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giovedì 11 ottobre 2012

Cosa hanno in comune Novara e Kabul?

Mercoledì 17 ottobre, alle ore 18:00, presenterò il mio ultimo libro L’inferno chiamato Afghanistan a Novara, presso la libreria IBS Bookshop di corso Italia 21/25. C’è qualcosa che accomuna Novara e Kabul? Ho trovato un comune denominatore: i cannoni. Nella famosa e sfortunata battaglia della Bicocca combattuta il 23 marzo 1849, battaglia del Risorgimento italiano per cui ogni studente conosce la “fatal Novara” e al termine della quale il re Carlo Alberto abdicò, l’armata piemontese poteva contare su 109 cannoni, 32 in meno di quelli a disposizione dell’esercito austriaco del maresciallo Radetzky. A Kabul, ho scoperto due cannoni dell’Ottocento e ne racconto la storia. O meglio, racconto com’era Kabul prima che la follia umana la distruggesse. Buona lettura.


In una recente presentazione del libro "L’inferno chiamato Afghanistan" ho avuto modo di raccontare che a Kabul vidi alcune fotografie in b/n risalenti a cinquant’anni fa che mi sbalordirono. In esse, erano fissate le strade e i palazzi della città, alcune scene di vita quotidiana, ritratti umani e paesaggi. La ragione per cui provai un sincero stupore è che sembravano cartoline realizzate in una qualsiasi città europea negli anni del boom economico, cioè negli anni Sessanta del XX secolo. Mi colpirono soprattutto l’immagine di una fermata degli autobus – le donne indossavano il tailleur e gli uomini vestivano all’occidentale – e quella del reparto maternità di un ospedale cittadino, lindo ed efficiente. A quel tempo, Kabul si sforzava di assomigliare a una città occidentale e ci stava riuscendo. D’altra parte, nello stesso periodo storico, la vicina Persia (attuale Iran) era governata da Reza Pahlavi ed era un regno fantastico, una meta turistica che conciliava la tradizione con la modernizzazione. I meno giovani ricorderanno che la seconda moglie dello Shah di Persia, la bellissima Soraya, era una star del jet-set di cui si occuparono a lungo le cronache mondane. Poi, ci fu il crollo dell’intera regione. La follia religiosa islamica ha fatto compiere un brutale viaggio a ritroso nel tempo, riportando l’Afghanistan e l’Iran nel Medio Evo oscuro. 
Mentre vivevo a Kabul e ascoltavo l'anfitrione afghano presso cui soggiornavo il racconto di com’era la vita dei suoi genitori e nonni faticavo a credere a quello che sentivo. Ma basta leggere Il giardino luminoso del re angelo per rendersi conto che è esistito un Afghanistan civile. Nel giugno 1969, un padre gesuita e professore di lettere classiche a Oxford, tale Peter Levi, si recò in Afghanistan insieme a Bruce Chatwin, che a quel tempo non aveva ancora scritto i suoi capolavori ed era un perfetto sconosciuto. Alla stregua di due nomadi irrequieti, Levi e Chatwin visitarono e raccontarono l’Afghanistan di allora. Chatwin scrisse a sua volta Viaggio in Afghanistan, un diario di viaggio corredato da foto e disegni. Un particolare curioso: Chatwin rimase in Afghanistan per tre mesi, come me. Com’era l’Afghanistan nel 1969? Intanto, la nazione festeggiava il cinquantenario della sua indipendenza. Regnava allora Mohammed Zahir Shah, il sovrano che visse in esilio a Roma per 29 anni, prima di fare ritorno a Kabul e morirvi nel 2007. Zahir Shah aveva modernizzato l’Afghanistan invitandovi molti consulenti stranieri, fondando la prima università moderna, rafforzando le relazioni commerciali con l’Europa. Aveva voluto la Costituzione e trasformato l’Afghanistan in una moderna democrazia dove si svolgevano libere elezioni, per quanto dominassero i conservatori (uomini d’affari e proprietari terrieri). I diritti civili venivano rispettati, la donna era emancipata e non indossava il burqa, esisteva il suffragio universale. La legislazione civile prevaleva sulla Sharja, la religione era sottomessa alle istituzioni laiche. L’Afghanistan visitato da Chatwin godeva di un periodo di stabilità e pace. Era una delle destinazioni primarie dei turisti occidentali desiderosi di visitare le sue montagne e vallate ma anche i siti archeologici, su tutti Bamyan coi Buddha andati distrutti. Kabul era una città affascinante e ordinata. Altrove, però, il progresso era più lontano. A Herat si respirava ancora un’aria medievale; non c’era l’elettricità e di notte le persone camminavano per le vie con una lanterna in mano. Affluivano nella terra dei Pashtun anche moltissimi giovani “figli dei fiori”, per i quali l’Afghanistan costituiva il vagheggiato regno dei paradisi artificiali. Nel mio libro, nel capitolo intitolato “Kabul River”, ho testimoniato la presenza delle tombe di alcuni di questi giovani avventurieri nel cimitero britannico di Kabul. Morirono per overdose o a causa dei frequenti incidenti stradali. Ma il 1969 aveva già in pectore i fermenti che avrebbero trasformato da lì a poco il Paese, trascinandolo in una spirale di violenza e regressione. A Kabul, nasceva infatti il movimento fondamentalista clandestino chiamato Sazman-i Jawanan-i Musulman, cioè i “Giovani Musulmani”, il cui obiettivo era conquistare il potere. L’Università di Kabul era l’epicentro del conflitto che opponeva gli studenti marxisti (nel 1965 era nato il Partito Popolare Democratico di ispirazione comunista) e i fondamentalisti religiosi (i “padri” dei talebani). Nell’aria a quel tempo non inquinata e polverosa di Kabul aleggiava il primo sentore del malcontento che avrebbe prodotto instabilità e tensioni tali da provocare, nel 1973, il colpo di stato da parte di Daoud Khan e dei militari con cui ebbe fine dopo 226 anni la monarchia afghana e iniziò la caduta nelle bolge dell’inferno.
Nel corso del mio trimestre afghano sono andato alla ricerca del passato. Non è stato facile trovare  i segni della perduta bellezza e tanto più immaginarla. Un giorno, sentii parlare del cannone di Kabul. Si diceva che quotidianamente sparasse un colpo a mezzogiorno. Mi incuriosì questa tradizione che accomunava Kabul a Como, la città in cui sono nato e vivo. Anche a Como, infatti, c’è un cannone che ogni giorno tuona a mezzodì fin dal lontano 1912. Si trova in località Carescione, sul balcone dello scambio della funicolare che collega la città all’altura di Brunate. Il cannone lariano era stato costruito in Austria sul finire dell’Ottocento e doveva servire per tenere a bada la grandine sui vitigni di Garzola. Si era rivelato inutile allo scopo ed era stato riciclato, trasformandosi in un’attrattiva curiosa. Sono cresciuto senza l’orologio al polso: il tuono del cannone di Brunate mi indicava l’ora in cui finiva la scuola e si andava a casa per pranzare. Ho fatto molta fatica a trovare il cannone di Kabul. Nessuno ne sapeva nulla. Sembrava che trent’anni di guerra avessero distrutto anche la memoria di quel vetusto pezzo d’artiglieria che un tempo aveva scandito il mezzogiorno. Ma finalmente, dopo lunghe ricerche, ho scoperto che si trovava su uno dei belvedere più belli della città: Shir Darwaza (“La Porta del Leone”). Ci sono salito e ho scoperto non uno ma due vecchi fusti di cannoni posizionati su una piattaforma strategica da cui si domina l’intera valle di Kabul in ogni direzione. C’erano due poliziotti male in arnese sulla piattaforma. Indossavano uniformi malconce, sembravano disertori più che militari in servizio. Quando ho chiesto loro di avvicinarmi ai cannoni si sono come ridestati da un torpore atavico. Fu come se un orgoglio sepolto vivo tornasse alla luce grazie al mio interessamento per la storia dell’Afghanistan. Ho scoperto che i due cannoni di ferro e ghisa dell’epoca dell’emiro Abdur Rahman Khan (1844-1901) sparavano tutti i giorni a mezzodì e alla sera, alla fine del Ramazan (il ramadan degli afghani), per annunciare alla popolazione che la rinuncia a cibo e acqua era finita. Mentre mi sedevo a cavallo di uno dei due cannoni e mi facevo fotografare dal soldato meno timido, non ho potuto fare a meno di pensare che quella bocca di fuoco aveva eruttato palle piene destinate a colpire le truppe britanniche o forse quello dello Zar di tutte le Russie. Non ho avuto molto tempo per fantasticare. Un nugolo di bambini e ragazzini dallo sguardo incattivito mi aveva circondato e i più intraprendenti cominciavano ad allungare le mani con troppa insistenza. Il soldato, memore forse di un senso dell’ospitalità tipicamente orientale più che dei suoi doveri, di cui credo non avesse certezza, ha allontanando la torma con un frustino che viene usato per spronare i cavalli durante le partite di buskashi, lo sport nazionale afghano. Lo ringraziai per l’aiuto che mi aveva dato offrendogli una piccola mancia. La rifiutò sdegnato ed esprimendosi in un inglese terrificante mi chiese di trovargli un impiego in Italia. Sorrisi e presi nota del suo nome. Si chiamava Awalmir Nabi. Gli domandai perché volesse trasferirsi in Italia. Che domanda sciocca! Mi rispose: “perché in Italia si sta bene, è come da noi quando il cannone sparava a mezzogiorno”. 
Ho conservato il foglietto di carta su cui Awalmir Nabi ha scritto il suo nome, dimenticandosi però di darmi anche l’indirizzo e il suo numero di telefono. Già, ma a cosa sarebbe servito averli?

mercoledì 3 ottobre 2012

L'Afghanistan fa il giro della Lombardia: tappa a Lecco e a Tradate.

La tournée lombarda del mio nuovo libro L’inferno chiamato Afghanistan continua con un ritmo incessante. Dopo Sondrio, Bormio, Como, Monza e Bergamo, adesso saranno Lecco e poi Tradate a ospitare i miei incontri-presentazioni. Il 10 ottobre 2012, alle ore 18:00, il pubblico di Lecco e dintorni potrà conoscere un Afghanistan differente dai vieti cliché imposti dai telegiornali e dai reportage dei giornalisti embedded, cioè al seguito delle truppe dell’Isaf-Nato. Presenterò il mio libro all’IBS Bookshop di via Cavour 44, nel centro della città manzoniana, e dialogherà con me Fulvio Panzeri, noto giornalista e critico letterario che si occupa soprattutto della nuova narrativa italiana e che ha curato l’edizione delle opere complete di Giovanni Testori. Il giorno dopo, giovedì 11 ottobre, sarò a Tradate, presso la bellissima Biblioteca civica “Frera” in via Zara 37. L’incontro avrà inizio alle ore 20:45 e accanto a me ci sarà la poetessa Enrica Cortellezzi Parmigiani. Si tratta di una scelta ponderata: nelle mie precedenti presentazioni ho posto l’accento soprattutto sugli aspetti drammatici della way of life afghana. Mi riferisco alla triste condizione femminile e a quella non meno disperata dei bambini, alla quotidianità nelle carceri e nei campi per profughi e sfollati, ai retroscena delle operazioni di guerra e di pace a un tempo del nostro contingente militare e degli aiuti umanitari, al fenomeno dilagante della droga, al vuoto sanitario, alla corruzione politica. A Tradate, parlerò anche degli aspetti poetici e spirituali di un popolo che pare condannato all’inferno benché ami la vita. Nel capitolo del mio libro intitolato “gli afghani avrebbero amato il Leopardi” ho infatti sottolineato la strana commistione di odio e amore, durezza e anelito verso la bellezza che alberga nel cuore del popolo afghano, capace di compiere le peggiori efferatezze e insieme dilettarsi di poesia, amare il suono degli antichi strumenti musicali come il rubab, il sitar e il surnai, e commuoversi per il canto degli uccelli. Durante il mio soggiorno in Afghanistan ho scoperto che fra i caratteri peculiari dei suoi abitanti c’è la malinconia, associata a una profonda sensibilità poetica. Ma di ciò parlerò per l’appunto a Tradate. 
Confesso, per altro, che non sono mai riuscito a capire come si possa conciliare un “cuore di tenebra” con la delicatezza d’animo. Eppure, di ciò ho avuto prove tangibili nel paese dei Talebani, dove ho vissuto in mezzo alla gente comune, dimorando nelle loro case, concedendomi anche momenti di festa domestica insieme a loro. E per quanto io sia stato un osservatore attento e un cronista impietoso e oggi mi sforzi di essere un affabulatore, continuo a pensare che il popolo afghano mi abbia nascosto un segreto. Quale sia non saprei dire ma la caparbietà con cui esso sa resistere agli orrori di una guerra che dura da trent’anni e che ha lacerato l’anima collettiva e non solo il tessuto connettivo del Paese, ha del miracoloso. Qualunque altro popolo avrebbe rinunciato alla lotta da tempo. Gli afghani no, sono caparbi, vendicativi, gravidi di rancore e fiduciosi che arriverà la resa dei conti. Ma per chi e contro chi? Mistero, per l’appunto. Anche se il vero nemico degli afghani si annida nella loro mente inquieta, nel loro animo violentato da secoli di faide e lotte intestine. 
A Lecco e a Tradate parlerò anche degli aspetti che non ho avuto tempo né modo di raccontare nel mio libro, dipingerò con tratti lievi lo spirito della nazione afghana. E certamente ricorderò al pubblico che interverrà che tale spirito è indomito. Basti pensare che l’unica tribù che riuscì a fermare Alessandro il Grande nel corso della sua impresa in Asia fu quella dei Pathani, gli antenati dei Pashtun, l’etnia guerriera ancora oggi dominante in Afghanistan. 
Recentemente, più di una persona mi ha detto che ho avuto molto coraggio quando ero laggiù. Ho risposto che il vero coraggio me l’hanno insegnato i bambini di strada di Kabul. Sono creature inermi, lacere, affamate, umiliate e offese. Eppure, sorridono. E se mostri loro un po’ di compassione, riescono anche a ridere. “Chi ha il coraggio di ridere è padrone del mondo” ha scritto quel Giacomo Leopardi che gli afghani, ne sono certo, amerebbero se solo potessero leggere le sue poesie.

mercoledì 26 settembre 2012

L'Afghanistan è a Bergamo, dove la brace arde

Dopo Sondrio, Bormio, Como e Monza, ora è la volta di Bergamo. Il tour lombardo del mio nuovo libro L’inferno chiamato Afghanistan continua infatti nella bella “Città dei Mille”. Mercoledì 3 ottobre p.v., alle ore 20:30, anche il pubblico di Berghem e dintorni potrà conoscere un Afghanistan sorprendente, un po’ diverso da come viene raccontato dai mass-media. Presenterò la mia ultima opera presso il Caffè letterario di via San Bernardino 53 e mostrerò un video emozionante, dai contenuti forti. Accanto a me ci sarà un moderatore illustre, Giorgio Gandola, direttore de L’Eco di Bergamo.  
Il viaggio è un sentimento, non soltanto un fatto - diceva Mario Soldati. Nel lungo racconto-reportage che ho scritto dopo avere soggiornato per tre mesi in Afghanistan, privo di credenziali e copertura, in balia degli eventi, i fatti sono così numerosi da stordire il lettore. Ma il sentimento è ancora più pregnante. La scrittura – lineare e coinvolgente, a detta di chi ha apprezzato il libro – è il prezioso filo conduttore di un viaggio ai confini della realtà, ora drammatico ora affascinante, in un Paese scosso dal tormento, sconvolto dall'odio viscerale. Ho voluto raccontare l'Afghanistan in maniera diversa dai giornalisti e dagli inviati speciali che là si recano per compiere un frettoloso raid professionale. Ho raccontato le verità taciute perché scomode o indigeste. Come un viaggiatore d'altri tempi, un osservatore disincantato quale sono, ho voluto che il mio racconto si trasformasse in una affabulazione atta ad evocare lo spirito dell’Afghanistan. Come in un crogiolo, ho cercato di fondere con l'abilità di un alchimista i minerali più vili con le pietre preziose, raccontando la vita e la morte e di entrambe facendomi testimone oculare. Sono riuscito a mettere a nudo la condizione femminile e quella dei bambini, la quotidianità nelle carceri e nei campi per sfollati, i retroscena delle operazioni di guerra e di pace a un tempo del nostro contingente militare e degli aiuti umanitari, il fenomeno dilagante della droga, il vuoto sanitario, la corruzione politica. Ma ho colto anche gli aspetti poetici e spirituali di un popolo condannato all’inferno pur amando la vita. Con le parole ho cercato di squarciare l’omertà e scuotere le coscienze. Come un plettro, esse solleticano le corde del cuore e le fanno vibrare, con vigore o dolcemente, suscitando sdegno, rabbia e disgusto accanto alla commozione, all’empatia e al sentire più intimo, permeabile al fascino dell’Oriente misterioso e del sogno infranto. 
Sbaglia chi pensa che “L’inferno chiamato Afghanistan” sia solo un reportage, l’ennesima cronaca letteraria di un viaggio avventuroso. È molto di più, una finestra aperta attraverso la quale è possibile aggettarsi non solo su uno scenario stimolante ma sulle acque appena increspate della nostra coscienza. So che a Bergamo si dice che “rasa bergamasca, sota la sender brasca”, vale a dire “la razza bergamasca arde sotto la cenere”. È vero, i bergamaschi sembrano freddi da fuori ma nascondono un grande cuore. Sono certo che il mio racconto toccherà il loro cuore e non resteranno indifferenti al dramma dell’Afghanistan e del suo popolo, che sembra pagare il fio di un’antica maledizione. Pur desiderando la pace, infatti, gli afghani non possono fare a meno della guerra. Ma per scoprire la verità sull’Afghanistan è giocoforza ascoltarla (e leggerla) da chi l’ha conosciuta. A Bergamo dicono anche “val püsseé un andà che cént andem”. Chiaro, no? Vale di più un andare che cento andiamo. Amici di Bergamo e provincia, che altro aggiungere? Vi aspetto numerosi al Caffè letterario per una serata vivace, forse infiammabile.

lunedì 10 settembre 2012

L'Afghanistan a Monza, mettete l'elmetto

Dopo Sondrio, Bormio e Como, tocca a Monza. Il tour promozionale del mio libro L’inferno chiamato Afghanistan continua nel cuore della Brianza, l’antica Insubria. Giovedì 20 settembre 2012, alle ore 21:00, anche il pubblico di Monza e dintorni potrà conoscere un Afghanistan sorprendente, diverso da come viene raccontato dai mass-media. Il mio Afghanistan, come hanno avuto modo di scoprirlo le persone che hanno assistito alle precedenti presentazioni, è impietoso, drammatico, privo di speranza. Nello stesso tempo, però, è colmo di poesia e umanità. Nella città che fu residenza estiva dei Longobardi nel VII secolo e che conserva la famosa Corona Ferrea, con cui furono incoronati i re d’Italia nell’Alto Medioevo e alcuni imperatori del Sacro Romano Impero, sarò ospite nella Sala Congressi del giornale Il Cittadino di Monza e Brianza, in via Longhi 3 e avrò al mio fianco come moderatore Giorgio Bardaglio, direttore del Cittadino. Ho conosciuto Giorgio quand’era un redattore del quotidiano La Provincia e ne ho subito apprezzato la sensibilità oltre che la valenza professionale. E di sensibilità ne occorre non poca per digerire alcune immagini durissime che mostro nel video introduttivo alla presentazione. In Afghanistan ho infatti realizzato moltissime fotografie che raccontano la verità di quel Paese in maniera così cruda da non concedere spazio ai dubbi e alle recriminazioni. Giuseppe Ungaretti sosteneva che la parola è impotente, non riesce a dare il segreto che è in noi o nelle cose, tutt’al più lo avvicina. In effetti, dopo quaranta secoli di civiltà orale, oggi le parole possono sembrare monete inflazionate, insufficienti come merce di scambio per acquisire la realtà. Non so se nel mio libro sono riuscito a cogliere e trasmettere il segreto dell’Afghanistan, la triste realtà di un Paese dilaniato dall’odio. Ma credo di essermi avvicinato alla verità e di essa sono testimoni irrefutabili proprio le immagini che introducono il mio racconto. 
Naturalmente, anche il racconto è sincero e suggestivo, “ti cattura e non ti lascia più”, come ha detto un mio lettore entusiasta. Sì, il mio Afghanistan  avvince in virtù del fatto che suscita emozioni viscerali. In occasione della mia ultima presentazione, a Parolario, ho citato questa frase: “Esprimi il tuo pensiero in modo conciso perché sia letto. In modo chiaro perché sia capito. In modo pittoresco perché sia ricordato. E, soprattutto, in modo esatto perché i lettori siano guidati dalla sua luce”. Queste parole furono scritte da un grande giornalista americano, Joseph Pulitzer, e forse ho rispettato i dettami da lui suggeriti. Ma io non sono un giornalista, sono un narratore, un affabulatore che ha colto la magia esotica e l’incanto violento e insieme lirico di un Paese che ho giustamente definito “inferno” ma che potrebbe essere un paradiso, se i suoi abitanti smettessero di dilaniarsi come lupi impazziti. Perché il vero problema dell’Afghanistan non è l’occupazione straniera. Oggi gli americani e le truppe dell’Alleanza Atlantica, ieri i sovietici e ancor prima i britannici. Il vero problema è la ritrosia degli afghani a vivere pacificamente, senza opprimersi e fronteggiarsi in continue lotte di potere intestino, faide tribali, guerre civili alimentate da pretesti religiosi. A Monza racconterò questo e altro. Mi introdussi nel Paese dei talebani privo di credenziali, senza mansioni e scorta armata. Per tre mesi ho goduto di una libertà di manovra che ancora oggi non so spiegarmi, salvo pensare che in certi momenti fossi l’uomo invisibile. Ciò mi ha permesso di andare ovunque e cogliere il genius loci, raccontarlo senza reticenze, schierandomi dalla parte degli umili e denunciando gli intrighi del potere. Ho fuso nel crogiolo della scrittura le lamine di ferro e le pietre preziose che ho raccolto sulla strada. Ho composto un mosaico narrativo che prende forma grazie alle tessere vivaci di cui è composto e su cui sono fissati come sullo smalto le condizioni disperate e i rari attimi sereni che scandiscono la vita del popolo afghano. Ho mostrato la vita e la morte nelle loro sfumature e di entrambe sono stato testimone oculare. Ho messo a nudo la condizione femminile e quella non meno drammatica dei bambini, la quotidianità nelle carceri e nei campi per sfollati, i retroscena delle operazioni di guerra e di pace a un tempo del nostro contingente militare e degli aiuti umanitari, il fenomeno dilagante della droga, il vuoto sanitario, la corruzione politica. Ma ho anche colto gli aspetti poetici e spirituali di un popolo condannato all’inferno pur amando la vita. 
Chi ha letto il libro riconosce che la lettura solletica le corde del cuore e le fa vibrare, ora con vigore ora dolcemente, suscitando sentimenti di segno opposto: sdegno, rabbia e disgusto accanto alla commozione, all’empatia e al sentire più intimo, permeabile al fascino dell’Oriente misterioso e del sogno infranto. E ammette che non è possibile restare indifferenti, per quanto della guerra in Afghanistan si parli sempre meno e in modo superficiale. Eppure, chi avrà la bontà di partecipare all’incontro di Monza si renderà conto che il dramma afghano è ancora attuale e ci riguarda da vicino. Non servirà calzare l’elmetto, ma è bene sapere che le parole possono esplodere, come le bombe e le mine.

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