenza. Di Bartolomei diventa perno della difesa rossonera, con Galli, Tassotti e Baresi e di un giovanissimo Maldini, che esordisce in quella stagione. Ma uno degli episodi più importanti della permanenza rossonera arriva proprio nelle prime giornate del nuovo campionato. A San Siro arriva la Roma, e Ago segna per il 2 a 1 finale. Dopo il gol si lascia andare ad un’esultanza rabbiosa, così diversa dalla compostezza consueta. Roma non glielo perdona, e alla gara di ritorno piovono fischi sull’ex capitano. Alcuni ex compagni lo puntano, e lo attaccano. Di Bartolomei è nervoso, e colpisce duramente Bruno Conti. Graziani lo attacca, ed i due arrivano allo scontro fisico, facendo emergere una delle spaccature del vecchio spogliatoio giallorosso .  A Milano resta tre stagioni, ma quando arriva Sacchi per lui non c’è più posto. Dopo una breve parentesi al Cesena, di cui sarà pure capitano, acconsente alle richieste della moglie, stufa ormai del Nord, e si accasa a Salerno, da cui Marisa arriva. Pur di trasferirsi lì, va a giocare per la Salernitana, in C. E il salto è drammatico, perchè l’allenatore lo mette in panchina. Lui, Di Bartolomei, il capitano della grande Roma, primatista di presenze con i giallorossi, seduto su una panchina sgangherata a bordo di campi con l’erba spelacchiata. Questo non fa altro che aggravarne una parabola discendente, cominciata probabilmente con l’addio a Roma. Poco dopo l’allenatore viene esonerato, e lui torna a giocare e a incidere. L’addio è rapido ed improvviso. Il giorno della promozione in Serie B, con la fascia di capitano, al giornalista che lo interroga sul campo, attorniato dai tifosi, annuncia che quella sarà l’ultima partita della sua carriera.  E ora? E ora, sostanzialmente, niente. Agostino fonda una scuola calcio ed insegna ai bambini, scrive appunti per un futuro libro sul calcio (che il figlio Luca radunerà e pubblicherà). Ma nessuno lo chiama. L’esilio dorato che ha scelto per assecondare la moglie lo tiene lontano da quella che per lui è casa, Roma, che però si è dimenticata di lui. L’intero mondo del calcio che conta pare essersi dimenticato di lui. E così, quella pistola che aveva preso per difendersi dalle aggressioni lo salverà anche dal silenzio, dall’assordante silenzio che ha intorno, probabilmente al termine di una notte mangiata dal ricordo di quella finale, e di quello spogliatoio. Ovviamente, al suo funerale, ci sono tutti.
- Marco Nicoletti ©
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