Solo che la vicenda di Annamaria diventò caso di prima pagina e alla fine intervenne il Viminale. E quella di Fiorella si trasformò in una delle più importanti produzioni Rai, “Processo per stupro”, documentario mandato in onda per la prima volta nell'aprile 1979 su Rai Due, seguito da tre milioni di telespettatori, ritrasmesso in prima serata nell'ottobre successivo e visto da altri nove milioni, finito nei festival più prestigiosi del mondo e persino al Moma di New York dove tuttora se ne conserva una copia. Nessuno, a quell'epoca, poteva immaginare che trentacinque anni dopo, parlando di nove adulti che obbligano a rapporti sessuali una tredicenne, le figure di riferimento di un Comune italiano, le istituzioni insomma, avrebbero potuto dire «sono tutti vittime», o tirare in ballo la prostituzione, o difendere quelli che giustificano i violentatori con l'eterno “la ragazza se l'è cercata”. Per questo oggi parliamo di Chiara, anche se per tutti è una piccola storia secondaria. Perché a noi sembra invece grandissima, colossale, orribilmente preoccupante per le nostre figlie e le nostre nipoti. In apparenza è solo una piccola storia ignobile, come dice la canzone, ma la vogliamo raccontare in prima pagina in difesa di Chiara, nome di fantasia della ragazza residente a Melito Porto di Salvo stuprata per due anni (dai 13 ai 15) da nove compaesani ventenni, in una serie di ripetute violenze di cui solo ieri – grazie a una fiaccolata e a un articolo su La Stampadell'inviato Niccolò Zancan – si sono conosciuti bene i dettagli. Perché nel branco non c'era solo il figlio del boss locale ma anche il figlio di un maresciallo dell'esercito e il fratello minore di un poliziotto, e insomma: ora che sappiamo con chi aveva a che fare Chiara è più facile immaginare perché abbia taciuto tanto tempo, non solo era piccola ma davanti a lei c'erano figure che a un adolescente appaiono enormemente forti, protette, invincibili, avvolte dalla contrapposta suggestione del potere illegale e di quello legale.
Si scriverà di Chiara soprattutto perché di lei, finora, hanno parlato solo uomini, con parole da uomini. Alla manifestazione indetta in suo favore che si è svolta a Melito c‘era il sindaco Giuseppe Meduri: secondo i resoconti se l'è presa con un servizio del Tgr Calabria sui melitesi che dicono “Quella se l'è andata a cercare”, in quanto offensivo della reputazione del Comune (sciolto tre volte per mafia). C'era il parroco Benvenuto Malara che ha detto«purtroppo non è caso isolato, c'è molta prostituzione in paese». C'era l'altro parroco Domenico De Biase che ha compatito tutti i protagonisti della storia perché «sono tutti vittime, anche i ragazzi». E nessuno si è accorto che dietro queste parole da uomini, a questa solidarietà condizionata da uomini, a questa incapacità tutta degli uomini di distinguere con nettezza la vittima dai colpevoli, c'era una nuova e insopportabile offesa. Ma come «prostituzione in paese», che cosa c'entra con Chiara? Ma come «tutti vittime», che cosa state dicendo? Ma come «offesi» dai giornalisti che mostrano in tv la solidarietà di molti verso gli stupratori di una tredicenne? «Offesi» si dovrebbe essere semmai con chi accusa la ragazzina invece dei suoi persecutori.
Marco Nicoletti - Diritti Riservati
Info - marconicolettinews@gmail.com
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