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venerdì 15 febbraio 2019

Ad Interno 4 la seconda presentazione di "La nuova favola di Amore e Psiche"

Un nuovo appuntamento con la scrittura di Liliana Manetti, poetessa, scrittrice e redattrice dei giornali on-line Periodico Italiano Magazine e Laici.it. Il 16 febbraio ore 16.30 nella location di via della Lungara 44 (interno 4) a Roma, si terrà la seconda presentazione del romanzo “La nuova favola di Amore e Psiche” (Edizioni L’Erudita 2018).

giovedì 14 febbraio 2019

BYD sceglie le tecnologie di processamento audio e bus audio digitale di Analog Devices

BYD sceglie le tecnologie di processamento audio e bus audio digitale di Analog Devices 



Analog Devices annuncia che BYD, produttore cinese nel settore automotive, ha scelto l'A2B® - Automotive Audio Bus - e il processore audio digitale (DSP) SHARC® di ADI per realizzare piattaforme più efficienti ed ecologiche, rendendo più coinvolgente l'esperienza di intrattenimento audio per chi guida. 

Il bus audio e le tecnologie DSP di ADI miglioreranno ulteriormente i sistemi di BYD per l'infotainment a bordo, offrendo una migliore esperienza di guida, riducendo complessità e costi del progetto migliorandone il livello di efficienza carburante/batteria, coerentemente con la filosofia "innovazioni tecnologiche per una vita migliore" di BYD.

"BYD è un produttore automotive stimatissimo e innovativo", ha affermato Mark Gill, vicepresidente del settore Automotive di Analog Devices. "L'uso delle tecnologie A2B e del processore SHARC di ADI, scelte da BYD, consentiranno a questo leader del settore di offrire ai propri clienti un livello più elevato di efficienza energetica e una qualità del suono superiore."

Di questi tempi, la riduzione di peso, costo e complessità di progetto dei veicoli rappresenta una delle sfide principali che i produttori automotive devono affrontare. BYD ha adottato la tecnologia A2B di ADI per la possibilità di distribuire audio e dati di controllo, assieme a clock e alimentazione, su un unico cavo non schermato (doppino intrecciato) – riducendo il peso del cablaggio fino al 75%, diminuendo i consumi di carburante e abbassando i costi complessivi del sistema. BYD ha anche scelto il processore SHARC di Analog Devices per ottenere sistemi audio dai costi contenuti e una migliore qualità del suono.

mercoledì 13 febbraio 2019

Condivisione, dono e sostenibilità: a Roma la presentazione di Sowed, la Onlus del social wedding

Condivisione, dono e sostenibilità: con Sowed arriva il social wedding

Il 21 febbraio a Roma, l'evento di presentazione della Onlus guidata da Veronica Bello, tra amore, moda e solidarietà

  

Condivisione, dono e sostenibilità. Questi gli ingredienti alla base di Sowed, la Onlus che propone con i social wedding, un nuovo modo di vivere la gioia del "giorno più bello" in modo originale e innovativo, condividendola con più persone e andando oltre la coppia.

 

Nata da un'iniziativa di Veronica Bello, la Onlus sarà presentata ufficialmente per la prima volta giovedì 21 febbraio 2019, alle 17:00, con un divertente evento all'insegna di amore, moda e solidarietà, ospitato presso il salone di bellezza Franco & Cristiano Russo, in via Frattina 99, a Roma, al quale parteciperanno anche la cake designer Chiara Antonelli e l'atelier Sorelle Franceschi Spose. L'evento è organizzato da Barbara Molinario.

 

Un pomeriggio di festa e allegria, nel corso del quale verrà realizzata una performance di abiti da sposa, un assaggio di deliziosi dolci di alta pasticceria, e una presentazione delle nuove tendenze di trucco e acconciatura sposa a cura dell'hair stylist Cristiano Russo. Un appuntamento immancabile per i futuri sposi, per tutti gli appassionati di fashion & beauty e di cake design, ma anche per tutti coloro che vogliano fare del bene, lasciando una donazione all'associazione.

 

Lo scopo di Sowed, infatti, è quello di aiutare gli sposi nella ricerca dell'abito giusto, incentivando l'uso delle donazioni e reinvestendole per fare del bene, sostenendo progetti di beneficienza. Gli abiti e gli accessori regalati dagli sposi, ma anche da atelier, boutiques e celebrities, vengono selezionati ed inseriti nell'archivio della Onlus, consultabile sul sito, che comprenderà capi ed oggetti sia nuovi, sia usati. Una vera e propria vetrina sulle tendenze del momento e su quanto di meglio il mercato abbia proposto negli ultimi cinque anni, dalla quale gli sposi, ma anche gli stilisti e i wedding planner, potranno trarre idee e spunti, ma anche un'occasione per dare una seconda vita ad abiti e accessori, dimostrando che anche la moda può essere sostenibile e rispettosa dell'ambiente. I prodotti che non possono essere utilizzati, perché troppo vecchi o usurati e quindi inadatti ad un matrimonio, vengono riciclati o donati ad altri enti no profit.

 

È possibile donare: abiti da sposa e da sposo; vestiti per le damigelle e i testimoni; accessori (borse da cerimonia, pochette, clutch, baguette, minuterie); gioielli (fedi, solitari, pietre dure, gemelli, tiare, le immancabili perle, collane, bracciali, bijotteria); scarpe (décolleté, open toe, d'orsay, Chanel, kitten shoes, ma anche ballerine, sabot e slipper, per riposare i piedi dopo la lunga cerimonia).



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Ale & Franz portano in TV la nuova campagna del brand PerDormire


 Ale & Franz portano in TV la nuova campagna del brand PerDormire

 

Da oggi on air la nuova campagna Tv di PerDormire, brand del Materassificio Montalese, azienda pistoiese leader nella produzione di sistemi letto e presente su tutto il territorio nazionale con più di 110 punti vendita. Il brand PerDormire nasce nel 2000 e in pochi anni diviene il progetto retail di punta dell'azienda, costituendo il 45% del fatturato della stessa.

 

La campagna prevede 3 diversi spot e sarà pianificata sulle reti Mediaset a partire dall'11 febbraio. Gli spot, realizzati in collaborazione con Cayenne, la nuova agenzia di comunicazione di PerDormire, vanno in continuità con quelli del 2018 per la scelta dei testimonial Ale e Franz e per il tono ironico, ma rappresentano il primo step di un piano a lungo termine che mira a posizionare il brand. 

 

La missione è infatti quella di ridefinire la proposition passando da "letto" a "sistema letto". Un'offerta che si estende ad un mondo più ampio fatto di design, di tecnologia e di molteplici accessori e che rientra in un trend crescente che vede il letto non più come luogo esclusivamente dedicato al sonno.

 

"Grazie alla diffusione di supporti e contenuti digitali, il letto è oggi un microambiente sociale allargato dove rilassarsi, ma anche discutere, studiare o coltivare le proprie passioni." commenta Davide Della Pedrina, Head of Planning di Cayenne.

 

"Siamo molto soddisfatti del risultato ottenuto: con la simpatia e la garbata ironia di Ale e Franz siamo riusciti a far passare i messaggi chiave del nostro brand che porta in sé i valori del comfort, della personalizzazione e dell'accessibilità uniti ad un'estetica distintiva" commenta Paolo Luchi Sale&Marketing Manager dell'azienda "Ecco quindi il cambio di rotta: da "cultura del benessere" a "design for wellness".

 

Il nuovo paradigma mantiene inalterata la ricerca e l'innovazione nel segmento di prodotto legato al benessere ma aggiunge la personalità dell'estetica e della personalizzazione in base alle specifiche esigenze di ogni cliente.



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Darcy Ribeiro e il romanzo utopico: la prefazione di Giancorrado Barozzi del romanzo Utopia selvaggia


Terzo dei quattro romanzi pubblicati in vita da Darcy Ribeiro, poliedrico autore (per un 30% antropologo evoluzionista, per un altro 30% politico riformatore, per un 20% intellettuale cosmopolita e per il restante 20% boccaccesco affabulatore), Utopia selvagem, che si presenta qui in una nuova traduzione, fonde assieme, come in una tropicale sarabanda di Carnevale, elementi tra loro eterogenei, in apparenza inconciliabili.

La fabula del romanzo consiste in un’incredibile, quanto involontaria, incursione picaresca nel mondo selvaggio della quale sostiene di essere stato protagonista un patriottico disertore che, nei suoi esilaranti incontri-scontri col potere di ogni sorta (politico, militare, religioso e sessuale), ricorda molto da vicino il buon soldato Švejk di Hašek.

L’intreccio segue, passo per passo, senza ricorrere ad alcun artificio estetico, gli assurdi eventi capitati al protagonista. Eppure, al di là della sua assoluta semplicità compositiva, questo romanzo risulta gravido di riferimenti culturali di notevole interesse e spessore. Innanzi tutto, esso appartiene a quella provocatoria tradizione del nuovo che in Brasile, già a partire dagli anni Venti del Novecento, col Manifesto antropofago di Oswald de Andrade, si autoproclamò «cultura cannibale» e che nel romanzo mitologico Macunaima di Mario de Andrade (1928) trovò una precoce, dirompente affermazione.

Nei tempi moderni l’uomo bianco (portatore di una civiltà urbana e occidentale) doveva finire divorato dalla cultura amazzonica, la quale solo grazie a questo simbolico festino cannibalesco avrebbe potuto rigenerarsi acquisendo per ingestione i germi fecondi delle avanguardie europee senza tuttavia rinunciare alla genuina eredità del mondo aborigeno.

Queste furono le paradossali teorie professate dai due de Andrade e da quel gruppo di artisti brasiliani che allora diedero vita alla Revista de Antropofagia. Mezzo secolo dopo nel medesimo, «cannibalesco» confronto tra tradizione e innovazione venne a trovarsi irretito anche il protagonista di questo romanzo scritto da Ribeiro.

Anch’egli, come Macunaima, è un eroe privo di carattere, ma a differenza del suo mitico antecedente, appartiene alla specie umana e non discende dall’Olimpo delle divinità amazzoniche. Macunaima, il personaggio creato da Mario de Andrade, era un tipico trickster, ossia un dio minore dal carattere beffardo, violento e amorale, mentre l’eroe dal triplice nome (tenente G. Carvalhal/Pitum/Orelhão) ideato da Ribeiro appartiene piuttosto alla schiera degli schlemihl: gli sciocchi e sfortunati protagonisti di tante opere letterarie, dal Woyzeck di Büchner (1837) allo Švejk di Hašek (1923). Tutti «bravi soldati», un po’ tardi di comprendonio, che inconsapevolmente vanno a cacciarsi nelle situazioni più estreme e ingarbugliate.

Senza dubbio Ribeiro, nel concepire Utopia selvagem, si rifece in modo consapevole a una tradizione preesistente e da tempo collaudata: quella composta dai racconti orali sugli sciocchi e da quelle opere letterarie che, per illustrare l’assurdità della realtà di ogni giorno, adottano il punto di vista straniante d’un soggetto ritenuto pazzo o idiota dai comprimari della fiction.

Rispetto ai suoi illustri antecedenti, il protagonista di questo romanzo possiede tuttavia un notevole vantaggio: in ogni circostanza non cessa mai di stare in ascolto degli «altri» (da qui il suo soprannome di Orelão: Orecchione) e di porre domande, sia a se stesso che a chiunque incontri sul suo cammino. A salvarlo dall’annientamento sono appunto la sua insaziabile curiosità e la sua logorroica loquacità, che solo alla fine del romanzo, di fronte all’enormità della situazione vissuta, vengono ad acquietarsi.

Poco importa che, il più delle volte, le sue domande sembrino mal poste o finiscano con l’irritare gli interlocutori. Quel che più conta è la capacità, da lui dimostrata, di non prendere mai per scontati i bizzarri mondi in cui è capitato, il suo istintivo interrogarsi su quel che un domani sarà di lui e sui destini futuri delle comunità che, suo malgrado, lo stanno ospitando. Un po’Amleto e un po’ Socrate, Pitum/Orelhão, grazie a questa sua predisposizione al saper porre (e porsi) domande, si dimostra in fin dei conti assai meno sprovveduto di quanti intorno a lui vivono in modo animalesco, seguendo ciecamente antiche tradizioni (le icamiabas/amazzoni), o di chi appare dominato da una qualsiasi ideologia, sia essa del progresso (le suore missionarie) o dell’atavismo (lo sciamano Cunhãmbebe).

E qui entra in gioco un altro fondamentale ingrediente del romanzo di Ribeiro: la sua straniante ispirazione antropologica. Accanto a un ludico, ma pienamente consapevole, radicamento nel terreno dell’intertestualità letteraria, Utopia selvagem rivisita infatti uno ad uno, con smagata ironia, anche i canoni classici della scrittura degli antropologi. In questo senso l’autore dimostra d’avere fatto tesoro delle sue giovanili esperienze di ricerca sul campo presso varie tribù amazzoniche (Kaidivéu, Kaiowàs, Terenas e Ofaié-Xavantes), da lui stesso compiute, per conto del SPILTN (Serviço de Proteção aos Índios e Localização de Trabalhadores Nacionais, organo governativo sostituito nel 1967 dal FUNAI: Fundação Nacional do Índio), una quarantina d’anni prima della stesura del romanzo, in compagnia della giovane moglie Berta Gleizer (1924 -1997). Di quell’esperienza, divenuta fondante per la sua formazione, Ribeiro ha lasciato testimonianza nei propri Diàrios Índios, che si aprono, in segno d’affettuoso omaggio, col nome della moglie, anch’ella etnologa e antropologa, dalla quale in seguito, nel 1974, egli si separerà.
La dimensione antropologica del romanzo appare evidente non solo per via della generica ambientazione del libro nel «mondo selvaggio» della foresta pluviale, ma prende corpo soprattutto nelle numerose focalizzazioni su usi, costumi e manufatti del mondo indigeno che l’autore inserisce, sempre in modo pertinente, nel tessuto narrativo rendendole parti integranti dell’incredibile vicenda vissuta da Pitum/Orelão.

Da defunzionalizzati reperti custoditi in un museo etnografico o da pedanti informazioni scientifiche racchiuse in un trattato d’antropologia, i dettagli «etnici» sparsi a piene mani da Ribeiro in questo suo romanzo riacquistano così il loro più autentico valore di cose e istituzioni intimamente connesse con la vivente realtà del mondo amazzonico. Una realtà che l’autore rappresenta senza alcun atteggiamento nostalgico, ma anzi con quel pizzico d’ironia e di comicità che s’addice a chi delle sorti di quel mondo è sinceramente partecipe, pur essendo costretto, per provenienza sociale e formazione culturale, a osservarlo da estraneo.

I Tropici di Ribeiro non sono «tristi» come quelli di Lévi-Strauss. Con l’antropologo francese l’autore brasiliano mostra di avere tuttavia più di un punto in comune: anch’egli sa interpretare infatti con scrupolo scientifico il contesto amazzonico riuscendo, attraverso il suo particolare stile giocoso e leggero ma non per questo meno sapiente, a rappresentarlo in forma artistica.

Non a caso il protagonista del suo romanzo, ambientato nella foresta pluviale, proviene anch’egli dall’esterno di quell’ambiente naturale e delle culture amazzoniche, e, forzatamente immesso in quel contesto e in quelle culture, cerca di adattarvisi per sopravvivere, apprendendo, giorno dopo giorno, cose e usanze per lui sempre nuove.

Dalla mancata presa di coscienza della separazione del mondo «civile» da quello «selvaggio» scaturiscono qui le gags meglio riuscite. I personaggi che si prefiggono d’integrare tra loro queste inconciliabili realtà, le figure ansiose di portare tra i «selvaggi» un lume di «civiltà» rivelano ben presto il lato comico, o meglio tragicomico, del loro carattere. Le due suore (appartenenti, per giunta, a due distinte religioni) che, malgrado le loro pie intenzioni, provocano con le innovazioni da esse introdotte (tra le quali l’alfabetizzazione degli adulti) il più caotico scompiglio tra i nativi, agiscono nel romanzo come una buffa coppia di clowns.

Simpatiche e pasticcione, le due missionarie si muovono tra le genti della foresta amazzonica con lo stesso garbo di un paio d’elefanti che hanno fatto irruzione in una cristalleria. Esse trovano nel malcapitato Orelhão il loro interlocutore prediletto, lo subissano di prediche che lo mandano in confusione e gli impongono, ovviamente per il bene della sua anima, rigidi divieti. Primo fra tutti quello di non accasarsi con Rixca, la giovane e bella indigena che Calibã, il capo tribù, gli aveva offerto in moglie.

Se nei suoi approcci con le amazzoni Pitum non poteva esercitare altro mezzo di conoscenza che quello carnale, con le due suore missionarie le frequentazioni di Orelhão si sviluppano invece sotto il segno della repressione sessuale. Il che dimostra, sembra ammiccare Ribeiro mandando una strizzata d’occhi al lettore, che, in ogni società, nei rapporti col gentil sesso al maschio non sono consentite che due soluzioni: l’eccesso erotico o la forzata astinenza, essendo di fatto impossibile - per le costrizioni imposte dall’ambiente - vivere una sessualità «normale».

Al fine di convincere Orelão a non sposare l’adolescente indigena, la suorina più giovane non si limita tuttavia a fare appello, con finalità repressive, ai principi della morale cristiana, ma gli sciorina in sovrappiù una colloquiale descrizione, scientificamente fondata, dell’organizzazione sociale dualistica della tribù amazzonica, scissa al proprio interno in due fratrie complementari.

Udita l’illuminante lezioncina della missionaria, il malcapitato si dichiara finalmente convinto a non prendere in moglie la fanciulla predestinatagli dal capotribù, temendo di trovarsi invischiato nell’inestricabile rete di relazioni e divieti che regolano la vita sociale e affettiva dei nativi. Il passo citato costituisce una delle migliori dimostrazioni dell’insinuante capacità di Ribeiro d’infarcire il proprio romanzo politico d’approfondimenti antropologici perfettamente funzionali ai meccanismi del racconto. 

Dopo la narrazione dell’involontario peregrinare del protagonista da una tribù amazzonica all’altra, nella terza e ultima parte del romanzo verrà a compiersi un epilogo orgiastico e visionario, alieno ai parametri della logica euclidea e in netto contrasto con la burocratica perfezione di quell’oppressiva, tentacolare distopia cibernetica (la cosiddetta Utopia Borghese Multinazionale) che Ribeiro, in un capitolo che parrebbe interpolato quasi a viva forza nel libro, si è divertito ad anticipare (e, col senno di poi, occorre constatare che egli andò molto vicino al vero in questa sua parossistica previsione). In tale capitolo, a prima vista spurio, ma in realtà assolutamente necessario per la piena comprensione dell’intreccio, l’autore illustra le innumerevoli, subdole articolazioni funzionali al controllo globale della società del «mondo civile», tramite la cablatura digitale di ciascun cittadino con la mente di Prospero: un oppressivo cervello artificiale dal curioso nome shakespeariano.

Giunto il momento di scoprire, poco prima del gran finale, le carte in tavola, l’autore rivela alcune delle proprie simpatie in campo politico e in ambito artistico: egli dichiara, ad esempio, di fare il «tifo» per Fidel (Castro), che negli anni ’80 era ancora saldamente al potere nell’isola di Cuba, e invia un rauco saluto musicale con flauti indigeni alla memoria dell’amico Glauber (Rocha), il grande regista cinematografico brasiliano scomparso, a soli 42 anni d’età, nel 1981.

A parte questi espliciti richiami all’attualità del momento in cui fu composto il romanzo, Utopia selvagem sembra astrarsi del tutto dalle vicende storiche. Con la grazia fuori dal tempo e la corrosiva ironia d’un apologo di Voltaire, il testo di Ribeiro introduce i lettori in una dimensione a parte, dove - a diretto contatto con la natura - si va svolgendo il primitivo rito d’iniziazione di un riluttante, inconsapevole protagonista. Una dimensione in cui, come ha dichiarato l’autore stesso a Daniela Ferioli, la prima traduttrice in lingua italiana del romanzo:
“L’utopia indigena è di una bellezza indescrivibile in contrasto con il Prospero dell’antiutopia capitalistica, con la descrizione del mondo attuale, con la brutalità del mondo attuale.”

Eppure, a ben vedere, la morale politica di questa fiaba tropicale rimane aperta. A rivelarlo è ancora una volta la voce dell’autore in un passo, forse il più esplicito e pregnante contenuto nel romanzo, che gioverà qui sottolineare come valida indicazione per una corretta interpretazione di quest’opera:
“Ma, caro lettore, non pensare che perori il ritorno alla Barbarie. Lungi da me un tale sproposito. Quel che ho è un’incurabile nostalgia di un mondo che avrebbe ben potuto essere, ma che non fu, e che nemmeno so come sarebbe e che, se anche lo sapessi, non lo direi.”

Saudade di Ribeiro che, precorrendo di alcuni decenni il pensiero del sociologo Zygmunt Bauman, rifiuta la tentazione di cercare conforto in una consolatoria, idillica retrotopia, esprimendo, al contempo, il bisogno assoluto e l’assoluta indicibilità di ogni autentica utopia.

“Utopia selvaggia Saudade dell’innocenza perduta. Una fiaba” di Darcy Ribeiro (Montes Claros – Minas Gerais 26-10-1922/ Brasilia 17-2-1997) sarà pubblicato nel mese di maggio 2019 dalla casa editrice mantovana Negretto Editore con la traduzione di Katia Zornetta.

Written by Giancorrado Barozzi

Info
Sito Negretto Editore
https://www.negrettoeditore.it/
Pagina Facebook Negretto Editore
https://www.facebook.com/negrettoeditoremantova/

Fonte
http://oubliettemagazine.com/2019/02/09/darcy-ribeiro-e-il-romanzo-utopico-la-prefazione-di-giancorrado-barozzi-del-romanzo-utopia-selvaggia/




STUDIO San Valentino, l'amore in ufficio rende più produttivi: dagli esperti il decalogo per gestire al meglio le relazioni nate sul posto di lavoro

SAN VALENTINO IN UFFICIO, SECONDO GLI ESPERTI LE "OFFICE ROMANCES" MIGLIORANO LA PRODUTIVITÀ: ECCO IL DECALOGO PER GESTIRLE AL MEGLIO

Mantenere un comportamento professionale, non reprimere i sentimenti e imparare ad affrontare le conseguenze delle decisioni. Sono questi alcuni dei consigli che la master coach Marina Osnaghi ha stilato per gestire al meglio i frequenti rapporti amorosi sbocciati sul lavoro, che secondo alcuni studi scientifici aumentano produttività e sicurezza: oltre 6 persone su 10 infatti hanno incontrato la loro anima gemella in ufficio.

 

"C'è sempre un grano di pazzia nell'amore, così come c'è sempre un grano di logica nella pazzia", scriveva Friedrich Nietzche nella sua celebre Così parlò Zarathustra, descrivendo l'amore come universale e al contempo irrazionale, un sentimento che ogni anno milioni d'innamorati celebrano a San Valentino. Ma può questa scintilla di pazzia e passione scoccare anche sul posto di lavoro? Secondo un sondaggio internazionale pubblicato su The Guardian, il 65% degli intervistati ha ammesso di aver avuto una relazione amorosa in ufficio ed il 30% è arrivato sino al matrimonio. E addirittura da una ricerca pubblicata su FoxBusiness.com è emerso come l'84% dei millennials sia disposto a provare a cercare l'amore all'interno di un contesto aziendale. Trend condiviso anche da imprenditori, politici e celebrities, che nel corso degli anni hanno formato popolarissime "power couples": da Bill e Melinda Gates, incontratisi nel 1987 ad un evento Microsoft, a Barack e Michelle Obama, conosciutisi nel 1989 mentre lavorano alla Sidley Austin, sino ad arrivare a Brad Pitt e Angelina Jolie, il cui primo incontro è iniziata nel 2005 durante le riprese del film Mr. and Mrs. Smith. Sebbene queste relazioni spesso vengano viste come un pericolo per la serenità del team, secondo alcuni studi internazionali invece innamorarsi in ufficio incentiverebbe la produttività, aumenterebbe la sicurezza nell'affrontare le sfide quotidiane e velocizzerebbe il raggiungimento degli obbiettivi.

 

"Il 14 febbraio si celebra ogni anno una verità oggettiva e inconfutabile: abbiamo bisogno di qualcuno da amare, siamo attratti da un altro e desideriamo averlo accanto e, anche sul luogo di lavoro, Cupido scocca le sue frecce – spiega Marina Osnaghi, prima Master Certified Coach in Italia, che ha affiancato grandi imprenditori e professionisti nel raggiungimento dei propri obiettivi – Il modo di relazionarsi è radicalmente cambiato al giorno d'oggi e anche l'ufficio è diventato inevitabilmente uno dei luoghi ideali per incontrare l'anima gemella per vie delle numerose ore trascorse assieme. Il 'love affair' nasce fra single come anche fra partner sposati, che aprono il triste capitolo del tradimento e trovano una via di fuga dalla solitudine o dalla infelicità di matrimoni ormai stanchi, generando euforia e nuova energia in chi vive l'esperienza dell'innamoramento. Accade spesso, però, che nonostante il bisogno di avere accanto qualcuno da amare sia forte, anche le storie all'apparenza più felici trovino momenti di stanca inevitabile e si finisce per amplificare i problemi della vita privata, associandoli a quelli della sfera lavorativa. Per questo consiglio sempre di fermarsi a pensare prima di avventurarsi in una nuova relazione ed evitare che la passione iniziale derivi semplicemente da un senso di solitudine".   

 

Coniugare vita professionale e privata spesso infatti diventa un problema ed è per questo motivo che Pepper Schwartz, rinomata professoressa di Sociologia all'Università di Washington, consiglia di socializzare al di fuori dell'ambiente lavorativo e di mantenere sempre un atteggiamento decoroso e consono alla policy aziendale, oltre a "non confondere la voglia di evadere dallo stress lavorativo con la ricerca dell'amore".  Dello stesso avviso è la dottoressa Rachel Andrews, psicologa britannica che in una ricerca pubblicata su Time Psychology ha evidenziato come i dipendenti aziendali spendano all'incirca 1680 ore all'anno in ufficio ed è normale che instaurino un feeling più stretto con i loro colleghi soprattutto per via degli obiettivi lavorativi in comune, ma è importante pensare alle conseguenze prima di agire in maniera impulsiva: dallo stesso sondaggio emerge inoltre che il 51% ha infatti ammesso di voler mantenere segreta una possibile relazione nata sul lavoro per evitare ripercussioni sulla carriera.

 

Sebbene la nascita delle "office romances" sia spesso vista in maniera negativa, sono numerosi gli effetti positivi che ne derivano e che riguardano il benessere psicofisico. Secondo uno studio condotto dall'Università di Göteborg in Svezia e pubblicato sull'International Journal of Psychological Studies, infatti, innamorarsi sul posto di lavoro aumenta la produttività della coppia e rende i partner più felici e sicuri nell'affrontare le sfide quotidiane, galvanizzati dalla complicità reciproca. Il contesto lavorativo permette di comprendere meglio gli aspetti caratteriali rispetto ad un semplice estraneo conosciuto online o in un pub. Della stessa opinione è lo psicologo americano Gregory L. Jantz, che in una sua ricerca pubblicata su Psychology Today ha evidenziato come le coppie che si sono conosciute sul posto di lavoro hanno portato più rapidamente a termine i propri obiettivi rispetto a quelle tradizionali.

 

Ma come bisogna comportarsi quando le relazioni nate sul posto di lavoro interessano un superiore ed una sua dipendente? "L'esperienza m'insegna che le storie iniziate in un contesto lavorativo riguardano molto spesso un capo e una sua subordinata e che le sanzioni disciplinari portano svantaggi ad entrambi, ma il trattamento peggiore è riservato alla donna – prosegue Marina Osnaghi – Per questo vale sempre la pena dare attenzione a se stessi prima di lasciarsi andare e considerare le voci che nascono sui favoritismi e che inevitabilmente faranno il loro corso in ufficio. Non bisogna dimenticare che si attiva anche lo scontro con le policy aziendali che vedono proibite alcune situazioni intime per via dei conflitti di interesse che ne derivano".

 

 

Ecco infine il decalogo di Marina Osnaghi per imparare a gestire le relazioni nate sul posto di lavoro:

 

  1. Non reprimere i sentimenti, è importante però analizzarli e chiedersi di che natura siano.
  2. È fondamentale pensare alle conseguenze della storia con un collega e pianificarne la gestione.
  3. Prima di prendere decisioni da cui non si torna indietro è bene meditare attentamente senza lasciarsi trasportare dalla passione.
  4. È bene cercare di discernere fra la realtà immaginata e quella reale che sta nascendo.
  5. Tener sempre presenti le condizioni di contesto, come la carica che si ricopre e il ruolo del partner.
  6. In primis va difeso il proprio benessere, il primo amore da vivere è quello verso se stessi.
  7. Considera concretamente gli impatti della relazione su carriera e vita privata.
  8. Chiedersi cosa si è disposti a perdere per alimentare l'amore che sta nascendo, il nuovo per nascere ha bisogno che qualcosa di vecchio si chiuda.
  9. Valutare anche come la relazione potrà cambiare la vita quotidiana.

10.   Cercare di capire se la nuova storia sia vero amore o solo una mera compensazione di una solitudine che non si sopporta più.



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martedì 12 febbraio 2019

Ford presenta il Lane-Keeping Bed a prova di “invasori di spazi” nel letto

Dormire bene è possibile pure quando lui o lei sono degli "invasori di letto"!

Colonia, Germania, 12 febbraio 2019 – Anche se “i veri sognatori non dormono mai”, alla fine di una giornata frenetica, addormentarsi con il proprio amore dovrebbe essere il modo migliore per concluderla. 

Ma a coloro che condividono il talamo con un “invasore di spazi” nel letto, spesso accade di perdere ore preziose semplicemente cercando di recuperare la propria parte di materasso.

A tal proposito, gli studi dimostrano che 1 persona su 4, tra coloro che vivono una relazione, afferma di dormire meglio da sola.

Nonostante l’idea dei letti separati non alletti la maggioranza delle persone, il fenomeno è ormai così popolare che esiste il trend riconosciuto degli Sleep Divorces… che cosa, allora dobbiamo aspettarci per il futuro?

Una soluzione potrebbe essere il Lane Keeping Bed  di Ford, che applica il know-how automotive per garantire che anche il compagno di letto più egoista, rimanga risolutamente “nella propria corsia” per tutta la notte.

L’idea è stata ispirata dalla tecnologia Lane Keeping Aid che Ford ha introdotto a bordo di molte delle sue auto, tra cui la nuova generazione di Focus, per assicurare viaggi più sicuri per i guidatori e per i passeggeri. 

La tecnologia avvisa il conducente con una vibrazione del volante in caso di cambio corsia involontario. 
In assenza di una pronta risposta, provvede automaticamente a sterzare per riportare l’auto in traiettoria.

Allo stesso modo il Lane Keeping Bed utilizza sensori di pressione per identificare quando uno dei partner si allontana dalla propria metà del letto, per riportarlo delicatamente dove dovrebbe stare, con l’aiuto di un nastro trasportatore integrato.

Quando dormono insieme, molte coppie hanno meno spazio a disposizione, di un bambino in un letto singolo”, ha commentato il dott. Neil Stanley, Independent Sleep Expert e autore di How to Sleep WellGli esseri umani sono più vulnerabili quando dormono, quindi siamo programmati per svegliarci quando qualcosa o qualcuno ci tocca inaspettatamente. Se qualcuno si muove verso il nostro lato del letto, questo meccanismo di difesa entra in azione, comportando bruschi risvegli notturni, spesso mentre questi “invasori di spazi” nel letto continuano a dormire sonni tranquilli. Ho visto relazioni consumarsi per questo motivo.”

Per ora si tratta solo di un prototipo ma il Lane Keeping Bed fa parte delle Interventions, una serie di iniziative tecnologiche dell’Ovale Blu, che si pongono l’obiettivo di applicare il know-how di Ford per risolvere, in modo innovativo, le sfide della vita quotidiana…o notturna, come in questo caso!

Il Lane Keeping Aid a bordo delle nostre auto può rendere l’esperienza di guida più semplice e più confortevole. Abbiamo pensato che applicare una simile riflessione a un letto potesse essere un ottimo modo per mostrare ai conducenti una tecnologia di cui prima non erano a conoscenza”, ha affermato Anthony Ireson, Director Marketing Communications di Ford Europa.

https://youtu.be/yfSYjbODGUc

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