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lunedì 23 ottobre 2017

Intervista di Alessia Mocci a Claudio Borghi: vi presentiamo il libro L’anima sinfonica




“Dal seme profondo nasce un nuovo incanto ed è subito fuoco. Brucerei volentieri insieme a questa musica, ma ho deciso: resto a respirare la fragranza di questo mattino, di questo mondo rappreso in acqua e aria, nella fresca sapienza delle idee che mi corrono nell’anima come animali increati.” – “L’anima sinfonica”

Claudio Borghi è nato a Mantova nel 1960. Laureato in fisica all’Università di Bologna, insegna matematica e fisica in un liceo di Mantova. Ha pubblicato articoli di fisica teorica ed epistemologia su riviste specializzate nazionali e internazionali, in particolare sul concetto di tempo e la misura delle durate secondo la teoria della relatività di Einstein.

Presso l’editore Effigie sono uscite due sue raccolte di versi e prose, “Dentro la sfera” (2014) e “La trama vivente” (2016). Una selezione di testi da “La trama vivente” è stata pubblicata nella rivista Poesia (Crocetti Editore, settembre 2015), con una nota critica di Maria Grazia Calandrone. Nel maggio del 2017 presso Negretto Editore è uscita la raccolta “L’anima sinfonica” nella collana “Versi di versi” con la presenza di una nota di lettura di Zena Roncada.

I testi de “L’anima sinfonica” sono un connubio di prosa e versi, e come lo stesso autore ci racconterà a breve, frutto di scritti giovanili che successivamente sono stati ripresi in mano ed interpretati.

Suddiviso in quattro sezioni (“L’attesa nel nulla”, “Itinerario verso l’Ultimo”, “Pensieri di Mozart” ed “Il seme della notte”) il lettore viene rapito dalla bellezza della musicalità del verso pregna di spiritualità. Né una parola in più né una di meno, ci si addentra in un percorso metafisico nel quale, citando lo stesso Borghi, è bene ricordare che “La verità non sarà mai nell’anima. L’anima crea nel tempo solo favole e versi. L’anima segue la marea.”
Non proseguo oltre, e vi lascio alle risposte di Claudio Borghi, certa che possano illuminarvi sulla sua ultima pubblicazione “L’anima sinfonica”.


A.M.: Ciao Claudio, innanzitutto volevo complimentarmi per questa pubblicazione con la casa editrice Negretto Editore. Scommettere sulla filosofia oggigiorno è abbastanza arduo, ma fortunatamente ci sono ancora editori che ne garantiscono la sopravvivenza. Come prima domanda mi piacerebbe che parlassi ai lettori della genesi e dell’editing del libro “L’anima sinfonica”.
Claudio Borghi: Ciao Alessia, ti ringrazio per i complimenti. E colgo l’occasione per ringraziare anche Silvano Negretto, editore coraggioso che pubblica solo testi che ritiene, a suo dire, di provata qualità, il che mi rende molto orgoglioso di far parte della sua scuderia. I testi raccolti sotto il titolo L’anima sinfonica abbracciano un arco temporale molto esteso, dal 1978 al 1997. In realtà i primi tre, L’attesa nel nulla, Itinerario verso l’Ultimo e Pensieri di Mozart, sono concentrati nel periodo tra il 1978 e il 1980 (ero studente liceale-universitario), mentre il quarto, Il seme della notte, risale al biennio 1996-97. Intorno ai primi anni novanta avevo cominciato a rileggere gli appunti risalenti a oltre dieci anni prima, su cui non ero più tornato. Il lavoro per recuperare, ordinare, interpretare e trascrivere i tanti fogli che avevo riempito, con calligrafia minutissima, di pensieri e versi era durato più di due anni, in cui mi ero riappropriato di tracce di vita e flussi di mente e sentimento che erano sì trascorsi attraverso me, ma mi apparivano lontani, quasi estranei e potenzialmente perduti. Dopo la fatica erano nati, quasi naturalmente, in una sorta di continuità interiore, i versi e le prose de Il seme della notte, in cui l’anima sinfonica, oasi emozionata di tempo, aveva ripreso a pulsare. Si tratta di un’opera, per quanto giovanile, per me di grande importanza, in quanto le radici di Dentro la sfera (Effigie, 2014) e La trama vivente (Effigie, 2016) sono in questo itinerarium teso, emozionato, sul filo di una rapsodia musicale il cui esito rimane da principio a fine incerto e sospeso. Nella Postilla conclusiva ho scritto: “Nella continua germinazione di idee da semi identici, con la mente e il cuore in equilibrio instabile tra pieno e vuoto, essere e nulla, repentina accensione e improvvisa assenza di parola, ha trovato forma sinfonica un’esperienza creativa che non rientra in nessun genere, sospesa com’è tra poesia e filosofia, teologia e mistica, proprio perché è nulla, non ha ancora o non vuole cadere in una forma chiusa o in uno stile prefissato.”
Si tratta in effetti di una forma complessa e di una struttura in divenire. Il libro è stato in origine pensato, e la natura singolare degli aforismi lo conferma, come una possibile evoluzione del Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein (in particolare delle ultime proposizioni, quelle sul mistico), che dalla forma del pensiero razionale-speculativo a poco a poco si trasfigura in poesia. Un’immagine che esprima questa evoluzione naturale, una sorta di mutazione genetica, dal pensiero speculativo alla poesia, potrebbe essere uno dei tanti quadri di Escher in cui degli animali, ad esempio pesci, diventano uccelli o farfalle, liberandosi metaforicamente dalla prigione del sensibile e dell’intelletto per staccarsi in forma di volo poetico.


A.M.: In apertura del capitolo “L’attesa del nulla” proponi al lettore l’argomento del tuo lungo dialogare: la luce. Nel paragrafo: “L’io è alienato in una dimensione spaziale, abita il cerchio, è consapevole dell’una totalità del cosmo, coglie la fonte dell’armonia – in un volo smarrito” introduci il centro, l’io alienato che insegue la ricerca del senso. Il volo, la ricerca, è da intendersi come allontanamento dalla mente e dunque dalle dimensioni spazio/tempo in cui siamo ancorati?
Claudio Borghi: La metafisica totale, quasi senza respiro, in cui mi trovavo immerso, una sui generis metafisica della luce (nel senso non tanto di Odisseas Elitis, che allora non avevo letto, quanto del Juan Ramon Jimenez della Stagione totale o del Plotino delle Enneadi), si sposava, in una sorta di contrappunto poetico-musicale, con la teologia negativa della notte oscura di Juan de la Cruz o di Nicola Cusano, in una straniante quanto per me feconda prospettiva di possibile conoscenza empirica di una dimensione oltre l’io, a cui si accede dimenticando il sé contingente. La luce è una sintesi metaforica della comunione tra l’Uno e le anime-corpi. L’esistenza individuale, nelle sue contraddizioni, nella sua multiforme provvisorietà e contingenza, intellettuale ed esperienziale, si configura come una necessità interna all’Uno, che in un certo senso si invera nell’autenticità della dimensione, sospesa tra pienezza sensibile e privazione, estasi e dolore, in cui si risolve e si manifesta la vita delle creature. L’intuizione poetica vivifica il pensiero, accende l’io, lo rende pulsante e capace di volo, pur nello smarrimento dell’identità che lo confina in un guscio spaziotemporale. Non c’è progresso nell’avanzare della mente verso l’Ultimo, c’è uno schiarirsi autonomo, involontario della visione, in cui la ragione si abbandona al senso che si dona oltre il sé, oltre il pensiero.


A.M.: Stupore. Meraviglia. Un traguardo di elevarsi al di sopra delle idee. Le astrazioni nelle quali si rifugia la mente. Perché l’essere umano è determinato dalla volontà di definizione certa di verità? Come eludere queste illusioni autodeterminate?
Claudio Borghi: Ti rispondo citando uno dei passi finali de L’attesa nel nulla: “I filosofi – che parlano come se possedessero il succo intimo dell’umanità e raccontano l’idea immanente e lo sguardo trascendente che scruta il cuore dell’uomo – non sanno cosa dicono. Si smarriscono nel momento stesso in cui contemplano il loro apparente universo di certezza. La filosofia è testimonianza di uno smarrimento.”
Il pensiero ha bisogno di cristallizzare razionalmente una sostanza che gli sfugge, in quanto cambia continuamente forma: vuole persistenza laddove trova solo flusso o, come scrivevo in un passaggio dei Pensieri di Mozart, terzo capitolo del libro, un fuoco che brucia incessante: “La musica ovunque si sparge, gemmando dal cuore dell’ora. Gli specchi portano sempre più dentro, moltiplicano l’illusione della conoscenza verso la visione di una forma senza legami, incomprensibile e inimmaginabile. Il fuoco brucia incessante.”
Vivere la sinfonia della vita nel suo manifestarsi sfuggente e imprendibile è forse l’arte più alta, che richiede il sacrificio della presunta sapienza sistematica, chiusa nel castello d’argilla della ragione filosofica.

A.M.: Il viaggio in mare è inteso come pregno di “sofferenza e speranza”. Ma cosa intendi esattamente con “speranza”? Potrebbe essere una mera illusione? Ma soprattutto che cosa ritieni ci sia oltre la sofferenza e la speranza di un iniziale viaggio?
Claudio Borghi: Il senso del viaggio è puramente metaforico e allusivo. La marea più volte evocata è la marea del pensiero, che si dissolve avvicinandosi all’Uno, nello smarrimento di ogni forma al dilagare della luce: “L’anima si risolve nell’Uno, in marea altissima fluttuante scintillante come acqua che inonda – luce che da sé si rinnova nella sua ascesa lenta e profonda – marea immensa e presente – cresciuta su di sé e da sé fiorita: estasi, estasi della mente.” (da L’attesa nel nulla, sezione 5)
Sofferenza e speranza sono la materia sensibile dell’esistenza che viviamo in forma di creature, che Caproni riassumeva nel neologismo disperanza, titolo di una poesia del Conte di Kevenhüller. Il compiersi o risolversi dell’anima nell’Uno non sappiamo cosa possa significare nei limiti della nostra povera rappresentazione interiore. La sinfonia non nasce dall’io, che tenta di carpire e sondare il mistero del dolore insensato in cui dovrà prima o poi consumare la sua sostanza temporale, nella misura del distacco dalle forme care e della dissoluzione del corpo.


A.M.: Il crollo della Torre di Babele è un mito a cui dovremo costantemente prestare attenzione e che denota simbolicamente la nostra impossibilità di comunicazione. Infatti come ben scrivi: “La parola è sfuggente, senza forma, senza significato logico. La parola è bianca.”. Filosofi, poeti, alchimisti per millenni hanno parlato tramite simboli per codificare il linguaggio che ognuno di noi possiede al suo centro. Rammenti quando è iniziata la tua codificazione? E quali testi ti hanno teso la mano in questa selva?
Claudio Borghi: Sono tanti i testi e gli autori, provo a citarne qualcuno. Tra le opere filosofiche: il Timeo di Platone, le Enneadi di Plotino, le opere di Dionigi Aeropagita, Juan de la Cruz e Meister Eckhart, La Commedia di Dante e l’Itinerarium mentis in Deum di San Bonaventura, La dotta ignoranza di Nicola Cusano, De la causa, Universo et Uno e De l’infinito, Universo e mondi di Giordano Bruno. Tra le opere poetiche: Gli Inni alla Notte di Novalis, Les Illuminations di Rimbaud, Exil e Chronique di Saint-John Perse. Ma pensandoci bene me ne vengono in mente tanti altri, Simone Weil e Ludwig Wittgenstein (che Marco Vannini considera tra i più grandi mistici del Novecento), il Rilke delle Elegie Duinesi e dei Sonetti a Orfeo, Leopardi, Campana, Rebora, Michelstaedter, Caproni... ed è come un reimmergermi nell’io diffuso imprendibile che ero allora, nel pensiero di tante anime che mi parlavano e mi nutrivano, punto di luce che sentiva e viveva la conoscenza come atto di visione e annullamento del confine minuscolo della persona. La codificazione è iniziata intorno ai sedici-diciassette anni, grazie al filtro potente della Lettera del Veggente di Rimbaud.

 


A.M.: Qual è il tuo rapporto con la psicoanalisi ed in particolare con Carl Gustav Jung ed il concetto di ombra/daimon?
Claudio Borghi: Molto intenso, in tempi recenti, è stato il rapporto con Il Libro Rosso di Jung, opera di introspezione, superamento del sé fenomenico, rivelazione dell’enormità dell’essere che sta sotto la punta emersa della breve candela della coscienza. Gli studi sull’esoterismo, l’alchimia e il misticismo di Jung mi hanno molto affascinato, come quelli dello psicanalista junghiano James Hillmann, che sul tema dell’ombra/daimon ha incentrato Il codice dell’anima. Come dice un mio caro amico, il poeta Salvatore Martino, una poesia che non sia impregnata del mistero, dell’ombra del daimon, non ha senso di essere, si riduce a sterile ricamo, assenza di necessità, inutile maniera.

 


A.M.: L’immenso teatro della disperazione.” La consapevolezza di farne parte. L’angoscia profonda che invade come un’onda maestosa la terra. Se un approdo sicuro non è dato, dove potrà portarci questo peregrinare? Un’attesa dolce alla morte fisica?
Claudio Borghi: Vorrei precisare il contesto completo da cui è tratta la citazione che riporti, nella seconda sezione de L’attesa nel nulla: “La Bibbia rivela l’onda unica del problema: la sua radice è la cacciata dal paradiso terrestre e il suo cammino si snoda fino a Cristo. La Bibbia non risolve l’angoscia del singolo: la inserisce nell’onda unica: descrive l’immenso teatro della disperazione che si risolve in un grido sulla croce – quando, asciugatasi la marea, il padre pare troppo lontano – irrimediabilmente assente.”
Si tratta di un riferimento esplicito all’Antico testamento, alla disperazione generata dall’assenza del Padre, della luce della rivelazione. L’Antico testamento pare una immensa tragedia irrisolta, che si accende di possibile senso e si compie con la venuta e il sacrificio di Cristo. Lungi dal voler proporne una chiave di lettura in forma di escatologia cristiana, mi limito a suggerire che il libro alterna sinfonicamente modulazioni tragiche e alte tensioni meditative, che qua e là si appianano in improvvise illuminazioni, tra cui l’intuizione di Cristo come presente rapimento eterno, per cui il Verbo può essere concepito solo coniugandolo al futuro:
In principio era il verbo: queste le parole del mistico.
Strano inganno delle parole, che chiudono tutto nel tempo!
Cristo è il presente rapimento eterno – il verbo che nasce quando finisce il pensiero.
Il verbo è l’incontro tra la verità dell’uomo centrale, che parla di Dio, cerca e illumina una strada, e la verità indicibile del rapimento fuori dal centro, fuori dall’organismo, per la quale non esiste un linguaggio nell’essere.
Cristo è l’avvento della nuova lingua – la lingua che non dice.
Cristo deve ancora venire – è futuro in ogni momento della storia, per ogni popolo della Terra.

In principio era il verbo diventa, nella nuova lingua, il verbo sarà il principio. (Da L’attesa nel nulla, sezione 4)


A.M.: L’uomo diventa silenzioso come un albero o un animale, guarda il mondo con gli occhi di chi dentro tace.” Ritieni che sia possibile per tutti gli esseri umani giungere (e qui intendo nella dimensione spazio/temporale) a toccare questa quiete/nulla in contemporanea? Oppure questa è solo un’illusione che si ciba di speranza?
Claudio Borghi: Il tornare al nulla non è un rassegnarsi a una prospettiva sterilmente nichilista, ma uno spegnere l’io per sentirlo rinascere in altra forma. È un’esperienza accessibile a tutti, basta non pensare alla fine come distruzione, ma come rinnovamento. Cito alcuni passi successivi a quello che hai riportato tu, dalla sezione 3 de L’attesa nel nulla:
L’essere non è più la luce essenziale del mondo.
La sostanza si svuota di senso – perde vita – esce dalla filosofia.
L’organismo Uno appassisce e si scolora.

L’anima si contrae in voce che non dice, sospesa filtra la sostanza della mattina, espira un’aria che si sbianca.

Le parole nascono riempiendo la luce di forme.
Piano sbocciato in un discorso quasi intoccabile, in una musica senz’altro inudibile, affiora il centro come goccia dal nulla.

La sostanza pulsa, brilla in profondo come una gemma di limpidezza nuova – riducendosi a polvere di ali colorate – a un battito di farfalla luminosa.”


A.M.: “L’attesa del nulla” termina con il “Tema della rosa”, un insieme di prosa e versi nei quali la rosa è vista come la mente che pian piano si illumina. Se ora ti chiedessi un nome, quale mi proporresti?
Claudio Borghi: Il pensiero va, oltre al Juan Ramon Jimenez della Stagione totale, alla rosa, pura contraddizione, voglia/ d’essere il sonno di nessuno sotto così tante palpebre di Rilke, ma, soprattutto, alla Niemandsrose di Celan:
“Noi un Nulla
fummo, siamo, reste-
remo, fiorendo:
la rosa del Nulla,
la rosa di Nessuno
la cui tensione si ritrova nel finale del Tema della rosa:
“– dove finisce il cuore in eterno sollevarsi? 

in alto beve il nulla, sospeso
nel chiaro flutto senza forma,
in bianca estenuazione senza futuro

– in alto dunque l’ultima presenza del palpito?”

A.M.: Qual è la domanda che non ti ho fatto ed a cui avresti voluto rispondere?
Claudio Borghi: Da Muore l’uno, in Itinerario verso l’Ultimo: “L’estasi è una morte del tempo, dell’essere-tempo.”

 

Domanda: come può l’estasi essere una morte e generare vita?

A.M.: L’11 ottobre hai presentato “L’anima sinfonica”. Com’è andata?
Claudio Borghi: È andata molto bene. L’incontro, in cui sono stato affiancato dal critico Claudio Fraccari, si è svolto al Centro Baratta di Mantova: è durato quasi un’ora e mezza tra introduzione critica, commenti, letture di testi, in un silenzio tangibilmente e profondamente attento di un pubblico molto numeroso. Un’emozione inaspettata, visto che, data la complessità e densità dei testi, temevo un crollo dell’attenzione dopo al massimo mezzora.

 


A.M.: Come ti stai trovando con la casa editrice Negretto Editore? La consiglieresti?
Claudio Borghi: Benissimo. Consiglio caldamente ai lettori di avvicinarsi a una Casa Editrice che punta tutto sulla qualità delle opere e sulla crescita culturale dei lettori, investendo in testi di ricerca poetica e filosofica che, come dice Silvano, “verranno metabolizzati magari a distanza di anni, ma lasceranno un segno”. E questo è indubbiamente un atteggiamento di serietà, competenza, intelligenza e, soprattutto, grande coraggio. 

A.M.: Salutaci con una citazione…
Claudio Borghi: Il poeta è davvero un ladro di fuoco (le poète est vraiment voleur de feu)” - Arthur Rimbaud, da La lettera del Veggente

A.M.: Claudio, ti ringrazio per la tua disponibilità, dialogare con te su queste tematiche mi ha ricondotto al tuo “L’anima sinfonica” a cui dedicherò una nuova lettura. Augurandomi che in tanti possano abbeverarsi dei tuoi scritti, ti saluto con l’ultima strofa de “Tra le mille ore felici” di Novalis: “Chi ho visto, e chi alla sua mano/ mi apparve, non chieda nessuno,/ questo soltanto vedrò in eterno;/ e questa sola, tra tutte le ore/ della mia vita, serena e aperta/ starà per sempre, come le mie piaghe.

Written by Alessia Mocci


Info
Sito Negretto Editore
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Fonte

AssoDistil: per l'IG Grappa accoglienza trionfale a New York

PER LA GRAPPA ACCOGLIENZA TRIONFALE A NEW YORK

Al via negli Stati Uniti "Hello Grappa", il progetto di promozione e informazione del distillato italiano voluto da AssoDistil. Prima tappa un seminario con degustazione all'Hotel Michelangelo di New York.

L'IG Grappa conquista anche la Grande Mela. L'acquavite Made in Italy ha suscitato grande interesse tra addetti ai lavori, appassionati di distillati e semplici enogastronauti, in occasione del primo seminario con degustazione, organizzato a New York all'Hotel Michelangelo nell'ambito del progetto "Hello Grappa".

Il piano, promosso da AssoDistil, l'Associazione italiana dei distillatori, prevede una serie di eventi dedicati al lancio della Grappa, pensati per far conoscere il prestigioso distillato italiano ad Indicazione Geografica protetta al mercato ed ai consumatori americani. Grazie ai fondi del Regolamento 1144/2014 per la promozione dei prodotti agricoli, il piano conta su un investimento di circa 1 milione di euro su base triennale. 

Si annoverano grandi nomi della distillazione italiana tra le aziende che hanno reso possibile la realizzazione del progetto: Banfi, Bottega, Bepi Tosolini, Bertagnolli, Bonollo, Bonollo Umberto, Caffo, Castagner, Faled, Franciacorta, Marzadro, Mazzetti d'Altavilla

Grazie al suo impegno diretto, AssoDistil, che rappresenta la stragrande maggioranza delle aziende del settore, è risultata una delle "magnifiche dieci" italiane che si sono aggiudicate il finanziamento UE. Un risultato reso ancora più significativo dal fatto che l'Italia è al primo posto in Europa per le risorse ricevute grazie alla nuova politica di promozione dell'Unione Europea.

La manifestazione si è svolta in due sessioni, allo scopo di far scoprire al pubblico i segreti ed il gusto unico del prestigioso distillato italiano. A condurre la degustazione Scott Rosenbaum, esperto di "spirits" dell'International Wine Center, che ha raccontato ad una platea attenta le tante sfaccettature della Grappa, legandole al territorio e alla storia dei grandi marchi italiani della distillazione.

Per i distillatori, l'evento newyorkese è il primo passo di un percorso di promozione all'export del grande distillato in tutto il mondo. "Possiamo ben dire che l'America, per noi, è una grande prateria da esplorare – spiega Cesare Mazzetti, presidente del Comitato Nazionale Acquaviti di AssoDistil –. Si tratta di un mercato fondamentale per l'agroalimentare italiano e per i prodotti del nostro settore, che ne rappresentano un pezzo importante".

La strategia è quella di seguire la strada già tracciata dai grandi vini italiani, oggi amati in tutto il mondo. "Siamo convinti – osserva Mazzetti - che la nostra acquavite, simbolo del Made in Italy e gli altri 'spirits' della nostra tradizione, per gusto, qualità e ricercatezza, nulla abbiano da invidiare a distillati e liquori di prestigio prodotti in altri Paesi. Meritano quindi di essere conosciuti ed apprezzati anche negli Stati Uniti, i cui consumatori sono da sempre particolarmente recettivi rispetto alle eccellenze enogastronomiche italiane".

Oltre a decine di esperti e di buyers, che si sono assiepati all'Hotel Michelangelo per conoscere grappe di diverse tipologie durante la "Walk-around testing experience", all'evento ha partecipato Maurizio Forte, direttore dell'Ufficio ICE della città.

"E' stato un grande onore, per noi distillatori, essere riusciti a suscitare tanto interesse per questo primo incontro con l'America del buon bere – sottolinea Antonio Emaldi, presidente di AssoDistil – è il segno che il progetto merita attenzione e può davvero cambiare l'immagine delle nostre distillerie oltreoceano. Al tempo stesso, l'evento si è trasformato "in un tributo al Made in Italy, alle sue eccellenze e al valore del territorio, che per noi distillatori rappresenta un valore fondamentale".


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Vicinissimo agli scavi di Pompei un nuovo albergo

Unità Climaveneta per la climatizzazione dello storico Albergo del Rosario di Pompei

Riapre lo storico Albergo del Rosario di Pompei

Sono quasi ultimati i lavori di ristrutturazione che porteranno lo storico Albergo del Rosario di Pompei, chiuso ormai da oltre 20 anni, a riaprire con il nome di Habita.79, una moderna struttura ricettiva di categoria 4 stelle superior con oltre 300 posti letto, in grado di accogliere i numerosi turisti che ogni giorno visitano gli adiacenti scavi.

L’edificio è costituito da 4 piani fuori terra di circa 1.200 m2 ciascuno ed un piano seminterrato. Oltre alle camere la struttura comprende: una hall, un’area convegni con due sale congressi da 100 posti ciascuna, un’area SPA e fitness, una sala polifunzionale da 200 posti, con relativa cucina, un ristorante bistrot da 150 posti.

Il progetto architettonico
La progettazione, curata dalla GNOSIS Architettura Soc Coop,, con le migliorie apportate all’involucro, e l’elevata efficienza delle soluzioni impiantistiche adottate hanno consentito al vecchio fabbricato di raggiungere la classe energetica A3, nonostante i vincoli posti dalla Soprintendenza ai Beni Architettonici.  

Le pareti esterne, del tipo a doppia fodera, sono state riempite con isolante di tipo granulare, gli intonaci sono  di tipo termico, i pavimenti e il tetto sono stati opportunamente isolati e gli infissi installati sono del tipo a taglio termico con doppio vetro basso-emissivo, solarizzato per la facciata sud. Le due fodere della parete esterna risultano realizzate in mattoni semipieni, per garantire alla struttura una discreta massa, contribuendo ad aumentare lo sfasamento dell’onda termica.

Il progetto impiantistico
Gli interventi di ristrutturazione hanno presentato numerose restrizioni anche dal punto di vista impiantistico come ad esempio il divieto di installazione di pannelli fotovoltaici e solare termico dovuto al vincolo architettonico in essere e l’impossibilità di utilizzare la copertura dell’edificio per non ostacolare la vista sugli scavi di Pompei e sul mare. L’installazione di impianti in copertura o all’aperto avrebbero inoltre comportato emissioni sonore inaccettabili per strutture di questo tipo.

L’impianto di climatizzazione
L’impianto di climatizzazione, che in complessi di queste dimensioni rischia di essere altamente energivoro, si basa su pompe di calore acqua-acqua. Questa soluzione consente di ottenere un notevole risparmio energetico, un maggior utilizzo di energie rinnovabili, minori ingombri e rumorosità, rispetto ad un impianto con unità aria-acqua. All’Albergo del Rosario il risparmio economico stimato è di circa il 30%, mentre la percentuale di copertura con energie rinnovabili supera il 48%.

Poiché l’area di Pompei è attraversata da una ricca falda acquifera sotterranea con una temperatura costante di 15°C si è deciso infatti di utilizzare la falda come serbatoio termico per la centrale termofrigorifera a pompa di calore. Sono quindi state selezionate 2 ERACS2-WQ/S 1002 a marchio Climaveneta in grado di fornire caldo, freddo ed acqua sanitaria anche simultaneamente. Le pompe di calore selezionate sono dei gruppi polivalenti a quattro tubi con recupero totale che consentono la produzione gratuita di acqua calda durante il funzionamento in refrigerazione.

Per ridurre la potenza di punta richiesta alle unità e di conseguenza la portata d’acqua emunta, e per utilizzare l’energia elettrica nelle ore di tariffe elettriche più convenienti, si è scelto di utilizzare un sistema di accumulo termico. Le pompe di calore lavorano quindi di notte per caricare energia nel sistema di accumulo, che poi viene usata durante il giorno insieme alla produzione diretta per garantire il fabbisogno energetico del fabbricato.

L’Ing Lanzillo della GNOSIS, che ha curato la progettazione di questo impianto afferma: “Nella progettazione di questo impianto sono stati centrati tutti i target di efficienza indicati dalla committenza, nel pieno rispetto dei vincoli architettonici ed ambientali imposti dalla vicinanza con un importante area archeologica” e prosegue: “ La soluzione individuata consente infatti di ottenere un notevole risparmio energetico ed economico, accrescendo l’aliquota di utilizzo di energie rinnovabili e minimizzando al contempo le emissioni sonore e gli ingombri”.

La gestione di un impianto complessoL’impianto così progettato presenta una discreta complessità, legata all’elevato numero di parametri da controllare: oltre a quelli operativi dei gruppi polivalenti già di per se numerosi, si tengono infatti monitorate anche le tariffe dei fornitori di energia, in particolare di elettricità e gas.
Il sistema di controllo dedicato ClimaPRO di Climaveneta è in grado di gestire le unità polivalenti modificando i set point di funzionamento per adattarli alle varie esigenze dell’impianto. Il sistema controlla in ogni momento tutti i parametri di funzionamento delle macchine, compresi EER e COP, ottimizzandoli ed è quindi in grado di misurare e verificare le efficienze dell’impianto con logiche di saturazione o bilanciamento per assicurare la massima efficienza nella produzione dell’energia frigorifera e termica.

La priorità di attivazione delle unità viene sempre assegnata in modo da perseguire logiche di produzione di energia frigorifera e/o termica in regime di massima efficienza, sia a carico parziale che a pieno carico. In tutti i casi in cui le unità producono simultaneamente acqua calda e refrigerata al fine di soddisfare il carico termico d’impianto, l'efficienza reale è considerata tenendo conto della somma delle prestazioni in riscaldamento ed in raffrescamento.

La distribuzione dell’aria
L’aria viene infine distribuita in ambiente attraverso terminali idronici. Sono quindi stati installati 94 fan coil i-LIFE2 e 24 cassette i-CHD, 2 canalizzati a-HWD oltre a 7 unità per il recupero di calore HRD2 tutti a marchio Climaveneta. Completano la fornitura 4 unità trattamento aria Wizard, che aiutano a mantenere livelli di temperatura ed umidità stabili, contribuendo all’efficientamento complessivo dell’edificio.

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domenica 22 ottobre 2017

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sabato 21 ottobre 2017

PRESENTATO A HOST MILANO MIXOLOGICA IL PRIMO BARTENDER AUTOMATIZZATO PROFESSIONALE

Il cocktail perfetto in 6 secondi (10 secondi per i cocktail più sofisticati). Presentata oggi a Host Fiera Milano la prima macchina professionale per fare cocktail perfetti. Dosaggio degli ingredienti, miscelazione e erogazione misurati con estrema precisione. “Non un sostituto del bartender ma un'invenzione che permetterà una drastica riduzione dei tempi di attesa e degli sprechi, di norma il 15% del totale delle materie prime” ha spiegato Bruno Bigaran, Ceo di Kleos srl
 
Un Margarita? Sette secondi. Un Martini Dry? Sei secondi. Un Mojito? Dieci secondi. Un Manhattan? Otto secondi. Per un locale, dove mediamente un cocktail viene preparato in quattro, cinque minuti, si tratta di una vera rivoluzione. Di fatto come avere 30 bartender che lavorano in contemporanea. E' stato presentato oggi alla 40. edizione di Host, Salone Internazionale dell'Ospitalità Professionale di Milano, Mixologica, il primo bartender professionale completamente automatizzato.

Mixologica, al suo debutto nel mercato in due versioni (Joy e Energy), ha indicativamente le dimensione di una macchina da caffè professionale. La macchina, grazie ad un software costantemente aggiornato, dosa, miscela ed eroga fino a 24 tipi diversi di alcolici e fino a 300 ingredienti differenti con altissima precisione e rapidità. Uno schermo lcd permette all'operatore di selezionare il cocktail desiderato tra le ricette esistenti (579 i cocktail precaricati), di scaricare nuove ricette o di modificare quelle esistenti per personalizzare al massimo il prodotto.

“Non è uno strumento ideato per sostituire il bartender – ha spiegato Bruno Bigaran, ad di Kleos srl, società proprietaria del marchio Mixologica – ma vuole essere un valido aiuto al professionista che opera dietro al bancone. L'esperto di cocktail potrà poi aggiungere il suo estro, decorazioni, migliorare ulteriormente il prodotto con essenze, spezie e tutto quanto dettato dalla sua creatività ma avrà una base pronta in una manciata di secondi invece che in diversi minuti come accade oggi in qualsiasi locale”.

I vantaggi sono enormi da molti punti di vista. Innanzitutto dal punto di vista dei tempi di preparazione (e quindi della capacità per un bartender di servire un numero maggiore di clienti). Ma sono importanti anche sul fronte del risparmio economico visto che, grazie alla precisione con cui Mixologica dosa gli ingredienti, non viene sprecata nemmeno una goccia di materia prima. Va considerato infatti che gli sprechi di materia prima per un locale medio si aggirano attorno ad un 15% del totale. Infine di grande utilità per un locale è anche la possibilità di organizzare “serate a tema” pre-impostando i cocktail da eseguire o di consultare analytics dettagliate per scoprire i cocktail più ordinati per serate o fasce orarie.

Motore del progetto è la Kleos srl di Pordenone, società specializzata in sviluppo di business ad alto potenziale innovativo. Ad accettare la scommessa di lanciare il primo “bartender automatizzato” è stato il suo amministratore delegato, Bruno Bigaran, ex ad di Franke ed ex presidente della Regione Sud Europa di Franke che ha raccolto e potenziato l'intuizione originaria di Luigi Scinico, partner tecnico del progetto .

Dopo la presentazione italiana di questa mattina alla Fiera di Milano a breve partirà un tour negli Usa.


Foto e video della presentazione stampa di Mixologica sono disponibili a questo link https://drive.google.com/open?id=0B6dOm5W_ziN0d1AtbVNmUU9rdkE


Kleos srl  nasce nel 2016 a Pordenone. La società, specializzata nello sviluppo di business innovativi, nasce da un'idea di Bruno Bigaran, ex amministratore delegato di Franke Italia. Opera come partner per lo sviluppo dei mercati e per progetti strategici di riposizionamento.

Telefonia. Bloccate le bollette a 28 giorni? Per il Codacons, pratica illegale

Risultati immagini per fattura 28 giorni

BOLLETTE A 28 GG: CODACONS DENUNCIA GESTORI TELEFONICI A 104 PROCURE DI TUTTA ITALIA

INDAGARE PER TRUFFA E APPROPRIAZIONE INDEBITA. SOLO PER RETE FISSA E ABBONAMENTI SIM +50 EURO ANNUI A FAMIGLIA


Il Codacons depositerà lunedì prossimo un esposto a 104 Procure della Repubblica di tutta Italia contri i gestori telefonici per la vicenda delle fatturazioni a 28 giorni sui contratti telefonici.

Di fronte all’immobilismo del Governo, che si limita ad annunciare futuri e non meglio specificati provvedimenti mentre i cittadini sono costretti a pagare una mensilità in più all’anno a causa della illegale prassi, e ai limiti dell’Agcom le cui sanzioni non possono superare una certa soglia, abbiamo deciso di passare alle vie legali denunciando penalmente le società telefoniche – spiega il presidente Carlo Rienzi – La fatturazione a 28 giorni, infatti, è stata vietata in modo netto dall’Autorità per le comunicazioni, e nonostante sia illegale viene applicata ai contratti degli utenti, realizzando solo per la telefonia fissa e gli abbonamenti Sim un ingiustificato ricavo per le compagnie telefoniche pari a 1,19 miliardi di euro annui

In sostanza ogni singola famiglia italiana versa nelle casse degli operatori circa 50 euro annui per una pratica ritenuta illegale dall’Agcom, senza tenere conto delle sim ricaricabili.

Per tale motivo il Codacons presenterà lunedì un esposto a 104 Procure di tutta Italia, in cui si chiede di aprire una indagine sui gestori telefonici operanti nel nostro paese, alla luce delle possibili fattispecie di truffa aggravata, appropriazione indebita e inosservanza dei provvedimenti dell’autorità.

Intanto gli utenti possono tutelarsi scaricando sul sito www.codacons.it la diffida alle compagnie telefoniche e la richiesta di indennizzo automatico dinanzi al Corecom per ottenere il risarcimento delle maggiori spese sostenute a causa dell’illegale fatturazione a 28 giorni. 

21 ottobre 2017

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