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mercoledì 11 maggio 2016

Strage di Via Caravaggio - Dopo 40 anni caso chiuso senza colpevole. / Di Marco Nicoletti

Napoli -  Quello di via Caravaggio, a Napoli, è un delitto efferato, che le indagini hanno appurato essere stato commesso nella notte del 30 ottobre 1975, ma che viene scoperto solo 9 giorni dopo, l'8 novembre. 
Quella notte di fine ottobre, nella loro casa, furono uccisi Domenico Santangelo, 54 anni, rappresentante di vendita, la sua seconda moglie Gemma Cenname, 50 anni, ostetrica e la figlia di lui, Angela Santangelo, 19 anni, impiegata dell'INAM. Venne ucciso anche Dick, il loro cagnolino Yorkshire terrier. A scoprire i cadaveri furono le forze dell'ordine, allertate dai familiari della Cenname, preoccupati dal silenzio della famiglia.
Ai vigili del fuoco e ai poliziotti che entrarono per primi nell'abitazione in via Caravaggio si presentò una scena terribile: i due coniugi vennero ritrovati dentro la vasca da bagno, insieme a ciò che restava del loro cagnolino, mentre il cadavere di Angela fu ritrovato avvolto tra lenzuola e coperte sul letto della camera matrimoniale della casa. Tutte le vittime erano state colpite sulla testa con un colpo contundente e poi finite con un colpo di coltello alla gola, sgozzate. La casa era piena di sangue, con delle pozze e delle scie nelle camere e nel corridoio che sarebbero state utili alle indagini.
Nei giorni seguenti al rinvenimento dei cadaveri le indagini portano a stabilire il giorno dell'omicidio nella sera del 30 ottobre. A quel giorno, alle 22.30 di sera, si ferma il diario della ragazza, Angela, che in quei giorni si trovava a casa per un'influenza. Il giorno seguente il suo ragazzo cercò più volte di contattare Angela per telefono, e citofonò a casa, senza ricevere risposta. Stessa cosa per i familiare della Cenname, che aspettarono però parecchi giorni prima di presentarsi in questura. 
Dopo la scoperta dei cadaveri, poi, alcuni dei condomini di via Caravaggio riferirono alle forze dell'ordine di aver sentito dei rumori, dei tonfi, delle grida soffocate, provenire da quell'appartamento la notte del 30 ottobre, e che quei rumori durano per parecchie ore, dalle 22.30 circa fino alle 5 del mattino. Da questi punti fermi, poi, le indagini sono andate avanti. 
Ben presto i sospetti si incentrano su un nipote di Gemma Cemmane, e gli inquirenti si convincono che ad ammazzare la famiglia sia stato proprio lui, Domenico Zarrelli, giovane e corpulento studente universitario fuoricorso che avrebbe reagito con enorme violenza di fronte al rifiuto della zia di prestargli del denaro. Il ragazzo viene arrestato, processato pochi mesi dopo e condannato in primo grado all'ergastolo. È lo stesso Zarrelli, nel corso della trasmissione, a raccontare quel periodo difficile, che va dall'arresto fino alla condanna in primo grado e successivamente fino al processo d'appello, che lo assolve per insufficienza di prove. Ma intanto sono già passati tre anni, anni che lo hanno visto indossare, per l'opinione pubblica, la maschera del mostro. La sua assoluzione verrà confermata con formula piena anche in Cassazione. 
Quali sono, quindi, le altre possibili strade percorribili per scovare il colpevole o i colpevoli? Intanto sembra certo che il signor Santangelo abbia aperto la porta a un uomo che conosceva, visto che era tarda sera, e visto che lo ha accolto nel suo studio (dove poi è stato ucciso) offrendogli da bere. Si parlava ad esempio di un medico dell'INAM che conosceva Angela e che pare avesse una relazione con lei. Quella pista viene battuta a fondo, senza portare a nulla. Si pensa anche un uomo che poteva aver avuto una relazione con la Cenname, o a una vendetta nei confronti di Santangelo. Nessuna ipotesi sembra però portare a niente.
Una pista che invece si apre è quella 'calabrese': ad uccidere la famiglia Santangelo potrebbero essere state più persone, appartenenti a una cosca. Pochi giorni prima del delitto Angela aveva confidato a un collega di essere preoccupata. La signora Cemmane, tempo prima, aveva infatti affittato un casolare di campagna di sua proprietà, fuori dell'uscita dell'autostrada di Capua, a un uomo che si era sempre presentato come 'l'ingegnere'. In realtà era un perito chimico, che non aveva mai pagato l'affitto. Santangelo, per rientrare in possesso dell'immobile, aveva sostituito su consiglio dell'avvocato le serrature, scoprendo all'interno del casolare degli oggetti che fecero pensare subito a qualche attività illecita: brandine, passamontagna, catene. Anche questa pista non venne però seguita a dovere e cadde.
Coloro che hanno analizzato la scena del crimine sottolineano che con le prove raccolte è possibile raccogliere nuovi dati precisi : prima di tutto delle impronte di scarpa numero 41-42 (il sospettato Zarrelli ad esempio calzava 45-46) impresse nel sangue e trovate sia in camera da letto, vicino al cadavere della ragazza, che in cucina, dove venne uccisa la Cennema, che nel corridoio, rimasta probabilemnte durante la fase di trasporto dei cadaveri in bagno. Inoltre, nel salotto, sono state trovate tracce di sangue sul davanzale della finestra, come se qualcuno vi si fosse appoggiato, e dei mozziconi di sigaretta. Altri mozziconi vennero infine ritrovati in dei posaceneri del salotto. 
Intanto, considerando che l'impronta della scarpa è rimasta nel sangue, sostanza che è soggetta a mutamenti, la misurazione è approssimativa. Il numero della scarpa potrebbe quindi anche essere maggiore. Questo è un indizio in più,  ma non è il solo. Secondo una testimonianza raccolta  (un vicino della famiglia Santangelo), infatti, dichiarò di avere udito rumori e passi provenienti dall'appartamento del delitto, quella notte, e potevano essere riferiti almeno a due persone. Il caso si è ufficialmente chiuso e nessuno verrà incarcerato per questo triplice, efferato, omicidio che nel 1975 costò la vita a Domenico Santangelo, ex capitano di lungo corso, alla sua seconda moglie Gemma Cenname, e alla figlia di lui Angela Santangelo, giovanissima impiegata . Una strage brutale dalla quale non si salvò neppure il cane, barbaramente sgozzato in quell’enorme appartamento di via Caravaggio, civico 78.  Una doccia gelata per i tanti che attendevano giustizia e che non potranno mai conoscere l’identità di colui che a metà degli ’70 massacrò i Santangelo sconvolgendo l’Italia. 
Giovanni Melillo, procuratore aggiunto, a quattro anni dalla riapertura del caso ha dovuto depositare carte e fascicoli, salutando forse per sempre l’ipotesi di dare un volto e un nome al feroce assassino che sterminò, a sangue freddo, un’intera famiglia.
Sotto inchiesta di nuovo il nipote delle vittime, Domenico Zarrelli che dalle prime indagini fu ritenuto l’esecutore materiale del delitto avvenuto in preda a un raptus scatenato da violento diverbio con la zia, Gemma Cenname, per motivi di denaro.
Dopo quasi mezzo secolo dalla strage la Procura di Napoli aveva nuovamente dato mandato alla Scientifica di comparare il Dna di Domenico Zarrelli  con quello presente sui mozziconi di sigaretta repertati e su vari oggetti sequestrati, tra cui uno straccio da cucina insanguinato. Ma essendo Domenico Zarrelli già stato processato, le indagini non avrebbero potuto ugualmente dare il via ad un nuovo processo. Si chiude così uno dei capitoli più macabri della storia di Napoli.
Marco Nicoletti  © diritti riservati 2016 

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