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venerdì 21 dicembre 2007

Newsletter ANIMA - 21 dicembre 2007

Newsletter ANIMA - 21 dicembre 2007


Newsletter - 21 Dicembre 2007
 
Assemblea Anima 2007
Continuità, Sviluppo, Consolidamento - Ilaria Catastini nuovo Presidente
Cambio di Presidenza in Anima: il 17 dicembre u.s. Ilaria Catastini, Vice Presidente di Hill & Knowton Gaia è stata nominata dall’Assemblea dei Soci riunita nella sede dell’UIR in Via Noale.
Succede a Maria Pia Ruffilli di Pfizer, azienda associata Anima.
L’Assemblea ha nominato anche il Consiglio Direttivo e il Collegio dei Revisori.
Ha partecipato ai lavori il Presidente dell’Unione degli Industriali e delle imprese di Roma Luigi Abete, il quale ha apprezzato il valore dell’impegno di Anima, una realtà che si è consolidata all’interno dell’Unione per contribuire con maggiore incisività nella diffusione della Responsabilità Sociale d’Impresa.
Ilaria Catastini: “Anima è oggi una realtà importante, che riunisce molte aziende che si impegnano sul fronte della responsabilità sociale d’impresa. Lavoreremo affinchè i temi della responsabilità d’impresa e della sostenibilità entrino sempre di più nel DNA dell’imprenditoria e del management delle grandi, come delle piccole e medie imprese, del nostro territorio, come di quelle nazionali. E cercheremo di valorizzare sempre di più quelle aziende che già lo fanno, con passione, convinzione e trasparenza. Opereremo in rete con altre realtà e in stretta collaborazione con i Ministeri competenti, con Confindustria e con gli Enti del territorio, primo fra tutti il Comune di Roma.
Un breve profilo di Ilaria Catastini: “Ilaria Catastini è tra i soci fondatori di Anima e ne è stata Vicepresidente e Consigliere delegato alla CSR. E’ Vicepresidente di Hill&Knowlton Gaia, società di comunicazione specializzata nell’area della CSR e della sostenibilità, facente parte del più grande gruppo mondiale del settore. Ha tenuto docenze presso diverse Università, partecipa come relatrice a numerosi convegni e ha pubblicato articoli e libri. E’ membro del Comitato Scientifico della Fondazione Italiana CSR.”
Scarica il Comunicato stampa <http://www.animaroma.it/upload/allegati/Comuncato Stampa Catastini Nuova Governance 17 _12_07.doc>

 
M3V Onlus sostiene la donazione del sangue del cordone ombelicale
Nell’ambito del progetto di sostegno per la Banca Sangue Cordone Ombelicale del Policlinico Umberto I, Università “La Sapienza” Roma, che opera a favore della donazione delle staminali cordonali e dell’autotrasfusione, finalizzate al trapianto per malattie ematologiche maligne e non, alle leucemie e linfomi, alle anemie congenite come la talassemia, si comunica che lunedì 3 dicembre u.s., la M3V Onlus, socio Anima, in collaborazione con Bulgari Italia e Alfa International, azienda associata Anima, ha promosso una serata di beneficenza in occasione della quale sono stati raccolti 30.000,00 euro.
Dal 2005 la M3V Onlus sostiene la donazione del sangue del cordone ombelicale perché crede nell’importanza della ricerca sulle staminali ed in particolare questo tipo di staminali che non comportano alcun problema di natura etica.
Per maggiori informazioni: M3V Onlus - Tel. +39 06 6869132 - www.m3vonlus.com <http://www.m3vonlus.com >

 
Second Life, in rete la CSR
Anna Paola De Michele, Responsabile Telethon per BNL, Paolo Avesani, responsabile del sito web Telethon ed Enzo Argante, presidente di Pentapolis, hanno dato vita mercoledì 12 dicembre u.s., ad una tavola rotonda virtuale organizzata da BNL - Gruppo BNP Paribas, azienda associata ad Anima. “La tavola rotonda è stata sicuramente un momento per esprimere, anche sul nuovo mezzo Second Life, - spiega Luigi Maccallini, responsabile comunicazione new media di BNL - la solidarietà e l’appoggio ad una manifestazione che si batte per far avanzare la ricerca su migliaia di malattie genetiche conosciute, molte delle quali gravi e ancora senza una terapia efficace”.
“Il risultato è stato sorprendente - afferma Enzo Argante - non solo per il numero dei partecipanti che ovviamente aveva una relativa importanza, ma per la modalità con cui ci si è confrontatati. Vorrei dire al di là dei contenuti. Telethon e la partnership con BNL sono fuori discussione. Così come hanno ribadito i brevi interventi che si sono avvicendati. Ma ci sono altri elementi che colpiscono: la facilità con la quale ci si incontra dalle varie città e luoghi, senza ‘costi aggiuntivi’; la rapidità con la quale si può interagire; la sintesi estrema a cui si è costretti nell’esprimersi. Ci sono altri importanti suggestioni possibili, compresa quella di poter parlare - debitamente attrezzati - anche con la propria voce. Il risultato finale, insomma, apre sicuramente la mente a nuove forme di incontro e relazione, di confronto e partnership, senza dover necessariamente ricorrere alle modalità tradizionali. E’ ancora presto per puntarci? Può darsi. Ma la tecnologia ci ha ormai abituato a frequenti e sorprendenti balzi in avanti. Tanto vale, quando si percepiscono frontiere possibili e percorribili, muoversi per tempo”.

 
Natale 2007: ABIO Roma Onlus per i bambini in ospedale, tra feste di solidarietà, teatro e concerti natalizi
E’ il settimo Natale per ABIO Roma Onlus /Associazione per il Bambino in Ospedale che, grazie alla forza dei suoi 130 volontari, presenti in 7 reparti pediatrici della città, in occasione delle feste di fine anno offre ai piccoli ma anche agli adulti momenti di festa e solidarietà.
Tra gli appuntamenti di dicembre 2007, ABIO Roma partecipa venerdì 21 dicembre alle ore 21 alla serata ad inviti “Natale di Solidarietà” all'Auditorium della Conciliazione, in via della Conciliazione (ex Auditorium di Santa Cecilia). Si tratta di una manifestazione di musica e spettacolo organizzata al fine di raccogliere fondi a favore di alcune onlus romane attive nel campo della solidarietà. E’ un’iniziativa alla sua decima edizione che ogni anno si svolge alla presenza di circa 2.500 spettatori tra cui imprenditori, istituzioni, intellettuali e stampa. La serata sarà trasmessa qualche sera dopo sul canale satellitare RomaSat.
Per maggiori informazioni ABIO Roma Onlus: tel/fax: 06.44.25.17.23, e-mail: info@abioroma.org -www.abioroma.org <http://www.abioroma.org >
Scarica il Comunicato stampa <http://www.animaroma.it/upload/allegati/comunicato ABIO Roma x Natale 2007.doc>

 
Sodalitas Social Award - VI edizione
Il Sodalitas Social Award è il riconoscimento assegnato alle imprese eccellenti nelle attività di Responsabilità Sociale. La VI edizione del Premio dà ampio risalto alle problematiche inerenti la sostenibilità (come programmi di ecoefficienza, processi produttivi eco-compatibili, risparmio energetico) con l’obiettivo di valorizzare e divulgare le best practices. Un premio speciale sarà assegnato per il miglior progetto di pari opportunità di genere sviluppato nell’ambiente di lavoro. Inoltre, anche quest’anno le imprese che hanno realizzato progetti con il mondo della Scuola e dell’Università concorreranno per un riconoscimento speciale dedicato proprio a queste iniziative. L’iscrizione è gratuita ed è aperta fino al 31 gennaio 2008.
La cerimonia di premiazione si svolgerà in Assolombarda nella primavera 2008, durante l’annuale convegno organizzato da Sodalitas sul tema della Responsabilità Sociale.
Per maggiori informazioni: Sodalitas – 0686460236/842 – socialaward@sodalitas.it– www.sodalitas.it <http://www.sodalitas.it >
Scarica il bando <http://www.animaroma.it/upload/allegati/bando.zip>
Scarica la scheda di iscrizione <http://www.animaroma.it/upload/allegati/Scheda_di_iscrizione.doc>

 
Notizie della settimana


 
La notizia a seguire è tratta da un articolo de La Repubblica del 15/12/07
“Quel pugno di dollari per battere la povertà” di MUHAMMAD YUNUS
Nel villaggio accanto all´università in cui insegnavo, per esempio, i poveri senza risorse si rivolgevano agli usurai per ottenere denaro. Ricordo che contattai queste persone una a una, solo per accorgermi con stupore che 42 persone avevano accumulato un debito complessivo di 27 dollari. Nelle lezioni di economia parliamo sempre di milioni, se non miliardi di dollari. E invece a me è bastato pagare 27 dollari per salvare 42 persone che erano strangolate, torturate, dagli usurai.
Quando camminavo nel villaggio, gli abitanti che avevo aiutato mi guardavano come se fossi stato un angelo sceso dal cielo. Decisi allora di andare avanti, visto il risultato ottenuto con una cifra così modesta. Chiesi alla filiale della banca che si trovava nel mio campus universitario di appoggiarmi, solo per ricevere una risposta negativa dietro l´altra. Non è possibile concedere prestiti ai poveri, mi ripetevano in continuazione. La situazione si è sbloccata solo quando ho promesso di assumermi io tutto il rischio. I prestiti sarebbero stati intestati a me e io sarei stato l´unico responsabile delle eventuali insolvenze.
Ha funzionato. Le persone cui concedevo i prestiti cominciarono a restituire il denaro. È a quel punto, per non dover più dipendere dal sistema di credito convenzionale, che ho fondato la Grameen Bank. La mia banca, con le mie regole finalmente. Era il 1983 e fino a quel momento fra le persone che riuscivano a ottenere un credito dalle banche convenzionali, meno dell´1 per cento erano donne. Mi proposi di arrivare a una proporzione del 50 per cento, ma mi sono fin da subito scontrato con difficoltà che affondano le loro radici nella nostra storia e nella nostra mentalità. «Ma io non so maneggiare il denaro», mi dicevano alcune. «Io non ho mai toccato soldi in vita mia», allargavano le braccia altre. Più insistevo, e più loro si ritraevano. Ci sono voluti sei anni per raggiungere la proporzione del 50 per cento, ma alla fine mi sono potuto accorgere che un prestito che finisce in mani femminili porta molti più vantaggi alla famiglia, e così oggi il 97 per cento dei 7,5 milioni di clienti della Grameen Bank sono donne.
A quel punto avevamo elaborato una nostra strategia: studiavamo le regole delle banche convenzionali e poi facevamo esattamente il contrario. Per noi, minori sono le disponibilità del cliente, maggiore è l´interesse. Il massimo è incontrare una persona che non ha proprio nulla. Ovviamente non chiediamo firme né garanzie e non abbiamo avvocati nei nostri uffici. Le banche tradizionali hanno come clienti gli uomini ricchi. La Grameen Bank ha le donne povere. Le banche tradizionali aspettano che i clienti varchino i loro cancelli. Noi andiamo a cercare i clienti direttamente nei villaggi in cui vivono. E soprattutto ci interessiamo ai loro figli. Una condizione per l´erogazione del prestito è che i figli vengano mandati a scuola. I genitori sono spesso analfabeti, ma dando un´educazione alle nuove generazioni possiamo sperare di cambiare il futuro del paese. La Grameen bank concede 30 mila borse di studio all´anno e grazie a lei oggi 18 mila ragazzi studiano alle superiori o all´università, e si apprestano a diventare professionisti e classe dirigente del futuro. La storia della Grameen Bank dimostra che "povertà" non è un connotato legato a una persona. La povertà è imposta alle persone, ma nasce da un difetto del sistema. Le donne che ieri non avevano nulla e che oggi dirigono con grande perizia delle piccole imprese avevano già un talento, una sorta di dono chiuso dentro di sé. Quel che gli mancava era l´opportunità di usarlo, di strappare la carta in cui quel dono era avvolto. Noi non abbiamo fornito un training o una formazione particolare ai nostri clienti. Abbiamo solo prestato una piccola somma di denaro iniziale, e il bonsai che aveva le radici costrette in un piccolo vaso si è così potuto allargare, è cresciuto e ha ingrandito le sue chiome. L´albero derivava da un ottimo seme e aveva in sé tutte le potenzialità. Era solo la povertà a impedirgli di svilupparsi.
Oggi la rete del microcredito si è estesa in tutto il mondo, con tassi di restituzione del 97-98 per cento. Abbiamo potuto dimostrare che la povertà dipende dalle istituzioni, dalla politica, da alcuni preconcetti che governano l´economia. Non dipende dai poveri, che anzi ne sono le vittime. Ciò che ci proponiamo di fare a questo punto è cambiare il concetto di "impresa". Attualmente questa parola indica un´istituzione che si propone di fare soldi massimizzando i profitti. Ma una definizione simile è un insulto per l´uomo, che viene trattato come un robot, una macchina che fabbrica denaro. L´uomo è molto di più, e la sua vita è fatta anche di attività come accudire gli altri, sacrificarsi, preoccuparsi e tentare di costruire un mondo diverso. Accanto alle "imprese per fare denaro" dovrebbero diffondersi le "imprese sociali". Le prime hanno il profitto come finalità. Le seconde hanno il benessere sociale. Non auspico che le seconde sostituiscano le prime, ma che i due sistemi si affianchino e procedano insieme. Se un dollaro offerto in beneficenza esaurisce la sua funzione nel momento in cui viene speso, un dollaro investito in un´impresa sociale vive e rivive all´infinito, crescendo su se stesso. Grameen Bank e Danone recentemente si sono messe insieme per produrre in Bangladesh yogurt arricchito di micronutrienti e venduto a prezzi stracciati. Ne bastano due vasetti alla settimana per sopperire alle carenze alimentari dei bambini poveri. Né Danone né Grameen Bank ottengono alcun dividendo da questa operazione, e questo è ciò che caratterizza le imprese sociali. Si potrebbe intervenire allo stesso modo per aumentare l´accesso all´acqua potabile, costruire case, ospedali e ambulatori che offrano servizi gratis ai poveri e si finanzino con le tariffe pagate dai ricchi. Potenziare l´uso delle energie rinnovabili e salvare i bambini di strada dal loro destino di miseria.
Accanto alle borse che conosciamo oggi, abituate a trattare strumenti finanziari, dovrebbero nascere anche le borse del sociale. Nelle università dovrebbero sorgere nuovi dipartimenti o facoltà per insegnare a progettare e dirigere le imprese sociali, per misurare finalmente in maniera scientifica il loro impatto benefico. Avremmo così dei laureati in "amministrazione del social business" accanto ai tradizionali laureati in economia. Il primo requisito di queste aziende sarebbe tagliare tutte le spese inutili per attrarre la clientela.
Questo sistema economico esiste nei nostri cuori, ma non ancora nella realtà. Non vogliamo smantellare l´attuale sistema produttivo, ma solo affiancarlo e completarlo con il sistema delle imprese sociali. Finora abbiamo marciato su una gamba sola. È ora di completare le nostre potenzialità. A quel punto potremo finalmente inaugurare il primo museo della povertà, in cui i bambini potranno entrare e stupirsi per come vivevano i loro antenati, riscoprendo un fenomeno che era ormai stato dimenticato. "C´era una volta la povertà". Scrivere questa frase è possibile, sta a noi decidere in quale giorno avverrà.

 
E’ nato l’Osservatorio nazionale sulla cultura d’impresa e sul patrimonio storico-culturale
Commissione Cultura Confindustria
Con  la  partecipazione attiva della Commissione Cultura di Confindustria è stato  approvato, in seno al  Ministero per i Beni e le Attività Culturali, il Manifesto programmatico per la costituzione dell’ Osservatorio nazionale.
I lavori per la realizzazione dell’Osservatorio, avviati nel luglio 2007 su iniziativa   del   Ministro  Rutelli   si  sono  conclusi  il  21  novembre allorquando il Ministro stesso ha reso noto, durante il Seminario nazionale "Le  Radici  della  Cultura  Produttiva"  organizzato  nell’ambio  della VI Settimana della Cultura d’Impresa, l’avvio dei lavori dell’organismo la cui composizione   è   stata   successivamente   formalizzata   in  un  decreto ministeriale. L'Osservatorio  per  la  cultura d'impresa  vuole essere il laboratorio in grado di coltivare i processi  di  integrazione e le linee di indirizzo idonee  a  far  evolvere  in  modo  unitario  e  condiviso la qualità delle iniziative culturali che nascono in  seno all'impresa e hanno come baricentro il proprio patrimonio storico-documentale.
Le attività che si avvieranno sono:
 consolidare e  incrementare il ruolo dei Musei e Archivi d’impresa  come  promotori  di  una cultura d’impresa sul territorio, promuovendo anche la costituzione di Archivi economici territoriali o interregionali e sviluppando l’uso di nuove tecnologie;
prevedere  una  periodica  azione di monitoraggio sul sistema e sulla sua evoluzione;
supportare   la   progettualità delle aziende creando “pacchetti predefiniti” di  iniziative/attività  da  intraprendere  che possano sfociare anche in suggerimenti o proposte di indirizzo per dar vita a       forme  di  coordinamento sul territorio che tengano conto, ad esempio di visite guidate, mostre, incontri ed attività culturali, affitto di spazi per convention, merchandising, ecc.;
inserire i Musei aziendali e gli Archivi d’impresa nei circuiti turistici  sviluppando contatti/accordi con gli enti locali ed i tour operators;
stimolare la collaborazione tra gli stakeholders locali coinvolti nel sistema cultura;
 identificare le eccellenze individuando forme di attenzione che diano risalto  a  identità soggettive e oggettive, con particolare riguardo alla  storia – economica, sociale e culturale – del territorio e, ove possibile, col carattere del paesaggio;
organizzare corsi di  formazione  per addetti ai lavori promuovendo anche la didattica e la  comunicazione sul tema della cultura d’impresa  in stretta collaborazione/cooperazione con le strutture di  riferimento  del  sistema  imprenditoriale e con  i  settori  della formazione  universitaria  e  dell’alta  formazione  professionale di settore; >li>promuovere  forme  innovative  di  sostenibilità  del  patrimonio che includano  al  proprio interno sia aspetti di natura archivistica sia  beni di carattere produttivo;
sviluppare la collaborazione con le scuole, promuovendo la didattica sul tema della cultura d’impresa. Per maggiori informazioni: CONFINDUSTRIA - Tel. + 39 06 5903469 - Fax + 39 06 5903329 - c.cultura@confindustria.it


 
La notizia a seguire è tratta da un articolo di Redattore Sociale del 12/12/07
Lazio, tre quarti degli infortuni accaduti in provincia di Roma
Dei 927.956 incidenti complessivamente denunciati nel 2006, quelli nel Lazio sono 57.841. Tra il 2004 e il 2006 c'è stata una diminuzione di appena 437 casi e a Roma un aumento di 593 casi
Roma - Dei 927.956 infortuni complessivamente denunciati nel 2006, quelli che si sono verificati nel Lazio sono 57.841, dei quali quasi i tre quarti in provincia di Roma (42.608). Nel triennio 2004-2006 c’è stata una diminuzione di 39.000 infortuni in Italia (- 4 punti percentuali), di appena 437 casi nel Lazio (il che equivale a una sostanziale immobilità) e un aumento di 593 unità a Roma (nel quale si configura il peggioramento pari a 1,5 punti percentuali). Questi i dati illustrati dal responsabile del Dossier Caritas-Migrantes Franco Pittau, intervenuto a Roma alla Conferenza organizzata il 12 dicembre u.s. dall’Assessorato alle Politiche per le periferie, lo sviluppo locale e il lavoro.
Sia in materia di occupazione che di infortuni hanno un’incidenza elevata: Lombardia (157.946 casi e il 21,8% del totale), Emilia Romagna (113.423 casi e19,8%), Veneto (113.423 casi e 18,32%). Il Lazio, con 57.841 casi di infortuni, è preceduto dal Piemonte e dalla Toscana, ciascuna con più di 70 mila casi e detiene una quota di infortuni molto più bassa rispetto alla sua quota di forza lavoro occupata (l’11% di quella complessiva e l’8,9% di quella extracomunitaria).
Le regioni con il maggior numero di infortuni non sono necessariamente le più rischiose se si tiene conto del monte di ore lavorate (procedendo in questo modo l’Umbria è più rischiosa della Lombardia). Il Lazio, anche seguendo questa metodologia, resta meno caratterizzato dal rischio infortunistico, perché, area prevalente di servizi pubblici e di diversi settori del terziario avanzato, ma ciò non vale per gli immigrati inseriti in edilizia e in altri comparti e nell’area del lavoro nero. Venendo ai 115.849 casi di infortuni di lavoratori extracomunitari, riscontriamo che ai primi posti si collocano ancora la Lombardia (25.299), l’Emilia Romagna (22.931) e il Veneto (21.232), mentre al Lazio spettano 3.768 casi, di cui 2.997 alla provincia di Roma (le quote sono rispettivamente del 3,3% e del 2,6% rispetto al totale nazionale), con un leggero miglioramento intervenuto nel corso del triennio (4 casi in meno a Roma e 66 casi in meno nel Lazio). Gli infortuni mortali di extracomunitari sono 63 a Roma e 100 in tutto il Lazio (75 e 118 nel 2005).
Suscita perplessità il fatto che l’incidenza degli extracomunitari sugli infortuni totali sia nettamente inferiore alla loro incidenza sul totale degli occupati, che sia a Roma che nel Lazio è pari all’8,6%. Se solo si tiene conto che sono ben 46.152 romeni, notoriamente inseriti in un settore ad alto rischio come l’edilizia: viene da pensare, allora, che gli eventi dannosi non siano stati denunciati sempre nel caso di lavoro regolare e ancor più raramente nel caso di lavoro nero.
Sono risultati occupati in edilizia in provincia di Roma a fine 2006 24.134 stranieri su 99.291 addetti (incidenza del 24,3%) e 29,699 nell’intero Lazio su 135.392 addetti (incidenza del 21,9%). Nel settore edile romano-laziale gli immigrati superano la media nazionale del 19,4%. In queste statistiche dell’Inail sono inclusi gli immigrati assunti per la prima volta nel 2006 (20.145, dei quali 16.280 in provincia di Roma), ma non – a causa delle lunghezze burocratiche - i 50.000 per i quali è stata presentata domanda di assunzione nell’ambito delle quote annuali.
Mons. Guerino Di Tora, intervenendo insieme al Ministro del Lavoro presso l’Inps, alla presentazione della campagna contro il lavoro nero, ha affermato: “Il lavoro sommerso è una delle più grandi anomalie dell’economia italiana e una delle più gravi ingiustizie della nostra società. Una forma di sfruttamento inaccettabile, che non solo pregiudica la sicurezza dei lavoratori e i loro diritti, ma anche altera il mercato e la concorrenza. La condanna deve essere forte e senza mezze misure. Chi incentiva in vario modo il lavoro irregolare va condannato moralmente senza mezzi termini”.

 
La notizia a seguire è tratta da un articolo di Redattore Sociale del 11/12/07
Crescono del 30% i servizi offerti nel 2006 dai Centri di servizio al volontariato
Csv.net presenta il Report 2006: quasi 227 mila i servizi erogati a più di 100 mila utenti tra associazioni, gruppi informali di cittadini, singoli volontari. Progetti sostenuti per 72 milioni di euro
ROMA - Hanno erogato nel 2006 quasi 227 mila servizi a più di 100 mila utenti tra associazioni, gruppi informali di cittadini, singoli volontari, il 30% dei servizi in più rispetto al 2005 : è il bilancio dell'attività del Coordinamento nazionale dei 77 Centri di servizio per il volontariato, presenti in 20 regioni italiane  I dati sulle attività svolte e sulle risorse economiche sono contenuti nel Report 2006 prodotto annualmente da CSV.net, che è stato presentato in un convegno svoltosi giovedì 13 dicembre u.s. presso la Sala Biblioteca del Consiglio Nazionale dell"Economia e del Lavoro a Roma.
Le strutture operative a disposizione delle associazioni di volontariato, nel 2006, hanno erogato oltre 135.000 consulenze, hanno fornito 55.000 ore di formazione e più di 20.000 prestazioni nell'ambito della comunicazione offrendo 70.000 servizi di carattere logistico (recapito postale, concessione di spazi, fornitura di fotocopie, prestito di attrezzature….) e sostenendo 1.700 progetti delle organizzazioni. Lo hanno fatto potendo contare su 72 milioni di euro e grazie all'opera di 3.300 lavoratori attivi, tra dipendenti, collaboratori e consulenti e di 1.300 volontari.  "A 10 anni dalla nascita dei primi Centri di Servizio in Italia -  ha dichiarato Marco Granelli, Presidente del Coordinamento Nazionale dei Centri di Servizio per il Volontariato - è del tutto evidente come i CSV siano strutture capaci di accompagnare attivamente il volontariato e di aiutarlo a rafforzarsi attraverso l'offerta di servizi tradizionali ed innovativi. Ora che la Camera dei Deputati discute della riforma della L. 266/91 il compito passa nelle mani del legislatore chiamato a sostenere il processo, da noi avviato, di equilibrio tra le regioni attraverso un"equa ripartizione delle risorse finanziarie sui territori”.

 
La notizia a seguire è tratta da un articolo de Il Sole 24 Ore del 10/12/07
“I clienti soddisfatti trascinano la marca”
Intervista a Mitchell Markson
C' era una volta la Corporate social responsibility (Csr). Adesso spunta la «Mutual social responsibility », cioè un dialogo con il consumatore. Da sempre la Csr è un tema scivoloso. Un esempio? «The good company» era il titolo a tutta pagina di una recente copertina di «The Economist», dove però campeggiava un disegno velenoso: un'azienda con le ali che sembra un angelo, ma l'ombra che proietta alle sue spalle ha le corna del diavolo. L'inchiesta voleva sottolineare il proprio scetticismo su questo versante, arrivando a parlare di lifting e di cosmesi dei top manager per dare un volto umano alle aziende. Insomma, la Csr sarebbe solo il tributo che il capitalismo deve pagare alla società per potersi presentare in modo virtuoso e con una buona reputazione.
Ma c'è anche l'altra faccia della medaglia. Nel mondo ci sarebbero oltre cinque miliardi di dollari pronti ad essere investiti in aziende che certifichino la loro Csr nei fatti e non a parole.
Adesso, al di là delle questioni teoriche, si sta facendo strada la «Mutual social responsibility », cioè una maniera fortemente innovativa di instaurare un rapporto più evoluto con i consumatori e gli stakeholder. Ne parliamo con Mitchell Markson, 47 anni, presidente di Global consumer brand e di Good purpose. Markson ha appena discusso a Milano, in un seminario Edelman, l'anteprima di un'indagine mondiale realizzata da Strategy one su 5.600 consumatori in nove Paesi (Stati Uniti, Cina, Regno Unito, Germania, Brasile, Italia, Giappone, India e Canada) dalla quale è appunto emerso questo nuovo fenomeno.
Dottor Markson, ci può spiegare che cosa intende con Mutual social responsibility? È l'ennesimo slogan alla moda? In teoria il discorso è molto semplice. Nel senso che, anche in Italia, alcuni degli studiosi più attenti che lavorano sulla marca e sui consumatori (ad esempio Giampaolo Fabris) hanno più volte sollecitato le aziende ad ascoltare i clienti e a costruire delle relazioni stabili con i consumatori.
Un concetto più facile da teorizzare che da trasformare in realtà. Che cosa è emerso dalla vostra indagine?
In effetti è proprio così. Il rapporto ha però messo in evidenza che oggi viviamo in un mondo nel quale le marche e i consumatori interagiscono quotidianamente. Inoltre tendono sempre più a condividere alcune responsabilità reciproche e, nei fatti, hanno un interesse comune nell'essere buoni cittadini.
Mi sta dicendo che voi avete individuato quella che potrebbe dirsi una naturale fusione tra la Corporate social responsibility e quello che per gli addetti ai lavori è un po' il tradizionale "cause related marketing"?
Secondo le evidenze emerse, l'indagine è risultata davvero molto importante. I dati riguardano tutte quelle società che interagiscono ogni giorno con i consumatori e che in base alle attività svolte possono vedere premiata la propria strategia di mercato. Ci può fare qualche esempio?
Ecco un paio di dati. A parità di qualità e di prezzo, l'85% dei consumatori ha dichiarato che preferisce acquistare una marca che si impegna nel sociale.
Mi sembra un trend emergente negli ultimi anni. Già un rapporto presentato al World economic forum di Davos sul tema «Trust and credibility» metteva in evidenza come gli intervistati fossero disponibili a pagare un prezzo più elevato per prodotti di aziende con una buona reputazione.
Mi sembra che quel rapporto fosse più incentrato sugli aspetti finanziari. In ogni caso, noi abbiamo scoperto qualcosa di molto più interessante. Il 55% delle persone è disposto a fare "l'evangelizzatore" della marca che si impegna sul piano sociale. Non mi sembra un elemento da sottovalutare in chiave di marketing moderno, tenendo conto dell'enorme potere che, grazie anche a internet, sta assumendo il "passaparola", quello che gli esperti chiamano "word of mouth".
Quali sono le radici di questo trend?
I consumatori ricercano un ruolo più personale e "co-creativo" in tutto ciò che riguarda la marca, dal product development al brand marketing.
In altre parole?
I consumatori hanno dichiarato di voler collaborare con le marche per il cambiamento sociale. È una tendenza in forte crescita. I risultati del nostro rapporto dicono che l'impegno sociale rappresenta oggi una richiesta diffusa del consumatore a livello globale. In futuro costituirà sempre più un must per le marche che vogliono sviluppare relazioni più profonde e significative con i consumatori.
Qualche esempio?
Il successo di note marche come Dove, Body Shop, Virgin e Coca-Cola. Nell'immaginario dei consumatori risulta che queste aziende vengono associate all'impegno sociale. Una dimostrazione di come il brand possa agire attivamente a sostegno di buone cause e, contemporaneamente – o meglio proprio per questo – essere apprezzato dai consumatori.
Altri dati?
L'88% del campione afferma di sentirsi in dovere di contribuire al miglioramento della società e dell'ambiente. La frase «Aiutare gli altri e contribuire alla comunità» è stata scelta dagli intervistati come la seconda più importante fonte di soddisfazione personale dopo quella che recita «Dedicare tempo alla famiglia e agli amici».
Quali sono le vostre conclusioni?
Molto semplici e realistiche. Il rapporto parla chiaro ed evidenzia non solo i positivi atteggiamenti dei consumatori nei confronti dell'impegno sociale, ma anche le azioni che questi mettono in atto sulla base di opinioni e valori personali, oltre al ruolo che essi ritengono possano svolgere le marche per generare cambiamenti.
«Risulta in forte aumento la percentuale degli acquirenti che vuole essere coinvolta nelle strategie aziendali» «L'88% degli intervistati dichiara di voler contribuire al miglioramento della società e dell'ambiente».

 

Nell’augurarVi un sereno Natale e un felicissimo 2008, si segnala che gli uffici Anima riapriranno il 7 gennaio 2008. Il servizio di Newsletter riprenderà a partire dalla seconda metà di gennaio 2008


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