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mercoledì 23 novembre 2016

INTERVISTA / MAURO ICARDI " SONO UN FOLLE E UN BUON PAPÀ " / DI MARCO NICOLETTI

ROMA - Quello che state per leggere è ciò che Mauro Icardi ci ha confidato telefonicamente . Di questo devo ringraziare l'interessamento diretto della mia amica Antonella Clerici , che oltre ad essere una sfegatata Interista è anche una buona amica di coniugi Icardi . Ma andiamo a vedere a cosa ha risposto il campione . Gli ho sottoposto delle parole chiave legate alla sua vita di sportivo e personali.

#VIAGGI — Il mio addio a Toto e Sarratea nel sangue

"Il viaggio della vita, nel senso che me l’ha cambiata, l’ho fatto a 9 anni: da Rosario a Gran Canaria, troppo grave la crisi in Argentina per vivere lì. Era giugno, ma papà era là da marzo a preparare il trasloco e avevamo già lasciato la nostra casa, che era separata solo da un muro dal campo del Sarratea, il mio club: per tre mesi abbiamo vissuto lì, in una stanza accanto agli spogliatoi, che mamma chiudeva a chiave quando c’erano gli allenamenti. Il giorno prima di partire, festa a sorpresa e regalo: un enorme lenzuolo bianco con la scritta 'Non c’è oceano che possa separarci quando porti Sarratea nel sangue'. Non piansi per quello, ma per il mio cane Toto, il più famoso del barrio perché abbaiava e correva dietro a tutti. A un certo punto ho lasciato la festa e sono andato a sedermi accanto a lui, per salutarlo: 'Vado a fare il mio primo viaggio in aereo'. In realtà era il primo viaggio fuori dal mio quartiere e a mamma chiedevo: 'Che lingua si parla là? Cosa mangeremo? Avrò degli amici?'. Ma appena arrivato ho conosciuto Sebastian: lui mi avrebbe fatto giocare nel Vecindario e sarebbe diventato il mio fratello delle canarie.

CIBO — Rane fritte e uccelli. Empanadas?Anche 50

"Me lo ricordo come se fosse adesso: era sabato, giocavo alle sette di sera e poi ci siamo spostati in campagna. Buio pesto, solo la luce della luna piena, e per tutta la notte siamo stati lì a catturare rane. Alle sei del mattino ne avevamo quattro sacchi pieni: ci siamo messi a pulirle, fino a mezzogiorno, poi le abbiamo fritte. Buonissime. Una caccia un po’ diversa rispetto a quella a cui ero abituato, visto che fin da piccolo ho tirato agli uccelli con le fionde: a casa mia il cibo non è mai mancato - a volte un po’ di più, altre un po’ di meno - ma alcuni miei amici lo facevano per fame e quindi ce li mangiavamo sì. Mai buoni come quella volta che dopo averne presi un bel po’ ci ha avvicinato un bimbo, avrà avuto 4 anni, forse meno: ha visto gli uccelli, è andato a procurarsi due monete, ha comprato patate e cipolla ed è tornato, “Adesso ce li facciamo in padella?”. Io impazzisco per l’asado - non c’era domenica che quel gran cocinero di mio padre non accendesse la griglia per tutto il quartiere - e pure per le empanadas arabes con la carne marinata, quando inizio posso mangiarne anche 50, però quelle due abbuffate lì chi se le scorda?"

PAURA — Solo della mia morte e farò bungee jumping

"Wanda dice che sono pazzo, ma quando non correrò più il rischio di compromettere il mio lavoro un po’ di bungee jumping lo farò di sicuro: l’idea di saltare nel vuoto legato a un elastico mi dà un brivido, non mi fa paura, e anche a pensarci bene non ritrovo nella mia vita uno spavento indimenticabile. Neanche da bambino avevo paura: buio, rumori, tantomeno gli animali, anzi mi piacciono anche quelli più strani. Tutti tranne i gatti: li trovo un po’ 'traditori', sanno vivere da soli e pensano solo a se stessi. Nel calcio di cosa puoi aver paura? Di una partita, un avversario? Ma dai... Di un infortunio? Ma quella non è paura, è 'rispetto' di ciò che può succedere da un momento all’altro. E non è neanche dolore - quello passa - ma semmai la rottura di scatole di vivere solo i doveri ma non i piaceri del calcio per uno, tre o sei mesi. In verità, se la cosa riguardasse solo me, dovrei dire che non ho timore neanche della morte: se muori, muori, e quando arriva è già tutto finito. Il fatto è che non riguarderebbe solo me e ogni volta che sento di tragedie, incidenti o aerei che cadono, ho paura sì: di lasciare la famiglia troppo presto".

VECCHIAIA — Come i nonni? Magari, ma chi ci pensa mai...

"E chi ci pensa mai? Se a 23 anni avessi in testa l’idea di diventare vecchio sarei messo malino, e poi è una delle leggi della vita, c’è poco da pensare. Conta arrivarci bene come i nonni Dionisio e Luisa, i genitori di mia mamma: per me Tatu e Tati, dai due ai sei anni praticamente ho vissuto con loro perché i miei lavoravano. O come Papa Francesco, che poi se lo guardi in faccia non sembra che abbia quasi ottant’anni, a parte quella sua camminata un po’ lenta. Se penso a lui, penso che il bello della vecchiaia sarà poter vivere soprattutto per aiutare gli altri, anche se ho un concetto molto mio della disponibilità. Non do tanto per dare: da piccolo non mi ha mai aiutato - nel senso di regalato niente - nessuno, e credo che il miglior aiuto per chiunque sia insegnargli a meritare la generosità del prossimo. Per questo da poco ho litigato con mia sorella: andare all’università in pullman era un casino e siccome mi piace che studi le ho comprato un’auto da quindicimila euro, però poi l’ho fatta imbestialire perché mi ha chiesto 60 euro per un paio di occhiali che le piacevano e le ho risposto di andare a lavorare e arrangiarsi. Ha capito cosa intendo?"

RELIGIONE — La Vergine sulla pelle e le risposte di Dio

"Se non credessi, non me la sarei fatta disegnare sulla pelle. Vede? Questa è la Virgen del Rosario de San Nicolás e c’è anche in tutte le mie foto di quando ero bambino: al collo, legata con un laccio per le scarpe, portavo sempre una medaglietta con la sua immagine. Un regalo della nonna Tati prima che un tumore se la portasse via, e io avevo dormito nel letto con lei fino al giorno prima. In suo ricordo, con la mamma andavamo alla processione che si faceva ogni anno per la Vergine, ma ancora non sapevo bene perché: mi dicevano di farlo e lo facevo. Ho iniziato a capire con il catechismo - stavo attento come a scuola - e ho iniziato a sentire perché in tanti momenti Dio mi ha fatto sentire che c’è. Non vado spesso a messa, non prego tutti i giorni, ma quando lo faccio ho quasi sempre delle risposte e una volta, a Las Palmas, sono andato anche io in pellegrinaggio a piedi fino al Santuario di Santa Rita, anche se oggi non ricordo più cosa avevo chiesto. Invece ricordo ogni attimo di quando mi sono trovato davanti a Papa Francesco e gli ho chiesto di benedire il pancione di Wanda: è per questo che nostra figlia si chiama Francesca".

SOCIAL NETWORK — Che risate io e Wanda a leggere certe cose

"Chiariamo, una volta per tutte: oggi quasi tutti hanno almeno un profilo, ma io uso i social network da molto prima di quasi tutti e non come tanti, che nascondendosi dietro l’anonimato si divertono a giudicare. Sapessero quanto ci divertiamo io e Wanda, a leggere quello che scrivono... Tanto giudicare è gratis, si può far diventare bad boy anche il ragazzo più semplice del mondo, come credo di essere nelle cose essenziali: uno normale che fa cose normali. E’ per questo che posto foto e scrivo: chi mi guarda e mi conosce per quello che faccio in campo, così può vedere anche chi sono e come vivo fuori da lì, perché io mica vivo dentro il campo. Ecco perché non mi pento di nulla, neppure di mettere foto dei miei figli, compresi quelli di Maxi: vivo con loro 365 giorni all’anno, anche loro sono la mia vita. Mi chiedono: ma non diventa una schiavitù essere così social? Ma perché? Se sei un personaggio pubblico, in un certo senso 'sei di tutti'. E poi a volte, è inutile fare i finti puristi, è anche una questione di lavoro: quando devi firmare un contratto pubblicitario ormai la prima domanda che ti fanno è sempre quella, 'Hai un profilo?' "

FAMIGLIA — Tre fratelli, anzi otto. Un altro figlio? Chissà...

"Prima di stare con mia mamma papà Juan aveva avuto due mogli, con un figlio dalla prima e due dalla seconda. Poi con mamma Analia siamo arrivati io, Ivana e Guido. Poi quando ero ancora a Barcellona si sono separati: papà è tornato con la seconda moglie, mamma dalla sua nuova relazione ha avuto da poco due gemelli e gliel’ho anche detto che è una scelta un po’ così, “a più di quarant’anni devi rifare la mamma, e potevi fare solo la nonna”. E comunque: totale otto fratelli. E io considero fratelli veri tutti, non solo Franco, il più grande, quello che quando ancora non capivo bene mi spiegava che si può avere lo stesso papà, ma non la stessa mamma. A parte il calciatore, Juan ha fatto di tutto: imbianchino, meccanico, macellaio, prima di aprire un negozio di alimentari con la mamma. Si prendeva in giro da solo, 'Soy aprendiz de todo y oficial de nada': non siamo mai stati ricchi ma siamo sempre stati felici, nella nostra famiglia aperta. Ma non è per questo che oggi sento anche Valu, Coki e Benchu come figli miei, e anzi Wanda mi rimprovera perché mi dedico più a loro che a Francesca: lo sono perché sono figli della donna che ho scelto, la prima che mi ha fatto pensare di volere una famiglia. A 14-15 anni mi dicevo “Farò dei figli presto per viverli da giovane”, ma non avrei mai pensato così presto. Un altro ancora? Wanda vorrebbe, io le dico 'Facciamo crescere questi e poi godiamoci un po’ la vita noi'. Chi “vincerà”? Boh ! "

TATUAGGI — Li penso, li studio, li schizzo, li correggo

"Non so quanti ne ho, ma so che non ce n’è uno, neanche uno, che non mi piaccia moltissimo - me li guardo spesso, sa? - e che non abbia un significato ben preciso. E’ la mia vita sul mio corpo e ce l’ho disegnata io: i miei tatuaggi non solo li decido, ma li penso, li studio, li schizzo - per far capire come lo voglio - li correggo. Poi l’ago ce lo mette il mio amico Artur, è venuto a Milano anche sabato e mi ha 'sistemato' un po’ quelli sul braccio. Me li ha fatti praticamente tutti lui a parte il primo (e pochi altri): quello me lo sono regalato a 14 anni in un negozio di Barcellona, il mio nome sul bicipite destro. L’ho fatto perché il mio nome mi piace, l’ha scelto nonna Tati e sono contento che abbia insistito perché io fossi Mauro, visto che quando ero nella pancia della mamma dovevo essere Lucas, avevano deciso così. Quando smetterò? Ogni tanto ci penso, anche perché adesso sento più dolore di una volta, ma poi c’è sempre un momento o un pensiero che mi colpisce, e allora vado avanti. E se vorranno farseli anche i miei figli? Liberi, ma non a 14 anni come me: il primo a 18, come minimo".


MOMENTO BUIO — L’"inferno" pubalgia per un tiro sbagliato

"Ha idea di cosa significa per un calciatore avere un pallone fra i piedi e non riuscire a calciarlo ad un metro, per il dolore? La pubalgia è così: sai come viene, non sai quando se ne andrà. A me venne per colpa di una serie di tiri a fine allenamento, mi scivolò il piede e mi stirai un muscolo intercostale: iniziai a dormire male, a camminare male, si infiammò il pube e come se non bastasse mi toccava anche sentire cazzate tipo che tutto dipendeva dal troppo sesso con Wanda. Mi sarei dovuto fermare subito ma a me non piace star fermo, e figuriamoci arrivare alla Pinetina presto solo per fare massaggi, punture, risonanze: non sono tipo da depressione, ma accorgermi di non riuscire a dare nulla a tifosi che quell’estate mi avevano accolto come un re non era un bel pensiero. Molto peggio che decidere di lasciare il Barcellona: anche oggi, anche pensando a che squadra è, non lo vedo come chissà quale buco nero nella mia carriera. Non sono l’unico che se n’è andato da lì, non è mica la fine del mondo: o perlomeno, io me ne sono andato con un sorriso. Come sempre, quando sono io che scelgo di fare una cosa".

Marco Nicoletti
Diritti Riservati           



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