Un saluto da Paolo Tranchina
INSEGNARE A VIVERE VIVENDO,
TRASFORMARE LA FOLLIA IN GENERATRICE DI NORMA
Carmelo Pellicano (1)
E' proprio vera la frase di John Lennon: "La vita è quello che ti succede mentre sei impegnato a fare altri progetti". E' per questo purtroppo, come voi sapete già, che a causa del mio stato di salute, oggi non posso essere presente come avrei fortemente voluto.
Affido a mio figlio queste mie riflessioni. E' anche lui medico, non è psichiatra, ma è cresciuto a Volterra, direi "dentro" l'Ospedale S.Girolamo, conversando con i pazienti ed ascoltando musica in casa nostra assieme a loro. Ha vissuto insomma in prima linea, con gli altri fratelli la mia grande esperienza volterrana.
Parlare del superamento del manicomio di Volterra perché questo sia compreso e lasci un messaggio per il futuro significa illustrare quali erano le motivazioni culturali, scientifiche e politiche che lo motivavano. Va detto anzitutto, che è stato un lavoro di gruppo che ha coinvolto tanti colleghi, amministratori e l'opinione pubblica della città.
Un'istituzione come il frenocomio di S.Girolamo che rappresentava l'unica "fabbrica" di Volterra, non poteva non incidere sul tessuto sociale ed economico della città; il superamento del manicomio, quindi, non si sarebbe realizzato, senza la partecipazione degli operatori (infermieri soprattutto), degli amministratori e di tutta la cittadinanza, per cui il cambiamento era doppiamente difficile.
Ricordo per tutti il Sindaco di allora Sen.Giustarini, che con lungimiranza politica ha capito l'importanza culturale del cambiamento alla luce di quanto avveniva in Italia, sostenendo l'esperienza che comportava una rilettura politica ed economica della città.
Come detto prima l'impegno anti-istituzionale non si sarebbe realizzato senza un forte lavoro di gruppo, con l'assunzione di singole responsabilità da parte di tutti gli operatori; lascio quindi a loro illustrare i loro interventi:l'apertura dei reparti, l'esperienza del Verga, del Ramazzini, la zonizzazione, i graffiti, la "Corrispondenza negata", il rapporto conflittuale con la Clinica Psichiatrica dell'Università di Pisa, l'esperienza del Centro di Igiene Mentale di Pisa, Cascina, Pontedera, e qui mi piace ricordare la collaborazione artistica del Centro teatrale con l'assidua partecipazione dell'"Odin Theatre" di Eugenio Barba.
Desidero soffermarmi sulle spinte teorico-culturali e politico-sociali, che hanno caratterizzato l'esperienza dell'Ospedale S.Girolamo. L'aspetto culturale sottendeva una progettualità dell'agire dell'uomo sull'uomo;una riflessione sui grandi cambiamenti a cui è andata incontro negli ultimi 30 anni la psichiatria sul piano culturale e scientifico, e più ancora su quello metodologico ed operativo, appare indispensabile quando ci si proponga di affrontare le problematiche attuali del nostro vivere sociale.
Le lotte anti-istituzionali dal '68 in poi, hanno creato una grande varietà di approcci teorici di tendenza culturale, di linguaggi, di organizzazioni di comportamenti istituzionali e professionali con uno stacco veramente notevole rispetto alla rocciosa uniformità paradigmatica ed ai pesanti condizionamenti culturali che ne costituivano la matrice, appena qualche decennio fa, ma che purtroppo rischiano di ricomparire sotto forme diverse.
Riprendendo il concetto di Kun (1962) stiamo attraversando una fase storica di transizione, anche perché la psichiatria è terreno di confine e di scambio con cultura e filoni scientifici diversi ( la psicologia, l'antropologia, la sociologia, le neuroscienze giusto per citarne alcune), tanto è vero che in essa prevalgono più che le caratteristiche di una disciplina scientifica, quelle, come sosteneva Klerman nel 1990, di una professione con grande responsabilità sociale.
Oggi, come già scriveva Sterling nel 1985, l'evoluzione di una umanità segnata dalla manipolazione tecnologica, il concetto stesso di umanità si sta perdendo del tutto. Questo ci impone come operatori e come persone la necessità di una mutazione antropologica che metta al centro della riflessione il rapporto con l'altro, superando la definizione identitaria con la concezione cartesiana dell'Io.
Rischiamo altrimenti di ricadere nella vecchia concezione Krepliniana con le conseguenze dell'uso distorto che di quell'impostazione si era fatta, piegandola ad una semplice e deteriore visione "biologistica" della patologia.
Ernesto Balducci nella "Terra del tramonto" ci invitava a riflettere non solo sull'oggetto della psichiatria, ma soprattutto su quel soggetto inedito a cui si continua a negare la parola.Con la sua virtù profetica, Balducci, ci spinge a meditare sulla svolta antropologica che stiamo vivendo in quanto cittadini di un villaggio globale e sul fatto che il soggetto della psichiatria può essere capito, così come tutte le alterità, solo se lo introduciamo non nel nostro monologo, ma nel dialogo.
Siamo passati, ma c'è il rischio di tornare indietro, dall'apparato della psichiatria classica, intesa come unità operativa che aveva per oggetto il comportamento abnorme, ad una psichiatria che invece ha come oggetto, non il comportamento abnorme, ma la persona sofferente portatrice di un bisogno.
Siamo passati dallo strumento istituzionale, che era il manicomio, al servizio pubblico, siamo passati da un referente che era il sistema dei valori dominanti ad un referente che è la capacità del soggetto di muoversi nello spazio sociale.
Si tratta di un passaggio, almeno formalmente parlando, di grandissimo valore. Solo che a questo passaggio, incontestabile, non corrisponde un livello di cultura diffusa e non corrispondono nemmeno le disposizioni legislative atte a mediare le finalità della riforma con il corpo sociale.
La consapevolezza che il nostro oggetto di ricerca, di comprensione, è la vita con le sue regole, le sue relazioni, i suoi contesti fonti di gioia di dolore di paure di sogni, di fantasmi di successi e di fallimenti, rimane la discriminante democratica del nostro ruolo.
Allora tutte le conoscenze acquisteranno una caratterizzazione di germinazione osservata del nostro vivere, del nostro non vivere, del vivere degli altri, del loro non vivere rendendo possibile confronti, insegnamenti e cambiamenti. Dobbiamo sviluppare le capacità di trasformare il Dipartimento di Salute Mentale in un osservatorio di vita dove la nostra funzione si concretizza nell'insegnare a vivere vivendo.
E' in tal modo che l'utopia del nostro essere tecnici senza tecnica, del nostro uscire dai problemi restandoci dentro, farà del nostro mestiere l'unico strumento capace di trasformare la follia in generatrice di norma.
Ricordare le atrocità e le ingiustizie dei manicomi è sempre cosa utile, ma ora che la legge 180 è realtà che tutto il mondo ci invidia, va anche ricordato che quella legge costò enormi lotte e rischi per tutti gli operatori che volevano realizzarla a cominciare da Franco Basaglia.Ora con l'esperienza del passato dobbiamo guardare al futuro e vigilare sulle nuove alienazioni e disagi di questo mondo globalizzato.
Non partiamo dall'anno zero. Non si possono cancellare, per diminuita tensione politica e culturale anni di lotta che hanno dato delle precise indicazioni, anche se hanno bisogno di una nuova piattaforma su cui ripartire, date le mutate condizioni storico culturali ed ambientali.
Noi utopici ancora crediamo che sia possibile avere un luogo dove fare scandalo attraverso la nostra presunzione di lettori della storicità del folle, quando ci misuriamo con la frantumazione l'appiattimento e la negazione dell'esistere deviante. E' questa visione che intendiamo introdurre come contraddizione permanente nella sanità, dove ancora l'uomo frantumato e oggettivato ritrova la sua unità e generalità solo nei fantasmi angosciosi della solitudine.
Questa giornata di riflessione possa essere una spinta per far ripartire i movimenti culturali che al di là della politica e delle istituzioni ufficiale, avevano creato quel clima che tra l'altro aveva aiutato a far nascere la legge 180.
Ringrazio sentitamente gli amministratori di Volterra e tutti gli organizzatori di questa giornata, per aver accolto la mia richiesta di ripubblicare la Corrispondenza negata. Un grazie particolare ed affettuoso a Simone Cristicchi per aver suscitato tanto interesse con la sua bella canzone.
Balducci diceva che il suo servizio era di tenere sempre deste le coscienze: credo che sia un servizio anche di noi operatori e di noi uomini.
1) Carmelo Pellicanò ci ha lasciati il giorno 11 luglio 2007.
Psichiatria Democratica toscana l'ha ricordato così:
"E' deceduto stasera a Firenze Carmelo Pellicanò, uno dei protagonisti della riforma psichiatrica Italiana.
Dopo aver lavorato nel Meridione, Carmelo ha diretto l'ospedale psichiatrico di Volterra nel quale ha portato avanti un difficile, articolato processo di deistituzionalizzazione fino al suo completo superamento. Ha quindi assunto il coordinamento dell'Ospedale Psichiatrico di San Salvi di Firenze, concludendo il non semplice compito del suo definitivo superamento.
Attivo sostenitore di Psichiatria Democratica, Carmelo aveva il pregio della pazienza unito a quello della tenacia nel perseguire i suoi obbiettivi di riforma. Tra i suoi scritti ci piace ricordare "Corrispondenza negata" Epistolario dalla nave dei folli (1889-1974) , nel quale, dopo anni di silenzio, ha fatto finalmente giustizia di tanta comunicazione negata, spacciata per psicopatologia e allegata alle cartelle cliniche anzicchè essere spedita ai legittimi destinatari. Di recente, il testo è stato ripreso e valorizzato, insieme ai graffiti di Nannetti, all'OP di Volterra, da Simone Cristicchi nel suo libro "Un Cantastorie Tra i matti".
In seguito, Carmelo aveva dedicato molte delle sue energie alla fondazione Ernesto Balducci, alla Badia Fiesolana, organizzando una intensa attività culturale e di intescambio interetnico.
Con sofferenza Psichiatria Democratica Toscana ricorda l'amico, il compagno, l'instancabile lottatore per le riforme, impegnandosi a continuare il cammino che per tanti anni abbiamo percorso insieme".
Quello che pubblichiamo è il suo ultimo intervento, preparato per una iniziativa tenutasi a Volterra il 24 Aprile.
FOGLI D'INFORMAZIONE N° 2 : INDICE
Carmelo Pellicanò:
INSEGNARE A VIVERE VIVENDO, TRASFORMARE LA FOLLIA IN GENERATRICE DI NORMA
Remigio Raimondi
IL TESTAMENTO PSICHIATRICO
Carlo Bologna:
IL TRENO PER PECHINO: UNA RIFLESSIONE
Cinzia Migani, Valentina Vivoli
IL LAVORO DI RETE IN PSICHIATRIA FRA BUON SENSO E PRATICHE ORGANIZZATE
Franco Tornesello, Saro Pugliesi, Alfredo Todisco:
VELA FACCIAMO VEDERE NOI
Paolo Tranchina:
GIOVANNI, PAN, LE MUSE: UNA SUPERVISIONE
Lucio Schittar:
UNA VISITA A MAXWELL JONES
Ernesto Buondonno:
PER NON DIMENTICARE. IL MANICOMIO DI FERMO: LUOGHI, IMMAGINI, RICORDI
Cesare Bondioli
IL RICOVERO PSICHIATRICO NEI REPARTI DI MEDICINA
Cristina Barducci
LE RADICI ARCHETIPICHE DELL'EUROPA
K. Karfo, J .G .Orango
IL CONTESTO CULTURALE DELLE ALLUCINAZIONI PRESSO I MOOSE, (BURKINA FASU)
Traduzione dal francese di Livia Gay
LIBRI
Aldo Rovatti
C'ERA UNA VOLTA LA CITTA DEI MATTI. STORIA E FAVOLA DI SAN GIOVANNI
Recensione a: Peppe Dell'acqua: Non ho l'arma che uccide il leone. Prefazione di Franco Basaglia. Disegni di Ugo Guarino. Interventi di Roberto Mezzina, Franco Rotelli, Pieraldo Rovatti, Giuliano Scabia, Stampa Alternativa, 2007
Paolo Tranchina <tranteo@cosmos.it>
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