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martedì 19 agosto 2008

Peter Brook e "Il Grande Inquisitore" Festival "Castel dei Mondi" - Castel del Monte 21-24 agosto 2008


A CASTEL DEL MONTE PETER BROOK
PORTA IN SCENA «IL GRANDE INQUISITORE»

Il grande regista inglese al Festival Internazionale di Andria
"Castel dei Mondi" con il suo ultimo lavoro da Dostoevskij
interpretato da Bruce Myers


dal 21* al 24 agosto ore 21.15
Castel del Monte (Strada Statale 170 al km 17 da Andria)


tratto da
I fratelli Karamazov di Dostoevskij
adattamento Marie Hélène Estienne
regia di PETER BROOK
con BRUCE MYERS
produzione C.I.C.T. / Théâtre des Bouffes du Nord - Paris
stage manager Sylvain Mazade
luci Philippe Vialatte

spettacolo in lingua inglese con sovratitoli in italiano
*il 21 agosto l'ingresso è su invito


Dal 21 al 24 agosto 2008 alle ore 21.15 a Castel del Monte, il monumentale palazzo dell'Imperatore Federico II, il Festival Internazionale di Andria "Castel dei Mondi" ospiterà IL GRANDE INQUISITORE, l'ultimo lavoro teatrale del grande regista inglese Peter Brook, interpratato dall'artista di fama internazionale Bruce Myers e prodotto dal Théâtre des Bouffe du Nord di Parigi.

Questa rappresentazione teatrale è il punto d'arrivo di un percorso artistico iniziato da Myers alla "Royal Accademy of Dramma Art" di Londra, e proseguito presso la storica "Royal Shakespeare Company", paladina del teatro ufficiale britannico, dalla quale l'attore si è in seguito allontanato per collaborare a Parigi con Peter Brook, regista e discepolo del mistico Georges Ivanovič Gurdjieff, e per diffondere la sua arte basata essenzialmente sulla libera espressione dell'individuo e sull'improvvisazione.

Il dramma è tratto dal capitolo omonimo de "I fratelli Karamazov", l'utlimo romanzo di Dostoevskij, nel quale la concezione religiosa fa da padrona a una trama che riassume il pensiero filosofico dell'autore russo. L'azione ha luogo in Spagna, a Siviglia, durante il XVI secolo quando la cultura umanistica si scaglia contro l'intransigenza religiosa. E' il tempo in cui atroci delitti vengono eseguiti dall'Inquisizione in nome di Dio e della Chiesa. Ogni giorno vengono accesi fuochi alla gloria di Dio e, in splendidi autodafé, eretici mostruosi vengono bruciati.

"Il Grande Inquisitore" racconta il ritorno di Cristo in terra. Nel frammento di Dostoevskij, Cristo è condannato per una seconda volta e la sua colpa è stata quella di aver risvegliato le coscienze, dando loro la possibilità del libero arbitrio. Il cardinale Grande Inquisitore è anziano, ha quasi novant'anni, col volto avvizzito ed occhi infossati in cui una luce ancora brilla. Dinnanzi al Cristo, il cardinale punta il dito e ordina alle guardie di arrestarlo. La presenza muta e immobile di Cristo si contrappone al monologo-interrogatorio del Grande Inquisitore, interpretato da Bruce Myers, attore di qualità straordinarie che recita con la forza del viso e l'espressività della parola.

Nel racconto di Dostoevskij, Cristo perdona ancora una volta i suoi giudici, e questo perdono è trasferito simbolicamente da Ivan, il narratore della storia, al fratello, in modo che i due si riappacifichino.
In teatro invece la metaforizzazione del concetto di perdono assume un ruolo diverso, diventa molto più personale, quasi come se il regista Peter Brook volesse utilizzare il metodo diretto del teatro per 'privatizzare' la dimensione del perdono e dirigersi verso ogni singolo spettatore.


"Il Grande Inquisitore" è l'evento che riassume i temi principali del Festival, un excursus nella follia letteraria e drammaturgica.




Biografia PETER BROOK

Peter Brook è nato a Londra nel 1925. Qui, nel 1943, ha diretto il suo primo lavoro teatrale. Da allora ha firmato più di 70 produzioni tra Londra, Parigi e New York. I lavori con la Royal Shakespeare Company includono Pene d'amor perdute (1946), Misura per misura (1950), Tito Andronico (1955), Re Lear (1962), Marat/Sade (1964), Us (1966), Sogno di una notte di mezza estate (1970) e Antonio e Cleopatra (1978).
Nel 1971, fonda a Parigi il Centro Internazionael per la Ricerca Teatrale e tre anni dopo si stabilisce permanentemente nel teatro Bouffes du Nord, sempre a Parigi. Qui ha diretto Timone d'Atene, The Ik, Ubu, Conference of the birds, The Os, The Cherry Orchard, The Mahabharata, Woza Albert!, The Tempest, The Man Who, Qui est là?, O! les Beaux Jours, Je suis un Phénomène, Le Costume, The Tragedy of Hamlet, Far Away, La Mort de Krishna, Ta Main dans la Mienne, Tierno Bokar, Sizwe Banzi est mort and Fragments, molte delle quali rappresentate sia in francese che in inglese.
Per l'opera ha diretto La Bohème, Bohème, Boris Godounov, The Olympians, Salomé e Le Nozze de Figaro al Covent Garden; Faust e Eugene Onegin al Metropolitan Opera House, New York, La Tragédie de Carmen e Impressions of Pelleas, al Bouffes du Nord, Paris e il Don Giovanni per il Festival Aix en Provence. L'autobiografia di Peter Brook, Threads of Time, è stata pubblicata nel 1998 e raccoglie altri scritti tra cui The Empty Space, (1968), in italiano Lo spazio vuoto – tradotto in più di 15 lingue, The Shifting Point (1987), Evoking (and Forgetting) Shakespeare (2002), e There are No Secrets (1993).
Alcuni dei suoi film: Lord of the Flies, Marat/Sade, King Lear, Moderato Cantabile, The Mahabharata e Meetings with Remarkable Men.

THÉÂTRE DES BOUFFES DU NORD

Peter Brook ha visto per la prima volta, con Micheline Rozan - entrambi fondatori del Centro Internazionale per la Creazione Teatrale -, come racconta nel libro Punti di sospensione, questo edificio abbandonato nel 1974. Era un vecchio teatro, nei pressi della Gare du Nord, Parigi, il futuro Bouffes du Nord. Scrive Brook: "lo scopriamo danneggiato, carbonizzato, rovinato dalla pioggia, segnato e per questo nobile, umano, luminoso, da togliere il respiro".
Decidono di lasciarlo così com'è, aprirlo, e solo dopo 6 mesi, nell'ottobre dello stesso anno, tenervi il primo spettacolo Timone d'Atene, grazie al sostegno del Festival d'Automne, diretto da Michel Guy. "Un teatro completamente nuovo può essere dinamico, ma anche freddo e senz'anima. Al Bouffes du Nord, siamo rimasti impressionati dalla nobiltà delle proporzioni, ma allo stesso tempo questo pregio viene rotto dall'aspetto rude dello spazio. Questi due aspetti si fondono. Restaurarlo perfettamente avrebbe significato perdere, per la bellezza dell'architettura, la ragione della sua forza".



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