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domenica 1 marzo 2015

Intervista di Alessia Mocci a Federico Li Calzi, autore del romanzo Nove periodico



Diceva Oscar Wilde nel suo capolavoro, ‘Il Ritratto di Dorian Gray’, che: “nella vita il vero peccato è fermarsi di crescere”. Uno scrittore, nella sua carriera, scrive più libri proprio perché matura insieme alle sue opere e perché cambiano le esigenze, le condizioni, le emozioni, l’occhio sul mondo in generale; e queste variabili dettano l’esigenza di una nuova pubblicazione e di una nuova esperienza.”
Una considerazione difficile da contraddire: lo scrittore deve crescere, continuare a scoprirsi, ingannare il tempo con nuovi studi perché il mondo e la società continuano la loro corsa in modo naturale, e così naturalmente anche lo scrittore deve aver esigenza di novità.
Federico Li Calzi, conosciuto come il Poeta di Canicattì, ha pubblicato il suo terzo libro, non una silloge poetica come ci si aspettava, bensì un romanzo ambientato nella sua Sicilia.
“Nove Periodico”, edito per Tra@art, è la storia di Mauro, un uomo che dopo anni di lontananza sente la necessità di tornare in patria. Un’esigenza che ricorda la poetica del fanciullino e l’amore verso il luogo natio tanto caro ai maggiori poeti italiani.
L’autore Federico Li Calzi è stato molto disponibile nel rispondere ad alcune domande sulla sua novità editoriale. Buona lettura!

A.M.: Ciao Federico, è un piacere incontrarci per una nuova intervista e per parlare un po’ della tua nuova pubblicazione. Se non ricordo male, ci siamo conosciuti con la tua prima silloge “Poetica Coazione”. A distanza di anni cambieresti qualcosa di quelle intense poesie che hanno segnato una possibile via letteraria?
Federico Li Calzi: Ciao Alessia, il piacere è mio e sono gratificato che la mia attività letteraria, dopo anni, continui a suscitare interesse. Un’opera, per chi l’ha compiuta, rappresenta lo spaccato di quel tempo e racchiude l’anima, tutta l’esperienza e ciò che in quel momento è lo stile dell’artista. Con gli anni la materia verbale dell’autore, inevitabilmente, cambia, perché in tutto c’è, e deve esserci, una evoluzione e trasformazione (ma non stravolgimento) che distrugge lo stile di scrittura precedente e ne riforma un altro, sulle basi e le tecniche del passato: nuovo, rigenerato, ma cosciente e padrone del vecchio stile, la così detta “mano fatta”. Un’artista ha l’obbligo spirituale di continuare la sua corsa evolutiva per crescere nel tempo. Diceva Oscar Wilde nel suo capolavoro, ‘Il Ritratto di Dorian Gray’, che: “nella vita il vero peccato è fermarsi di crescere”. Uno scrittore, nella sua carriera, scrive più libri proprio perché matura insieme alle sue opere e perché cambiano le esigenze, le condizioni, le emozioni, l’occhio sul mondo in generale; e queste variabili dettano l’esigenza di una nuova pubblicazione e di una nuova esperienza. In definitiva, per rispondere alla tua domanda, “Poetica Coazione” rappresenta la stratigrafia del mio passato, come artista/scrittore, che scandaglia le emozioni e le idee di quel momento e che ho voluto congelare e consegnare, con una pubblicazione, all’umanità. Quindi non soltanto non cambierei nulla di quel volume ma, per come in intendo l’arte, non sarebbe nemmeno giusto.

A.M.: “Dittologie congelate”, la tua seconda silloge, continua il discorso di “Poetica Coazione”, ma presenta una struttura del verso più articolata. Un’evoluzione della prima raccolta?
Federico Li Calzi: Come ho già detto, ogni libro racchiude una nuova esperienza che si risolve in un nuovo stile di scrittura ed in una nuova evoluzione dello stile.

A.M.: Ed ora la tua nuova pubblicazione non è una silloge poetica bensì un romanzo “Nove periodico”. Quando e come è nata l’idea di scrivere in prosa?
Federico Li Calzi: Ogni autore, che non sia un poveretto, prima di scrivere un romanzo si pone dei quesiti, sullo stile da usare, sul ritmo, sul genere (se scrivere, quindi, un romanzo storico, di denuncia sociale, poliziesco, malavitoso, d’amore, d’amicizia), anche sulla nuova realtà che questa storia deve portare alla luce e sulle regole che lo scrittore possiede e che s’impone di rispettare nello svolgimento testuale, così da crearsi mentalmente, ed a livello concettuale, uno schema: un progetto, per avere chiaro il quadro come iniziare la costruzione della scrittura e dove porre la parola fine. Personalmente, all’inizio, sapevo soltanto che avevo dei blocchi di realtà e vita vissuta, per me preziosi, da raccontare, da esporre, ma non capivo bene come incastonarli e connetterli fra loro, nella vicenda da narrare, per farli funzionare. Alla fine ho fatto chiarezza, ho preso coscienza del mio passato e sono riuscito a possedere la mia storia. Ho capito che la realtà nuova da raccontare, e che sicuramente nessuno poteva conoscere meglio di me, era la mia vita; partendo proprio dai primissimi ricordi della mia infanzia; quindi i cambiamenti e le metamorfosi socio/economiche e culturali che si avvicendavano e avvenivano in Sicilia nei primi anni Ottanta, con il benessere e le tecnologie (che ho vissuto in prima persona) e come queste mutazioni venivano recepite da quella società e mentalità contadina e, perché no, raccontare, anche attraverso la fantasia, elemento fondamentale della creatività, le aspirazioni dell’autore. L’idea è stata quella, allora, di creare un personaggio che nel romanzo renda possibile quello che nella realtà non è stato e che sono rimasti solamente dei sogni, cioè diventare un musicista di successo. Questo personaggio è di fatto lo sdoppiamento dell’autore: Mauro per metà e, per l’altra metà, l’amico Ntonio (queste due figure sono le due facce della stessa medaglia), ma in parte, e non in maniera marginale, anche del ragazzino Luca, figlio di Ntonio. I due personaggi si completano a vicenda, Ntonio è colui che da ragazzo insegna molte cose a Mauro. Mauro è colui che va alla ricerca profonda della verità e delle cose, che ha imparato dall’amico, senza mai fermarsi (neanche quando fa male), lezione, questa, che gli darà, come si vedrà alla fine del romanzo, quando Ntonio non trova più il coraggio di agire e di affrontare i problemi e Mauro, invece, è determinato ad andare fino in fondo, alla ricerca della verità. In definitiva, Mauro metterà in atto tutto ciò che l’amico Ntonio gli ha insegnato. Così ho fatto partire il romanzo dal momento in cui Mauro ritorna al suo paese Canicattì. Ciò nello svolgimento della narrazione, oltre ad essere un momento suggestivo, mi ha dato dei vantaggi, come avere la possibilità di muovermi a livello temporale sul piano del presente ma anche sul piano del passato. Credo inoltre che nell’excurrere testuale è facile notare come il “romanzo sia costruito su diversi livelli che interessano sia la forma che il contenuto” (L. Carrubba), o meglio contemporaneamente vengono raccontate più storie che si stratificano in una minuzia di particolari ma che vanno a confluire tutti sul personaggio Mauro. Luca, peraltro come esempio già citato, è un altro momento iniziale della narrazione, o meglio la storia di questo bambino, che si svolge nella campagna che, non a caso, coincide perfettamente con la storia di Mauro, va a colmare proprio quella parte di vissuto mancante del protagonista  attraverso le sensazioni, le idee, le speranze, le aspirazioni di questo bambino.

A.M.: Nuccio Mula ed Enrico Testa sono due nomi confermati in “Nove periodico”. Come nasce questa profonda collaborazione ed amicizia letteraria che vi lega?
Federico Li Calzi: La collaborazione nasce nel 2009 quando Nuccio Mula, dopo aver letto le prime poesie sparse, che sarebbero poi divenute il corpo di “Poetica Coazione”, mi diede la spinta finale verso la pubblicazione. Devo molto al Prof. Mula, è stato lui a darmi fiducia e determinazione. Il libro che nacque da questo connubio (Poetica Coazione) fu accolto e recensito da Enrico Testa che si pronunciò positivamente sull’opera, da qui iniziò un rapporto di stima che ci lega ancora oggi. Voglio ricordare, inoltre, che sia Nuccio Mula che Enrico Testa sono stati presenti, a settembre del 2014, per la prima presentazione ufficiale a Canicattì di Nove Periodico, ciò a testimonianza del supporto culturale e affettivo che mi riservano.

A.M.: La copertina firmata da Gianfranco Gallo rappresenta un bambino che cerca di scavalcare una rete su un campo dai colori estivi. Un invito ad oltrepassare i limiti?
Federico Li Calzi: Questa è forse la domanda che meglio riassume il senso di Nove Periodico. La copertina è la summa e racchiude l’archetipo profondo e generale di questo libro: rappresenta, contemporaneamente, il bambino Luca, che è una delle chiavi di lettura, e il protagonista Mauro che, come Luca, ha vissuto l’infanzia in quella stessa terrà e in quella campagna, con la speranza di andare via, di fuggire per trovare il successo. Ma, inevitabilmente, spinto da più motivazioni, ritornerà per ritrovare il suo mondo, le sue cose i suoi affetti, ormai perduti, e capire che in fondo in questo mondo non bisogna poi girare tanto per essere felici e a volte basta accontentarsi e prendere la vita così come viene. L’immagine del bambino che vuole scavalcare rappresenta, allora, la voglia di scoprire ma anche quello di andare via, simboleggiato, proprio, da quella traversa di ferrovia che si vede nella copertina che fa da recinto. Questo bambino che è attento alle piccole cose della natura, che conosce le coltivazioni, gli innesti, le piante.

A.M.: Un uomo, Mauro, che decide di tornare in Sicilia, i ricordi dell’adolescenza si sovrappongo alla nuova realtà, agli anni che sono trascorsi. Com’è nato Mario nella tua mente? Qual è la percentuale di realtà presente nel romanzo?
Federico Li Calzi: Mauro e Ntonio come ho già detto, sono in realtà la stessa persona. A Mauro ho fatto realizzare, nella fantasia del romanzo, quelli che erano i miei sogni. C’è da chiedersi, allora, se egli che è andato via, ed ha ottenuto il successo, di fatto e rispetto all’amico, si sente realizzato, se è felice e se la felicità nella vita esiste e se ha trovato la sua serenità. I due personaggi confluiscono sulla stessa figura. Non è un caso che Mauro non viene mai descritto fisicamente, egli è quasi un’anima: la controparte che c’è in ognuno di noi, non ha corpo materialmente. È  una voce narrante, a differenza di Ntonio che viene costantemente descritto nella sua fisicità. Sono entrambi il retto e il verso della stessa medaglia. Mauro è una persona scevra da condizionamenti. Ma, come si vedrà nello svolgimento del romanzo, pagherà a caro prezzo questa sua libertà, restando in una dimensione sociale, umana, culturale e geografica ai margini e che non lo colloca in nessun livello.


A.M.: Scrivere un romanzo ambientandolo nella propria città, Canicattì. Il luogo natio diventa così principale nella tua produzione letteraria, quasi come un ricordo di poetica ottocentesca. Quanto è grande il tuo amore per la Sicilia?
Federico Li Calzi: È stato quasi scontato, per come io intento l’arte, ambientare la mia opera in Sicilia; non credo si possa scindere l’anima dell’artista dalla sua terra, dal posto dov’è nato e cresciuto e si è formato. Egli è parte integrante di quel contesto, di quel territorio, della terra, di quei luoghi, di quella società, di tutto ciò che si porterà dietro nella vita e di tutto quanto ha vissuto e imparato nella sua adolescenza. Si porterà dentro sempre quel mondo e quel modo di vedere le cose.  Quindi, scrivere un’opera e parlare della propria terra significa, anche, possedere la propria esperienza, fare i conti con il proprio passato, la propria vita, i propri limiti, le proprie ambizioni, cosa non sempre facile nel mondo d’oggi inquinato dai più prepotenti e arroganti mezzi di comunicazione e social network che annientano ogni possibilità di solitudine e quindi di riflessione.

A.M.: Com’è il tuo rapporto con la poesia oggi, dopo l’esperienza della prosa?
Federico Li Calzi: Credo di essere arrivato al Romanzo (e lo dico senza vezzo d’ambizione) quando ero già sicuro di una mia forma, di un mio stile. Certamente l’esercizio narrativo porterà nuova linfa anche alla poesia. Quindi come diceva Pavese “dopo un certo silenzio, ci si propone di scrivere non una poesia ma delle poesie”.

A.M.: Salutaci con una citazione…
Federico Li Calzi: In arte non si deve partire dalla complicazione. Alla complicazione bisogna arrivarci. Non partire dalla favola simbolica di Ulisse, per stupire; ma partire dall’umile uomo comune e a poco a poco dargli il senso di un Ulisse.” (dal Mestiere di Vivere di Cesare Pavese)
Un caro saluto a tutti i lettori.

A.M.: Un saluto a te caro Federico ed un augurio per questa nuova pubblicazione, che possa portarti le gioie della poesia.

Written by Alessia Mocci
Addetta Stampa (alessia.mocci@hotmail.it)

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