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venerdì 12 gennaio 2007

Pubblicate le ultime lettere di Scott dal Polo scritte dal pioniere prima di morire

Rese pubbliche le missive dell'esploratore alla moglie Kathleen scritte 95 anni fa durante la sfortunata spedizione al Polo Sud

"Abbiamo deciso di non ucciderci, ma di lottare fino alla fine per arrivare alla base".


Le ultime lettere di Scott dal Polo
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La spedizione del capitano Robert Falcon Scott (in piedi al centro)

LONDRA - "Alla mia vedova, carissimo tesoro abbiamo grossi problemi e dubito che ce la faremo. Nelle brevi ore per il pranzo utilizzo quel poco di calore per scrivere lettere in vista di una possibile fine". Sono le ultime parole del capitano Robert Falcon Scott alla moglie Kathleen quando, 95 anni fa, sentiva che non sarebbe riuscito a fare ritorno dalla sua spedizione alla conquista del Polo Sud.

L'impresa aveva catturato l'immaginazione dell'intera Gran Bretagna: l'esploratore, sconfitto al traguardo, nonostante tutto fu un'ispirazione per generazioni di giovani britannici. Le lettere scritte dal capitano, furono ricevute dalla moglie soltanto l'anno dopo, quando il suo cadavere fu ritrovato. Ora sono state rese pubbliche per la prima volta dall'università di Cambridge e andranno in mostra allo Scott Polar Institute della prestigiosa istituzione.

Il destino sembrava essersi messo contro la spedizione fin dall'inizio. Il 17 gennaio il luogotenente Henry Bowers, il dottor Edward Wilson, il sottufficiale Edgar Evans, il capitano Lawrence 'Titus' Oates e Scott raggiunsero il Polo Sud, solo per scoprire che il norvegese Roald Amundsen li aveva battuti arrivando un mese prima di loro.

Il gruppo si era messo dunque sulla strada del ritorno, ostacolato da terribili tempeste di neve. La prima vittima, a metà febbraio, fu Evans, seguito il 17 marzo da Oates, che abbandonò di sua volontà i compagni consapevole del fatto che con i suoi geloni stava rallentando la marcia di tutti. "Il povero Titus se n'è andato - scriveva Scott - era in uno stato terribile. Il resto di noi continua a procedere e a immaginare di avere una possibilità di farcela, ma il clima gelido non molla".

Scott e i suoi compagni morirono a poche miglia dalla base che stavano cercando di raggiungere, bloccati da una tempesta di neve. "Penso che la nostra ultima possibilità sia sfumata - diceva nella lettera l'esploratore alla moglie -. Abbiamo deciso di non ucciderci, ma di lottare fino alla fine per arrivare alla base, ma grazie a questa lotta avremo una fine priva di dolore, perciò non ti preoccupare".

Scott chiedeva alla sua Kathleen di costruirsi un'altra vita, risposarsi (cosa che lei fece nove anni dopo, con il politico Edward Hilton Young, che divenne in seguito barone) e a prendersi cura di loro figlio Peter, che all'epoca della sua morte aveva solo tre anni. "Cerca di fare in modo che il bambino si interessi alla storia naturale, è meglio dei giochi", si raccomandava.

Peter Scott si laureò al Trinity College di Cambridge e divenne un celebre ornitologo e conservazionista che aiutò a fondare il WWF. Il giovane ereditò anche lo spirito avventuriero del padre e vinse la medaglia di bronzo per la vela alle Olimpiadi del 1936 oltre a diventare campione britannico di volo planato nel 1963. Le lettere dell'esploratore sono state recentemente donate all' università di Cambridge da Philippa Scott, vedova di Peter, morto nel 1989.

Origine: www.repubblica.it

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