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lunedì 18 luglio 2016

Chi sono i terroristi 'islamici'. Olivier Roy (le Monde): "Quella dei jihadisti è una rivolta generazionale e nichilista. Non è una radicalizzazione dell’Islam, ma un’islamizzazione del radicalismo".

La manifestazione nazionale Non in mio nome, organizzata a Roma il 21 novembre 2015 dalle comunità musulmane per condannare gli attacchi di Parigi. - Giuseppe Ciccia, Pacific Press/LightRocket/Getty Images
La manifestazione nazionale Non in mio nome, organizzata a Roma il 21 novembre 2015 dalle comunità musulmane per condannare gli attacchi di Parigi.




Non è una radicalizzazione dell’Islam, ma un’islamizzazione del radicalismo. 
I terroristi non sono l’espressione di una radicalizzazione della popolazione musulmana, ma il prodotto di una rivolta generazionale.


Quella dei jihadisti è una rivolta generazionale e nichilista

La Francia è in guerra! Sì, ma contro chi o cosa? Il gruppo Stato islamico (Is) non manda cittadini siriani in Francia per compiere attentati e convincere il governo di Parigi a interrompere i bombardamenti. No, l’Is attinge a un grande bacino di giovani francesi radicalizzati, che a prescindere dalla situazione in Medio Oriente sono già in cerca di una causa, di un’etichetta, di una grande narrazione su cui apporre la firma sanguinaria della loro rivolta personale. Per questo l’eventuale distruzione dell’Is non basterà a fermare la rivolta.
La collaborazione tra questi giovani e l’Is è semplicemente una questione di opportunità. Gli stessi giovani si erano legati ad Al Qaeda e prima ancora al Gia algerino, o avevano seguito un nomadismo jihadista individuale tra Afghanistan, Bosnia e Cecenia. Domani combatteranno per un’altra bandiera, a meno che la morte in battaglia, la vecchiaia o la disillusione non svuotino i loro ranghi, un po’ come è accaduto all’estrema sinistra degli anni settanta.
Il dato fondamentale è che non esiste una terza, quarta o ennesima generazione di jihadisti. Dal 1996 siamo alle prese con la stabile radicalizzazione di due categorie di giovani: i francesi di seconda generazione e i convertiti. Il problema fondamentale per la Francia non è il califfato siriano, che presto o tardi evaporerà come un miraggio, ma la rivolta dei giovani. Per questo dobbiamo capire se questi ragazzi sono l’avanguardia di una guerra imminente o solo le scorie di un borborigmo della storia.
Cos’hanno in comune i ragazzi della seconda generazione e i convertiti? La loro è prima di tutto una rivolta generazionale
Oggi due letture dominano la scena, indirizzando i dibattiti televisivi e le pagine dei giornali: la spiegazione culturalista e quella terzomondista. La prima insiste sulla ricorrente guerra di civiltà: la rivolta dei ragazzi musulmani dimostra che l’islam non può integrarsi, almeno fino a quando una riforma teologica non cancellerà dal Corano l’invito al jihad.
La seconda insiste sulla sofferenza postcoloniale, sull’identificazione dei giovani con la causa palestinese, sul loro rifiuto degli interventi occidentali in Medio Oriente e sulla loro esclusione da una società francese razzista e islamofoba, e da lì il solito ritornello: finché non risolveremo il conflitto israelo-palestiense la rivolta andrà avanti. Ma entrambe le spiegazioni presentano lo stesso problema. Se le cause della radicalizzazione sono strutturali, allora perché il fenomeno colpisce solo una parte minima e molto circoscritta dei musulmani francesi?
Quasi tutti i jihadisti francesi appartengono a due categorie: i francesi di seconda generazione nati in Francia o arrivati quando erano bambini e i convertiti, che già nel 1990 costituivano il 25 per cento degli estremisti e che continuano ad aumentare. Questo significa che tra gli estremisti non esiste una prima generazione, ma soprattutto non esiste una terza generazione. Gli immigrati marocchini degli anni settanta sono già diventati nonni, ma non troviamo i loro nipoti tra i terroristi.
Perché i convertiti, che non sono mai stati vittime del razzismo, vogliono improvvisamente vendicare l’umiliazione subita dai musulmani? Teniamo presente che molti convertiti vengono dalle campagne francesi e hanno pochi motivi per identificarsi con una comunità musulmana che per loro ha un’esistenza quasi esclusivamente virtuale. In altre parole, questa non è la rivolta dell’islam o dei musulmani, ma un problema che riguarda due categorie di giovani. Non è una radicalizzazione dell’islam, ma un’islamizzazione del radicalismo.
Cos’hanno in comune i ragazzi della seconda generazione e i convertiti? La loro è prima di tutto una rivolta generazionale. Entrambe le categorie hanno rotto i ponti con i loro genitori e con tutto ciò che rappresentano in termini di cultura e religione. I francesi di seconda generazione non aderiscono all’islam dei loro genitori. Sono occidentalizzati e parlano francese perfettamente. Hanno condiviso la cultura giovanile della loro generazione, hanno bevuto alcol, fumato hashish, rimorchiato ragazze. Molti di loro sono stati almeno una volta in prigione, e poi un bel mattino si sono (ri)convertiti scegliendo l’islam salafita, ovvero un islam che rifiuta il concetto di cultura, un islam della regola che gli permette di ricostruirsi da sé. Non vogliono la cultura dei genitori e nemmeno una cultura “occidentale”, che ormai è il simbolo del loro odio verso se stessi.
La chiave della rivolta è la mancata trasmissione di una religione culturalmente integrata. Questo problema non riguarda né i francesi di prima generazione, portatori della cultura islamica del paese d’origine ma incapaci di trasmetterla ai figli, né quelli di terza generazione, che parlano francese con i genitori e grazie a loro hanno una grande familiarità con le modalità di espressione dell’islam nella società francese. Se all’interno dei movimenti radicali troviamo meno turchi e più magrebini è perché per i primi la transizione è stata assicurata dallo stato turco, che ha garantito la trasmissione culturale inviando istitutori e imam.
La violenza a cui aderiscono è una violenza moderna. Uccidono come gli autori delle stragi statunitensi e come Anders Breivik, a sangue freddo
I giovani convertiti, per definizione, aderiscono alla religione “pura”. Il compromesso culturale non gli interessa (a differenza delle vecchie generazioni che si convertivano al sufismo) e si uniscono alla seconda generazione nell’adesione a un “islam di rottura”, una rottura generazionale, culturale e politica. Non serve a niente offrirgli un islam moderato, perché è precisamente il radicalismo ad attirarli. Il salafismo non è solo una predicazione finanziata dall’Arabia Saudita, ma il prodotto più adatto a questi ragazzi alla deriva.
Improvvisamente – ed è questa la grande differenza con il caso dei giovani palestinesi che partecipano alle diverse forme di intifada – i genitori musulmani degli estremisti francesi non capiscono più la rivolta dei loro figli. Come i genitori dei convertiti, anche loro cercano sempre più spesso di frenare la radicalizzazione dei figli: chiamano la polizia, vanno in Turchia a recuperarli, temono che i fratelli maggiori possano trascinare i più piccoli. In questo senso, lungi dall’essere il simbolo di una radicalizzazione della popolazione musulmana, i jihadisti creano e alimentano una frattura generazionale, spaccando in due le famiglie.
I jihadisti finiscono così emarginati anche dalle comunità musulmane. È significativo che gli attentatori non abbiamo quasi mai un passato religioso. Gli articoli di giornale che raccontano la loro storia sono tutti incredibilmente simili. I conoscenti dei terroristi si dicono sempre stupiti: “Non capiamo, era una persona gentile (o un piccolo delinquente), non era un musulmano praticante, beveva, fumava spinelli e frequentava le ragazze. Poi è cambiato, si è lasciato crescere la barba e ha cominciato a parlare di religione”.
È inutile parlare della taqiyya (dissimulazione) perché una volta “rinati” questi ragazzi non si nascondono e manifestano le loro nuove convinzioni anche su Facebook. Esibiscono la loro nuova personalità onnipotente, la loro voglia di rivincita, l’esaltazione che deriva dalla volontà di uccidere e la fascinazione per la propria morte. La violenza a cui aderiscono è una violenza moderna. Uccidono come gli autori delle stragi statunitensi e come Anders Breivik, a sangue freddo. In loro il nichilismo e l’orgoglio sono profondamente interconnessi.
Questo individualismo forsennato si ritrova nel loro isolamento rispetto alle comunità musulmane. Pochi frequentano una moschea e i loro imam sono spesso autoproclamati. La loro radicalizzazione si sviluppa attorno a immagini di eroi, alla violenza e alla morte, non alla sharia o all’utopia. In Siria vanno solo per combattere, nessuno di loro si integra o si interessa alla società civile. Sono più nichilisti che utopisti.
Alcuni sono passati dal Tabligh (società di predicazione musulmana fondamentalista), ma nessuno ha mai frequentato i Fratelli musulmani o militato in un movimento politico filopalestinese. Nessuno si è impegnato nella sua comunità consegnando i pasti alla fine del Ramadan o pregando nelle moschee e nelle strade. Nessuno ha condotto studi religiosi approfonditi. Nessuno si interessa di teologia, nemmeno alla natura del jihad o dello Stato islamico.
I terroristi non sono l’espressione di una radicalizzazione della popolazione musulmana, ma il prodotto di una rivolta generazionale
Tutti si radicalizzano insieme a un piccolo gruppo di “compagni” che hanno incontrato in un luogo particolare (quartiere, prigione, società sportiva), con cui ricreano una famiglia e ritrovano un senso di fratellanza. E qui emerge uno schema molto importante che ancora nessuno ha studiato: questa fratellanza è spesso biologica. Tra gli attentatori troviamo regolarmente coppie di fratelli: i fratelli Kouachi e Abdeslam, Abdelhamid Abaaoud che rapisce suo fratello minore, i fratelli Clain che si convertono insieme, i fratelli Tsarnaev che organizzano l’attentato di Boston dell’aprile 2013.
Come se radicalizzare i fratelli (e le sorelle) fosse un modo per sottolineare la dimensione generazionale e la rottura con i genitori. La cellula si sforza di creare legami affettivi tra i suoi componenti, che spesso sposano la sorella di un compagno d’armi. Le cellule jihadiste non somigliano a quelle dei movimenti radicali d’ispirazione marxista o nazionalista (Fln algerino, Ira o Eta): essendo fondate su legami personali, sono più impermeabili all’infiltrazione.
I terroristi non sono l’espressione di una radicalizzazione della popolazione musulmana, ma il prodotto di una rivolta generazionale che coinvolge una categoria precisa di giovani. Ma perché scelgono l’islam? Per i ragazzi della seconda generazione il motivo è evidente: rielaborano un’identità che ai loro occhi è stata compromessa dai genitori e si convincono di essere “più musulmani dei musulmani”, in particolare dei padri. Le energie che dedicano ai vani tentativi di riconvertire i genitori sono eloquenti e al tempo stesso mostrano fino che punto si trovano ormai su un altro pianeta. Quanto ai convertiti, scelgono l’islam perché sul mercato della rivolta radicale non c’è altro. Entrare nell’Is significa avere la certezza di poter seminare il terrore.

(Traduzione di Andrea Sparacino)




Questo articolo è apparso la prima volta su Le Monde. Clicca qui per vedere l’originale. È stato pubblicato il 27 novembre 2015 a pagina 47 di Internazionale, con il titolo “L’islam è un pretesto”. Compra questo numero| Abbonati

venerdì 14 settembre 2012

L'innocenza dei musulmani e il silenzio degli innocenti

Mi va di scrivere un pezzo politicamente scorretto. È il bello di essere non solo liberi pensatori ma di vivere senza imporsi agli altri né assoggettarsi a qualcuno o qualcosa. Prendo spunto dai tragici fatti accaduti in Libia – dove l’ambasciatore statunitense Stevens e altri tre cittadini americani sono morti – per riflettere sull’innocenza dei musulmani. È così che si intitola il film considerato blasfemo realizzato dal regista statunitense di origini ebraiche Sam Bacile che ha fomentato l’attentato contro il consolato USA di Bengasi e le intemperanze dei fondamentalisti islamici in altre parti del mondo, fra cui l’Egitto e lo Yemen (in realtà è solo un pretesto). È bastata la diffusione di un video promozionale per scatenare il pandemonio e ciò dimostra ancora una volta quanto siano infiammabili i nostri fratelli musulmani. Il trailer presenterebbe il profeta come un donnaiolo e un truffatore. Nulla di nuovo, insomma. Maometto subì queste accuse già da parte dei contemporanei, non solo dai suoi denigratori infedeli. Mentre i musulmani lo considerano Al-insan al-kamil (“l’uomo perfetto”), noi, i miserabili miscredenti, continuiamo ad avanzare sospetti sulla sua integrità morale. Tant’è che Dante Alighieri non ebbe dubbi in proposito e ficcò senza alcuna compassione lo “storpiato Maometto” nella IX bolgia dell’Inferno (Canto XXVIII, versi 22-63). Il trailer in questione (che ho visto) è offensivo e di qualità scadente, informato da una propaganda anti-islamica di basso livello. Il film (che non ho visto) sarebbe stato prodotto nel 2011 ma diffuso solo pochi giorni fa e pare sia stato finanziato da sostenitori ebraici. Si dice sia stato promosso dal ministro carismatico fondamentalista Terry Jones, l’uomo divenuto famoso per i roghi del Corano. L’Afghanistan, un paese che conosco bene per averci trascorso tre mesi nel 2010, ha censurato lo spezzone del film e il Presidente Karzai ha  dichiarato che i produttori della pellicola hanno commesso un “atto diabolico”. 
Che dire? Era meglio evitare questa provocazione. Pro bono pacis, innanzitutto. Oppure bisognava farla con più tatto e in modo quanto meno artistico. È una questione di stile. In ogni caso, coi tempi che corrono, dipingere Maometto come un pedofilo omosessuale e un furfante non è il modo migliore per aiutare il dialogo interreligioso e la convivenza. Detto questo, mi pongo però alcune domande. La prima è: come mai che ogni volta che qualcuno lo prende di mira si scatena l’inferno? È successo col povero Salman Rushdie, i cui “Versi satanici” provocarono una fatwa da parte di Khomeini (reiterata nel 2008!) che decretava la sua condanna a morte, per cui lo scrittore britannico di origini indiane vive ancora col terrore d’essere assassinato da un fanatico islamico. E che dire delle famose dodici caricature del profeta che furono pubblicate nel 2005 sul quotidiano danese Jyllands-Posten, sollevando l’ira di Dio nel mondo islamico? Diamine, non si può proprio scherzare sul cammelliere più famoso della Storia! Ve lo immaginate un film come Jesus Christ Superstar nella versione musulmana? No, non ve lo immaginate perché non è possibile ridere o fare parodie di Maometto, mentre è facile prendere in giro Gesù. E sapete perché? Perché Maometto era intollerante e manesco. Il povero Cristo, invece, porgeva l’altra guancia. Perché Maometto se l’è spassata nel corso della sua vita, il Figlio dell’Uomo ha invece scelto di morire sulla croce. Lo dice la Storia. Insomma, il primo era un “figo”, il secondo era un perdente e dunque lo si può insultare e prendere in giro. Ergo, guai a criticare il profeta Muhammad. Eppure, era fatto di carne e ossa e qualche sbaglio l’avrà pure commesso. O no? Il fatto è che noi cristiani non conosciamo la sua vita né tanto più il Corano
A proposito, chi era Maometto? Era un uomo inquieto che conosceva il giudaismo e il cristianesimo (male, però, perché non aveva letto direttamente i testi sacri e quindi era confuso in materia) e non era soddisfatto. Si tramanda che sentiva il bisogno di rinnovare la fede monoteista e si ritirò in una caverna presso La Mecca, dove meditò e fu colto da visioni, sicché rivelò che Dio (Allah) era onnipotente. Gli aristocratici della Mecca si sentirono minacciati da lui, che evocava il castigo di Dio sugli idolatri e chiedeva loro di sottomettersi alla sua volontà, ma non impedirono alla nuova fede di imporsi in virtù del fatto che aveva la parvenza di una rivolta sociale. Da allora, l’Islam è cresciuto a dismisura, senza soluzione di continuità, manifestando quel carattere espansionistico e teocratico che lo rende simile a uno tsunami. Maometto era in qualche modo unto dal Signore, altrimenti l’Islam non avrebbe raggiunto l’importanza che ha oggi nel mondo. Ma era veramente un uomo irreprensibile e quindi esente da critiche? 
I musulmani lo considerano un santo. Ma la verità è un po’ diversa, come si evince dai racconti della sua vita non agiografici e da alcune hadith. Consideriamo l’albero (Maometto) e il frutto (Corano). La Storia ci dice che aldilà di alcune sue indubbie qualità morali, Maometto fu comunque un predone e conquistatore (assaltò le carovane dei Meccani), un uomo violento uso alle imboscate, alle battaglie e alle razzie. Fu un assassino, uccise con le sue mani molte persone e istigò i suoi seguaci a farlo (vedasi la Battaglia del Fossato). Ed era un pedofilo. Aisha, la sua seconda moglie, aveva 9 anni quando Maometto, che ne aveva 53, si coricò con lei (lo dicono tre hadith: Bukhari V7, B62, N64, Bukhari V7B62N65 e Bukhari V7B62N88). Era poligamo, ebbe più di 4 mogli e 16 concubine. Tuttavia considerava le donne esseri inferiori, come si evince dalla lettura del Corano, e basta riflettere sulla attuale condizione femminile della donna nella maggioranza dei paesi musulmani per rendersi conto che la misoginia è una cifra indissolubile dell’Islam. Tra l’altro, Maometto concesse ai suoi uomini di stuprare alcune donne prese prigioniere (Bukhari V7B62N137, Bukhari V9B93N506Bukhari V3b34n432). Queste non sono opinioni o luoghi comuni, sono elementi storici. Infine, Maometto usò la religione per sottomettere l’Arabia e nel creare una nuova confessione scopiazzò l’ebraismo e riadattò ai suoi fini il cristianesimo. Non è un caso che la parola Islam significhi “sottomissione”. Egli impose il suo credo con la spada. Ma veniamo al frutto. Va da sé che i musulmani non approveranno la mia epitome ma i fatti gridano più forte delle parole. Per quanto ci siano nel Corano passi molto belli e condivisibili, è altrettanto vero che contiene un’infinità di incongruenze e insegnamenti deprecabili. Fondamentalmente, è un libro confuso in cui si predica la violenza e l’intolleranza verso gli altri, gli infedeli. Dopo averlo letto attentamente, si giunge alla conclusione che non è un testo profetico né sacro ma un manuale che Maometto mise insieme per giustificare i saccheggi e le prevaricazioni di cui si rese attore e promotore. Il “grandemente lodato” è stato un grande leader politico e ha usato la religione per giustificare le sue mire di potere e il suo comportamento.  Non credo invece sia stato un riformatore. Cos’ha detto di nuovo, salvo celebrare il nefando matrimonio tra la religione e la politica? In effetti, l’Islam è una religione sincretista e politica in cui il regno di Dio è di questo mondo. Un Dio al quale l’uomo deve sottomettersi. Perché mai? Mi chiedo come si possa concepire un Dio che è simile a un despota medievale e che ci chiede la sottomissione. Personalmente, credo che Allah sia un’invenzione, come ogni altra divinità creata dall’uomo. Esiste un principio d’amore primordiale, un’intelligenza cosmica onnipotente, una energia infinita ed eterna, un Uno di cui facciamo parte. Ogni altra visione è artificiale. Penso dunque che il capolavoro del guerriero-teologo Abu l-Qasim Muhammad ibn ‘Abd al-Muttalib al-Hashim sia stato confezionarsi un Dio su misura, con caratteristiche tali da sedurre un bacino d’utenza fatto di beduini col complesso di inferiorità verso gli ebrei (che avevano Jahvè) e i cristiani (che avevano il Padre Nostro) e reietti in cerca di riscatto. A differenza del mansueto Gesù, che promette la giustizia nel regno dei cieli, Maometto ha voluto portare il cielo in terra. Ci è riuscito? Mah! Il suo insegnamento ha prodotto il terrorismo e l’infibulazione, nega la democrazia, la libertà, l’uguaglianza dei sessi, i diritti civili e in più giustifica la guerra santa. 
Tanto mi basta per dubitare dell’innocenza dei musulmani. Coi quali, sia detto per inciso, sono solidale quando qualcuno offende la loro sensibilità (è una questione di rispetto) ma ai quali mi sento di tirare le orecchie. Molti di loro non solo non rispettano la nostra fede e i nostri valori, ma ci disprezzano, ci odiano come ho avuto modo di appurare nei miei viaggi e soggiorni nel Maghreb e in Oriente. L’innocenza dei musulmani mi riporta per analogia al silenzio degli innocenti. Mi riferisco alle tante vittime innocenti dell’integralismo islamico, della follia degli imam, dell’odio e della volontà di potenza di chi usa il fanatismo religioso per seminare morte. Ma forse, come dice un mio amico, anche lui politicamente scorretto, Maometto aveva le palle mentre Gesù era uno smidollato che aborriva la violenza e che non conobbe i piaceri della vita né considerò la donna pari a un cane. 
Suvvia, come si fa a portare rispetto a chi si professa seguace di un debole? Tutt’al più lo si schiaccia. Lo si riduce al silenzio. Ed è quello che sta accadendo in molte parti del mondo, dove la spada dell’Islam gronda sangue.

martedì 20 maggio 2008

Incontro/intervista con Mons. Gremoli - vescovo emerito del vicariato apostolico d’Arabia


Questo pomeriggio – martedì 20 maggio - alle 18,30 Mons. Bernardo G. Gremoli, vescovo emerito del vicariato apostolico d'Arabia, parteciperà presso la sede dell'Accademia dei Ponti, via Trieste 5, a un incontro dal titolo 'Trent'anni a tu per tu con l'Islam. Chiesa, religione e persone'.


Il vescovo è disponibile per eventuali interviste.

Il vicariato apostolico d'Arabia comprende i sette Emirati Arabi Uniti, il Qatar, Bahrein, lo Yemen, l'Oman e l'Arabia Saudita.


Arrivato in questa zona durante il boom economico, mentre la società stava subendo profonde trasformazioni dopo il ritrovamento del petrolio il Golfo con l'arrivo di decine di migliaia di cattolici da tutto il mondo, il Vicario Apostolico Mons. Bernardo Gremoli – frate cappuccino - in trenta anni ha costruito ex novo numerose chiese con una capacità di accoglienza dalle 700 alle duemila persone.


A lui si devono la costruzione delle prime chiese cattoliche in molte di queste terre, con una società multietnica e multireligiosa di difficile convivenza. Sempre a lui si deve l'allacciamento delle relazioni ufficiali tra la Santa Sede e gli Emirati Arabi Uniti e i rapporti diplomatici con Bahrein, Kuwait, Yemen e Qatar.



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Accademia dei Ponti <press_stampa@tiscali.it>

mercoledì 26 marzo 2008

TRENTO, COLLETTA CATTOLICA PER LA MOSCHEA.PADRE BUTTERINI AI MICROFONI DI ECORADIO:"CONSEGNEREMO I SOLDI AI FEDELI ISLAMICI"



 
COMUNICATO STAMPA


 

TRENTO, COLLETTA CATTOLICA PER LA MOSCHEA.

PADRE BUTTERINI AI MICROFONI DI ECORADIO:

"CONSEGNEREMO I SOLDI AI FEDELI ISLAMICI"



Padre Giorgio Butterini intervistato da Ecoradio, ha dichiarato : "I soldi, circa mille euro, sono stati raccolti dai miei parrocchiani per aiutare la comunità islamica a costruire il loro edificio di culto e a quello serviranno. Non capisco la reazione del Vescovo visto che l'appello era stato lanciato dal giornale della stessa Diocesi"

Questa la risposta del parroco della Santissima Trinità, dopo che il Vescovo Monsignor Bressan aveva bloccato la raccolta dei fondi dichiarando "Ogni gruppo religioso provveda a se stesso". Un atteggiamento ritenuto da padre Butterini inaccettabile visto che "si è trattato di un gesto per una Pasqua di dialogo interreligioso. Il problema che si ha paura della diversità e la diversità fa paura a chi è debole".

"Cristo ha predicato la pace e l'amore verso tutti gli esseri umani. Se Cristo vivesse oggi – ha concluso padre Buttarini ai microfoni di Ecoradio – non verrebbe crocefisso solo perchè la legge non lo permette , ma avrebbe una vita difficile "

 


Ecoradio
Ufficio Stampa
Via XX Settembre, 4 - Roma
Tel. 06 420 45 248 Fax 06 420 45 249

martedì 25 marzo 2008

La lettera. di Magdi Allam



Corriere.it

La lettera

«Approdo di un lungo cammino
Decisivo l'incontro con il Papa»

Caro Direttore, ciò che ti sto per riferire concerne una mia scelta di fede religiosa e di vita personale che non vuole in alcun modo coinvolgere il Corriere della Sera di cui mi onoro di far parte dal 2003 con la qualifica di vice-direttore ad personam. Ti scrivo pertanto da protagonista della vicenda come privato cittadino. Ieri sera mi sono convertito alla religione cristiana cattolica, rinunciando alla mia precedente fede islamica. Ha così finalmente visto la luce, per grazia divina, il frutto sano e maturo di una lunga gestazione vissuta nella sofferenza e nella gioia, tra la profonda e intima riflessione e la consapevole e manifesta esternazione. Sono particolarmente grato a Sua Santità il Papa Benedetto XVI che mi ha impartito i sacramenti dell'iniziazione cristiana, Battesimo, Cresima ed Eucarestia, nella Basilica di San Pietro nel corso della solenne celebrazione della Veglia Pasquale. E ho assunto il nome cristiano più semplice ed esplicito: «Cristiano».
Da ieri dunque mi chiamo «Magdi Cristiano Allam». Per me è il giorno più bello della vita. Acquisire il dono della fede cristiana nella ricorrenza della Risurrezione di Cristo per mano del Santo Padre è, per un credente, un privilegio ineguagliabile e un bene inestimabile. A quasi 56 anni, nel mio piccolo, è un fatto storico, eccezionale e indimenticabile, che segna una svolta radicale e definitiva rispetto al passato. Il miracolo della Risurrezione di Cristo si è riverberato sulla mia anima liberandola dalle tenebre di una predicazione dove l'odio e l'intolleranza nei confronti del «diverso», condannato acriticamente quale «nemico», primeggiano sull'amore e il rispetto del «prossimo » che è sempre e comunque «persona»; così come la mia mente si è affrancata dall'oscurantismo di un'ideologia che legittima la menzogna e la dissimulazione, la morte violenta che induce all'omicidio e al suicidio, la cieca sottomissione e la tirannia, permettendomi di aderire all'autentica religione della Verità, della Vita e della Libertà. Nella mia prima Pasqua da cristiano io non ho scoperto solo Gesù, ho scoperto per la prima volta il vero e unico Dio, che è il Dio della Fede e Ragione.
Il punto d'approdo
La mia conversione al cattolicesimo è il punto d'approdo di una graduale e profonda meditazione interiore a cui non avrei potuto sottrarmi, visto che da cinque anni sono costretto a una vita blindata, con la vigilanza fissa a casa e la scorta dei carabinieri a ogni mio spostamento, a causa delle minacce e delle condanne a morte inflittemi dagli estremisti e dai terroristi islamici, sia quelli residenti in Italia sia quelli attivi all'estero. Ho dovuto interrogarmi sull'atteggiamento di coloro che hanno pubblicamente emesso delle fatwe, dei responsi giuridici islamici, denunciandomi, io che ero musulmano, come «nemico dell'islam», «ipocrita perché è un cristiano copto che finge di essere musulmano per danneggiare l'islam», «bugiardo e diffamatore dell'islam », legittimando in tal modo la mia condanna a morte. Mi sono chiesto come fosse possibile che chi, come me, si è battuto convintamente e strenuamente per un «islam moderato », assumendosi la responsabilità di esporsi in prima persona nella denuncia dell'estremismo e del terrorismo islamico, sia finito poi per essere condannato a morte nel nome dell'islam e sulla base di una legittimazione coranica. Ho così dovuto prendere atto che, al di là della contingenza che registra il sopravvento del fenomeno degli estremisti e del terrorismo islamico a livello mondiale, la radice del male è insita in un islam che è fisiologicamente violento e storicamente conflittuale.
Parallelamente la Provvidenza mi ha fatto incontrare delle persone cattoliche praticanti di buona volontà che, in virtù della loro testimonianza e della loro amicizia, sono diventate man mano un punto di riferimento sul piano della certezza della verità e della solidità dei valori. A cominciare da tanti amici di Comunione e Liberazione con in testa don Juliàn Carròn; a religiosi semplici quali don Gabriele Mangiarotti, suor Maria Gloria Riva, don Carlo Maurizi e padre Yohannis Lahzi Gaid; alla riscoperta dei salesiani grazie a don Angelo Tengattini e don Maurizio Verlezza culminata in una rinnovata amicizia con il Rettore maggiore Don Pascual Chavez Villanueva; fino all'abbraccio di alti prelati di grande umanità quali il cardinale Tarcisio Bertone, monsignor Luigi Negri, Giancarlo Vecerrica, Gino Romanazzi e, soprattutto, monsignor Rino Fisichella che mi ha personalmente seguito nel percorso spirituale di accettazione della fede cristiana. Ma indubbiamente l'incontro più straordinario e significativo nella decisione di convertirmi è stato quello con il Papa Benedetto XVI, che ho ammirato e difeso da musulmano per la sua maestria nel porre il legame indissolubile tra fede e ragione come fondamento dell'autentica religione e della civiltà umana, e a cui aderisco pienamente da cristiano per ispirarmi di nuova luce nel compimento della missione che Dio mi ha riservato.
La scelta e le minacce
Caro Direttore, mi hai chiesto se io non tema per la mia vita, nella consapevolezza che la conversione al cristianesimo mi procurerà certamente un'ennesima, e ben più grave, condanna a morte per apostasia. Hai perfettamente ragione. So a cosa vado incontro ma affronterò la mia sorte a testa alta, con la schiena dritta e con la solidità interiore di chi ha la certezza della propria fede. E lo sarò ancor di più dopo il gesto storico e coraggioso del Papa che, sin dal primo istante in cui è venuto a conoscenza del mio desiderio, ha subito accettato di impartirmi di persona i sacramenti d'iniziazione al cristianesimo. Sua Santità ha lanciato un messaggio esplicito e rivoluzionario a una Chiesa che finora è stata fin troppo prudente nella conversione dei musulmani, astenendosi dal fare proselitismo nei Paesi a maggioranza islamica e tacendo sulla realtà dei convertiti nei Paesi cristiani. Per paura. La paura di non poter tutelare i convertiti di fronte alla loro condanna a morte per apostasia e la paura delle rappresaglie nei confronti dei cristiani residenti nei Paesi islamici. Ebbene oggi Benedetto XVI, con la sua testimonianza, ci dice che bisogna vincere la paura e non avere alcun timore nell'affermare la verità di Gesù anche con i musulmani.
Basta con la violenza
Dal canto mio dico che è ora di porre fine all'arbitrio e alla violenza dei musulmani che non rispettano la libertà di scelta religiosa. In Italia ci sono migliaia di convertiti all'islam che vivono serenamente la loro nuova fede. Ma ci sono anche migliaia di musulmani convertiti al cristianesimo che sono costretti a celare la loro nuova fede per paura di essere assassinati dagli estremisti islamici che si annidano tra noi. Per uno di quei «casi» che evocano la mano discreta del Signore, il mio primo articolo scritto sul Corriere il 3 settembre 2003 si intitolava «Le nuove catacombe degli islamici convertiti». Era un'inchiesta su alcuni neo-cristiani che in Italia denunciavano la loro profonda solitudine spirituale ed umana, di fronte alla latitanza delle istituzioni dello Stato che non tutelano la loro sicurezza e al silenzio della stessa Chiesa. Ebbene mi auguro che dal gesto storico del Papa e dalla mia testimonianza traggano il convincimento che è arrivato il momento di uscire dalle tenebre dalle catacombe e di affermare pubblicamente la loro volontà di essere pienamente se stessi. Se non saremo in grado qui in Italia, nella culla del cattolicesimo, a casa nostra, di garantire a tutti la piena libertà religiosa, come potremmo mai essere credibili quando denunciamo la violazione di tale libertà altrove nel mondo? Prego Dio affinché questa Pasqua speciale doni la risurrezione dello spirito a tutti i fedeli in Cristo che sono stati finora soggiogati dalla paura.
Magdi Allam

mercoledì 10 gennaio 2007

L'Europa a tavola con il Corano. E' boom della cucina "halal"

Sempre più diffusi i cibi "ammessi" dal testo sacro islamico: +15% in un anno

Da precetto religioso è già un business con un giro d'affari da 15 miliardi di euro

di ALBERTO D'ARGENIO

(Masterworld.org/news) BRUXELLES - "La produzione alimentare di oggi rende difficile capire cosa finisce nei cibi che consumiamo. Certo, l'etichettatura aiuta, ma non tutto è comprensibile: sappiamo che non dobbiamo mangiare maiale, alcol o gelatina, ma come la mettiamo con l'ergocalciferolo o con il glyceryl stearate?". Benvenuti nell'universo della cucina halal: siti internet, fast food e negozi specializzati nella vendita di alimenti permessi dalla legge islamica.

Un dettame religioso che in Europa si è ormai trasformato in un vero e proprio brand di enorme successo. Halal a tavola, ovvero, tradotto dall'arabo, ciò che è "lecito" mangiare secondo il Corano. E per i musulmani europei a volte è difficile evitare ingredienti haram, "impuri", come grassi animali e prodotti derivati dal maiale: biscotti, caramelle, yogurt e succhi di frutta i classici alimenti a trabocchetto. E i rischi non si corrono solo a pranzo, ma anche in farmacia o dall'estetista.

Ecco perché i prodotti halal vanno a ruba, con cifre da far impallidire qualsiasi altro settore commerciale: nel 2003 il mercato europeo dei prodotti "leciti" ha fatturato circa 15 miliardi di euro. Commentano i sociologi belgi: "È uno dei settori più promettenti a livello planetario", anche perché dal 1998 vanta un incremento annuo del 15%. La Francia è la piazza più fiorente per la vendita di cibo, medicine e cosmetici halal, ma Gran Bretagna, Belgio e Germania non hanno nulla da invidiarle. E così fioriscono mercatini e negozi, supermercati e macellerie specializzate, fast food e siti internet dove ordinare carni e salumi prodotti nell'est europeo "con tecnologia e ricetta italiana" ma rigorosamente halal. E a livello globale si parla di guadagni costantemente in crescita che ormai sfiorano i 150 miliardi di dollari l'anno.

"Come Dio vuole, io mangio halal ogni volta che posso", spiega una giovane studentessa universitaria belga di origine magrebina. "È più sano e più facile da digerire", le fa eco un uomo di mezza età convertito all'Islam da una decina d'anni. E così quello che ormai è stato ribattezzato "halam business" cresce. Si moltiplicano guide online in cui trovare un buon ristorante a norma di Corano in qualsiasi Paese del mondo, o in cui studiare i marchi di garanzia più affidabili. Si adeguano le catene di ristorazione e le grandi case alimentari, creando linee di prodotti halal con tanto di marketing specifico. Una tendenza inarrestabile perché ad aumentare non sono solo i clienti, ma anche i cibi richiesti.

In Francia, ad esempio, i giovani islamici tendono a seguire le mode culinarie dei coetanei non musulmani, ma spesso sono messi fuori gioco dagli alimenti impuri contenuti nei piatti più gettonati: e così nel 2005 sono nate pizza e lasagne halal. In Belgio le scuole e gli ospedali dei quartieri a maggiore densità di immigrati musulmani servono piatti privi di ingredienti haram.

Ma naturalmente ci sono anche i problemi. Il primo, e più sentito dai consumatori, è quello della certificazione, sanitaria e religiosa. Non in tutti i paesi europei c'è un sistema di etichettatura affidabile sull'autenticità del cibo halal. Come in Belgio, dove secondo un'indagine dell'Università di Gand sono gli stessi consumatori musulmani a chiedere regole chiare: un intervistato su quattro si preoccupa per l'assenza d'informazione e di controllo, mentre uno su tre per la mancanza di igiene. Ammette un grossista di Bruxelles: "Senza una definizione unica del certificato halal lasciamo spazio a ogni genere di abuso". Ma intanto l'halal economy ha ormai creato un inarrestabile brand di successo.


Origine: Repubblica

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