Paolo Ruffilli, La gioia e il lutto, Marsilio, Venezia, 2001
Si celebra il bipolarismo della vita in questi versi che suonano armonici e titanici, e par di sentirli come cantati da voce sommessa. Carmi in cui il suono, prima del senso, colpisce e scandisce una musicalità tragica. Poesia che sgorga dalle viscere, vibrazione catulliana, non intellettualistica, né accademica, come vulcano che non può non eruttare. Poesia narrativa e struggente. Sgradita e ineludibile.
La morte è qui il volto umbratile dei baratti umani. È quiete che si aggroviglia sul lastrico nero dell’occulto. “Diga barriera spartiacque/ -isola e ponte- tunnel/ cunicolo passaggio/ …/ Invisibile curiosa/ cucitura/ …/ innesca ansia/ e assicura integrità./” (p.51). È truce, nel verso delicato che la descrive come lo stare del malato terminale in mezzo ai vivi, per poi andare nell’assenza inspiegata (p.23). La medicalizzazione dell’ultima ora ne fa un evento sintetico, estraneo ancor più perché innaturale.
A volte, ai figli, il genitore chiede di funzionare, comunque. Percepisce le loro angosce, ma non troppo, per non morirne. Il loro futuro è il trampolino, del padre o della madre, per il secondo lancio delle personali ipoteche alla vita. Allora la comunicazione si spegne come una torcia che non ha più di che bruciare. La sensibilità genitrice non vale, non per i figli. La delicatezza loro innervosisce, perché è uno sgambetto alla vita, o meglio, alla vita che l’adulto vorrebbe per il giovane. Si è sempre complici degli errori dei figli. Ignari, forse, eppure complici. Spregiudicati nella negazione della realtà, quanto i figli stessi. Il tema della colpa è in questo libro scottante: la coscienza si pone il problema della responsabilità e paga più del prezzo che è dovuto. Paga alla vita. O con la vita di chi gli è più caro. La paternità o maternità, sofferta, delusa, nel dolore ritrova allora la forza d’un leone e il ruggito dell’amore.
C’è il senso di una nascita occasionale: l’infanzia percepita come sgradita, la voce del bimbo inascoltata, il volto non veduto. La madre onnivora, il padre un enigma, stanziale o itinerante (pag.28-29). E, una generazione dopo, i figli a rinfacciar le stesse cose. Quando la distanza si fa minima, l’occhio non vede più l’oggetto. Quando si ama troppo, l’amante è in controluce, sfuocato. “Perché ho aspettato/ di vederlo ormai/ piegato al suo cospetto/ per dirgli forte/ che conta solo/ quello che ha provato/ e dato intensamente/ chiunque abbia amato?/ È ciò che l’ha salvato/ e fatto vivo/ prima di essere/ colpito e logorato.//” (p.42). I vivi restano, “eredi adulti” (p.70) dell’affetto del morente e di questo “orfani” (ibidem): ma l’invocazione all’anima perduta - perché resti, si fermi appena un poco, e non lasci il vivo “a sopportare il furto” (p. 53)- segna come dubbia l’empatia di chi accompagna il morente, troppo profondo lo iatus che separa. L’inno si eleva, dubbioso e repentino, sommesso e accorato, a chiedere la quiete dell’anima che diparte. E poi il dolore, acuto e rovente, come onda cupa infrange e smembra, dirupa e scompone. E tutto avvolge. E lega assieme. “Piega che porta/ che piega che smonta/ da sponda a sponda/ che cala che salta./ Onda che prende/ che piomba e dilaga/ che versa che fonde/ che spande che/ dissipa avvolge/ congiunge…/” (p.58-59). La vicenda, sia pure tragica, del singolo nel finalismo evolutivo incide l’ambivalenza della natura come dato positivo. È l’anticipazione al tema dell’inaspettata gioia nei versi finali. Poi è l’evangelo laico: “Che tutto cada/ morto/ per essere risorto,/ che venga consumato/ per essere rinato./” (p. 76). Se muore un giovane, però, la resurrezione, intesa come la continuazione della specie, subisce il bacio di Giuda, è rinnegata, e rimane, come nell’animo dell’apostolo, solo il senso dell’assurdo, dell’inaccettabile. Ma “Senza la morte/ non ci sarebbe niente/ né società né storia/ non l’avvenire/ e neppure la speranza./” (p.83). “Senza la morte, no,/ non ci sarebbe/ né storia né destino. / La vita correrebbe/ …/ privata di ogni senso/ e condannata/ ad essere vissuta/ …/ nell’indifferenza/ più assoluta.//” (p.81). Perché la morte è il senso dell’uomo, comunque. Allora il poeta guarda a ciò che trascende: “Per tutto quello/ che non vedo,/ io credo, / qualcosa resterà / di noi…/” (p.85). È l’Eden laico, “il giardino/ nel retro del mondo./” ( ibidem). Ove “fluisce un grande/ fiume di energia/”, “nello splendore/ cosciente della luce/”, “nel mare di dolcezza / …/ … pace assoluta./”( ibidem). E allora il lutto è anche gioia. Il paradosso dell’umanità.
Adele Desideri
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