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venerdì 25 ottobre 2013

Violenza sulle donne e salute di comunità: 4 incontri formativi in Area Vasta Romagna

La diffusione della conoscenza sul fenomeno della violenza contro le donne e la specificità degli interventi sul suo contrasto sono al centro di una serie di incontri che iniziano mercoledì 30 ottobre 2013 presso il Teatro Verdi di Cesena e a Forlì il 19 dicembre, presso il Salone Comunale, Piazza Saffi. La diffusione della conoscenza sul fenomeno della violenza contro le donne e la specificità degli interventi sul suo contrasto sono al centro di una serie di incontri che iniziano mercoledì 30 ottobre 2013 presso il Teatro Verdi di Cesena affrontando il tema del bisogno. Il rischio è al centro del successivo incontro del 19 dicembre 2013 a Forlì, presso il sanone Comunale mentre il 21 febbraio 2014 si parla del danno nell'incontro di Rimini. L'ultimo appuntamento, con al centro il tema del futuro, è fissato a Ravenna per il 20 marzo 2014. L'obiettivo del corso è quello di offrire agli operatori la cornice teorica e metodologica attraverso cui rilevare, leggere e comprendere la violenza di genere, in ambito sociosanitario, nonchè modelli operativi e strumenti per la gestione ed il contrasto del fenomeno. Il lavoro formativo viene svolto con un'ottiva integrata sui piani sociale, legale, sanitario e psicologico nell'ambito dell'Area Vasta Romagna. Per informazioni: www.ausl.fo.it Tiziana Rambelli

giovedì 24 ottobre 2013

“Decisioni in contesti di vulnerabilità” Laboratori formativi dell’Ausl di Forlì

A chi spetta prendere le decisioni di cura in un contesto di vulnerabilità? Le responsabilità decisionali sono legate al ruolo, alla funzione? Un percorso formativo in 4 tappe organizzato dall’Ausl di Forlì per un numero ristretto di operatori. Ciascuna tappa sarà articolata in 3 incontri (22 ottobre, 19 novembre, 3 dicembre), che avranno ogni volta come incipit storie cliniche, percorsi o procedure discusse con metodo deliberativo. Un percorso formativo che grazie a laboratori interattivi esplorerà, analizzerà, si confronterà su questioni aperte e controverse – dal punto di vista etico, di qualità e sicurezza dei processi di cura e di difficoltà delle scelte sottese, questioni rilevate proprio nelle/dalle stesse pratiche di cura presentate dai partecipanti. Referente : dottoressa Patrizia Grementieri, Coordinatrice del programma di gestione del rischio, Processi trasversali aziendali (p.grementieri@ausl.fo.it) Decisioni in contesti di vulnerabilità laboratori formativi tra ricerca e cura A chi spetta prendere le decisioni di cura in un contesto di vulnerabilità? Le responsabilità decisionali sono legate al ruolo, alla funzione? In che misura sono auspicabili e possibili decisioni collegiali quando il tempo stringe e c’è di mezzo la salute, propria e di terzi? Chi ha il diritto-dovere di parteciparvi, quando il paziente non è in grado di decidere? Come possono/debbono essere gestite la dialettica, la pluralità e la trasversalità nelle decisioni in un ambito di cura? Come e quando una decisione clinica può ritenersi corretta? Solo quando dà risultati positivi? Cioè dal punto di vista etico il giudizio positivo si basa solo sulla bontà dei risultati, oppure va anche considerata la validità del processo? Quale-i sapere-i la supportano e la rendono possibile? Che percorsi, che strumenti la facilitano e sono garanzia di eticità e buona pratica? Come la qualità dell’informazione e la sicurezza del processo di cura possono essere costitutivi di una buona pratica? Come può l’istituzione garantire e promuovere la buona pratica individuata? “Non ancora competente, non più capace” Sala Arancio Polo Formativo del Padiglione Valsalva – Ospedale dalle 14:00 alle 18:00 Come la vulnerabilità di minori, anziani, soggetti incoscienti, condiziona, trasforma le scelte di cura e richiama ad una nuova responsabilità professionale ed organizzativa. Verso una buona pratica della delega e dell’informazione nei contesti di vulnerabilità/con soggetti vulnerabili, con particolare attenzione alla funzione dell’amministratore di sostegno. Docente Sara Casati ■22 ottobre 2013 analisi fattuale di una storia clinica/percorso/procedura individuazione dei problemi etici in gioco discussione della questione aperta e controversa preminente costruzione dell’albero decisionale deliberazione sui valori e sui corsi di azioni in gioco ■19 novembre 2013 laboratori interattivi (drammatizzazione, sessioni di etica narrativa, lavori per piccoli gruppi) approfondimenti etico-giuridici relativi alla questione etica e di buona pratica controversa individuata e ai corsi di azioni intermedi auspicati ■3 dicembre 2013 Lavori per piccoli gruppi al fine di individuare requisiti e criteri per la modellizzazione Che i professionisti della salute – tutti, non solo i medici – decidano è un fatto e una necessità. Non potrebbero fare altrimenti. Che non siano soli nelle loro decisioni e che debbano rendere ragione ai cittadini, ai pazienti e alle istituzioni, cui appartengono, è novità scaturita dai grandi cambiamenti del Novecento. Una decisione clinica ha sempre a che fare con la salute di un soggetto, di un’altra persona. Non è solo una decisione su qualcosa, ma “con qualcuno“, con la costellazione dei suoi valori, delle sue circostanze, e in un contesto (pronto soccorso, reparto, ambulatorio, territorio, ambiente famigliare). L´etica, e non solo la razionalità, ne è parte integrante, anche se poi, di fatto, l’etica si ritrova a fare i conti con altre esigenze: amministrative, economiche, sociali… Come queste decisioni siano o meno supportate da ragioni e accompagnate dalle proprie convinzioni valoriali, come si fanno permeare dalla necessità di interloquire con differenti attori (pazienti, famigliari, altri professionisti, istituzioni) è tutto da esplorare, per riconoscere ed esplicitare in quale misura etica e razionalità siano motore, quali conoscenze siano supporto delle decisioni cliniche e per trasformarlo in buona pratica. La crisi del modello paternalista, la crescente tecnologizzazione e standardizzazione della pratica clinica e il rapporto sempre più stretto tra ricerca e cura hanno progressivamente modificato la relazione costitutiva tra curare e prendersi cura fino ad interrompere le consolidate modalità di intendere e praticare questo binomio. Tanto i professionisti della salute come i pazienti si sono così ritrovati in un contesto nuovo, a volte spaesante, e esigente nuovi modelli di interrelazione, di conoscenza e di scelta. Da una parte la relazione tradizionale di prossimità e fiducia tra operatori clinici e pazienti è stata sostituita da un tipo di relazione più impersonale, nella struttura ospedaliera, nella ricerca biomedica. Contemporaneamente la pratica clinica si è ritrovata esposta ad una serie di problematiche nuove: conflitti di interpretazioni e volontà tra i vari agenti della cura, cronicizzazioni di stati di malattia, possibilità di scelte raffinatissime dal punto di vista tecnico, che disegnano uno scenario di complessità dove la medicina talvolta fatica a ritrovare il senso della propria prassi. Decidere di iniziare, proseguire o interrompere una cura o un intervento, ma anche scegliere un modo concreto di agire al posto di un altro nella pratica clinica, trasformano uno dei molteplici corsi di azione possibile nell’azione indicata; ciò fissa l’incertezza, che è così tipica dell’ambito clinico (sotteso tra alternative, rischi, variabilità e valori differenti), nella scelta da adottare. La decisione giusta (che si aggiusta): ecco un punto di arrivo impegnativo, ma necessario. In questo percorso formativo che si rivolge non solo ai medici, ma ai “curanti”, le decisioni in gioco non sono solo le decisioni mediche, né sono solo quelle terapeutiche; certamente sono quelle che si prendono quando si cerca di prevenire, diagnosticare, prognosticare, riabilitare, proporre o seguire una terapia, una ricerca, comunicare informazioni, stabilire relazioni, tutte azioni queste che sempre più richiedono la corresponsabilità di molti, ma sono anche le decisioni con cui ci si dispone a un certo atteggiamento verso gli altri, malati, colleghi, parenti… Partendo dalla quotidianità delle decisioni cliniche, ponendo particolare attenzione alla presa in carico di soggetti vulnerabili (minori, anziani, persone incapaci o con la coscienza altalenante…) in contesti di complessità, ci proponiamo di far emergere limiti e potenzialità di quanto da noi prescelto, spingendoci alla ricerca di forme altre di concepire la razionalità e l´etica: forme in grado di aiutarci a decidere ragionevolmente e rispettosamente, che si cimentino con l´invito alla partecipazione dei curati e con il riconoscimento delle differenti competenze e responsabilità in gioco. Allo stesso tempo attraverso una didattica interattiva per adulti, cercheremo di confrontarci apertamente con la dimensione costitutiva di questa pratica speciale che è la clinica: la vulnerabilità esposta del malato, la vulnerabilità altrui che richiama la nostra, che illumina i nostri limiti, come professionisti e come esseri umani vulnerabili, vulnerati dal dolore dell’altro che vorremmo curare e a cui per professione, oltre che per umanità, siamo chiamati a rispondere. L’invito sotteso a questo percorso si rivela nel suo approfondimento, nel suo non sottrarsi, un invito a ritornare alle origini stesse della pratica clinica, all’incontro con la vulnerabilità di un soggetto umano, ma con competenze nuove. Il volto dell’altro malato ed esposto al dolore, fisico, psichico, umano, ci interroga con forza e ci richiama a riflettere sul senso della cura, sotteso alle nostre azioni di cura, una cura che sappia essere così antica nel senso – farsi carico della vulnerabilità umana, come nuova nello stile, capace di coinvolgere l’altro quale interlocutore, soggetto di cura, nel tempo e per tempo. un percorso a tappe Un percorso formativo in 4 tappe, ciascuna tappa articolata in 3 incontri, che avrà ogni volta come incipit storie cliniche, percorsi o procedure discusse con metodo deliberativo. Un percorso formativo che grazie a laboratori interattivi esplorerà, analizzerà, si confronterà su questioni aperte e controverse – dal punto di vista etico, di qualità e sicurezza dei processi di cura e di difficoltà delle scelte sottese, questioni rilevate proprio nelle/dalle stesse pratiche di cura presentate dai partecipanti. Le aree prescelte come aree di formazione comune, su cui consolidare e/o modellizzare insieme buone pratiche, raccolgono in sé trasversalità e problematicità che è poi facile ritrovare nella propria attività quotidiana. Esse non solo aprono, ma costringono a quello scenario di complessità cui la medicina e la ricerca biomedica sono chiamate da tempo sia a dare risposte etiche, sostenibili (dal punto di vista economico e organizzativo) e di buona pratica come ad individuare percorsi decisionali inclusivi e nel rispetto di tutti i soggetti in gioco. Queste le nostre 4 tappe: a. “Non ancora competente, non più capace”. Come la vulnerabilità di minori, anziani, soggetti incoscienti, condiziona, trasforma le scelte di cura e richiama ad una nuova responsabilità professionale ed organizzativa. Verso una buona pratica della delega e dell’informazione nei contesti di vulnerabilità/con soggetti vulnerabili, con particolare attenzione alla funzione dell’amministratore di sostegno. b. “Dentro la complessità dei percorsi e delle decisioni di cura con i malati rari, i pazienti cronici gravi, i pazienti oncologici”: l‘intreccio tra incertezza, valori diversi, più interpretazioni, più soggetti in gioco e tempi che si sovrappongono. Verso una buona pratica di équipe e di informazione nei contesti di complessità/ con soggetti complessi. c. “C’è poco tempo, chi decide cosa fare? Come passare dallo standard alla buona pratica: scelte di cura in situazioni di emergenza, con particolare attenzione alle decisioni nei contesti estremi . d. Il paziente, il cittadino e la comunità scientifica quali interlocutori ineludibili nella ricerca clinica: per una buona pratica informativa e di qualità della ricerca. … linguaggio, metodo I contesti di complessità cui si rivolge il percorso, ovvero scenari di cura e di ricerca caratterizzati da più saperi, più valori, più punti di vista e un’incertezza irriducibile della conoscenza, dovuta ai tempi, ai processi e alle esposizioni insite nelle pratiche di cura considerate, esigono e richiamano un metodo che ü si confronti con il valore della differenza nei processi di costruzione della conoscenza e delle scelte di cura, ü riconosca ed includa come interlocutori necessari tutti i soggetti in gioco, ü valorizzi il sapere dell’esperienza, ü consolidi i processi di rivedibilità della conoscenza, ü offra strumenti di argomentazione . Questo metodo è il metodo deliberativo ed è strumento/vettore di realizzazione di un approccio partecipativo, dove lo sviluppo e la qualità della conoscenza in gioco – conoscenza che si declina in molti modi (scientifica, assiologica, pratica) e che trasforma la cura in una pratica sicura e corretta, è possibile grazie all’inclusione di tutti i soggetti in gioco, al considerarli parte attiva nei processi di cura. La partecipazione consapevole ai processi di cura è possibile attraverso la comprensione degli stessi ed il saper dare ragioni, giustificare, e quindi offrire elementi per monitorare le scelte. Un approccio partecipativo così inteso è basilare alla configurazione di buone pratiche, scopo formativo ed esito atteso della proposta stessa. Così come un lavoro analitico e trasversale sul linguaggio che molto spesso crea cortocircuiti, per la mancata condivisione dei significati e dei modelli epistemologici, organizzativi e relazionali impliciti di cui è espressione, sarà determinate, e innovativo per la dimensione inclusiva che può rappresentare, sia in équipe che con i cittadini. destinatari I referenti della gestione del rischio, le direzioni aziendali e i responsabili delle aree coinvolte (qualità, gestione del rischio, ricerca, medicina legale) le associazioni dei pazienti e i comitati consultivi misti. Il numero massimo dei partecipanti previsti per ogni tappa è di 25 persone. Numero di partecipanti totali previsti: 100 persone. Si prevede di riservare un numero limitato di posti (5) a professionisti, referenti della gestione del rischio, che per i compiti, le responsabilità e le propensioni manifestate, partecipino a tutto il percorso nella sua interezza al fine di acquisire competenza in una prospettiva di formazione di formatori. architettura di ogni tappa ( 3 incontri) 1° incontro : fase deliberativa ( 4 ore) - analisi fattuale di una storia/percorso/procedura clinica - individuazione dei problemi etici in gioco - discussione della questione aperta e controversa preminente - costruzione dell’albero decisionale - deliberazione sui valori e sui corsi di azioni in gioco - verifica di coerenza dal punto di vista della sostenibilità, della fattibilità e della normativa 2° incontro: fase interattiva di approfondimento (4 ore) Approfondimento delle questioni etiche e di buona pratica controverse e dei corsi di azioni intermedi discussi ed articolati durante la fase deliberativa attraverso: - laboratori interattivi (drammatizzazione, sessioni di etica narrativa, lavori per piccoli gruppi) - approfondimenti etico-giuridici *** compiti di rielaborazione individuale tra il 2° e il 3° incontro 3° incontro: fase di modellizzazione di buona pratica (4 ore) Lavori per piccoli gruppi al fine di articolare requisiti e criteri per la modellizzazione della buona pratica risultata corretta alla luce della fase deliberativa ed interattiva. Curriculum vitae Sara Casati, docente Sara Casati, PhD in “Etica e deontologia medica”, MD in Bioetica Clinica, bioeticista, filosofa pratica e formatore professionale, esperta di modelli partecipativi e percorsi di empowerment in sanità e di didattica interattiva per adulti, dal 1998 al 2005 ha fatto ricerca e lavorato presso la Universidad Complutense di Madrid e l’Imperial College di Londra, insegna in Master e corsi di perfezionamento universitario presso numerose università e caratterizzato la sua attività attraverso un costante lavoro di ricerca e di formazione sul campo, in vari ospedali, laboratori di ricerca, Società Scientifiche, Associazioni di pazienti. Ha privilegiato nel tempo l’interazione con le Associazioni dei Malati Rari per il loro essere ineludibilmente in prima linea rispetto alle questioni chiavi di bioetica e buona pratica clinica e stabilito con UNIAMO FIRM una relazione continua di attività e consulenza in particolare per il consolidamento di un ruolo proattivo del paziente e di chi lo rappresenta, sia nella relazione di cura che nei consessi di policy della ricerca e della salute, e per sviluppare percorsi di shared-knowledge e shared-decision-making con tutti gli attori in gioco nella rete di cura. In particolare nell’ultimo anno di collaborazione con UNIAMO ha finalizzato il progetto Mercurio coordinando l’innovazione del sito www.malatirari.it in ottica partecipativa e trasformandolo in uno spazio 2.0 di in-formazione e conoscenza condivisa tra pazienti, caregiver e professionisti della salute, con il supporto delle Società Scientifiche coinvolte. Contemporaneamente sulla base dei bisogni formativi emersi nell’interazione con le associazioni federate, con UNIAMO ha strutturato il progetto formativo DETERMINAZIONE RARA come una rete di percorsi di empowerment nella ricerca e di laboratori tra pari con i professionisti della ricerca e della sua governance. Tiziana Rambelli

giovedì 27 giugno 2013

La clinica svizzera di Losanna in visita all'ospedale di Forlì

Nei giorni scorsi, una delegazione del Dipartimento di Ostetricia, Ginecologia e Genetica medica della Clinica universitaria di Losanna, centro ospedaliero riconosciuto a livello internazionale, dopo contatti col dott. Celestino Claudio Bertellini, direttore dell’U.O. di Ostetricia-Ginecologia dell’Ausl di Forlì, ha visitato il presidio ospedaliero di Forlì per confrontare le rispettive esperienze e studiare il modello sanitario forlivese, con particolare attenzione per l’area ostetrico-ginecologica. «Abbiamo conosciuto il “Morgagni-Pierantoni” attraverso i servizi televisivi e giornalistici sulla struttura, rimanendo colpiti dal tipo di organizzazione e dalle tecnologie a disposizione dei professionisti – ha spiegato il direttore amministrativo del Dipartimento di Ostetricia, Ginecologia e Genetica medica, dott. Massimo Sandri, capo-delegazione – anche la nostra clinica è dotata di apparecchiatura all’avanguardia, pertanto ci è sembrato interessante approfondire come funziona la realtà forlivese, così da trarre spunti utili per il nostro centro». La clinica di Losanna, al cui interno lavorano 10mila dipendenti, ospita ogni anno circa 40mila pazienti, offre trattamenti personalizzati e servizi medici di ultima generazione, con un approccio di cura basato sulla multidisciplinarietà. Ad accogliere i colleghi elvetici – la dott.ssa Katiuska Francini, aiuto primario ostetrico-ginecologo, Maria Teresa Adjaho, coordinatrice infermieristica, Daniela Rinaldi, responsabile Risorse umane, Maria Teresa Amoroso, infermiera ostetrica, oltre al direttore amministrativo Massimo Sandri – sono stati il dott. Cesare Bini, della Direzione del presidio ospedaliero “Morgagni-Pierantoni”, l’assessore comunale alle politiche di welfare Davide Drei, il dott. Celestino Claudio Bertellini, che ha illustrato il funzionamento del reparto, com’è organizzata l’assistenza, i percorsi a disposizione delle pazienti, e mostrato le sale parto e il blocco operatorio. I professionisti svizzeri, fra i tanti aspetti, si sono mostrati interessati soprattutto alla cartella clinica informatizzata, che raccoglie tutte le informazioni di un paziente ed è consultabile anche dai servizi territoriali, e al robot chirurgico, assistendo a una seduta operatoria. «Anche noi abbiamo iniziato a utilizzare tale tecnologia in campo ginecologico, in particolare per intervenire sulle patologie oncologiche – ha illustrato il dott. Sandri – oltre che in tale settore, lo impieghiamo per la chirurgia digestiva, mentre mi risulta che a Forlì se ne faccia largo uso». Effettivamente, al “Morgagni-Pierantoni” il robot lavora ogni giorno, anche perché è al servizio di ben sette le specialità. L’ultima è proprio la ginecologia, con l’equipe del dott. Bertellini che può vantare i primi interventi robotici in campo ginecologico in tutta l’Emilia-Romagna. Eguale attenzione, gli ospiti hanno riservato sia al sistema di distribuzione del farmaco in monodose, mentre in Svizzera non è ancora sviluppato, sia al percorso chirurgico informatizzato, riconosciuto dall’Eipa (European Institute of Public Administration) fra le cinque migliori best practises a livello europeo nel campo delle pubbliche amministrazioni in occasione del premio biennale Epsa 2011 (European Public Sector Award). Inoltre, i colleghi svizzeri hanno voluto conoscere le metodiche di raccolta statistica dei dati inerenti le attività sanitarie in uso nel presidio forlivese, e approfondire il funzionamento del sistema dei Drg. «E’ stata un’esperienza davvero interessante e ricca di stimoli – commenta il dott. Sandri – siamo rimasti colpiti dall’organizzazione dell’ospedale, e in particolare dall’affiatamento riscontrato in tutte le equipes medico-infermieristiche». Soddisfatto anche il dott. Bertellini. «Il confronto con altri professionisti è sempre motivo di arricchimento e stimolo a far meglio. Inoltre, i colleghi della clinica di Losanna si sono mostrati interessati a instaurare con noi rapporti di reciproco scambio e collaborazione, da cui possono nascere sempre importanti opportunità». Tiziana Rambelli

lunedì 15 aprile 2013

A Trenta Ore per la Vita su Rai 2 il caso del giovane salvato in Cardiologia a Forlì

A Trenta Ore per la Vita su Rai 2 il caso del giovane salvato in Cardiologia a Forlì Domenica mattina, 21 aprile su Rai 2, alle 10,50, nel programma "A come avventura" e nell'ambito dell'iniziativa nazionale "Trenta ore per la vita" andrà in onda un filmato di ricostruzione e un'intervista al ragazzo meldolese salvato nell'UO di Cardiologia di Forlì Domenica mattina, 21 aprile su Rai 2, alle 10,50, nel programma "A come avventura" e nell'ambito dell'iniziativa nazionale "Trenta ore per la vita" andrà in onda un filmato di ricostruzione e un'intervista al ragazzo meldolese salvato nell'UO di Cardiologia di Forlì Una settimana sulle reti RAI, dal 15 al 21 Aprile 2013, per combattere un'epidemia silenziosa che causa la morte di circa 70.000 persone l'anno in Italia. Trenta Ore per la Vita, torna ad occuparsi, per il terzo anno consecutivo, del tema della morte per arresto cardiaco improvviso in persone apparentemente sane. «L'attenzione dimostrata dall'opinione pubblica nei riguardi di Trenta Ore per la Vita ed i risultati raggiunti con le due precedenti campagne, ci hanno spinto ad occuparci anche per il 2013 dell'arresto cardiaco improvviso, con il bagaglio di due anni di lavoro che ci hanno permesso di divenire consapevoli delle dimensioni del mondo della cardioprotezione, delle problematiche ad esso connesse, nonché delle resistenze culturali che, purtroppo, ancora permangono circa l'uso di dispositivi salvavita quali i defibrillatori da parte di personale laico», dichiara Rita Salci, presidente dell'Associazione Trenta Ore per la Vita onlus E domenica mattina alla trasmissione "A come avventura", andrà in onda la ricostruzione del caso (e l'intervista) del giovane meldolese che un anno fa venne colto da arresto cardiaco mentre si trovava in pizzeria. Fortunatamente, un maresciallo capo dei Carabinieri , Giovanni Mastrolorito, e un’infermiera, entrambi fuori servizio e presenti nel locale, intervennero praticando la rianimazione cardiopolmonare in attesa dell’arrivo del 118, che, appena sopraggiunto, proseguì l’operazione e trasportò il paziente all’ospedale “Morgagni-Pierantoni” di Forlì. Qui, la macchina del Dipartimento dell’Emergenza dell’Ausl di Forlì agì con prontezza e rapidità, salvando la vita al giovane. Tutto iniziò quando, in una pizzeria di Forlì, il diciassettenne di Meldola crollòa terra, privo di conoscenza. Subito, da un altro tavolo del locale accorsero il maresciallo capo dei Carabinieri, Giovanni Mastrolorito, e un’infermiera, che si trovavano lì a cena. I due hanno iniziato a effettuare le manovre di rianimazione cardiopolmonare di base; la loro presenza è risultata provvidenziale visto che tale pratica ha effetto esclusivamente entro i primi 10 minuti dall’attacco, quando è in grado di salvare la vita della persona colpita. Nel frattempo, intervenne anche il servizio 118 che ha proseguito per altri 30-40 minuti la rianimazione, defibrillando più volte il paziente e trasportandolo all’ospedale “Morgagni-Pierantoni” di Forlì dove ntrò, in coma, al Pronto Soccorso. Immediatamente fu sottoposto a ipotermia, tecnica che consente di migliorare l’esito, in termini di sopravvivenza e recupero neurologico, in un soggetto con arresto dovuto a fibrillazione ventricolare. Successivamente, il ragazzo è stato inviato al Laboratorio di Emodinamica dell’U.O. di Cardiologia di Forlì, da poco completamente rinnovato con attrezzature all’avanguardia, per effettuare una coronografia, esame diagnostico che ha escluso la presenza di anomalie congenite delle coronarie; essendo il paziente in stato di shock, si è deciso di ricorrere anche all’assistenza meccanica con contropulsatore aortico, portandolo poi in Terapia intensiva Cardiologica dove si è proseguito per 24 ore il trattamento di ipotermia. Al risveglio, il ragazzo è apparso in buone condizioni, rispondendo agli stimoli e mostrando di non avere riportato particolari traumi, anche se saranno necessari ulteriori accertamenti per valutare eventuali danni residui e per chiarire la causa dell’accaduto. «Siamo in grado di escludere che l’arresto sia dovuto a una patologia coronarica – illustra il dott. Marcello Galvani, direttore dell’U.O. di Cardiologia dell’Ausl di Forlì – si tratta presumibilmente di una malattia elettrica del cuore che andrà indagata, meno probabilmente di una miocardite; quasi sicuramente, tuttavia, occorrerà procedere all’impianto di un peace-maker con funzioni di defibrillatore». Se la vicenda del diacesettenne di Meldola si è conclusa col lieto fine, lo si deve al rodato meccanismo del Dipartimento dell’Emergenza dell’Ausl di Forlì. «Grazie alla stretta integrazione fra tutte le figure professionali coinvolte siamo riusciti ad agire in tempi rapidi, assicurando il buon esito della vicenda – commenta il dott. Marcello Galvani – questo caso, poi, è paradigmatico dell’efficacia della terapia intensiva rispetto a problematiche emergenti quali, appunto, l’arresto cardiaco». Tiziana Rambelli

A Forlì mortalità per infarto dimezzata

Meno morti per infarto grazie alle reti integrate di professionisti Mortalità ormai dimezzata, gli interventi cardio-chirurgici diminuiscono del 50-60 per cento Curare rapidamente e bene i casi più gravi, e insistere sulla prevenzione: solo così si può evitare che le malattie cardiocircolatorie conducano alla morte. E’ per questa ragione che la Regione Emilia Romagna, fin dal 2003, ha promosso e sostenuto la creazione di “reti professionali” di cura dell’infarto miocardico, secondo il modello “hub and spoke”. «Tale modello – illustra il dott. Marcello Galvani, direttore dell’U. O. di Cardiologia dell’ospedale “Morgagni-Pierantoni” di Forlì – è basato sul concetto, ampiamento dimostrato e condiviso, che i pazienti affetti da problemi acuti e gravi vadano rapidamente indirizzati in centri specializzati, in grado di offrire il trattamento migliore per salvare la vita». Per i gravi incidenti stradali, ad esempio, la gestione dei traumi è affidata ad ospedali dotati sia di neuro-chirurgia sia di tutti i servizi necessari alla gestione di problemi complessi del traumatizzato e, nella nostra realtà, il centro di riferimento è Cesena. Nel caso dell’infarto miocardico acuto, invece, il centro di riferimento deve essere in grado di eseguire l’angioplastica coronarica 24 ore al giorno, tutti i giorni dell’anno, e deve essere dotato di un laboratorio di emodinamica che operi in totale integrazione con un’Unità di Terapia Intensiva Cardiologica in grado di fornire supporti vitali avanzati, quali ventilazione assistita, contropulsazione aortica, emodialisi, ai pazienti più gravi. «Presupposto di efficienza ed efficacia di questi servizi – aggiunge il dott. Galvani – è non solo la presenza di adeguate tecnologie, ma anche la competenza professionale di tutti gli operatori sanitari coinvolti nella rete, ovvero tanto di coloro che inviano quanto di coloro che ricevono i pazienti». La programmazione sanitaria ha da tempo individuato in una una popolazione di 300.000-600.000 abitanti il bacino di utenza in grado di garantire ai centri di riferimento un volume di attività tale da consentire i risultati clinici migliori. Di conseguenza, la Regione Emilia-Romagna ha indicato la necessità di un centro di riferimento per provincia individuando, per quella di Forlì-Cesena, Forlì. «Tanti più pazienti si trattano, tanto più bassa è la mortalità, con i costi gestionali inferiori – commenta il direttore –. Ciò a garanzia della salute del cittadino, i cui bisogni devono essere al centro dell’attenzione dei servizi sanitari. A partire dal 2005, in linea col dettato regionale, ci siamo, quindi, concentrati sul trattamento sistematico dei pazienti con infarto miocardico acuto, attraverso la costituzione del servizio di angioplastica primaria attivo 24 ore su 24 ed esteso all’intera provincia di Forlì-Cesena». I risultati sono stati immediati. «Nel giro di due anni – prosegue il dott. Galvani – è stato abbattuto il numero di pazienti che, a seguito dell’infarto, necessitano di intervento cardio-chirurgico, diminuito del 50-60 per cento, mentre la mortalità, fra 2005 e 2006, si è quasi dimezzata, scendendo al 5-6 per cento. Complessivamente, con questa tecnica abbiamo trattato più di 1.000 pazienti». La rete professionale creata nella nostra provincia per la cura dell’infarto miocardico, dunque, si è rivelata efficace. «La chiave del successo risiede nella maggior consapevolezza del cittadino nei confronti del sintomo “dolore al petto” e dalla tempestività di diagnosi e trasporto del paziente – chiosa il dott. Galvani –. In quest’ambito, la collaborazione con i colleghi della Cardiologia di Cesena e del 118 è stata, in questi anni, costante e proficua. Non a caso, il numero di casi diagnosticati al domicilio del paziente grazie alla teletrasmissione dell’ECG è salito dal 20% a quasi il 60%. La diagnosi di infarto miocardico sul territorio consente, infatti, un trasporto rapido mediante ambulanza attrezzata, scomodo ma non rischioso, direttamente al laboratorio di emodinamica, permettendo la riapertura della coronaria almeno 30 minuti in anticipo rispetto a quando il paziente si presenta con mezzi propri al Pronto Soccorso dell’ospedale di riferimento». «Il vero bisogno è ricevere una rapida diagnosi da parte del 118 e un altrettanto rapido invio al centro di più vicino e disponibile in quel momento – spiega il dott. Galvani –. Ad esempio, nel nostro ospedale, durante le ore diurne, sono funzionanti due sale di emodinamica, così una è sempre disponibile ad accogliere l’emergenza». Lo stesso principio si applica ai casi di infarto, circa la metà del totale, che si verificano durante le ore notturne o nei fine-settimana. «Sebbene i tempi di riapertura della coronaria siano in media di circa 10 minuti più lunghi rispetto a quando il paziente viene trattato di giorno – prosegue il direttore – i risultati dell’angioplastica sono simili, come dimostrato anche da uno studio condotto nella nostra Regione su più di 3.000 pazienti». Tiziana Rambelli

giovedì 28 marzo 2013

Grande successo di pubblico per Riccardo Iacona ieri a Forlì

Da Presa Diretta a Forlì : grande successo di pubblico per Riccardo Iacona nel Salone Comunale di Forlì -------------------------------------------------------------------------------- Grande successo di pubblico per l'iniziativa con Riccardo Iacona che ha avuto come tema il femminicidio e le reti antiviolenza istituite da Comuni, Ausl e Associazioni. L'iniziativa era organizzata dal Comune di Forlì Mercoledì 27 marzo alle ore 17.00, Riccardo Iacona, introdotto dall'Assessore al Welfare Davide Drei, ha presentato il suo libro "Se questi sono gli uomini".Seguiva l'intervento della Dott.ssa Giulia Civelli, Responsabile del Centro Donna. Centinaia di persone gremivano il Salone Comunale le domande del pubblico al celebre giornalista sono proseguite per due ore. Riccardo Iacona, noto giornalista di Rai 3 e conduttore della trasmissione Presa Diretta, ha un legame molto forte con la città di Forlì, iniziato dal 2006 grazie alle riprese fatte nel nosocomio forlivese per la trasmissione "W gli ospedali" e continuato con il servizio di domenica 24 marzo che illustrava le eccellenze del servizio sanitario dell'Emilia Romagna.

giovedì 7 marzo 2013

Musica per le donne e per il Bangladesh. Domani, alla Taverna Verde di Forlì

Musica per le donne e per il Bangladesh. Domani, alla Taverna Verde di Forlì, spettacolo live “Respect Women Respect the World”, diretto a raccogliere fondi a sostegno di una nuova missione umanitaria all’ospedale di Khulna. Festeggiare l’8 marzo e, contemporanemente, contribuire ad aiutare la popolazione del Bangladesh. E’ il programma della serata promossa, domani, a partire dalle 20, alla Taverna Verde di Forlì (via Somalia, 3), dal Centro studi di volontariato dell’Ausl di Forlì col contributo di “Marco Polo Export” e “Formula Servizi”, e in collaborazione con l’associazione “Heart&Music for Life”, formata da cardiologi musicisti di Forlì e Cesena. La band offrirà, infatti, lo spettacolo di musica live “Respect Women Respect the World”, il cui ricavato (biglietto d’ingresso 15 euro) verrà interamente devoluto a sostegno di una nuova missione umanitaria di medici, chirurghi e infermieri romagnoli in Bangladesh, all’ospedale di Khulna

giovedì 21 febbraio 2013

“Salute globale ed Equità in Salute”, Forlì, 1 marzo 2013

Convegno “Salute globale ed Equità in Salute”, che si svolgerà il 1 marzo, presso la Sala Pieratelli, ospedale di Forlì promosso dal Centro Studi “Gianni Donati e dal CUAMM-Medici con l’Africa. “Salute globale ed Equità in salute”, venerdì 1° marzo, seminario formativo per operatori sanitari -------------------------------------------------------------------------------- Diritto alla salute ed equità nell’accesso alle cure a livello locale, nazionale, e internazionale. Sono i temi attorno a cui ruoterà il seminario “Salute globale ed Equità in salute” promosso venerdì 1° marzo, all’ospedale “Morgagni-Pierantoni” di Forlì (sala Pieratelli), dal Centro Studi aziendale “Giovanni Donati” dell’Ausl di Forlì in collaborazione con l’associazione “Cuamm-Medici con l’Africa”. Diritto alla salute ed equità nell’accesso alle cure a livello locale, nazionale, e internazionale. Sono i temi attorno a cui ruoterà il seminario “Salute globale ed Equità in salute” promosso venerdì 1° marzo, all’ospedale “Morgagni-Pierantoni” (sala Pieratelli), dal Centro Studi aziendale “Giovanni Donati” dell’Ausl di Forlì in collaborazione con l’associazione “Cuamm-Medici con l’Africa”, impegnata nella realizzazione del progetto europeo “Egual opportunities: action for development”, diretto a mobilitare in questa direzione la comunità sanitaria puntando su un miglioramento e incremento dell’offerta formativa relativa a tali argomenti oggi, per altro, di stringente attualità. I lavori, che interesseranno l’intera giornata, dalle 8.30 alle 16, si propongono, quindi, di sensiblizzare gli operatori su tali tematiche, proponendo una riflessione su competenze professionali e sociali necessarie a muoversi in un contesto globale, e stimolandoli da una parte ad assumere il ruolo di promotori del diritto alla salute nelle rispettive comunità di riferimento, dall’altra ad assumere un nuovo approccio in ambito lavorativo e influenzare l’elaborazione di politiche sanitarie più eque. Nel corso della giornata, verranno naturalmente affrontati i problemi di salute che caratterizzano i paesi in via di sviluppo, al fine di un sempre maggior coinvolgimento degli operatori sanitari nella cooperazione internazionale. In questo campo, i professionisti forlivesi sono da tempo in prima linea, come testimoniano le diverse missioni all’estero compiute in questi anni, dall’Africa all’Asia sino al Sud America. Il convegno sarà, tuttavia, l’occasione per allacciare nuovi rapporti di solidarietà, visto che è in programma un collegamento in diretta col dott. Bruno Turri, del “Pope John’s Hospital” di Aber, in Uganda, al fine di proporre una collaborazione fra l’ospedale africano e il Centro studi dell’Ausl di Forlì. Inoltre, nel corso dei lavori, il presidente del Lions Club Forlì Host, ingegner Claudio Sirri, consegnerà ufficialmente una strumentazione per sala operatoria da destinare al presidio di Khulna, ai medici che nel settembre scorso si sono recati in Bangladesh per un’iniziativa umanitaria, coordinata dalla dott.ssa Daniela Valpiani, dell’U.O. di Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva dell’Ausl di Forlì, e dal dott. Andrea De Vito, dell'U.O. di Otorinolaringoiatria dell'Ausl di Forlì. Il Centro Studi forlivesi vanta, ormai, un consolidato legame con tale struttura, tant’è che venerdì 8 marzo, alle 19.30, alla Taverna Verde di Forlì (via Somalia, 3), organizzerà, col contributo di “Marco Polo Expert” e “Formula Servizi”, e in collaborazione con l’associazione “Heart&Music for Life”, formata da cardiologi musicisti di Forlì e Cesena, lo spettacolo di musica live “Respect Women Respect the World”, volto a raccogliere fondi a sostegno di una nuova missione in Bangladesh; il ricavato della serata (biglietto d’ingresso 15 euro) verrà, infatti, interamente devoluto a questo scopo. Musica live “Respect Women Respect the World”, (programma allegato: a favore di Missione in Bangladesh) L'associazione Heart & Music for Life presenta: Respect Women Respect the World spettacolo di musica live 8 marzo, ore 20 Taverna Verde, via Somalia 3, Forlì Musica live con: - Peninsula - progressive 70's rock band - Doors to balloon - Soul/R&B a seguire DJ Andy (disco 70/80)

giovedì 7 febbraio 2013

Nell’anno del Dragone, all'Ausl di Forlì corso di accompagnamento alla nascita per donne cinesi in gravidanza

Nell’anno del Dragone, all'Ausl di Forlì corso di accompagnamento alla nascita per donne cinesi in gravidanza -------------------------------------------------------------------------------- Il Consultorio dell’Ausl di Forlì, diretto dalla dott.ssa Nancy Inostroza, ha organizzato, in collaborazione col Centro Famiglie del Comune, un corso gratuito di accompagnamento al parto specificatamente rivolto alle donne cinesi. L’obiettivo? Offrire a tutte le indicazioni utili per affrontare serenamente la gravidanza, nonostante la lontananza dal proprio paese. Nel nostro territorio, d’altronde, si registra una notevole presenza di giovani famiglie cinesi: nell’ambito della popolazione straniera residente a Forlì, la comunità cinese è, infatti, la terza più numerosa, dopo quella romena e albanese, con 1.607 abitanti, pari al 12%. In generale, poi, le gravidanze portate avanti da donne straniere sono in costante crescita: dalle 613 del 2010, si è passati alle 627 del 2011, sino alle 653 del 2012. L’iniziativa, articolata in 5 incontri, svoltisi nei locali del Centro Famiglie del Comune di Forlì, ha dato esito molto positivo, coinvolgendo 16 donne, tre delle quali accompagnate dai rispettivi mariti. Tutte le partecipanti, nei questionari di valutazione compilati a fine corso, si sono dette soddisfatte delle nozioni ricevute, giudicate, pressochè all’unanimità, utili ed esaurienti, e hanno dichiarato di essersi sentite sostenute e supportate nell’affrontare la gravidanza lontano dal proprio paese, più tranquille rispetto alle proprie paure e conscie delle proprie risorse, nonché maggiormente preparate al nuovo ruolo di genitore e consapevoli delle opportunità offerte dal territorio; inoltre, hanno giudicato utile conoscere altre persone della stessa nazionalità con cui condividere quest’esperienza. La maggior parte (11) era alla seconda (8) o terza (3) gravidanza, e, nei precedenti casi, aveva partorito in Cina, mentre 5 sarebbero divenute mamme per la prima volta. Tutti gli incontri hanno visto la presenza di due mediatrici interculturali, il cui contributo è stato fondamentale visto che solo una donna capiva e parlava correttamente l’italiano. Quanto all’età delle partecipanti, si aggirava fra i venti e i quarant’anni, con una permanenza in Italia variabile dai 4 mesi ai 10 anni. Quasi tutte avevano un’occupazione, ma talvolta le condizioni di lavoro le obbligavano a lavorare sino ad un periodo avanzato della gravidanza. Gli incontri, che hanno spaziato dalle specifiche tematiche riguardanti la gravidanza a come accudire il bambino o utilizzare correttamente i servizi presenti sul territorio, hanno visto gli interventi dell’ostetrica Paola Minutelli, della dott.ssa Paola Zanasi, ginecologa, della dott.ssa Laura Gaspari, pediatra, dell’assistente sanitaria Gaetana Gallo, e dell’educatrice del Centro Famiglie Gloria Nanni. «Il corso – commenta la dott.ssa Nancy Inostroza, che ha coordinato tutti i cinque incontri – si proponeva di favorire un vissuto sereno e consapevole della gravidanza, promuovendo l’integrazione sociale e il benessere femminile, e garantire un percorso di assistenza di qualità in grado di offrire sostegno dalla gravidanza al parto, sino al ritorno a casa». Le donne cinesi sono state informate dell’opportunità di aderire al corso in occasione delle visite effettuate al Consultorio di via Colombo, anche attraverso apposito materiale divulgativo in lingua. «In tutti gli incontri abbiamo cercato di favorire il più possibile la partecipazione interattiva, ottenendo un’ottima risposta – prosegue la dott.ssa Inostroza – le presenti, infatti, hanno posto molte domande, soprattutto di ordine pratico e concreto, mentre minore interesse hanno suscitato gli aspetti emotivi, le emozioni, i sentimenti». Dopo il corso organizzato nel 2010 a Galeata e rivolto a donne straniere, questa è la seconda iniziativa specificatamente rivolta alle future madri extra-comunitarie. «Come target avevamo individuato le arabe o le cinesi, perché sono le più difficili da raggiungere – spiega la dott.ssa Inostroza – alla fine, la scelta è caduta su queste ultime perché, da un’indagine condotta nel primo semestre 2012, sono risultate quelle con la maggiore percentuale di gravidanze in corso; in ogni modo, intendiamo proseguire su questa strada, con altri momenti informativi e di sensibilizzazione rivolti a gruppi particolari di extra-comunitarie».

mercoledì 30 gennaio 2013

Ausl di Forlì ai vertici in Italia nella cura del glaucoma.

Chirurgia mini-invasiva, diagnosi sofisticate e percorsi ad hoc: l’U.O. di Oftalmologia dell’Ausl di Forlì ai vertici in Italia nella cura del glaucoma. Cura del glaucoma, U.O. di Oftalmologia dell’Ausl di Forlì all’avanguardia. L’unità diretta dal dott. Paolo Maria Fantaguzzi offre, infatti, in questo campo, le più innovative tecniche di chirurgia mini-invasiva, diagnosi sofisticate e percorsi ad hoc, al punto da essere divenuta, in questi anni, un punto di eccellenza non solo in Emilia-Romagna, ma a livello nazionale, come testimonia la sua presenza all’interno del Pinegroup, panel ristretto ai maggiori centri nazionali (Verona, Parma, Udine, Forlì) nella cura di tale patologia. Il principale fiore all’occhiello del Centro glaucoma forlivese è l’attività chirurgica: l’équipe del dott. Fantaguzzi è in grado di mettere in campo trattamenti di ultima generazione come la tecnologia “Trabectome”, per la quale è centro di riferimento in Italia, e l’ultima novità Ex-Press, metodica ideata dal dott. Roberto Servadei e presentata, di recente, al Congresso Mondiale di Chirurgia del Glaucoma organizzato a Glasgow. «Si tratta di una tecnica complessa, messa a punto a Forlì – illustra il dott. Servadei – rispetto a persone operate applicando il metodo tradizionale, è emerso come il nuovo approccio garantisca una maggiore efficacia nel controllo del tono oculare, senza complicanze né durante l’intervento né durante il follow up». Sul fronte della diagnosi, l’unità dispone di analizzatori delle fibre nervose gdx e oct-cirrus e del campo visivo Matrix, frutto di una generosa donazione della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì. Si tratta di macchinari che consentono un’analisi molto precisa del nervo ottico e garantiscono, quindi, un monitoraggio preciso e costante, con notevole miglioramento delle possibilità terapeutiche per i pazienti. Il Centro glaucoma, nel 2012, ha erogato, 1.000 visite, effettuando 1.400 Gdx, e 2200 campi visivi sia per il monitoraggio di questa patologia che per altre situazioni patologiche, mentre i trattamenti para-chirurgici, come il laser, sono stati 50 e le procedure chirurgiche (impianti valvolari, trabeculectomie, ecc.) 80. L’attività dell’unità, che registra ogni anno oltre 3.000 interventi sul bulbo oculare e 45.000 prestazioni ambulatoriali, non si esaurisce comunque nel trattamento del glaucoma, ma spazia a 360 gradi, con una particolare vocazione chirurgica, soprattutto mini-invasiva. Da segnalare, innanzitutto, gli interventi per la cataratta. «Da gennaio a oggi, se ne contano quasi 1.700 – commenta il direttore – Inoltre, abbiamo una notevole esperienza in chirurgia mini-invasiva, che trova la sua massima applicazione nella patologia retinica: fori maculari, edemi maculari del paziente diabetico, e membrane epiretiniche. Grazie allo sviluppo di questa tecnica, eseguita in anestesia locale, il 98% di tali pazienti è seguito in regime di Day Hospital». Per i distacchi di retina si usano tutte le metodiche disponibili, con grande rapidità in termini di tempistica operatoria. «Molto spesso si riesce ad intervenire entro la stessa giornata della diagnosi – dichiara il dott. Fataguzzi – grazie, anche, alla disponibilità del personale di sala operatoria e di anestesia». Altri importanti ambiti di attività sono la correzione di strabismi, compresi quelli paralitici, sia in anestesia generale sia in anestesia locale (solo nel paziente adulto), il trattamento delle patologie dell’apparato lacrimale, in stretta cooperazione con l’U.O. di Otorinolaringoiatria, diretta dal professor Claudio Vicini, e i trapianti di cornea. «Ci preme ringraziare pubblicamente i familiari dei donatori di cornee che hanno acconsentito all’espianto dei bulbi per la raccolta dei tessuti corneali da impiantare nei futuri riceventi in attesa di trapianto corneale – chiosa il dott. Fantaguzzi – Quest’anno abbiamo registrato 9 donazioni». Sul fronte della diagnosi, fra le tecnologie di ultima generazione a disposizione dell’unità, occorre sottolineare la presenza, a partire dallo scorso anno, del fluorangiografo ad alta definizione, frutto di un contributo della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì e in grado di fornire immagini estremamente particolareggiate di tutto il fondo dell’occhio (retina, macula, vasi, ecc.), a fronte di un uso minimo di colorante. In questo modo, si può ottenere un’analisi non solo precoce ma, soprattutto, mirata, delle patologie retiniche. Nel corso del 2012, sono stati esaminati con questo strumento oltre 650 casi e l’unità ha così potuto consolidare la propria vocazione nel campo della terapia con AntiVGEF, diretta a inibire o bloccare la molecola VGEF responsabile della crescita dei vasi sanguigni anomali e alla base, quindi, di diverse problematiche dell’occhio. «Abbiamo eseguito 639 trattamenti con Avastin e 25 con Lucentis, miranti al trattamento delle patologie retiniche quali la degenerazione maculare senile, la membrane occulte retiniche, ecc. – spiega il direttore – In questo modo, si è potuto garantire il mantenimento del visus residuo, bloccando la progressione della malattia, e, laddove possibile, ottenendo anche il recupero parziale della funzionalità visiva residua». Aspetti qualificanti sono l’attività di prevenzione delle patologie pediatriche, svolta dalle ortottiste, e il centro per l’ipovisione, finalizzato a consentire ai pazienti con un modesto residuo visivo di sfruttare al massimo quest’ultimo, anche attraverso l’ausilio di una strumentazione dedicata. Diversi, poi, i percorsi per soggetti con patologie croniche, non solo il glaucoma ma anche il diabete, e la degenerazione maculare legata all’età. I pazienti diabetici, ad esempio, possono contare su un ambulatorio dedicato che, in collaborazione col Servizio diabetologico, ha effettuato da inizio anno circa 1.500 prestazioni fra visite e screening. L’U.O. di Oftalmologia è dotata, infine, di un ambulatorio per le urgenze che ha erogato, nel 2012, ben 6.000 prestazioni. A tale ambulatorio, aperto tutti i giorni, festivi compresi, dalle 11 alle 12 e dalle 17 alle 18, si accede non direttamente ma su richiesta urgente del proprio medico di famiglia o su invio dal Pronto Soccorso. L’unità, può contare sul lavoro e l’impegno giornaliero di nove medici, nove infermieri, coordinati dalla caposala Laura Casadei, quattro ortottiste, coordinate da Rita Tavalazzi, e di un operatore amministrativo. Tiziana Rambelli

sabato 12 gennaio 2013

"La violenza di genere: l'istituzione si interroga" Il 15 gennaio convegno in ospedale a Forlì

"La violenza di genere: l'istituzione si interroga" Il 15 gennaio convegno in ospedale Martedì 15 gennaio 2013, presso l'ospedale Morgagni Pierantoni di Forlì, in sala Pieratelli, è in programma, dalle 15 alle 18, l'incontro "La violenza di genere: l'istituzione si interroga”, diretto a sensibilizzare e formare gli operatori sanitari su un tema di stringente attualità.Saranno presenti operatori dell'Ausl di Forlì, forze dell'ordine. Modererà il giornalista Roberto Zoli.L'incontro è aperto al pubblico. Martedì 15 gennaio, convegno "La violenza di genere: l'istituzione si interroga” Martedì 15 gennaio 2013, in sala Pieratelli, è in programma, dalle 15 alle 18, l'incontro "La violenza di genere: l'istituzione si interroga”, diretto a sensibilizzare e formare gli operatori sanitari su un tema di stringente attualità. "La violenza di genere: l'istituzione si interroga" Martedì 15 gennaio 2013 dalle 15:00 alle 18:00 Sala Pieratelli PROGRAMMA ore 15:00, Apertura dei lavori Maria Grazia Stagni, Direttore Sanitario Simona Bianchi, Direttore Medico di Presidio Davide Drei, Assessore Comunale al Welfare Moderatore: Roberto Zoli, giornalista ore 15:15, La situazione a livello nazionale - Imma Giuliani, criminologa ore 15:40, Le problematiche presenti dal punto di vista de: • il Centro Donna – Giulia Civelli, Responsabile Centro Donna • le Forze dell'Ordine – Claudio Cagnini, Vice Questore Aggiunto • l'Ospedale - Tiziana Iervese, Responsabile U.O. Medicina d'Urgenza ore 16:40, Quando l'incontro con gli operatori fa la differenza - Claudia Vincenzi, autrice del libro “Plagiata” ore 17:00, Discussione ore 18:00, Conclusioni - Maria Grazia Stagni

venerdì 11 gennaio 2013

L'emergenza a Forlì si gestisce con l'innovazione

Innovazione, la sfida del Dipartimento dell’Emergenza dell’Ausl di Forlì Coniugare elevati standard qualitativi e sostenibilità economico-finanziaria. E’ questa la sfida in cui è impegnata l’Azienda Usl di Forlì e, in particolare, il Dipartimento dell’Emergenza, diretto dal dott. Giorgio Gambale (nella foto) e formato dall’U.O. di Anestesia-Rianimazione, diretta dallo stesso dott. Gambale, dall’U.O. di Cardiologia, diretta dal dott. Marcello Galvani, e dall’U.O. Pronto Soccorso- Medicina d’Urgenza, diretta dal dott. Andrea Fabbri. Fulcro organizzativo del Dipartimento è proprio quest’ultima, dedicata a intercettare e trattare tempestivamente alcune patologie in cui il fattore tempo è fondamentale, come arresto cardiaco, ictus, infarto miocardico, trauma severo. Punto di forza dell’unità è l’elevato standard di informatizzazione, utilizzabile sin dal momento dell’intervento sul territorio, da dove si può già accedere alla banca dati sanitari degli utenti dell’Azienda Usl di Forlì, recuperando elementi clinico-anamnestici, dati di laboratorio, radiologici e referti specialistici, con evidenti vantaggi sul piano gestionale. L’intera documentazione clinica, dall’invio al reparto sino al ricovero, sfrutta, infatti, il medesimo supporto, a garanzia di continuità e tracciabilità. L’attività di Pronto Soccorso, che conta circa 50.000 prestazioni/anno, prevede l’applicazione di protocolli diagnostico-gestionali nella maggior parte delle tematiche dell’urgenza. Il continuo confronto con le altre figure professionali dell’ospedale e la possibilità di accessi rapidi alle prestazioni specialistiche, sia in emergenza sia in modalità differita, ha contribuito, poi, non solo alla crescita culturale del personale, ma anche all’appropriatezza, generando sia una maggior adeguatezza e miglior tempistica dei percorsi diagnostico-terapeutici, sia una buona azione di “filtro” sui ricoveri ospedalieri non appropriati. Da sottolineare anche l’introduzione di un percorso di osservazione breve intensiva, che ha aumentato la sicurezza dei pazienti, riducendo le dimissioni improprie dal Pronto Soccorso e portando vantaggi in termini economico-gestionali. Un elemento di ulteriore innovazione è la presenza, in area accettazione, in fascia oraria diurna, di un medico “esperto” a sostegno della funzione di triage infermieristico, per favorire la presa in carico delle scelte più complesse e stimolare l’appropriatezza diagnostico-terapeutica e l’applicazione di protocolli/linee guida. In questo modo, inoltre, sia ha una migliore facilitazione/sorveglianza della tempistica dei servizi intermedi, del percorso al ricovero ospedaliero, e della risposta ai tempi di attesa. La Medicina d’Urgenza completa il sistema assicurando il monitoraggio e trattamento intensivo di alcune patologie acute (trauma severo insufficienza respiratoria acuta, dolore toracico, insufficienza cardiaca acuta, emorragia digestiva) e urgenti con necessità di osservazione-trattamento superiori a quelle di una degenza ordinaria. Fra i programmi più innovativi che vedono, attualmente, impegnato il Dipartimento, va segnalato il progetto “e-Health Cost Management”, lanciato in collaborazione con la Facoltà di Economia dell’Università di Bologna, per definire l’impatto in termini di costi nel blocco chirurgico, sino ad arrivare a definire il peso di una singola procedura chirurgica in termini di tempo e risorse impiegate. «Una volta completato – illustra il dott. Gambale – il progetto consentirà una nuova gestione del budget, oggi impensabile, fondata sul dettaglio analitico delle risorse impiegate e sull’attribuzione dei costi veri ai vari Dipartimenti sulla base delle risorse impiegate, tanto per un percorso terapeutico quanto per uno chirurgico». Contemporaneamente, il Dipartimento sta lavorando sulle proprie attività integrate a livello di Area Vasta Romagna. «Sono due gli ambiti che ci vedono coinvolti – spiega il dott. Gambale – l’angioplastica primaria, per cui siamo uno dei centri Hub, cioè di di riferimento, nella provincia, e i traumi, dove, invece, siamo centro spoke, ovvero parte della rete; in questo caso l’Hub è Cesena». Per quanto riguarda il primo aspetto, l’U.O. di Cardiologia garantisce a tutti i cittadini di Forlì e Cesena il trattamento dell’infarto miocardico acuto, grazie a un percorso attivo, in collaborazione con la Centrale Opertiva 118, dal 2006, e in grado di abbreviare al massimo il tempo fra diagnosi e riapertura della coronaria. In quattro anni, si sono effettuate quasi 900 angioplastiche primarie, con importanti risultati: a partire dal 2006, nella provincia di Forlì-Cesena, la mortalità per infarto miocardico acuto si è più che dimezzata (-56%), arrivando all’attuale 4,8%, mentre la degenza media è passata dal 9 a 6 giorni (-31%). Il Dipartimento dell’Emergenza ha inoltre superato brillantemente la procedura di riaccreditamento regionale, conseguendo senza alcun problema il primo rinnovo. «La commissione regionale incaricata – dichiara il dott. Gambale – ha sottolineato come sia la gestione del rischio clinico nel Dipartimento sia i criteri e i requisiti generali e specifici previsti dalla procedura stessa, siano stati pienamente soddisfatti, con particolare attenzione al blocco operatorio, dove i commissari non hanno evidenziato alcun appunto all’organizzazione. Tutto ciò è per noi motivo d’orgoglio, in quanto testimonia la bontà del lavoro svolto sin qui da tutte le equipe, con elevato spirito di motivazione e appartenenza».

giovedì 6 dicembre 2012

Uno studio forlivese al Congresso nazionale della Nefrologia

Anche uno studio forlivese fra le comunicazioni accettate al Congresso nazionale SIN-GSER C'è anche uno studio forlivese fra le comunicazioni che verranno presentate domani, giovedì 6 dicembre 2012, a Milano, nell'ambito del Congresso della Società Italiana di Nefrologia, sezione di Ecografia in Nefrologia. A illustrare il caso clinico, frutto della collaborazione fra l'U.O di Nefrologia e Dialisi, l'U.O. di Anatomia Patologica, e l'U.O. di Radiologia dell'Ausl di Forlì, sarà il dott. Marco De Fabritiis, dell'U.O. di Nefrologia e Dialisi. "L’ecografia nella diagnosi e stadiazione della patologia linfomatosa renale: caso clinico", questo il titolo dell'elaborato, nel quale si mostra come l’ecografia, coadiuvata dalle metodiche di secondo e terzo livello, rappresenti uno strumento fondamentale nella diagnosi, stadiazione e follow-up della patologia linfomatosa. La biopsia renale (ECO/TC-guidata) ricopre, infatti, un ruolo fondamentale, nel caso di sospetto clinico ed ecografico di interessamento renale, nella valutazione complessiva della patologia linfomatosa. La possibilità di partecipare a una così importante assise con un proprio lavoro testimonia una volta di più l'importanza dell'attività non solo clinica, ma anche scientifica, condotta all'ospedale "Morgagni-Pierantoni" di Forlì. Tiziana Rambelli

lunedì 8 ottobre 2012

Martedì 9 ottobre, il dott. Bertellini sui programmi dell'accesso di Rai3

Tecniche mini-invasive in chirurgia ginecologica al centro del servizio curato dall’Ausl di Forlì nell’ambito dei programmi dell’accesso di Rai3 Emilia-Romagna. Martedì 9 ottobre 2012, fra le 10.10 e le 10.40, andrà, infatti, in onda l’intervista al dott. Celestino Claudio Bertellini, direttore dell’U.O. di Ginecologia-Ostetricia, che illustrerà l’impegno della sua unità per offrire alle pazienti interventi sempre meno traumatici e invasivi. Tali spazi informativi, gratuiti e autogestiti, in base a quanto disposto dal Corecom - organismo regionale che assomma le funzioni delegate dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom), e i compiti amministrativi per conto del Ministero delle Comunicazioni, in linea col regolamento approvato con delibera 15/02/2006 -, hanno proprio il compito di coinvolgere il più possibile i cittadini nel processo di comunicazione dei percorsi sanitari, per renderli maggiormente coscienti di essere titolari del diritto ad essere informati sull’attività che la pubblica amministrazione pone in essere nell’esercizio delle sue attribuzioni. Nell’intervista il dott. Bertellini si soffermerà soprattutto su laparoscopia e isteroscopia, sia diagnostiche sia operative, dirette, entrambe a consentire un approccio di minor impatto per le pazienti, in quanto permettono una visione diretta degli organi interni senza necessità di effettuare particolari aperture. «La laparoscopia permette di operare a fini chirurgici o diagnostici all’interno dell’addome grazie a un tubo rigido e sottile dotato di fibre ottiche e collegato a speciali telecamere – illustra il dott. Bertellini – tale tubo viene introdotto mediante una piccola incisione in prossimità dell’ombelico. Sempre praticando piccole incisioni, è possibile inserire anche apposite pinze, che il chirurgo manovra guardando i monitor in cui vengono proiettate le immagini provenienti dall’interno dell’addome». La laparoscopia è consigliata come procedura diagnostica per capire se il dolore pelvico riferito dalla donna è conseguente a endometriosi, malattia infiammatoria pelvica, gravidanza extrauterina; inoltre, aiuta a individuare eventuali problemi d’infertilità. Come tecnica chirurgica, è prevista in molte patologie quali endometriosi, gravidanza extrauterina, cisti ovariche, fibromi uterini, aderenze pelviche, incontinenza urinaria, e tumori utero-ovarici. L’isteroscopia consiste, invece, nell’osservazione diretta dell’interno della cavità uterina mediante l’inserimento, per via vaginale, di uno strumento, detto isteroscopio, dotato di fibre ottiche e sul quale possono essere applicate anche telecamere ad hoc, collegate a video esterni. «Tale tecnica può essere utilizzata a fini diagnostici, consentendo di individuare alterazioni e patologie che sfuggono alla normale visita ginecologica o all’ecografia, ma anche operativi, in particolare per l’asportazione di polipi endometriali e di fibromi intra-cavitari; – illustra il dott. Bertellini – inoltre, permette di correggere eventuali malformazioni uterine e di eseguire biopsie mirate per l’identificazione di eventuali neoplasie. Il principale vantaggio è che, non occorrendo l’apertura né dell’addome né dell’utero, si riduce il trauma su quest’ultimo e non resta nessun genere di cicatrice. Infine, va sottolineato che l’isteroscopia operativa viene eseguita nella maggior parte dei casi con ricovero giornaliero». Nell’ambito delle tecniche mini-invasive, la nuova frontiera è rappresentata dal robot chirurgico. «La nostra Ginecologia sarà la prima, in tutta l’Emilia-Romagna, a utilizzare il robot – rivela il dott. Bertellini – grazie a una generosa donazione della Fondazione Cassa dei Risparmi, infatti, l’ospedale “Moragni-Pierantoni” di Forlì dispone di un modello Da Vinci di ultima generazione».

giovedì 4 ottobre 2012

Progetto formativo "Donne e uomini contro la violenza di genere", ottobre-novembre 2012

Progetto formativo "Donne e uomini contro la violenza di genere", ottobre-novembre 2012 L'Ausl di Forlì e il Comune di Forlì promuovono il progetto formativo regionale "Donne e uomini contro la violenza di genere", articolato in quattro incontri, in programma il 19 e 24 ottobre, e il 12 e 23 novembre 2012, in sala Randi (Comune di Forlì, via delle Torri 13). Gli obiettivi del corso sono molteplici. Innanzitutto, ci si propone di analizzare i dati nazionali e internazionali relativi alla violenza sulle donne, riflettendo in particolare sul ruolo svolto da mass-media e fattori socio-economici rispetto alla violenza di genere. In secondo luogo, si vogliono formare gli operatori per avviare azioni educative nei confronti delle giovani generazioni, al fine di facilitare il rispetto e l'empatia fra i sessi. Ci si soffermerà inoltre sui percorsi di aiuto fruibili da donne che hanno subito violenza, valutandone punti di forza e criticità, cercando, contemporaneamente di conoscere e approfondire le più innovative esperienze di aiuto clinico a uomini che hanno usato violenza alle donne. Responsabile scientifico del progetto è la dott.ssa Nancy Inostroza, direttore dell'U.O. Salute Donna dell'Ausl di Forlì, mentre il responsabile organizzativo è la dott.ssa Elena Ravaioli (0543 731147). Vai su www.ausl.fo.it per scaricare il pieghevole col programma dell'iniziativa

martedì 2 ottobre 2012

Prevensione dei suicidi e progetti innovativi: l'alleanza tra Psichiatria di Forlì e i medici di Base

Integrazione sempre più stretta fra medici di medicina generale e psichiatria, prevenzione dei suicidi, nuovi interventi nel campo delle dipendenze: i progetti più innovativi del Dipartimento di Salute Mentale dell'Ausl di Forlì Integrazione sempre più stretta fra medici di medicina generale e psichiatria, prevenzione dei suicidi, nuovi interventi nel campo delle dipendenze, come le unità di strada, e percorsi specifici per particolari problematiche neuropsichiatriche. Sono questi alcuni dei progetti più innovativi che sta portando avanti il Dipartimento di Salute Mentale dell'Ausl di Forlì, diretto dal dott. Claudio Ravani e composto dall'U.O. di Psichiatria (Salute Mentale Adulti), dall'U.O. di Psicologia, dall'U.O. SPDC (Area ricoveri Salute Mentale Adulti), dall'U.O. Neuropsichitria infantile, e dall'U.O. Dipendenze Patologiche. Nell'ultimo anno, nel campo della Salute Mentale Adulti, c'è stata una vera e propria rivoluzione organizzativa, con l'abbinamento delle equipe psichiatriche ai Nuclei di Cure Primarie, come previsto nel programma Leggeri, diretto a facilitare il più possibile i rapporti fra medici di medicina generale e area della salute mentale. «Siamo gli unici sia in Emilia-Romagna sia in Italia a esserci strutturati in questo modo - dichiara il dott. Ravani - di norma, l'assegnazione a un'equipe psichiatrica avviene su base territoriale, mentre dal 2011, nella nostra Ausl, non dipende più dalla residenza del paziente ma da qual è il suo medico di famiglia: l'equipe psichiatrica diventa, cioè, l'equipe di un Nucleo di Cure Primarie e il cittadino, nel momento stesso in cui sceglie il proprio medico, determina già anche la propria equipe di riferimento». Al momento, le equipe psichiatriche possono disporre di ambulatori comuni coi medici solo in alcune sedi di nucleo; nel futuro, le Case della Salute diventeranno il luogo in cui equipe psichiatriche e medici di famiglia lavoreranno, anche fisicamente, uno accanto all'altro. L'altro progetto innovativo a cui si sta lavorando, e di cui l'U.O. di Psichiatria dell'Ausl di Forlì è capofila in Emilia-Romagna, riguarda la prevenzione dei suicidi, con interventi in tre diversi ambiti: ospedale-Pronto Soccorso, carcere, e territorio. Per quanto riguarda l'attività, negli ultimi anni, la Salute Mentale Adulti dell'Ausl di Forlì ha trattato circa 3.000 casi complessivi all'anno, di cui 1.000 nuovi contatti. Nel 2011, a fronte di oltre 3.000 trattamenti ambulatoriali, le persone ricoverate presso il Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura dell'ospedale "Morgani-Pierantoni" sono state poco più di 300. Annualmente, nell'ambito di tutti i ricoveri, circa il 10% è costituito da trattamenti sanitari obbligatori. Nel corso del 2011, gli interventi di psicoterapia hanno interessato complessivamente 150 persone, mentre 324 sono state inserite in percorsi socio-riabilitativi di vario tipo; esperienze di formazione o lavoro sono state intraprese da 82 pazienti. Passando ai trattamenti socio-residenziali, ne hanno beneficiato 132 soggetti, col Centro Diurno che ha ospitato una ventina di utenti. A livello residenziale, infine, sono state seguite in tutto 178 persone, 113 in modo più intensivo, e 65 con ricoveri protratti. Da sottolineare che, ogni anno, circa 5-600 pazienti vengono sottoposti a un mix di tali interventi, tutti racchiusi nell'ambito di un progetto personalizzato messo a punto dall'equipe del Centro di salute mentale, formata da medico psichiatra, infermiere, psicologo, assistente sociale. In merito alla tipologia dell'utenza, il 56% è rappresentato da donne e il 44% da uomini, con una percentuale di stranieri del 7%; prevalgono nettamente i disoccupati, pari al 68%. Le patologie più frequenti sono i disturbi depressivi e/o dell'umore, di vario genere, sia nelle forme severe sia lievi, e le gravi psicosi, ovvero schizofrenie e disturbi dell'umore psicotico, che, insieme ai gravi disturbi della personalità, presentano le diagnosi più impegnative. All'interno di tale quadro, la maggioranza dei trattamenti erogati, pari al 60%, riguarda le forme più severe di depressione e le gravi psicosi, mentre alle forme più lievi di depressione e ai disturbi della personalità è dedicato il 32% degli interventi. Novità importanti hanno investito, in questi anni, anche l'area delle dipendenze patologiche, chiamata a confrontarsi con un'utenza in continua evoluzione rispetto a quella per cui, originariamente, erano nati i Sert. «La tossicodipendenza da eroina è sensibilmente calata - rivela il dott. Ravani - per lasciare il posto all'abuso di sostanze diverse e varie, come cocaina, ectasy, nuove droghe. Proprio per questo, ci siamo sforzati di costruire servizi a bassa soglia, cioè di facile accesso da parte dei cittadini, sviluppando iniziative all'avanguardia quali le unità di strada, presenti, ad esempio, nelle discoteche o nei luoghi frequentati dai giovani, o forme di coinvolgimento sul web come il portale "Web Corsairs", esperienza che ci vede capofila in Regione. Oggi, infatti, il problema maggiore è riuscire a intercettare l'utenza per iniziare poi un percorso terapeutico». Altri interventi riguardano il tabagismo, con un ambulatorio dedicato, e il gioco d'azzardo, prevedendo iniziative per seguire i giocatori. Sul fronte dell'attività, nel 2011 il Sert dell'Ausl di Forlì ha trattato, per problemi di tossicopidendenza, circa 500 persone, cui vanno aggiunti i 160-170 casi di alcolismo, registrando 100 nuovi accessi. In gran parte si tratta di uomini (76%), mentre le donne rappresentano appena il 24%. Le sostanze di cui si è registrato il maggior abuso sono state le benzodianzepine, seguite da ectasy, cocaina e cannabinoidi; resta poi un'utenza storica legata all'utilizzo di eroina. «Al secondo posto assoluto per quanto riguarda il consumo c'è, però, l'alcol - rivela il dott. Ravani - problema emergente e ancor più pericoloso dell'eroina, perché più facile da trovare e in grado di procurare danni peggiori: per una crisi d'astinenza da eroina non si muore, per una da alcol sì». Per contrastare queste problematiche, il servizio mette in campo equipe multiprofessionali, composte da tossicologi, medici psichiatrici e internisti, psicologi, infermieri, ed educatori. L'U.O. di Neuropsichiatria Infantile, che si occupa della fascia d'età da 0 a 18 anni, è caratterizzata ugualmente da team multiprofessionali, dove lavorano insieme il neuropsicologo, lo psicologo, il logopedista, il fisioterapista e altre figure in ambito riabilitativo. «Quest'unità riassume in sé sia la competenza psichiatrica sia neurologica, le quali, nel caso degli adulti, sono invece erogate da servizi diversi - spiega il dott. Ravani - proprio per gestire al meglio il cambiamento che si verifica al compimento del 18° anno di età, esiste un'apposita equipe, denominata "Team 18", deputata a seguire il paziente complesso nel momento del passaggio dall'U.O. di Neuropsichiatria alla pluralità di professioniti chiamati ad occuparsi di lì in avanti della sua situazione». Nel corso del 2011, l'unità ha trattato 1.692 bambini, registrando 423 nuovi accessi. La maggioranza sono maschi (63% contro un 37% di femmine), con un 14% di stranieri. Per quanto riguarda l'età, il 28% frequenta la scuola elementare, il 27% la materna, e il 9% l'asilo nido. A seconda dei singoli casi, sono previsti percorsi ad hoc pensati, in particolare, per le problematiche più frequenti, ovvero disturbi specifici dell'apprendimento, che si manifestano in età pre-scolare e scolare, autismo, e disturbi del comportamento alimentare. Infine, per quanto riguarda l'U.O. di Psicologia, il futuro riserverà quasi sicuramente una riorganizzazione del servizio, destinato a divenire un programma dell'Azienda.

venerdì 21 settembre 2012

Il parto senza dolore a Forlì piace sempre di più: in crescita sia le analgesie

Il parto senza dolore piace sempre di più. Nel 2011, le analgesie farmacologiche peridurali sono state il 20,34% dei travagli, contro il 16,61% dell'anno precedente. Numeri in costante crescita, dunque, per il servizio, effettuato gratuitamente, 24 ore su 24, dall'U.O. di Ostetricia-Ginecologia, diretta dal dott. Celestino Claudio Bertellini, grazie alla collaborazione con l'U.O. di Anestesia e Rianimazione, diretta dal dottor Giorgio Gambale. Il punto sul percorso verrà effettuato martedì 25 settembre, alle 20.30, al centro culturale San Francesco (via Marcolini, 4, Forlì), in occasione dell'incontro pubblico "Il parto indolore. Un diritto. Una scelta - L'esperienza di Forlì", promosso da Fidapa (Federazione Italiana Donne nelle Arti Professioni Affari) in collaborazione con l'U.O. di Anestesia-Rianimazione e l'U.O. Ostetricia-Ginecologia dell'Ausl di Forlì, nell'ambito delle iniziative della Settimana del Buon Vivere organizzata da Legacoop, Irccs-Irst, e Lilt. In tale circostanza, ampio spazio verrà dedicato anche alle tecniche di analgesia non farmacologica (supporto emotivo strutturato, movimento e posizioni, immersione in acqua, assistenza one to one continua da parte delle ostetriche), garantite dal team ostetrico dell'U.O. di Ostetricia-Ginecologia e praticate nell'81,2% dei casi. In molti casi le metodiche farmacologiche e non farmacologiche di analgesia s'integrano vicendevolmente. La pratica del parto in epidurale prevede la disponibilità, su chiamata, 24 ore su 24, nell'area di ostetricia, di un anestesista. Quest'ultimo, oltre alle tradizionali funzioni di supporto per le pratiche anestesiologiche e rianimatorie del settore, può fornire l'analgesia farmacologica da parto sia a tutte le signore partorienti che lo abbiano richiesto, dopo opportuno percorso pre-parto, sia in tutti i casi in cui le esigenze cliniche lo prevedano. Per la donna che scelga questo tipo di parto, il percorso, coordinato dal dottor Enzo Valtancoli, medico anestesista, è semplice. L'unica condizione, infatti, è partecipare all'incontro informativo mensile, organizzato in ospedale, durante il quale possono essere rivolte all'anestesista, al ginecologo, e alle ostetriche tutte le domande del caso. Quindi, è sufficiente richiedere la visita anestesiologica pre-partum almeno un mese prima della data prevista. A questo punto, in assenza di controindicazioni, sarà compito precipuo dell'ostetrica, il giorno del parto, allertare l'anestesista quando riterrà ci siano le condizioni per farlo. Nel 2011, sono state 283 le donne ad aver frequentato l'incontro mensile, in programma ogni primo mercoledì del mese, alle 15, in sala Pieratelli (ospedale "Morgagni-Pierantoni" di Forlì), mentre in 640 hanno effettuato la visita pre-partum. Su 1.010 parti vaginali registrati lo scorso anno, le analgesie farmacologiche peridurali sono state 210, pari al 20,34%, con un trend che si conferma in crescita anche nel primo semestre del 2012. I vantaggi di questa pratica sono molteplici. Innanzitutto, consente un controllo del dolore eccellente e riduce il consumo di ossigeno, con benefici per il bambino e un minor rischio di perfusione utero-placentale. Inoltre, in caso di taglio cesareo, la presenza - all'esterno della dura madre, ovvero la fascia vertebrale dove decorre il midollo spinale - del piccolo "catetere" posizionato per l'analgesia epidurale, permette di evitare il ricorso a più pericolose tecniche di anestesia generale. Ancora, con lo stesso tipo di analgesia utilizzata per il parto indolore è possibile effettuare, nel post-partum, in caso di lacerazioni, manovre strumentali quali suture o interventi di chirurgia alle vie genitali. Infine, nei pochi casi sfortunati di perdita del feto per morte endouterina, la presenza dell'analgesia peridurale evita alla donna di sommare sofferenza a sofferenza, risparmiandole il dolore del travaglio. Le controindicazioni a tale pratica, per contro, sono estremamente limitate: non si può ricorrere al parto senza dolore solo in caso di malattie emorragiche, di precedenti episodi di trombosi che rendano necessario l'uso di coagulanti, e di infezioni localizzate nella zona in cui si effettua il blocco anestetico. Ridotte anche le complicanze, illustrate a colloquio e riportate nel consenso informato che la donna, intenzionata a ricorrere all'analgesia peridurale, deve firmare. La più frequente è la cefalea post puntura, che si riscontra, tuttavia, appena nello 0,3-0,4% dei casi. Altri possibili inconvenienti sono l'insorgenza di neuropatia, che risulta permanente solo in una donna su 300mila, e la lombalgia transitoria, dovuta, però, anche ad altri fattori, come la postura assunta dalla gravida. Nessuna conseguenza, al contrario, è ravvisabile sul feto, il quale, anzi, grazie all'analgesia peridurale, è più protetto. Chiaramente, per poter effettuare tale metodica, la conditio sine qua non è il consenso della partoriente. «Il nostro obiettivo è far sì che sempre più donne vengano a conoscenza di questa opportunità - illustrano il dott. Bertellini e il dott. Gambale - in modo tale che possano compiere una scelta consapevole. L'incontro di martedì ha esattamente questa finalità: comunicare a un'ampia platea cosa si fa a Forlì in questo campo e con quali modalità». Il contenimento del dolore durante il travaglio di parto, oltre che con l'analgesia farmacologica peridurale, può essere efficacemente affrontato ricorrendo a diverse metodiche, nell'ottica di un'attenzione alla lettura e specificità di tale esperienza. Il dolore, infatti, è soggettivo, multidimensionale, influenzato da fattori biologici, psicologici, socio-culturali e ambientali; va, inoltre, considerata la componente assistenziale, intesa come l'insieme di quelle procedure che possono condizionarne la percezione. Per questo, nell'U.O. di Ostetricia-Ginecologia, il personale ostetrico offre diverse opportunità alle partorienti, quali supporto emotivo strutturato, continuità assistenziale, movimento e posizioni, immersione in acqua, massaggi e touch. Nel 2011, l'unità ha registrato un 81,2% di analgesie non farmacologiche, in crescita rispetto al 2010 (79,2%). Il sostegno emotivo messo in atto dall'ostetrica consente di accompagnare la donna durante il travaglio, aiutandola ad affrontare e contenere il dolore senza ricorrere o riducendo il ricorso a tecniche farmacologiche; sottende un rapporto empatico di fiducia tra il professionista e la persona assistita, ed è attento alla lettura del linguaggio del corpo, alla percezione dei bisogni e alle aspettative della donna. Continuità assistenziale significa, invece, ricevere assistenza durante la gravidanza, il parto ed il puerperio (one to one) dallo stesso gruppo di ostetriche, con sensibili vantaggi, fra i quali un minor ricorso ai metodi analgesici farmacologici. Per quanto riguarda poi movimenti e posizioni, si tratta di utilizzare, durante il primo stadio ed il secondo stadio del travaglio, posizioni verticali (eretta, seduta, accovacciata) o laterali (compresa la carponi), in alternativa alla posizione convenzionale litotomica (sdraiata con le gambe piegate a 90° e con i talloni e le ginocchia sullo stesso piano). Un ulteriore possibilità è l'immersione del corpo in acqua calda ad una profondità che permetta di coprire l'addome o l'intero tronco fino al collo, utilizzando normali vasche da bagno, vasche con idromassaggio o apposite piscine. Infine, per massaggio s'intende la manipolazione intenzionale di parti del corpo (schiena, mani, piedi), mentre il touch comprende carezze, abbracci, tenuta della mano. Le informazioni relative alle metodiche non farmacologiche disponibili, per la donna/coppia, nell'Ausl di Forlì, sono fornite nell'incontro mensile svolto in sala Pieratelli, in Consultorio, durante i corsi di accompagnamento alla nascita, nell'opuscolo gravidanza sul sito aziendale, nell'ambulatorio della gravidanza a termine (GAT) con l'utilizzo del piano di parto, ovvero un piano per il travaglio-parto-nascita, preparato dalla coppia prima di giungere in travaglio. I corsi di accompagnamento alla nascita aumentano la capacita sia di far fronte alle difficoltà del travaglio (coping), sia di partecipare attivamente al parto, contenendo la paura per tale evento.

lunedì 17 settembre 2012

Progetto Palestre Sicure all'Ausl di Forlì. cercasi laureati in Scienze Motorie per il corso di Formazione

Al via il progetto “Palestre sicure”, per creare una rete di strutture sportive certificate dove promuovere corretti stili di vita e consentire la pratica dell’attività motoria. Creare una rete di strutture sportive certificate, dove promuovere corretti stili di vita e consentire la pratica dell’attività motoria sia a scopo di prevenzione sia come terapia prescritta dai medici del servizio nazionale. E’ l’obiettivo del progetto “Palestre sicure”, promosso dalla Regione Emilia-Romagna e inserito nei programmi del Piano di prevenzione regionale volti a promuovere l’esercizio fisico, individuato come fattore di cruciale importanza per la salute delle persone e la prevenzione di molte malattie croniche. Due sono le tipologie di palestre e strutture sportive previste nell’ambito dell’iniziativa: le “palestre sicure” vere e proprie, dotate di defibrillatore, in cui persone con specifiche problematiche, in particolare cardiopatia, diabete e obesità, possono praticare attività fisica come terapia sotto la guida, di personale opportunamente formato; le “palestre etiche”, dove svolgere attività fisica finalizzata alla prevenzione e tutela della salute, ricevendo contemporaneamente consigli diretti a promuovere una corretta alimentazione e contrastare l’uso improprio di farmaci, alcol, sostanze stupefacenti e dopanti nonché l’abuso di integratori impropri. Per ottenere il riconoscimento, le palestre e/o strutture sportive devono presentare domanda in Comune presso l’Unità sport, in seguito sarà cura del Dipartimento di Sanità Pubblica verificare i requisiti previsti e inviare al termine degli accertamenti il nulla osta in Regione, dov’è tenuto il registro delle strutture certificate. Fra i requisiti è richiesto l’obbligo di partecipazione alle attività di formazione organizzate a livello locale e regionale nell’ambito del progetto. A tal fine, la fondazione Carlo Rizzoli per le scienze motorie, con il patrocinio della Regione Emilia-Romagna, promuove un corso per laureati in scienze motorie e diplomati ISEF per il conseguimento del titolo di “referente per la salute nella prevenzione e nel benessere”. Tale percorso formativo è dedicato alla gestione dei soggetti a basso rischio cardiovascolare, dismetabolici, broncopneumopatici, affetti da disordini minori dell’apparato locomotore, degli anziani e dei disabili. Il termine per partecipare al bando è fissato alle ore 12 di giovedì 20 settembre 2012; la domanda va presentata direttamente o per posta celere con presso la facoltà di scienze motorie, via S.Vitale, 15, 40124 bologna. Il bando di partecipazione al corso e il modulo per la domanda si trovano nel sito internet della Regione Emilia-Romagna e dell’Università di Bologna

giovedì 12 luglio 2012


Informatizzazione e tracciabilità dei percorsi per la sicurezza del paziente


Con codici a barre, palmari, e sistema wireless, garantita, a Forlì, la completa informatizzazione e tracciabilità del sistema di gestione dei farmaci, delle sacche di sangue, e del percorso chirurgico.

Processi informatizzati e completamente tracciabili per garantire al paziente prestazioni sempre più appropriate, trasparenti, e sicure. Dalla gestione del farmaco al percorso chirurgico, sino all’approvigionamento di sangue, all’ospedale “Morgagni-Pierantoni” di Forlì, infatti, è tutto automatizzato. Come? Grazie all’incrocio dei tre elementi chiave alla base del sistema di informatizzazione dell’Azienda Usl di Forlì (codice a barre, palmare, sistema wireless), realizzato dall’U.O. Sitic, diretta da Silena Sistu (nella foto). Partendo dal modello messo a punto per la somministrazione del farmaco in dose unitaria, il servizio è riuscito a sviluppare sempre nuove applicazioni grazie all’utilizzo delle tecnologie già in uso. A sottolineare la bontà del lavoro svolto sono arrivati importanti riconoscimenti. Di recente, il progetto d’informatizzazione del percorso trasfusionale ha conquistato, infatti, il premio “Smart City” ed è stato selezionato nel ristretto novero di finalisti del “Premio Innovazione ICT Emilia-Romagna”, entrambi promossi nell’ambito della rassegna fieristica Smau di Bologna, mentre lo scorso anno il progetto d’informatizzazione del percorso chirurgico è approdato alla finalissima di Epsa 2011 (European Public Sector Award), premio biennale, indetto dall’Eipa (European Institute of  Public Administration) per riconoscere le migliori best practises a livello europeo nel campo delle pubbliche amministrazioni.
Tutti e due i progetti sfruttano da una parte il know-how acquisito attraverso il processo di gestione informatizzata del farmaco, dall’altra l’implementazione della cartella clinica informatizzata.
«L’identificazione del paziente e la tracciabilità del percorso assistenziale prevedono l’abbinamento del codice presente nel braccialetto che ciascun malato riceve all’ingresso in reparto, con l’attività degli operatori sanitari – illustra l’ingegner Sistu – il bar code viene letto attraverso un palmare collegato alla rete wireless, presente in tutto il presidio ospedaliero». Tale logica, propria della terapia farmacologica, è stata quindi applicata, a partire dal 1° luglio 2009, alla gestione delle sacche di sangue, sviluppando contestualmente un’interfaccia fra cartella clinica e software gestionale utilizzato a livello regionale dai Servizi Trasfusionali. In questo modo, sono soddisfatti al cento per cento quei criteri di sicurezza raccomandati sia dalla normativa nazionale sia dal “Piano speciale sangue” della Regione Emilia-Romagna. L’effettuazione per via informatica di tutte le fasi che caratterizzano il percorso della sacca - dalla donazione, alla lavorazione, sino all’assegnazione e all’identificazione del paziente, passando per la compilazione della richiesta, il prelievo, l’etichettatura dei campioni, nonché la verifica della congruenza dei dati prima della trasfusione – riduce, infatti, particamente a zero il rischio di errori. «La richiesta di emocomponenti viene redatta nel sistema informatico di reparto riempiendo campi obbligatori, fra i quali i criteri di appropriatezza previsti dalla Società italiana di Medicina Trasfusionale e Immunoematologia. – prosegue l’ingegner Sistu – Sono così assicurati ben tre step di controllo: uno a livello di reparto, al momento della richiesta, un secondo al momento dell’assegnazione dell’unità di emocomponente, e un terzo al momento della trasfusione. La corretta associazione paziente-campioni-unità trasfusionali è verificata al letto del malato mediante palmari wireless e braccialetti identificativi, che consentono, contestualmente, di accertare la validità dei test pretrasfusionali e dell’unità di sangue».
Il percorso trasfusionale informatizzato ha consentito, inoltre, di ridurre significativamente il gap fra numero di emocomponenti richiesti dalle unità operative e numero di quelli effettivamente impiegati: nel primo semestre del 2008, ad esempio, la percentuale di sacche non trasfuse rispetto al totale di quelle consegnate era stata del 16,4%, mentre nell’analogo periodo del 2011 si è scesi all’11,5%. La registrazione informatica consente, inoltre, di standardizzare le informazioni registrate e monitorare sia l’aderenza alle linee guida in termini di appropriatezza sia il trend di utilizzo della risorsa sangue all’interno dell’Azienda, senza contare la maggior facilità di accesso ai dati.

Bar code e palmari sono alla base anche della reingegnerizzazione del percorso chirurgico, diretta a creare un sistema ergonomico e facilitante. «L’innovazione è consistita nel semplificare la rilevazione degli “step” attraverso la lettura di barcode, identificando così in maniera proattiva non solo il paziente, ma anche gli operatori e le aree logistiche (sale operatorie, aree di induzione dell’anestesia, ecc.) ove il paziente stesso afferiva – illustra l’ingegner Sistu – Inoltre, il software è stato costruito in modo da proporre all’operatore lo step successivo di rilevazione come una semplice checklist da barrare o autorizzare con un “bip” di barcode». Sono stati inseriti altresì check di controllo, rispetto alla lista operatoria pianificata, per verifiche sequenziali e ripetute, con oggettiva e conseguente riduzione del rischio clinico legato ad esempio a errori di identificazione dei pazienti o di sala operatoria. I controlli previsti sono, in tutto, 16, e vanno dalla partenza del paziente dal reparto di degenza, all’arrivo al blocco operatorio, sino al suo rientro in reparto. Allo stesso tempo, sono stati definiti indicatori di efficienza del blocco chirurgico, allineandosi alla letteratura internazionale.

La sanità forlivese diventa wireless

Informatizzazione e tracciabilità dei percorsi per la sicurezza del paziente


Con codici a barre, palmari, e sistema wireless, garantita, a Forlì, la completa informatizzazione e tracciabilità del sistema di gestione dei farmaci, delle sacche di sangue, e del percorso chirurgico.

Processi informatizzati e completamente tracciabili per garantire al paziente prestazioni sempre più appropriate, trasparenti, e sicure. Dalla gestione del farmaco al percorso chirurgico, sino all’approvigionamento di sangue, all’ospedale “Morgagni-Pierantoni” di Forlì, infatti, è tutto automatizzato. Come? Grazie all’incrocio dei tre elementi chiave alla base del sistema di informatizzazione dell’Azienda Usl di Forlì (codice a barre, palmare, sistema wireless), realizzato dall’U.O. Sitic, diretta da Silena Sistu (nella foto). Partendo dal modello messo a punto per la somministrazione del farmaco in dose unitaria, il servizio è riuscito a sviluppare sempre nuove applicazioni grazie all’utilizzo delle tecnologie già in uso. A sottolineare la bontà del lavoro svolto sono arrivati importanti riconoscimenti. Di recente, il progetto d’informatizzazione del percorso trasfusionale ha conquistato, infatti, il premio “Smart City” ed è stato selezionato nel ristretto novero di finalisti del “Premio Innovazione ICT Emilia-Romagna”, entrambi promossi nell’ambito della rassegna fieristica Smau di Bologna, mentre lo scorso anno il progetto d’informatizzazione del percorso chirurgico è approdato alla finalissima di Epsa 2011 (European Public Sector Award), premio biennale, indetto dall’Eipa (European Institute of  Public Administration) per riconoscere le migliori best practises a livello europeo nel campo delle pubbliche amministrazioni.
Tutti e due i progetti sfruttano da una parte il know-how acquisito attraverso il processo di gestione informatizzata del farmaco, dall’altra l’implementazione della cartella clinica informatizzata.
«L’identificazione del paziente e la tracciabilità del percorso assistenziale prevedono l’abbinamento del codice presente nel braccialetto che ciascun malato riceve all’ingresso in reparto, con l’attività degli operatori sanitari – illustra l’ingegner Sistu – il bar code viene letto attraverso un palmare collegato alla rete wireless, presente in tutto il presidio ospedaliero». Tale logica, propria della terapia farmacologica, è stata quindi applicata, a partire dal 1° luglio 2009, alla gestione delle sacche di sangue, sviluppando contestualmente un’interfaccia fra cartella clinica e software gestionale utilizzato a livello regionale dai Servizi Trasfusionali. In questo modo, sono soddisfatti al cento per cento quei criteri di sicurezza raccomandati sia dalla normativa nazionale sia dal “Piano speciale sangue” della Regione Emilia-Romagna. L’effettuazione per via informatica di tutte le fasi che caratterizzano il percorso della sacca - dalla donazione, alla lavorazione, sino all’assegnazione e all’identificazione del paziente, passando per la compilazione della richiesta, il prelievo, l’etichettatura dei campioni, nonché la verifica della congruenza dei dati prima della trasfusione – riduce, infatti, particamente a zero il rischio di errori. «La richiesta di emocomponenti viene redatta nel sistema informatico di reparto riempiendo campi obbligatori, fra i quali i criteri di appropriatezza previsti dalla Società italiana di Medicina Trasfusionale e Immunoematologia. – prosegue l’ingegner Sistu – Sono così assicurati ben tre step di controllo: uno a livello di reparto, al momento della richiesta, un secondo al momento dell’assegnazione dell’unità di emocomponente, e un terzo al momento della trasfusione. La corretta associazione paziente-campioni-unità trasfusionali è verificata al letto del malato mediante palmari wireless e braccialetti identificativi, che consentono, contestualmente, di accertare la validità dei test pretrasfusionali e dell’unità di sangue».
Il percorso trasfusionale informatizzato ha consentito, inoltre, di ridurre significativamente il gap fra numero di emocomponenti richiesti dalle unità operative e numero di quelli effettivamente impiegati: nel primo semestre del 2008, ad esempio, la percentuale di sacche non trasfuse rispetto al totale di quelle consegnate era stata del 16,4%, mentre nell’analogo periodo del 2011 si è scesi all’11,5%. La registrazione informatica consente, inoltre, di standardizzare le informazioni registrate e monitorare sia l’aderenza alle linee guida in termini di appropriatezza sia il trend di utilizzo della risorsa sangue all’interno dell’Azienda, senza contare la maggior facilità di accesso ai dati.

Bar code e palmari sono alla base anche della reingegnerizzazione del percorso chirurgico, diretta a creare un sistema ergonomico e facilitante. «L’innovazione è consistita nel semplificare la rilevazione degli “step” attraverso la lettura di barcode, identificando così in maniera proattiva non solo il paziente, ma anche gli operatori e le aree logistiche (sale operatorie, aree di induzione dell’anestesia, ecc.) ove il paziente stesso afferiva – illustra l’ingegner Sistu – Inoltre, il software è stato costruito in modo da proporre all’operatore lo step successivo di rilevazione come una semplice checklist da barrare o autorizzare con un “bip” di barcode». Sono stati inseriti altresì check di controllo, rispetto alla lista operatoria pianificata, per verifiche sequenziali e ripetute, con oggettiva e conseguente riduzione del rischio clinico legato ad esempio a errori di identificazione dei pazienti o di sala operatoria. I controlli previsti sono, in tutto, 16, e vanno dalla partenza del paziente dal reparto di degenza, all’arrivo al blocco operatorio, sino al suo rientro in reparto. Allo stesso tempo, sono stati definiti indicatori di efficienza del blocco chirurgico, allineandosi alla letteratura internazionale.

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