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sabato 1 agosto 2026

Magia di stelle al Cinevillage Marconi


Lunedì 3 agosto 2026, alle ore 19:30, il suggestivo scenario del Cinevillage Marconi – Interno 4 River, sul Lungotevere di Pietra Papa, ospiterà "Magia di Stelle – Cinema e Poesia al tramonto", un reading aperto al pubblico che unisce il fascino del grande schermo alla forza evocativa della parola poetica.

martedì 24 gennaio 2023

THE PLANE con Gerard Butler e Mike Colter al cinema dal 25 gennaio

LUCKY RED UNIVERSAL PICTURES INTERNATIONAL ITALY

presentano

GERARD BUTLER      MIKE COLTER

THE  PLANE

un film di
JEAN-FRANÇOIS RICHET



Gerard Butler torna al cinema nell’adrenalinico action movie The Plane, questa volta nei panni di un coraggioso pilota che per salvare i suoi passeggeri da una violenta tempesta, effettua un rischioso atterraggio d’emergenza su una remota isola delle Filippine. 

I superstiti dovranno però affrontare una nuova minaccia: degli spregiudicati guerriglieri indipendentisti che vivono in quelle terre. 
Il gruppo viene infatti rapito e sarà compito del comandante Brodie Torrance proteggere i sopravvissuti presi in ostaggio e portarli in salvo. 
Ad affiancarlo in questa missione impossibile, troverà un ex Marine (Mike Colter, il celebre ‘Luke Cage’ dell’Universo Marvel) in arresto che era a bordo dell’aereo scortato dall'FBI. 

A dirigerli, il regista francese Jean-François Richet, Premio César per il dittico con protagonista Vincent Cassel, Nemico pubblico N. 1 - L'istinto di morte e Nemico pubblico N. 1 - L'ora della fuga. Nel cast anche Daniella Pineda (Jurassic World – Il dominio), Yoson An (Mulan) e Tony Goldwyn (DivergentScandal).
 
The Plane arriverà nelle sale italiane a partire dal 25 gennaio 2023 distribuito da Lucky Red e Universal Pictures International Italy.

lunedì 4 maggio 2020

'Corona Days', il documentario di Fabio del Greco in streaming su Indiecinema

Un uomo resta in casa solo a causa delle misure d'emergenza Corona virus. La solitudine, il tempo e lo spazio diventano i suoi nemici, l'immaginazione, i ricordi e la voglia di libertà i suoi alleati.
 
Il regista Fabio Del Greco documenta i giorni di isolamento del corona virus in maniera intima e personale, girando gli esterni esclusivamente con uno smartphone.

giovedì 5 marzo 2020

Chiara Pavoni protagonista del film "La donna dello smartphone"

Il nuovo film del regista pescarese Fabio Del Greco "La donna dello smartphone" distribuito da Monitore Film è in programmazione venerdì 6 marzo a partire dalle 20.30 al Cinema delle Province D'essai a Roma in viale delle Province 41.

lunedì 16 settembre 2019

Andrea Ubbiali: volto nuovo della Moda italiana sul red carpet del Venezia Film Festival

Il giovane originario di Bergamo approda a Venezia76.


"Il segreto del mio successo? L'umiltà", afferma lo stilista e make-up artist, originario di Bergamo, Andrea Ubbiali. 

A pochi giorni dalla fine del Festival del Cinema di Venezia un nuovo volto approda sul red carpet della manifestazione: Andrea Ubbiali


Il giovane originario di Bergamo con uno straordinario talento nel campo della Moda ed una notevole predisposizione agli affari è stato invitato alla manifestazione in qualità di stylist per la tv italiana ed internazionale.

Ad oggi Andrea ha già gestito e curato il look di ben trenta personaggi televisivi in meno di un anno, con la sua linea Andrea Ubbiali Couture, ottenendo consensi e apprezzamenti da molte celebrità che ad oggi continuano a chiedere consigli in tema fashion e nuovi capi di abbigliamento

"Ho lanciato una sfida a me stesso e mi sono chiesto, perché non creare una linea moda dove concentro tutto ciò che significa essere donna e femmina secondo il mio punto di vista e, da qui ho creato Andrea Ubbiali Couture e grazie a tanta pazienza sono riuscito nel mio piccolo ad inserirmi in mezzo a tanti colossi della Moda internazionale" dichiara Ubbiali, che aggiunge "per me la strada della piena affermazione è ancora molto lunga e di progetti ne ho moltissimi per il nuovo anno, ma guardo con soddisfazione al presente che per me già è ricco di tante gratificazioni". 

Il segreto di mio successo? 
"L'umiltà: mai sentirsi arrivati e mai infastidire le persone con quel senso di onnipotenza e superiorità che molti proprio nel campo della Moda ostentano. Nel Detesto frequentare le persone per quello che possiedono così facendo perdiamo il reale senso dell'affetto ma diamo valore ai giusti sentimenti, alle cene in compagnia, ad una pizza e una birra e ad una serata al cinema anche in tuta perché no, amo la semplicità e proprio la semplicità della mia vita dopo il lavoro mi garantisce il giusto equilibrio nella vita". 

Un prezioso capo della Andrea Ubbiali Couture ha sfilato sul red carpet del Festival del Cinema di Venezia 76, lo scorso sabato 30 agosto.


A cura di Maria Pia Ranaldi


Notizie correlate:

mercoledì 14 agosto 2019

A Nettuno la rassegna cinematografica ‘Tutto in una notte’

Sarà l'attrice Chiara Pavoni ad accogliere e guidare il pubblico in un viaggio nel genere ‘horror’ durante la rassegna cinematografica ‘Tutto in una notte’ inserita nel programma estivo ‘Nettuno Summer 2019’.

domenica 21 luglio 2019

Una notte horror ad Interno 4, lo spazio artistico di Chiara Pavoni

Sarà il regista Antonio Tentori ad accogliere e guidare il pubblico in un viaggio nel genere “Horror” nel corso della serata “Hot Blood Summer Night”, in programma martedì 23 luglio alle 21.30 presso “Interno 4”, l’abitazione-studio di Chiara Pavoni, recentemente adibita a spazio artistico polifunzionale.  Tentori, scrittore e sceneggiatore, cominciò la sua carriera di sceneggiatore nel 1990, collaborando con il regista Lucio Fulci nel lungometraggio “Demonia”, e da lì in poi ha firmato gli “screenplay” di dozzine di opere horror.

venerdì 1 febbraio 2019

Al Nuovo Cinema Aquila la proiezione del film "Mistero di un impiegato"


Tre date da non perdere per la visione del film di Fabio Del Greco “Mistero di un impiegato”. Domenica 3 febbraio 2019 alle ore 21 l’anteprima del film con il regista ed il cast al Teatro Pegaso, in viale Cardinal Ginnasi a Ostia; martedì 5 e mercoledì 6 febbraio 2019 la proiezione al Nuovo Cinema Aquila in via L’Aquila, 66/74 a Roma. Un film con Fabio Del Greco, Chiara Pavoni, Roberto Pensa, Roberto Rossetti, Flavia Coffari, Umberto Canino. Distribuito da Monitore Film.

mercoledì 3 ottobre 2018

Intervista di Alessia Mocci a Luc Vancheri: la pubblicazione italiana del saggio francese Cinema e Pittura

Come ogni evoluzione tecnologica, la computer graphics ha sconvolto l’economia delle immagini sostituendo un medium a un altro. Il passaggio dall’analogico al digitale ha profondamente turbato il modello ontologico dell’immagine fotografica – alcuni vi hanno visto una morte del cinema, prima che i cineasti stessi si siano messi a pensare i loro film a partire delle possibilità del digitale – ma ha anche liberato delle potenze plastiche fin ad ora inaccessibili.‒ Luc Vancheri

Pubblicato nel 2007 dalla casa editrice francese Armand Colin, “Cinema e pittura” è stato diffuso in Italia il 30 giugno 2018 con la casa editrice Negretto Editore per la collana editoriale Studi cinematografici, diretta dal prof. Alberto Scandola, docente di Storia e Critica del Cinema presso l’Università di Verona. 

L’autore, Luc Vancheri, è docente di Studi Cinematografici nel dipartimento di Cinema e Studi Audiovisual presso l’Università Lumière di Lione.

Il saggio, con progetto grafico di Ornella Ambrosio, si presenta in copertina con un fotogramma del film del grande regista francese Jean-Luc Godard “Passion” (1982) che presagisce la posizione avanguardistica del suo contenuto.

Suddiviso in quattro capitoli, “Cinema e Pittura” è composto di tre parti fondamentali dedicate alla questione dell’estetica, della poetica e di analisi ‒ plasmate dal confronto fra l’immagine e l’arte ‒ che aprono lo sguardo verso la letteratura, lo studio teorico e l’analisi filmica.
Dando alla metafisica il senso stesso della sua storia e quasi l’immagine del suo ribaltamento, il nichilismo di Nietzsche ha lasciato aperta all’artista (l’artista-filosofo chiamato ad essere il medico della civiltà) la possibilità di essere nel pensiero così come nell’opera, anche se Heidegger si sente ancora troppo debole per assumere «che davvero un dire poetico possa essere anche l’opera di un pensiero». Poiché Nietzsche considera l’arte «il grande stimolante della vita» (Af. 851, 1888) e il valore supremo, di questo privilegio costante dell’artista rispetto alla vita permane l’affermazione di un regime del soggetto e dell’arte che non può ridursi alle sole regole e maniere, e quasi lo sviluppo di un’affermazione vitale dell’opera, vale a dire che essa è effettivamente connessa agli stati fisici, agli stati creatori dell’artista.” ‒ “Cinema e Pittura”

Il Professor Luc Vancheri si è mostrato molto disponibile nel rispondere ad alcune domande di presentazione dei concetti esposti sul saggio “Cinema e Pittura”. L’intervista è stata redatta in francese con traduzione in lingua italiana di Francesca Capasso.

A.M.: Professor Vancheri sono lieta di presentarla ai lettori italiani con questa intervista. Come prima domanda mi piacerebbe che ci raccontasse di com’è nata la passione per il cinema, se da ragazzo o da adulto.
Luc Vancheri: Come molte persone della mia generazione vengo dalla cinefilia, cioè un’epoca in cui si scopre il cinema nelle cinemateche e nei cinema d’essai. Ad ogni modo, quando iniziai a interessarmi al cinema, alla fine degli anni ’70, la tradizione critica dei Cahiers du Cinéma e di Positif non è più sola, ma è accompagnata ormai da una teorizzazione sul cinema influenzata dalle scienze umane. Dal lato della critica, sono stato segnato dal pensiero di André Bazin e della nuova guardia dei Cahiers che avrebbe poi formato la Nouvelle Vague (Godard e Truffaut che sono stati dei critici estremamente brillanti, ma anche Rohmer e Rivette). Tuttavia, sono stato particolarmente sensibile al momento politico dei Cahiers dopo il maggio sessantotto e alla radicalità teorica di una critica militante. Alla fine degli anni ‘70, quando Daney e Toubiana operano quello che si chiama il ritorno al film, comincio a misurare la complessità del cinema come fatto estetico e sociale. Sotto il profilo teorico, se in Francia, alla fine degli anni ’60, la letteratura accademica sul cinema resta ancora influenzata dalle opere-somma di Sadoul e Mitry, le cose cambiano all’inizio degli anni ‘70 con i lavori ispirati dallo strutturalismo, dalla semiologia e dalla psicanalisi. Vengo così influenzato da Christian Metz e i suoi lavori sul linguaggio cinematografico (Il significante immaginario, 1977) che diedero un impulso essenziale al pensiero teorico, ma anche dai primi libri di Pierre Sorlin (Sociologia del Cinema, 1977), da Raymond Bellour sul cinema americano (1980), Jean-Louis Schefer sulla condizione dello spettatore (L’uomo comune del cinema, 1980) e da Pascal Bonizer sulla forma filmica (Il campo cieco, 1982). Inoltre, alla fine degli anni ’70, ha luogo il rinnovamento della storia cinematografica (Congresso di Brighton, 1978) che fa posto al “cinema dei primi tempi”. Vari fenomeni cambiano il mio rapporto col cinema, che da cinefilia diventa ricerca universitaria. La creazione del primo dipartimento di studi cinematografici in Francia alla Sorbonne Nouvelle nel 1969 segna un cambiamento decisivo nella maniera in cui il cinema sarà ormai pensato. Come è stato già osservato da Francesco Casetti (Teoria del Cinema, 1993), il cinema è ormai oggetto di un triplo investimento. È accettato come fatto di cultura divenuto finalmente legittimo; è sottoposto ad una specializzazione del discorso che subisce l’influenza delle scienze umane; e, infine, il fenomeno si diffonde su scala internazionale. Paradossalmente, non sono mai stato tentato dalla critica cinematografica, poiché fin da subito attirato dal versante teorico. Questo forse è dovuto alla mia formazione universitaria dove si affiancano filosofia, storia dell’arte e letteratura moderna. I miei primi testi sono quindi fin da subito analitici e teorici. Il mio primo saggio sul cinema Figurazione dell’inumano (1992), edito dal Presses Universitaires Vincennes nella collezione Hors Cadre diretta da Marie-Claire Ropars, è dedicato alle possibilità plastiche della figurazione umana nel cinema. Non mi sono mai allontanato da questo approccio ragionato al cinema: il mio ultimo libro, edito presso le Presses Universitaires de Rennes in questo mese di agosto, Le cinéma ou le dernier des arts, presenta un panorama storico dedicato alla maniera in cui il significante cinema è stato risemantizzato dalla teoria nel corso della sua breve storia. È chiaro come io abbia conservato lo stesso gusto per la teoria.

A.M.: La copertina del saggio “Cinema e Pittura” omaggia il film del 1982 “Passion” di uno dei più grandi registi francesi Jean-Luc Godard. Film che ritroviamo esaminato nel quarto capitolo con il sottotitolo: “l’elogio dei classici”. Possiamo affermare che ancora oggi Godard non è stato superato in quanto a ricerca estetica in connessione con la settima arte?
Luc Vancheri: Jean-Luc Godard è innanzi tutto un modello e un mito. La sua opera, che è al tempo stesso critica, teorica e filmica, costituisce, per portata storica, per profondità estetica ed esistenziale, per forza audiovisiva (È uno dei rari cineasti ad aver fatto del rapporto tra questi il punto di partenza di una teoria politica del cinema durante il periodo del gruppo Dziga Vertov) e per potenza teorica (penso alle Histoire(s) du Cinéma) un’opera totale senza pari. Con Eisenstein, Vertov, Welles, Pasolini, Tarkovski, appartiene a quella cerchia di rari artisti che hanno pensato il cinema come un fatto di civiltà al quale hanno attribuito un messianismo estetico e politico, cosa che non ha comunque evitato un profondo pessimismo, come per Pasolini alla fine della sua vita. I film di Godard hanno, del resto, raccontato i momenti essenziale della seconda metà del XX secolo, sono stati sintomi delle metamorfosi culturali e politiche che hanno scandito questo pezzo di storia. Prendiamo, ad esempio, Le Petit Soldat sulla guerra di Algeria, o La Chinoise, che anticipa la svolta rivoluzionaria del Maggio ’68, o Je vous salue, Marie, che riprende la problematica religiosa della società occidentale, etc. Tuttavia, il suo rapporto con l’arte è largamente preparato dal classicismo degli anni da critico ai Cahiers – lo si è dimenticato, ma i primi riferimenti sono a Poussin, Crébillon, e Madame Lafayette, come si è dimenticato che a quell’epoca Godard non esitava a definire anticinematografica la modernità di Bresson e Welles. Solamente più tardi farà posto alla pittura di Goya, Manet e Delacroix, che non cesseranno più di abitare la sua opera. Ma anche in questo caso i riferimenti teorici sono in fondo piuttosto classici. Jean-Paul Belmondo legge Elie Faure in Pierrot le Fou. Jacques Aumont ha del resto giustamente osservato che con Histoire(s) du cinéma, realizzato tra il 1988 a 1998, Godard diviene egli stesso l’Elie Faure del cinema. Il solo vero cambiamento consiste nel passaggio all’installazione e all’esposizione museale con Voyages en Utopie (2006) a lui commissionata da Domenique Païni per il Centre Pompidou. Agnès Varda, Claire Denis, Apichtpong Weerasethakul, Tsai Ming Liang, David Lynch, Abbas Kiarostami approdano tutti all’arte contemporanea e presentano delle installazioni in spazi museali. Vediamo allora come Godard sia stato un osservatore estremamente lucido: allo stesso tempo una Cassandra di un secolo traumatizzato dalle sue guerre e un infaticabile profeta della potenza redentrice del cinema.

A.M.: L’introduzione intitolata “L’arte alla prova del cinema” cita ampiamente “Blow Up” di Michelangelo Antonioni. Se ai primordi del cinema la contaminazione tra cinema italiano e cinema francese era estesa e proficua, come vede la situazione odierna?
Luc Vancheri: Blow up (1966) è un film paradossale, realizzato e prodotto da due italiani, Michelangelo Antonioni e Carlo Ponti, che è riuscito a imporre l’immagine della Swinging London degli anni 1960. Il film segna del resto una svolta nella carriera del regista che girerà quello successivo negli Stati Uniti (Zabriskie Point, 1970). Il modernismo colto di Antonioni incrocia la modernità della pop culture. Non dimentichiamo che fu lo studio di John Cowan, al 39 Prince’s Place, che servì da appartamento a Thomas, il personaggio interpretato da David Hemmings. Non dimentichiamo nemmeno il suo arredamento: delle poltrone di John Wright (Dodo Design), delle stampe di John Cowan, una tela di Alan Davie, Joy Joy Stick, un'altra di Ian Stephenson, Still Life Abstraction (1957). Antonioni non si accontenta semplicemente di ispirarsi alle fotografie di moda di David Bailey, Brian Duffy, Terence Donovan e David Montgomery per la seduta di shooting di Thomas; ha anche intuito che il cinema poteva essere l’arte che avrebbe documentato la rivoluzione culturale e artistica degli anni ’60. È precisamente quello che descrive Antonioni in un’intervista al giornale Playboy nel novembre del 1967, dove dichiara “tutto quello che so è che siamo schiacciati da un’accozzaglia di cose vecchie e logore – abitudini, costumi, attitudini radicate, già morte e passate. La forza dei giovani inglese in Blow Up risiede nella loro capacità di gettare a mare tutto ciò” (A candid conversation with Italy’s master of cinematic anomie). Quanto alle prime fotografie che Thomas porta al suo editore all’inizio del film, sono delle stampe di Don McCullin, Man about Time, che aveva realizzato un reportage fotografico sui poveri dell’East London nel 1961. Blow up non si è solamente imposto come l’emblema chic della pop culture (le modelle posano con vestiti di Courrège e Mary Quant) o come una reinterpretazione teorica della pop art; è riuscito a legare due fenomeni estetici differenti. Uno ha a che vedere con il vecchio conflitto fenomenologico tra fotografia e realtà, qui riletto a partire dai saggi sull’astrazione in pittura (a questo titolo Still Life Abstraction è proprio il doppione astratto della fotografia ingrandita nei dettagli di Thomas). L’altro verte sulla tensione etica che oppone i difensori dell’art pour l’art e i sostenitori di un’arte sociale e politica (si tratta di una ripresa della querelle estetica nata in Francia verso il 1830). Ciò che è interessante in tutto questo è il fatto che sia un erede del neorealismo a riprendere i fili di questa svolta estetica, fenomeno ben lontano dall’essere isolato visto che il giallo che nasce nella stessa epoca in Italia è inseparabile da una riappropriazione della pittura degli anni ’60. Mario Bava e Dario Argento non hanno semplicemente inventato un nuovo genere cinematografico, ma hanno profondamente rinnovato i rapporti tra pittura e cinema. Pauline Mari ha lasciato su questa questione un saggio importante alle Presses Universitaires de Rennes (Le Voyeur et l’Halluciné, 2018). È evidente che stiamo parlando di un film-manifesto che ha sintetizzato la sua epoca, un po’ come L’inumano di Marcel L’Herbier per gli anni venti, o Passione di Godard per gli anni ’80, o ancora Visage di Tsai Ming Liang per gli anni 2000. Questi film costituiscono un evento non soltanto perché sono riusciti a pensare visualmente la loro epoca, ma anche perché hanno identificato i problemi estetici che questa si pone.

A.M.: Sotto quali aspetti gli studenti che hanno seguito i suoi corsi presso l’Università di Lyon 2 hanno ispirato “Cinema e Pittura”?
Luc Vancheri: Questo libro che le Edizioni Negretto hanno appena tradotto è assai vecchio. L’ho scritto dieci anni fa e posso dire che costituisce la prima fase di un approccio teorico che ho poi portato avanti e arricchito con un approccio figurale e iconologico dell’immagine tipico dei miei ultimi libri. Se Les Pensées figurales de l’image (2011, Armand Colin) è un’esplorazione teorica dell’apporto freudiano a una nuova analisi dell’immagine che è ormai accettata nel campo degli studi cinematografici, Psycho. La lezione di iconologia di Alfred Hitchcock (Vrin, 2013) e La Grande Illusione. Il museo immaginario di Jean Renoir (Presses Universitaire du Septentrion, 2015) sono due studi monografici condotti sulle orme di Aby Warburg, autore che Carlo Ginzburg ha diffuso in Italia ben prima che lo scoprissimo in Francia (Miti, Emblemi e Spie, 1986). Le mie ultime opere hanno cercato, quindi, di verificare negli studi cinematografici l’euristica di nozioni elaborate nel campo della psicanalisi e della storia dell’arte. Mi sono allora interessato alla figurabilità freudiana così come alle nozioni warburghiane di pathosformel e nachleben perché esse ci permettono di ripensare la relazione cinema/pittura considerando la pittura come un archivio visuale delle forme, un repertorio di motivi, di gesti e di figure delle espressioni umane che il cinema ha reinvestito e di cui ci importa riprendere la storia. Per precisare un po’meglio il senso di questa ricerca, posso rapidamente ritornare su Psycho d’Alfred Hitchcock. È un film saturato di interpretazioni al quale sembra difficile oggi aggiungere qualcosa. Tuttavia, quando ho cominciato a interessarmene, fui colpito dal fatto che il quadro che Norman Bates solleva per spiare Marion Crane non fosse mai stato identificato. Non soltanto non si sapeva ancora chi aveva dipinto questa variazione di Susanna e i vecchi, ma soprattutto non ci si era mai domandati cosa la gestualità di Susanna poteva dirci su quella di Marion Crane durante il suo assassinio nella la doccia. I due gesti non erano mai stati avvicinati, ma la soluzione di messa in scena adottata da Hitchcock è una reinterpretazione calcolata della scenografia del quadro di Willem van Mieris che dipinse la sua Susanna nel 1731. Ciò che apparentemente sembra essere solo un dettaglio di un’immagine, cioè l’artificio di un dispositivo voyeurista, è in definitiva la chiave ermeneutica di un film che si iscrive in una lunga tradizione teologica, liturgica, letteraria e iconografica. Questa tradizione rivisita il motivo di una Susanna tratta dal libro di Daniele, allo stesso tempo santa, orante e figura della Chiesa. Ma se riprendiamo la celebre scena dell’assassinio di Marion Crane sotto la doccia, ci si rende conto che la sua maniera di lottare contro l’aggressore, Norman Bates, è estremamente vicina a quella che l’iconografia di Susanna ha largamente popolarizzato. Marion si dibatte contro Norman Bates come Suzanne si difendeva dai due vecchi. Il legame tra Susanna e Marion è dunque proprio quella formula di pathos che ci è mostrata dal quadro posseduto da Norman. Alfred Hitchcock fa di Susanna il principio di una lezione morale che ci informa su Marion, che è, per dirla tutta, una cristiana alla quale la grazia è mancata. Possiamo osservare allora, come, a partire da un solo quadro, l’iconografia di Susanna e l’ermeneutica biblica sono sopravvissute nel film di Alfred Hitchcock, come queste si sono legate insieme, cosicché questa intensa retorica visuale ha giocato un ruolo in una lettura dell’America tra modernità sociale e arcaismo culturale. Lo studio delle relazioni tra cinema e pittura è entrato oggi in una fase estremamente ricca di lavori originali e eruditi che lasciano intravedere un orizzonte di ricerca appassionante. Sono felice di constatare che i nostri studenti abbiano scelto di dedicarvisi e che ci siano sempre più tesi su questo tema.

A.M.: La proiezione delle immagini. Possiamo affermare che la connessione e la contaminazione descritta nel suo libro parta dalla considerazione secondo la quale, sin dall’uomo primitivo, proiettare immagini (nelle caverne per esempio) è un fatto necessario ed indispensabile per l’essere umano per autodefinire la propria esistenza?
Luc Vancheri: Si ha l’abitudine di descrivere l’invenzione tecnica del cinema ricordando una sequenza storica che comincia grosso modo con il Taumatropio del dottor Fitton (1826) prima di trovare la soluzione con il cinematografo Lumière (1895), passando per il Fenachitiscopio di Plateau (1832), lo Zootropio di Horner (1834), il teatro ottico di Emile Reynaud (1888) e il Kinetoscopio di Edison (1981). Ma il procedimento di Edison è stato rapidamente differenziato da quello di Lumière facendo valere la proiezione cinematografica come la condizione essenziale del dispositivo. A partire da questo, ci si è interrogati sul legame tra proiezione e immagine, poiché si tratta di qualcosa che ritroviamo già al Rinascimento con la costruzione di una rappresentazione prospettica. Ci si è persino domandati se l’allegoria della caverna di Platone descritta nel Libro VII della Repubblica non sia stato il primo riferimento cinematografico. Ma una tale rilettura della storia del cinema si fonda su un malinteso. Non bisogna infatti confondere quello che chiamiamo storia del cinema con la storia degli elementi che costituiscono il suo dispositivo. Possiamo quindi scrivere due storie distinte se ci si interessa alla filiazione scientifica che adegua l’immagine cinematografica alle leggi dell’ottica e della chimica o se si ritraccia la genealogia del pensiero magico che giudica l’immagine come illusione, spettro o fantasma. La lanterna magica segna questa esitazione tra un ordine della ragione che deve tutto alla tecnica e un disordine dei sensi abbandonati a un’incertezza fenomenologica. Quando si accetta l’allegoria della caverna come “origine possibile” del cinema, ci si dimentica che per Platone l’immagine è in primo luogo sottomessa a un giudizio di verità. È sotto la condizione di verità e di ciò che la filosofia può dirne che l’immagine e la proiezione si ritrovano legati. Il problema non è quello di Edison e dei fratelli Lumière. Ciò che conta è porsi la domanda di che cosa si fa la storia quando si attribuiscono al cinema delle origini che superano largamente il momento della sua invenzione tecnica.

A.M.: Se l’indagine armonica e la connessione con la pittura è un fattore determinante per i film descritti nel suo libro, come valuta l’avvento della computer graphics?
Luc Vancheri: Come ogni evoluzione tecnologica, la computer graphics ha sconvolto l’economia delle immagini sostituendo un medium a un altro. Il passaggio dall’analogico al digitale ha profondamente turbato il modello ontologico dell’immagine fotografica – alcuni vi hanno visto una morte del cinema, prima che i cineasti stessi si siano messi a pensare i loro film a partire delle possibilità del digitale – ma ha anche liberato delle potenze plastiche fin ad ora inaccessibili. A parità di condizioni, è ciò che aveva compreso Eisenstein quando si interessava ai film d’animazione e alle produzioni Disney a partire dall’idea di plasmaticità che dà via libera a un’autonomia figurativa delle forme, comprendendo come il film d’animazione possa offrire delle risorse per riflettere sulle potenze formali del cinema. Ritroviamo una tale volontà di esplorazione figurativa presso dei cineasti assai diversi come Jean-François Laguionie (Le Tableau, 2011) o Wes Anderson (L’isola dei cani, 2018). Questa evoluzione tecnologica ci dice che la tecnica è necessariamente il luogo di un pensiero estetico, cosa che sapevano bene i primi teorici italiani della prospettiva. Con il De pictura (1435), Leon Battista Alberti non solamente scrive un trattato di pittura per i pittori, ma rinnova la retorica di Cicerone attraverso le matematiche e introduce la pittura in un’era nuova, come osservava C. Dionisotti che riconosceva in Alberti “l’impronta dell’uomo nuovo, dell’artista e dell’umanista laico, signore del suo mondo, capace di rappresentare, giudicare e modificare la realtà in ogni suo aspetto, anche umile” (Chierici e laici, 1977).

A.M.: La casa editrice Negretto Editore ha recentemente pubblicato in traduzione “Cinema e Pittura”. Ritiene che il saggio possa aver mercato anche in Italia?
Luc Vancheri: Lo spero. E ad essere sincero, lo credo. L’Italia è stata il crogiolo della nostra cultura dell’immagine. Sono dunque molto felice di poter essere letto in italiano. Ma il mio libro non è che uno dei tanti saggi dedicati alle relazioni tra cinema e pittura, e mi rallegro che queste siano ancora oggetto di lavori monografici. Penso ai libri di Moscariello Angelo, Pier Marco De Santi, Silva Marina Nironi o Mathias Balbi. Penso anche ai miei colleghi in Francia che proseguono questa riflessione, a Jacques Aumont e alla sua opera essenziale che ha aperto la via a numerose ricerche – L’occhio interminabile –, a Jean-Michel Durafour che prosegue un lavoro originale su ciò che definisce l’econologia (Cinema e cristalli. Trattato d’econologia, 2018), e ai miei dottorandi – Francesca Capasso, Sébastien David, Aurel Rotival o Pascale Deloche che ha appena terminato una formidabile tesi sul processo giudiziario sul film La Ricotta di P.P.Pasolini – che prolungano questa riflessione sull’immagine allargandola al cinema politico. La letteratura accademica sul cinema è molto cambiata in questi ultimi vent’anni. Si è notevolmente arricchita ed ha raggiunto un livello scientifico molto alto. È una bella novità per il cinema e per gli studi cinematografici in generale.

A.M.: Attualmente sta lavorando ad una nuova pubblicazione? Può anticipare qualcosa?
Luc Vancheri: Nel mio ultimo libro Il cinema o l’ultima delle arti (2018), mi sono interessato alle variazioni storiche del significante “cinema”, cosa che mi ha portato a rivedere la nostra maniera di pensare la storia del cinema sottolineando tre momenti strutturali che implicano tre concezioni del cinema molto diverse. Distinguendo la fase Lumière, la fase Canudo e la fase Youngblood, ho cercato di mostrare che il cinema, in ciascuno dei suoi momenti, è esistito secondo rapporti diversi: rapporti sociali, culturali, economici, politici che disegnano ogni volta una condizione del cinema irriducibile. La tesi che difendo è questa: riconoscere il cinema come il settimo nella sequenza delle arti, è accettare l’idea che l’arte sia la condizione storica del cinema. Ma dire ciò significa, da un lato, considerare che la cinematografia-attrazione descritta dalla scuola di Montréal designa un’alternativa al pensiero del cinematografo, dall’altro, che l’expanded cinema esiste senza dovere niente all’idea di arte come ciò che assicura la regolazione sociale del dispositivo cinematografico e propone un’altra alternativa, direttamente sottomessa al regime contemporaneo dell’arte. Il malinteso che oppone i sostenitori del dispositivo storico ai difensori del cinema allargato si basa precisamente su questo nodo: se si modifica l’idea di arte che regola il funzionamento dell’industria e delle istituzioni cinematografiche, è l’idea stessa di cinema che cambia. E questo genera il cinema di installazione dei musei e delle biennali di arte contemporanea. Ma questo tipo di cinema è ancora contestato, anche se alcuni cineasti rivendicano ciò. Mi sembra dunque importante ritornare sulla maniera di pensare il cinema e di farne la storia. Quanto al mio lavoro più recente, ho appena finito il manoscritto. Si tratta di uno studio monografico dedicato a un film di Philippe Faucon, Fatima (2015). Ho cercato di dimostrare che il film non va ridotto semplicemente al suo tema sociale, l’immigrazione e la sofferenza sociale dei suoi personaggi, perché dispiega tutto un insieme di situazioni estetiche che funzionano come occasioni per riaffermare i legami che vanno dal cinema alla filosofia, alla storia, alla politica e alla pittura. Ho dunque tentato, a partire dalla polemica scatenatesi quando il film ha ricevuto il César (2016), di descrivere la maniera in cui il cinema si introduce nella storia del pensiero, ne modifica le coordinate e le forme, ne riprende problematiche più vecchie per rileggere quelle di cui è contemporaneo. Così mi sono deciso a analizzare alcune sequenze del film ricorrendo ai frammenti filosofici di Eraclito, al De lingua latina di Varrone, al testo di Benjamin su Nicolas Leskov o ancora al Was ist Aufklarung? di Kant. Dovrebbe essere pubblicato nella primavera 2019.

A.M.: Salutiamoci con una citazione…
Luc Vancheri: Bisogna immaginare Saskia morente e lui nel suo atelier, appostato su delle scale, cambiando la composizione de La ronda di Notte. Se crede in Dio? Non quando dipinge.
Ciò che è rimasto di un Rembrandt strappato in piccoli quadratini regolari, e buttato al cesso”.
Jean Genet, Rembrandt, Paris, Gallimard, 1995, p.77

Traduzione in lingua italiana a cura di Francesca Capasso (PhD student at Lyon 2 University. Her thesis focuses on the relationship between cinema and messianism)

Written by Alessia Mocci
Ufficio Stampa Negretto Editore

Info
Nella fonte dell’articolo troverete l’intervista in inglese e francese.
Facebook Negretto Editore
https://www.facebook.com/negrettoeditoremantova/
Sito Negretto Editore
https://www.negrettoeditore.it/
Acquista Cinema e Pittura
https://www.ibs.it/cinema-pittura-condivisioni-presenze-contaminazioni-libro-luc-vancheri/e/9788895967325

Fonte
http://oubliettemagazine.com/2018/09/25/intervista-di-alessia-mocci-a-luc-vancheri-la-pubblicazione-italiana-del-saggio-francese-cinema-e-pittura/

sabato 1 settembre 2018

Chiara Pavoni con Obiettivo No Violence e gli Abba Celebration all'Isola del Cinema


Si sono esibiti martedì sera 28 agosto, gli “Abba Celebration – The Inspiration”, nella suggestiva location lungo le sponde del fiume Tevere, insieme alle ballerine del progetto Obiettivo No Violence, in una serata evento i cui proventi sono stati in parte devoluti ai comuni di Norcia e Amatrice, colpiti dal terremoto.

giovedì 30 agosto 2018

Andrea Ubbiali Couture vola al Festival di Venezia

Tilda Swinton
Da Tilda Swinton alla top model Snejana Onopka ecco le star vestite dall'influencer internazionale. 



Giovedì 30 agosto 2018 - È iniziata oggi la Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica, che giustamente chiamiamo tutti Festival di Venezia


Quella di quest'anno è la 75ª edizione del Festival e tra le persone più fotografate di oggi ci sono Ryan Gosling e Claire Foy protagonisti di "Il primo uomo"


La rassegna cinematografica ospita uno dei film più attesi del momento "Suspiria", il remake del celebre film di Dario Argento


Ad interpretarlo oltre a numerose star oltreocenao spicca il nome di Tilda Swinton che dall'ultimo numero di Vanity Fair ha raccontato la genesi del film diretto da Luca Guadagnino


Snejana Onopka
All'attrice e a tutto il cast è stata dedicata la copertina e lo speciale moda all'interno del magazine chiaramente ispirato al film. 


Nell'intervista Tilda ha raccontato il suo personaggio la spaventosa Madame Blanc, a differenza dell'originale firmato Argento ambientato in una prestigiosa accademia di danza nella misteriosa Friburgo, la rivisitazione firmata Guadagnino ospita le attrici in un'accademia di danza di Berlino. 


A vestirla oltre alle celebri maison di moda anche la partecipazione di Andrea Ubbiali, imprenditore digitale internazionale, make-up artist e influencer da quasi mezzo milione di followers, il giovane ringraziando per la possibilità ha creato per l'attrice delle preziose scarpe della sua linea couture che vedremo sfilare nei prossimi giorni fra party e red carpet


Ad alimentare il festival una parata di top model internazionali, sempre per l'occasione il giovane originario di un piccolo paese della provincia bergamasca ha creato per la top model Snejana Onopka un abito da mille e una notte.



Notizie correlate:
Andrea Ubbiali Couture: il lusso che piace ai VIP
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giovedì 23 agosto 2018

Chiara Pavoni è la protagonista di ‘Just a Child’ l’horror diretto da Ford



Sono state fatte in questi giorni a Carpegna, nelle Marche, le riprese di ‘Just a Child’, la ghost story di Adam Ford, il regista dell’horror estremo ‘Torment’. Il film nasce da un’idea di Domiziano Cristopharo e di Andrea Lanza, mentre lo script è a firma di Sara Bakacks. Nel cast l’icona del cinema horror Chiara Pavoni, Alfonso D’Auria, Alessandro Feudale e Giorgio Agri.

lunedì 25 giugno 2018

Parte la rassegna “Cinema sotto le stelle Cornaredo 2018”



MILANO, giugno 2018 - Al via giovedì 28 giugno “Cinema sotto le stelle Cornaredo 2018”, rassegna cinematografica itinerante ideata e organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Cornaredo con la consulenza artistica e tecnica di Maurizio Casula, i quali propendono, attraverso il progetto, a fornire un'unica esperienza di fruizione di alcune pellicole passate alla storia del cinema, proiettandole in luoghi originali per avvicinare un pubblico eterogeneo per gusti ed età.

L'INGRESSO È A TITOLO GRATUITO PER TUTTE LE PROIEZIONI. IN CASO DI MALTEMPO, QUESTE SI TERRANNO PRESSO L'AUDITORIUM “LA FILANDA” DI CORNAREDO.

Proiezione de “L'albero degli zoccoli”
Giovedì 28 giugno 2018
Piazzetta Dugnani – Cornaredo (MI)

L'albero degli zoccoli” è un film del 1978 diretto da Ermanno Olmi - regista cinematografico e teatrale - il quale si aggiudicò Palma d'oro al 31º Festival di Cannes.


Il lungometraggio, le cui riprese furono realizzate tra febbraio e maggio del 1977, attinge alla lingua lombarda nelle sue varianti bergamasca e milanese, caratteristiche delle zone in cui l'opera è ambientata (il film è stato girato prevalentemente nella bassa pianura bergamasca, mentre alcune scene sul Naviglio Grande nella campagna milanese). La pellicola fu in seguito doppiata in italiano dagli stessi attori per agevolarne la distribuzione nazionale. La sua più grande peculiarità consta nel fatto che tutti gli attori sono contadini e gente della campagna bergamasca senza alcuna precedente esperienza di recitazione.
Ermanno Olmi affronta così le proprie radici narrando le storie incrociate di quattro povere famiglie contadine del Bergamasco alla fine dell'Ottocento. La vita dei contadini è drasticamente difficile e i ruoli sociali sono fissati in maniera rigida, tanto che, sin dal principio, al contadino Batistì sembra quanto mai strano che il parroco dell'adiacente villaggio gli consigli di mandare a scuola il figlio Minek, dotato di un'intelligenza vivace e briosa. Malgrado le difficoltà, tuttavia, Minek comincia il percorso scolastico e questo costituisce già il primo 'scandalo', il primo episodio anomalo di una storia che, d'altro canto, pare accomodarsi all'alternarsi delle stagioni e al ritmo delle fatiche quotidiane, mostrate sempre con scrupolo documentaristico...

Proiezione di “Assassinio sull'Orient Express”
Giovedì 5 luglio 2018
Piazza Chiesa Vecchia - Cornaredo (MI)

Kenneth Branagh interpreta il romanzo Murder on the Orient Express di Agatha Christie nel suo ultimo film, “Assassinio sull'Orient Express”. La trama perlustra un viaggio denso di misteri: tredici estranei si ritrovano a bordo del treno più lussuoso e conosciuto al mondo, ma ognuno di loro è un sospettato. Importante è risolvere  il rebus in tempi brevi, prima che l'assassino torni a colpire. 
Branagh, oltre ad essere il regista della pellicola, si cale anche nel ruolo dell'amato investigatore Poirot, nato  dall’immaginazione di Agatha Christie; egli è chiamato a confrontarsi con la storia personale di ogni passeggero, al fine di sciogliere l'enigma e cogliere il colpevole. 
Tredici personaggi diversi costituiscono tredici profili differenti sui quali indagare, un rompicapo che lascia lo spettatore su un filo di rasoio ricco di suspence e trepidazione...

Proiezione de “La ragazza nella nebbia”

Giovedì 12 luglio 2018
Cascina Favaglie San Rocco - Cornaredo (MI)

“La ragazza nella nebbia” è un thriller firmato Donato Carrisi che vanta un cast d'eccezione, capitanato da Toni Servillo, Jean Reno e Alessio Boni.
Nel film, un banco di nebbia fittissima riveste il paese di Avechot, nella minuta valle incuneata tra le Alpi. La nebbia si abbatte anche sull'auto dell'agente Vogel: la vettura finisce il suo percorso incidentato in un fosso e l'uomo, pur essendo uscito incolume dalla sventura, ha i vestiti impiastrati di sangue. Smarrito, senza ricordi dell'accaduto, Vogel viene seguito passo a passo da uno psichiatra insieme al quale ripercorre gli ultimi turbolenti mesi della sua vita...

Proiezione di “Coco”

Giovedì 19 luglio 2018
Via Cascina Croce - Cornaredo (MI)

L’ultimo film della Disney-Pixar, Coco” - per la regia di Lee Unkrich – narra la storia di Miguel, un ragazzino di dodici anni con una passione sfrenata per la musica, che deve però reprimere poiché essa è bandita da casa sua da molto tempo, ossia da quando la trisavola Imelda venne abbandonata dal marito chitarrista e lasciata sola a crescere la piccola Coco, l'anziana e malata bisnonna del protagonista.Il giorno dei morti, però, stanco di sottostare a quel divieto castrante, il ragazzino si appropria indebitamente di una chitarra presa da una tomba e si ritrova a passare come per magia il confine tra il mondo dei vivi e quello delle anime defunte...



Proiezione di “Come un gatto in tangenziale”

Giovedì 26 luglio 2018
Cortile della filanda - Cornaredo (MI)

Come un gatto in tangenziale”, il film diretto da Riccardo Milani con Paola Cortellesi e Antonio Albanese, è stato più grande successo italiano della stagione cinematografica appena trascorsa. La pellicola racconta la storia di Giovanni, intellettuale impegnato in un Think tank per l’integrazione sociale che vive nel centro di Roma, e Monica, ex cassiera di supermercato che risiede invece periferia della Capitale. Due mondi diametralmente opposti che si incrociano casualmente, a causa del fidanzamento dei rispettivi figli. Per portare a termine il proposito condiviso di ostacolarne il legame, i due iniziano, loro malgrado, a frequentarsi e ad entrare l’uno nel mondo dell’altro non potendone poi più fare a meno...


Per ulteriori informazioni, rivolgersi a:
Chiara Zanetti
Ufficio Stampa
Aletheia | Arte e comunicazione
aletheiacomunicazione@gmail.com, redazione@tramandomilano.it

lunedì 18 giugno 2018

In libreria Cinema e Pittura: condivisioni, presenze, contaminazioni di Luc Vancheri edito da Negretto Editore

[…] qual è il rapporto dell’immagine con il visibile, la realtà, il pensiero, il desiderio, la rappresentazione? E come vi si accostano il cinema e la pittura?”
“Il cinema rende sensibile ed intelligibile la presenza della pittura nei suoi film, ma come la espone? Secondo quale logica formale, figurativa o plastica? E a quale fine?”

Pubblicato nel 2007 dalla casa editrice francese Armand Colin, “Cinema e pittura” arriva il 30 giugno 2018 in Italia con la casa editrice Negretto Editore per la collana editoriale Studi cinematografici, diretta dal prof. Alberto Scandola, docente di Storia e Critica del Cinema presso l’Università di Verona.  

L’autore, Luc Vancheri, è docente di Studi Cinematografici nel dipartimento di Cinema e Studi Audiovisual presso l’Università Lumière di Lione.

La traduzione di “Cinema e Pittura: condivisioni, presenze, contaminazioni” è firmata da Chiara Prezzavento; la traduzione della bibliografia e revisione che privilegia le opere che hanno nutrito il libro disegnando un quadro generale estetico e storico è a cura di Caterina Rossi (docente di Storia del Cinema e dello Spettacolo presso la Libera Accademia di Belle Arti di Brescia).

Il saggio, con progetto grafico di Ornella Ambrosio, si presenta in copertina con un fotogramma del film del grande regista francese Jean-Luc Godard “Passion” (1982) che presagisce la posizione avanguardistica del suo contenuto.

Suddiviso in quattro capitoli, “Cinema e Pittura” è composto di tre parti fondamentali dedicate alla questione dell’estetica, della poetica e di analisi plasmate dal confronto fra l’immagine e l’arte che aprono lo sguardo verso la letteratura, lo studio teorico e l’analisi filmica.

Lo stesso autore, nell’introduzione, principia il problema di ricreare la realtà in forma astratta prendendo ad oggetto il film del 1966 di Michelangelo Antonioni “Blow Up”, e chiude rafforzando l’importante concetto di analisi e corrispondenze: “Seguire le linee dell’invenzione poetica e al tempo stesso, e con la stessa attenzione, quelle della formalizzazione teorica, le loro sovrapposizioni e le loro divaricazioni, le loro velocità variabili e le loro modulazioni reciproche, le loro origini e insieme i loro effetti: ecco il progetto e il metodo di questo libro.

Invenzione poetica e conservazione della realtà concorrono di pari passo per un podio: il potere dello sguardo del pubblico. Dunque, l’opera d’arte è scissa tra la possibilità di attingere al materiale immaginifico ed a quello imitativo del reale per catturare e sbalordire lo sguardo del singolo spettatore.

Vedere e creare, avvicinare la realtà e formarne l’immagine sono problemi pittorici così come cinematografici.

L’occhio critico di Luc Vancheri si muove essenzialmente dall’800 al ‘900 in una comparazione che prende ad oggetto l’immagine in toto sia essa consumata in poesia, pittura, fotografia, cinema e filosofia. In “Cinema e Pittura” si passa in modo armonico da citazioni de “L’Art Romantique” di Charles Baudelaire sul concetto di modernità (“il transitorio, il fuggevole, il contingente, metà dell’arte, la cui altra metà è l’eterno e l’immutabile”) alla pittura olandese con il saggio “Les Maîtres d’autrefois” di Eugène Fromentin (“Una cosa colpisce quando si studia il fondo morale dell’arte olandese: l’assenza totale di quel che oggi chiamiamo “un soggetto”. Dal giorno in cui la pittura cessò di prendere in prestito dall’Italia il suo stile e la sua poetica, il gusto per la storia, la mitologia, le leggende cristiane, fino al momento di decadenza, in cui essa vi ritornò – a cominciare da Bloemaert e da Poelemburg fino a Lairesse, Filippo Van Dyck e più tardi Troost – passò quasi un secolo durante il quale la grande scuola olandese parve pensare soltanto a dipinger bene. Si contentò di guardarsi intorno e fece a meno dell’immaginazione”).

E se nei primi tre capitoli troviamo un discorso che riflette sulla scelta del titolo del saggio, sulla presenza della congiunzione tra le due arti, sui passaggi che portano alla genealogia di un’immagine, sulla ragione che ha portato il movimento delle immagini, sulla disputa teologica sulla fotografia, sull’istituzionalizzazione di una nuova pratica sociale dell’immagine, sullo sconvolgimento della pittura con la nascita del cinema, sui laboratori avanguardistici nati in Europa che sperimentano le possibilità della nuova arte; il quarto capitolo di “Cinema e Pittura” si articola in vere e proprie monografie di film scelti ad hoc e che espongono la presenza della pittura in un rapporto prospettico e formativo nel cinema. Avremo in ordine di comparsa la difesa dei moderni con “Titanic” di James Cameron, l’elogio dei classici con “Passion” di Jean-Luc Godard, lo schermo della pittura con “L’umanità” di Bruno Dumont, la cattura del desiderio con “Il ritratto di Dorian Gray” di Albert Lewin, l’andare oltre la somiglianza con “La donna che visse due volte” di Alfred Hitchcock, il sapersi dipingere ed il sapersi pittore con “La cagna” di Jean Renoir, la musca depicta con “Mamma Roma” di Pier Paolo Pasolini, l’uomo che entra nelle immagini con “Sogni” di Akira Kurosawa ed il documentare la pittura con “Edvard Munch” di Peter Watkins.

Dando alla metafisica il senso stesso della sua storia e quasi l’immagine del suo ribaltamento, il nichilismo di Nietzsche ha lasciato aperta all’artista (l’artista-filosofo chiamato ad essere il medico della civiltà) la possibilità di essere nel pensiero così come nell’opera, anche se Heidegger si sente ancora troppo debole per assumere «che davvero un dire poetico possa essere anche l’opera di un pensiero». Poiché Nietzsche considera l’arte «il grande stimolante della vita» (Af. 851, 1888) e il valore supremo, di questo privilegio costante dell’artista rispetto alla vita permane l’affermazione di un regime del soggetto e dell’arte che non può ridursi alle sole regole e maniere, e quasi lo sviluppo di un’affermazione vitale dell’opera, vale a dire che essa è effettivamente connessa agli stati fisici, agli stati creatori dell’artista.

Written by Alessia Mocci
Responsabile dell’Ufficio Stampa di Negretto Editore

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Fonte
http://oubliettemagazine.com/2018/06/13/in-libreria-cinema-e-pittura-condivisioni-presenze-contaminazioni-di-luc-vancheri-edito-da-negretto-editore/

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