La donna, regista, coreografa e drammaturga teatrale ha scritto al Ministro della Salute. Ma nel Paese l'eutanasia è possibile solo come extrema ratio
COPENAGHEN - E' il caso Welby della Svezia, e proverà a cambiare le regole del suo paese. Protagonista Ellen Bergman, la ex moglie di Ingmar, il grande regista svedese, che vorrebbe essere aiutata a morire. Ha ottantasette anni e dal 1999 soffre a causa di dolori insopportabili che a partire da capodanno l'hanno portata a decidere di non voler più bere, nè mangiare aspettando di spegnersi. Una decisione che ha portato alla luce scrivendo al ministro della salute e degli anziani, Maria Larsson, per sollecitarla a definire una legge sull'aiuto alla morte, e parlando con la stampa. Ha ricevuto solidarietà e sostegno da gran parte dell'opinione pubblica ed ha creato una sorta di caso Welby.
Nel paese se ne parla, se ne discute anche perché questa signora è una celebrità, non solo per essere stata la seconda moglie di Ingmar Bergman da cui ha avuto quattro figli, ma anche per essere stata una donna impegnata nel mondo del teatro dove ha lavorato come regista, coreografa e drammaturga. Ma ora che "la vita non ha più niente di dolce nè salato" desidera che i medici le somministrino dei sonniferi che la portino a spegnersi dormendo. Questa forma di sedazione profonda però è consentita in Svezia solo quando nessun altro aiuto si rivela possibile. Ora, dopo 15 giorni di digiuno e senz'acqua la signora Bergman è stata ricoverata in un ospedale di Stoccolma, ma la sua vita non è finita.
"Decidere della propria morte nella Svezia odierna viene considerato come qualcosa di vergognoso e di criminale. I medici hanno paura. Perchè dobbiamo ucciderci soffrendo? La morte invece dovrebbe avere una bella fine" ha detto al quotidiano Expressen, che ha seguito il caso ricevendo montagne di commenti dai lettori. Alcuni sondaggi compiuti alla fine del 2005 rivelano che otto svedesi su dieci sarebbero favorevoli all'eutanasia. Ma i politici sono molto più divisi. Commentando il caso Bergman il ministro Maria Larsson ha detto di sentirsi profondamente toccata, ma contraria ad accettare un modo legale di assistere il suicidio. "Anzichè utilizzare questo metodo vorrei puntare a migliorare i sistemi per lenire i dolori e garantire una maggiore cura".
Origine: Repubblica
Nel paese se ne parla, se ne discute anche perché questa signora è una celebrità, non solo per essere stata la seconda moglie di Ingmar Bergman da cui ha avuto quattro figli, ma anche per essere stata una donna impegnata nel mondo del teatro dove ha lavorato come regista, coreografa e drammaturga. Ma ora che "la vita non ha più niente di dolce nè salato" desidera che i medici le somministrino dei sonniferi che la portino a spegnersi dormendo. Questa forma di sedazione profonda però è consentita in Svezia solo quando nessun altro aiuto si rivela possibile. Ora, dopo 15 giorni di digiuno e senz'acqua la signora Bergman è stata ricoverata in un ospedale di Stoccolma, ma la sua vita non è finita.
"Decidere della propria morte nella Svezia odierna viene considerato come qualcosa di vergognoso e di criminale. I medici hanno paura. Perchè dobbiamo ucciderci soffrendo? La morte invece dovrebbe avere una bella fine" ha detto al quotidiano Expressen, che ha seguito il caso ricevendo montagne di commenti dai lettori. Alcuni sondaggi compiuti alla fine del 2005 rivelano che otto svedesi su dieci sarebbero favorevoli all'eutanasia. Ma i politici sono molto più divisi. Commentando il caso Bergman il ministro Maria Larsson ha detto di sentirsi profondamente toccata, ma contraria ad accettare un modo legale di assistere il suicidio. "Anzichè utilizzare questo metodo vorrei puntare a migliorare i sistemi per lenire i dolori e garantire una maggiore cura".
Origine: Repubblica
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