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giovedì 27 novembre 2008

Somalia: ONG al Ministro Frattini

Le ONG al Ministro Frattini sulla Somalia

In una lettera al ministro degli Esteri Franco Frattini, le organizzazioni non governative italiane fanno conoscere il loro punto di vista - e avanzano proposte - per fronteggiare una situazione in Somalia, che ha assunto livelli di criticità che superano il contesto dell'Africa orientale.

Nel documento si ricorda che l'Italia è ancora considerata in Somalia e a livello internazionale come primo Paese di riferimento" e che in quanto tale ha un dovere che "non può eludere".

Alla preoccupante situazione politica si affianca una situazione umanitaria che si aggrava di giorno in giorno a causa degli scontri armati, della siccita, dell'aumento dei prezzi". Un milione di sfollati e più di due milioni di persone in estremo bisogno, cui va aggiunto il dato sulle vittime: oltre diecimila morti soltanto negli ultimi due anni. "Pur non essendo la soluzione del problema", si legge, "gli aiuti umanitari devono rimanere un dovere e un impegno della comunita internazionale per tutto il tempo necessario".

Si parla del pericolo terrorismo, "funzionale a disegni esterni alla Somalia". Così come della pirateria navale: "Ci preme evidenziare come la sua sottovalutazione e il ritardo nel combatterla, rispetto alla prima richiesta di aiuto dell'allora primo ministro Ali Ghedi tre anni fa, hanno portato alla situazione odierna, che richiede ora impegni e costi di gran lunga superiori rispetto a quanto sarebbe stato necessario".

E ancora: "Alcuni interventi internazionali, decisi unilateralmente, quali l'esclusione con la forza dell'Unione delle Corti islamiche nel 2006, i bombardamenti aerei contro presunti terroristi e l'insediamento dell'esercito etiopico hanno reso ulteriormente complicata la situazione, rafforzando proprio chi si intendeva combattere".

E' necessario allora "ripensare il ruolo delle Nazioni Unite in Somalia" e "ripartire da una visione e un'iniziativa regionale, partendo dall'IGAD, con il convinto appoggio dalla comunità internazionale ed in particolare dell'Ue". L'IGAD Partners Forum, realtà intergovernativa con la partecipazione delle principali Istituzioni internazionali, dell'Ue e dei paesi interessati, vede l'Italia nel ruolo di co-presidente, "ruolo che andrebbe rivalutato ed esercitato".

Per quanto riguarda l'Unione europea "continua a pesare a Nairobi, ove risiedono gli ambasciatori, la turnazione semestrale della presidenza europea. Essa ha provocato alternanze di maggior e minore attenzione verso la Somalia particolarmente inopportune". Sarebbe quindi "auspicabile", come avviene in altri contesti "di particolare interesse", la nomina di un "inviato speciale Ue per la Somalia o, meglio ancora, per l'intera regione del Corno d'Africa". E l'Italia è "nella giusta posizione per potere proporre l'assunzione di tale ruolo".

La lettera, che si conclude con la richiesta a Frattini di un incontro, è firmata dalle Ong del Gruppo Somalia dell'Associazione Ong italiane (Africa 70, Agrosphere, Ccm, Cefa, Cesvi, Cins, Cisp, Coopi, Cospe, Cosv, Intersos, Terra Nuova, Terre Solidali).

27 Novembre 2008


Informazioni: Cinzia Giudici, tel. 02.2822852

lunedì 17 novembre 2008

COSA SUCCEDE IN SOMALIA? L'ANALISI DI NINO SERGI - INTERSOS

Disperazione e speranza in Somalia.

La problematica fase della transizione, gli Shabab e la comunità internazionale.

Cercare di comprendere, rafforzare l'iniziativa politica internazionale, continuare la cooperazione e gli aiuti.

Nino Sergi, INTERSOS 14 Novembre 2008

La rapida presa, dopo Qoryoley, della città di Merka, settanta chilometri a sud di Mogadiscio, da parte delle milizie "Shabab" risalenti da Kisimayo, dimostra che in breve tempo la regione centro meridionale della Somalia potrebbe essere interamente conquistata. Infatti, anche alcune aree delle regioni centrali a nord di Mogadiscio tra Dhusa-Mareb, Arardhere, El Dher sono già o stanno passando sotto il controllo degli Shabab. Si prevede una prossima conquista di Belet Weyne, sulla "strada imperiale" ai confini con l'Etiopia, mentre più a sud, Jalalaqsi è già sotto influenza shabab. Ancora più giù, ad un centinaio di chilometri dalla capitale, anche Jowar - da alcuni mesi amministrata dalle Corti islamiche legate all'Alleanza (ARS) di Sharif Sheikh Ahmed e Sharif Hassan, quella che ha accettato di negoziare con il Governo - teme ora l'arrivo degli Shabab: gli anziani, abituati ai "cambi di mano", stanno discutendo sulla soluzione migliore per evitare i combattimenti all'interno della città, un po' come è stato fatto a Merka.

Esiste un indubbio collegamento tra gli accordi politici che si stanno concretizzando tra le Istituzioni transitorie e l'Alleanza e questa avanzata quasi irresistibile degli Shabab sul territorio somalo. Con non poche sfumature, però. Se essi fossero l'espressione di quella parte di Corti islamiche e di irriducibili che non accettano alcun negoziato e che fanno capo a Hassan Dhair Aweis, attualmente rifugiato in Eritrea, sarebbe facile sostenere che questa recrudescenza armata esprime l'opposizione radicale a quegli accordi. In realtà le cose sono ben più complesse. Gli Shabab non sono facilmente definibili e classificabili e appaiono superficiali e fuorvianti le affermazioni che li identificano con al Qaeda.

Ci sono da tempo, indubbiamente, dei tentativi di strumentalizzazione e anche dei veri e propri collegamenti con Al Qaeda o altre forme di estremismo di matrice islamica, con infiltrazioni pericolose, ma non traducono la totalità del movimento degli Shabab, non lo identificano. Esso si è sviluppato con rapidità aggregando fanatismo, banditismo, disperazione, assenza di prospettive e di lavoro, ignoranza, ambizione, voglia di potere, in particolare di giovani che non hanno conosciuto uno Stato e un'Autorità stabile, autorevole e funzionante ma solo e sempre conflitti, sopraffazioni, povertà e instabilità politica e sociale. Sono attribuibili in parte agli Shabab i sequestri di persona, gli attacchi alle organizzazioni umanitarie internazionali sia non governative che delle Nazioni Unite, fino al recente sequestro degli operatori umanitari e dei piloti dell'aereo bloccato a Dhusa-Mareb e probabilmente all'attacco della cittadina di El Wak, superando il confine kenyota, con la liberazione dei carcerati e il sequestro di suor Rinuccia Giraudo e suor Maria Teresa Olivero.

Se c'è o se si sta costruendo un disegno politico per entrare nei giochi di potere somali, insieme alla conquista del territorio - senza però quel consenso che le Corti Islamiche erano riuscite ad ottenere nel 2006, che si è ora trasformato in rassegnazione - esso è certamente inquinato da tutte queste sfaccettature che gli Shabab esprimono oggi (e che altri in fondo, e prima di loro, hanno espresso in Somalia).

In questa situazione, appaiono sempre più deboli i tentativi di dialogo politico tra le Istituzioni transitorie e l'Alleanza e ancora più inaccettabili le continue lotte tra Presidente, Governo e Parlamento e all'interno dello stesso Governo che condannano tutti all'impotenza, erodendo giorno dopo giorno il consenso politico ad entrambe le parti dialoganti.

Altrettanto deboli e quasi sopraffatti dalla realtà appaiono gli sforzi della comunità internazionale (pochi, incerti e sempre in ritardo rispetto alle esigenze) per promuovere, favorire e soprattutto sostenere i processi di stabilizzazione, dialogo e pacificazione. Alcuni interventi internazionali, decisi unilateralmente, quali l'esclusione con la forza delle Corti islamiche, i bombardamenti aerei mirati "contro i terroristi" e la presenza dell'esercito etiopico hanno reso ulteriormente complicata la situazione, rafforzando proprio chi si intendeva combattere. La mediocrità dell'impegno politico dell'ONU è risultata essere, negli anni, parte del problema invece che fattore determinante per la sua soluzione.

Situazione disperata dunque?

Si è fatto di tutto per renderla tale, con il crescente disinteresse della comunità internazionale, a parte alcune lodevoli iniziative, e la scelta di chiudere gli occhi di fronte alla gravità del caso: un paese per diciotto anni senza Stato, abbandonato a sé stesso, nella sua povertà, nella più totale disgregazione sociale, in preda alle prepotenze che a turno si sono succedute e con le porte aperte a qualsiasi attività o potere illecito. Prima o poi comunque gli occhi dovranno essere riaperti e la realtà che ci troveremo di fronte sarà purtroppo molto più complessa, intricata, fuori controllo e difficilmente sanabile, con possibili gravi conseguenze sull'intera regione e su altri continenti, compreso il nostro. Una realtà che richiederà un impegno politico e finanziario dieci, cento volte superiore a quello che sarebbe stato necessario anche solo pochi anni fa. Quando cioè, da un lato non si è avuto il coraggio di dare piena fiducia e credibilità alle Istituzioni transitorie e, dall'altro, si è fatto di tutto per impedire il dialogo tra queste e le emergenti Corti islamiche; preferendo l'arroganza e l'illusoria forza delle armi alla negoziazione politica.

Una continua sequenza di ritardi e occasioni mancate, da parte somala innanzi tutto e da parte internazionale. I somali di buona volontà, quelli che sono rimasti nel paese e cercano, a rischio della propria vita, di non spegnere il lume della speranza e quelli che sono fuggiti all'estero esprimendo spesso il meglio di sé nei paesi di accoglienza, ci invitano a non mollare. Noi Ong non intendiamo abbandonare la Somalia. Continuiamo a lavorarvi dai paesi confinanti, in continuo collegamento con i nostri partners. Ma si tratta di una goccia, pur indispensabile, nel mare dei bisogni. Anche la cooperazione avviata dai Governi e dalle Agenzie internazionali va quindi assolutamente continuata.

Per alimentare quel lume di speranza che qualcuno sta tenendo acceso in Somalia, occorre che ognuno faccia la sua parte. Seriamente, con impegno, con decisione e con adeguate risorse, coscienti che più si aspetta, più la cancrena progredirà e più ingenti saranno le risorse da impiegare (se ad es. la pirateria lungo le coste somale fosse stata affrontata quattro anni fa, alla prima richiesta di aiuto del Governo transitorio, si sarebbe potuto combatterla con poco, con un impegno di gran lunga inferiore a quello necessario oggi).

Occorre ripensare il ruolo delle Nazioni Unite nell'area, che equivale a dire ripensare le scelte e l'impegno dei paesi membri, in particolare di quelli con maggiore peso politico, tra cui l'Italia, e quelli che possono influire sulla stabilizzazione della Somalia e dell'intera area.

Occorre valorizzare il già positivo ruolo dell'Europa, superando le diverse valutazioni e i diversi interessi dei paesi membri e soprattutto sostenendo le iniziative regionali africane che possono contribuire alla soluzione del problema somalo, carico ormai di implicazioni e intrecci regionali, dalla Somalia all'Etiopia, all'Eritrea, all'Egitto, al Sudan, al Kenya, all'Uganda, a Gibuti. L'IGAD e, al suo fianco, l'«Igad Partners Forum» con la ventina di paesi e istituzioni internazionali che lo compongono e con la presidenza italiana, hanno un ruolo importante da giocare nell'attuale fase. Una nuova occasione, una speranza, che non va assolutamente sprecata.

L'impegno per la liberazione di suor Rinuccia Giraudo e suor Maria Teresa Olivero, come di tutti gli operatori e operatrici somali e internazionali ancora nelle mani dei sequestratori, deve anche rappresentare l'occasione perché la politica e i media aprano gli occhi sulla realtà somala, guardando e cercando di capire ciò che da troppo tempo ormai, per fastidio, stanchezza, repulsione, si cerca di non vedere. Ma che, inesorabilmente, si ripresenta all'attenzione del mondo, sempre più grave, preoccupante e oneroso.

Per informazioni:

Paola Amicucci

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venerdì 1 agosto 2008

Ancora maggiore impegno per la liberazione degli operatori umanitari in Somalia

Ancora maggiore impegno

per la liberazione degli operatori umanitari in Somalia

Roma, 31 luglio 2008. Iolanda Occhipinti, Giuliano Paganini, Abdirahman Yusuf Arale dell'Ong "Cins" e Mahamuud 'Abdi Aaden, Faaduma Suldaan 'Abdirahmaan, 'Ali Mao', Mahadey Biile dell'Ong "Acqua per la Vita" sono tuttora nelle mani dei rapitori in Somalia.

Settanta giorni di preoccupazione e trepidazione. Particolarmente per i familiari, per "Cins" e "Acqua per la Vita" impegnate per la loro liberazione, per le istituzioni italiane e internazionali che le appoggiano, per le altre Ong che operano in Somalia, per tutti coloro - ed in particolare i media - che hanno aderito all'invito al silenzio.

Un silenzio stampa che inizia a pesare e che non avrebbe più senso se non avessimo la certezza che l'azione per la loro liberazione continua incessantemente e con il necessario impegno. Le Ong italiane rinnovano la loro fiducia nelle istituzioni nazionali e internazionali che stanno affiancando "Cins" e "Acqua per la Vita" certe che, come nel passato, si possa giungere quanto prima alla liberazione degli ostaggi.

Sappiamo che il silenzio richiesto non sminuisce l'impegno delle istituzioni e la necessaria assiduità nell'esercitarlo. La vita e la liberazione degli ostaggi rimane per tutti la prima assoluta preoccupazione e abbiamo fiducia che tutto sia stato e sarà messo in atto per garantirle. Rimaniamo comunque preoccupati per il prolungarsi del sequestro, ormai dieci settimane, pur sapendo che la Somalia presenta difficoltà particolari e di difficile gestione.

L'Associazione delle Ong Italiane ringrazia le Amministrazioni locali e regionali che, pur nel rispetto del silenzio stampa, hanno voluto esprimere vicinanza ai rapiti e alle loro famiglie esponendo striscioni, lanciando appelli e altre iniziative di solidarieta. Le Ong rivolgono ora un accorato appello al Presidente del Consiglio Berlusconi e al Ministro degli Esteri Frattini perché continui con ancora più forza e incisivita l'impegno italiano e internazionale per la liberazione di Iolanda, Giuliano e tutti gli operatori somali e internazionali rapiti in Somalia.

Ufficio Stampa Associazione ONG Italiane

email: ufficio.stampa@ong.it

Cell. 338.3032216 - Tel: 06 66019202


venerdì 18 luglio 2008

Associazione ONG Italiane: VICINI AI RAPITI IN SOMALIA!


 

COMUNICATO STAMPA

Associazione ONG Italiane: "Vicini ai rapiti in Somalia"

Roma, 18 luglio 2008. Che ne è degli operatori umanitari delle Ong italiane rapiti in Somalia? Iolanda Occhipinti, Giuliano Paganini, Abdirahman Yusuf Arale delle Ong Cins e Agrosphere e Mahamuud 'Abdi Aaden, Faaduma Suldaan 'Abdirahmaan, 'Ali Mao', Mahadey Biile dell'Ong Acqua per la Vita sono tuttora nelle mani dei rapitori. I primi tre dal 21 maggio, cioe da ormai due mesi, e gli altri dal 1° luglio.

"Abbiamo incoraggiato il silenzio, ritenuto utile alla delicata azione per il rilascio dei rapiti; ed e apprezzabile che esso sia stato osservato dai media, dalla politica, dalle organizzazioni sociali – commenta Sergio Marelli, Presidente dell'Associazione ONG Italiane -. Iniziamo pero ad essere preoccupati per il passare dei giorni. Ci preoccupa ancora di più, dopo le dichiarazioni riportate recentemente da un settimanale, che il rapimento di Iolanda e Giuliano, i due cittadini italiani di cui particolarmente si occupano le nostre istituzioni, possa diventare pretesto di conflitti di competenza interni alle stesse istituzioni".

L'Associazione ONG Italiane sta seguendo il sequestro con assiduita e particolare impegno, mettendosi a disposizione delle istituzioni fin dal primo giorno, per quanto può competere al proprio ruolo. "Rimaniamo convinti infatti che simili eventi debbano essere affrontati seguendo la via del massimo coordinamento e integrazione delle conoscenze, delle informazioni e delle intuizioni su realta che spesso le Ong che vi operano da anni conoscono meglio di ogni altro – aggiunge Marelli -. La Somalia e certamente una di queste, vista la loro ininterrotta presenza data la gravissima situazione umanitaria in cui si trova la popolazione somala".

Due appelli delle Ong italiane sono stati diffusi in Somalia il 10 giugno (vedi allegato 1) e il 3 luglio (vedi allegato 2) attraverso siti web, radio e TV locali, con un significativo coinvolgimento delle organizzazioni della società civile somala.

"Pur nel rispetto dell'invito al silenzio che continuiamo a ritenere doveroso – conclude Marelli - l'Associazione ONG Italiane apprezza le iniziative che alcune Municipalità hanno avviato per dimostrare che Iolanda, Giuliano e tutti gli altri operatori somali e internazionali rapiti non sono stati assolutamente dimenticati. Per dimostrare che si e vicini ai loro familiari e alla loro trepidazione. Per invitare le istituzioni a fare tutto il possibile per la loro rapida liberazione. Ci auguriamo pertanto che tali iniziative possano ripetersi in varie città italiane, fino al giorno del rilascio di tutti gli operatori rapiti".

Ufficio Stampa Associazione ONG Italiane

email: ufficio.stampa@ong.it- Cell. 338.3032216 - Tel: 06 66019202


mercoledì 21 maggio 2008

Cipsi: volontari rapiti in Somalia

COMUNICATO-STAMPA

VOLONTARI RAPITI IN SOMALIA

BARBERA (CIPSI): “IL CINS OPERA SENZA INTERESSI POLITICI O RELIGIOSI IN FAVORE DELLE POPOLAZIONI SVANTAGGIATE. AUSPICHIAMO CHE SIA UN ERRORE DEI RAPITORI. SIAMO FIDUCIOSI CHE CI SIA UN RAPIDO CHIARIMENTO E SI PERVENGA PRESTISSIMO ALLA LIBERAZIONE DEGLI OSTAGGI”
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Roma, 21 maggio 2008 – Due volontari italiani del Cins – Cooperazione Italiana Nord Sud – sono stati rapiti questa mattina in Somalia: si tratta di Iolanda Occhipinti, di Ragusa, e Giuliano Paganini, di Pistoia. Nelle prime ore di stamani sono stati sequestrati, insieme ad un volontario somalo, ad Awdhegle, 65 km. a sud di Mogadiscio. Guido Barbera, presidente del Cipsi - coordinamento di 45 Ong e associazioni di solidarietà internazionale -, ha dichiarato: “Insieme al Cins – che è un organismo della Rete Amici del Cipsi – stiamo seguendo da vicino l’evolversi della situazione, in contatto permanente con le persone presenti in Somalia e i partner locali. Il Cins è presente da 13 anni in Somalia, una zona molto difficile, con attività di cooperazione e di sostegno allo sviluppo agricolo, alla sicurezza alimentare, al miglioramento del sistema idrico e igienico in alcune zone del paese. E’ un organismo che opera in modo indipendente, non legato a scelte politiche o religiose, ed ha l’obiettivo di rafforzare l’agire delle popolazioni più svantaggiate dei paesi impoveriti. Auspichiamo che sia un errore dei rapitori. Siamo fiduciosi che ci sia un rapido chiarimento e si pervenga prestissimo alla liberazione degli ostaggi. Esprimiamo la nostra solidarietà agli amici del Cins”.



.cipsi | Coordinamento di Iniziative Popolari di Solidarietà Internazionale
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