Mercoledì 17 ottobre, alle ore 18:00, presenterò il mio ultimo
libro L’inferno chiamato Afghanistan a Novara, presso la libreria IBS Bookshop
di corso Italia 21/25. C’è qualcosa che accomuna Novara e Kabul? Ho trovato un
comune denominatore: i cannoni. Nella famosa e sfortunata battaglia della Bicocca
combattuta il 23 marzo 1849, battaglia del Risorgimento italiano per cui ogni
studente conosce la “fatal Novara” e al termine della quale il re Carlo Alberto
abdicò, l’armata piemontese poteva contare su 109 cannoni, 32 in meno di quelli
a disposizione dell’esercito austriaco del maresciallo Radetzky. A Kabul, ho scoperto
due cannoni dell’Ottocento e ne racconto la storia. O meglio, racconto com’era
Kabul prima che la follia umana la distruggesse. Buona lettura.
In una
recente presentazione del libro "L’inferno chiamato Afghanistan" ho avuto modo
di raccontare che a Kabul vidi alcune fotografie in b/n risalenti a
cinquant’anni fa che mi sbalordirono. In esse, erano fissate le strade e i
palazzi della città, alcune scene di vita quotidiana, ritratti umani e
paesaggi. La ragione per cui provai un sincero stupore è che sembravano cartoline realizzate
in una qualsiasi città europea negli anni del boom economico, cioè negli anni
Sessanta del XX secolo. Mi colpirono soprattutto l’immagine di una fermata
degli autobus – le donne indossavano il tailleur e gli uomini vestivano
all’occidentale – e quella del reparto maternità di un ospedale cittadino, lindo
ed efficiente. A quel tempo, Kabul si sforzava di assomigliare a una città
occidentale e ci stava riuscendo. D’altra parte, nello stesso periodo storico,
la vicina Persia (attuale Iran) era governata da Reza Pahlavi ed era un regno fantastico,
una meta turistica che conciliava la tradizione con la modernizzazione. I meno
giovani ricorderanno che la seconda moglie dello Shah di Persia, la bellissima
Soraya, era una star del jet-set di cui si occuparono a lungo le cronache
mondane. Poi, ci fu il crollo dell’intera regione. La follia religiosa islamica
ha fatto compiere un brutale viaggio a ritroso nel tempo, riportando
l’Afghanistan e l’Iran nel Medio Evo oscuro.
Mentre vivevo a Kabul e ascoltavo l'anfitrione afghano presso cui soggiornavo il racconto di com’era la vita dei suoi
genitori e nonni faticavo a credere a quello che sentivo. Ma basta leggere Il giardino luminoso del re angelo per
rendersi conto che è esistito un Afghanistan civile. Nel giugno 1969, un padre
gesuita e professore di lettere classiche a Oxford, tale Peter Levi, si recò in
Afghanistan insieme a Bruce Chatwin, che
a quel tempo non aveva ancora scritto i suoi capolavori ed era un perfetto
sconosciuto. Alla stregua di due nomadi irrequieti, Levi e Chatwin visitarono e
raccontarono l’Afghanistan di allora. Chatwin scrisse a sua volta Viaggio in Afghanistan, un diario di
viaggio corredato da foto e disegni. Un particolare curioso: Chatwin rimase in
Afghanistan per tre mesi, come me. Com’era l’Afghanistan nel 1969? Intanto, la
nazione festeggiava il cinquantenario della sua indipendenza. Regnava allora Mohammed
Zahir Shah, il sovrano che visse in esilio a Roma per 29 anni, prima di fare
ritorno a Kabul e morirvi nel 2007. Zahir Shah aveva modernizzato l’Afghanistan
invitandovi molti consulenti stranieri, fondando la prima università moderna,
rafforzando le relazioni commerciali con l’Europa. Aveva voluto la Costituzione
e trasformato l’Afghanistan in una moderna democrazia dove si svolgevano libere
elezioni, per quanto dominassero i conservatori (uomini d’affari e proprietari
terrieri). I diritti civili venivano rispettati, la donna era emancipata e non
indossava il burqa, esisteva il suffragio universale. La legislazione civile
prevaleva sulla Sharja, la religione era sottomessa alle istituzioni laiche. L’Afghanistan
visitato da Chatwin godeva di un periodo di stabilità e pace. Era una delle
destinazioni primarie dei turisti occidentali desiderosi di visitare le sue
montagne e vallate ma anche i siti archeologici, su tutti Bamyan coi Buddha andati
distrutti. Kabul era una città affascinante e ordinata. Altrove, però, il progresso
era più lontano. A Herat si respirava ancora un’aria medievale; non c’era l’elettricità
e di notte le persone camminavano per le vie con una lanterna in mano. Affluivano
nella terra dei Pashtun anche moltissimi giovani “figli dei fiori”, per i quali
l’Afghanistan costituiva il vagheggiato regno dei paradisi artificiali. Nel mio
libro, nel capitolo intitolato “Kabul River”, ho testimoniato la presenza delle
tombe di alcuni di questi giovani avventurieri nel cimitero britannico di
Kabul. Morirono per overdose o a causa dei frequenti incidenti stradali. Ma il
1969 aveva già in pectore i fermenti
che avrebbero trasformato da lì a poco il Paese, trascinandolo in una spirale
di violenza e regressione. A Kabul, nasceva infatti il movimento
fondamentalista clandestino chiamato Sazman-i Jawanan-i Musulman, cioè i “Giovani
Musulmani”, il cui obiettivo era conquistare il potere. L’Università di Kabul
era l’epicentro del conflitto che opponeva gli studenti marxisti (nel 1965 era
nato il Partito Popolare Democratico di ispirazione comunista) e i
fondamentalisti religiosi (i “padri” dei talebani). Nell’aria a quel tempo non
inquinata e polverosa di Kabul aleggiava il primo sentore del malcontento che
avrebbe prodotto instabilità e tensioni tali da provocare, nel 1973, il colpo
di stato da parte di Daoud Khan e dei militari con cui ebbe fine dopo 226 anni la monarchia afghana e iniziò la caduta nelle
bolge dell’inferno.
Nel corso del mio trimestre afghano sono andato alla ricerca del passato.
Non è stato facile trovare i segni della
perduta bellezza e tanto più immaginarla. Un giorno, sentii parlare del cannone
di Kabul. Si diceva che quotidianamente sparasse un colpo a mezzogiorno. Mi
incuriosì questa tradizione che accomunava Kabul a Como, la città in cui sono
nato e vivo. Anche a Como, infatti, c’è un cannone che ogni giorno tuona a
mezzodì fin dal lontano 1912. Si trova in località Carescione, sul balcone
dello scambio della funicolare che collega la città all’altura di Brunate. Il
cannone lariano era stato costruito in Austria sul finire dell’Ottocento e doveva
servire per tenere a bada la grandine sui vitigni di Garzola. Si era rivelato
inutile allo scopo ed era stato riciclato, trasformandosi in un’attrattiva curiosa.
Sono cresciuto senza l’orologio al polso: il tuono del cannone di Brunate mi
indicava l’ora in cui finiva la scuola e si andava a casa per pranzare. Ho
fatto molta fatica a trovare il cannone di
Kabul. Nessuno ne sapeva nulla. Sembrava che trent’anni di guerra avessero
distrutto anche la memoria di quel vetusto pezzo d’artiglieria che un tempo
aveva scandito il mezzogiorno. Ma finalmente, dopo lunghe ricerche, ho scoperto
che si trovava su uno dei belvedere più belli della città: Shir Darwaza (“La
Porta del Leone”). Ci sono salito e ho scoperto non uno ma due vecchi fusti di cannoni
posizionati su una piattaforma strategica da cui si domina l’intera valle di
Kabul in ogni direzione. C’erano due poliziotti male in arnese sulla
piattaforma. Indossavano uniformi malconce, sembravano disertori più che militari
in servizio. Quando ho chiesto loro di avvicinarmi ai cannoni si sono come
ridestati da un torpore atavico. Fu come se un orgoglio
sepolto vivo tornasse alla luce grazie al mio interessamento per la storia dell’Afghanistan.
Ho scoperto che i due cannoni di ferro e ghisa dell’epoca dell’emiro Abdur
Rahman Khan (1844-1901) sparavano tutti i giorni a mezzodì e alla sera, alla fine
del Ramazan (il ramadan degli afghani), per annunciare alla popolazione che la
rinuncia a cibo e acqua era finita. Mentre mi sedevo a cavallo di uno dei due
cannoni e mi facevo fotografare dal soldato meno timido, non ho potuto fare a
meno di pensare che quella bocca di fuoco aveva eruttato palle piene destinate
a colpire le truppe britanniche o forse quello dello Zar di tutte le Russie.
Non ho avuto molto tempo per fantasticare. Un nugolo di bambini e ragazzini dallo
sguardo incattivito mi aveva circondato e i più intraprendenti cominciavano ad
allungare le mani con troppa insistenza. Il soldato, memore forse di un senso dell’ospitalità
tipicamente orientale più che dei suoi doveri, di cui credo non avesse
certezza, ha allontanando la torma con un frustino che viene usato per spronare
i cavalli durante le partite di buskashi, lo sport nazionale afghano. Lo
ringraziai per l’aiuto che mi aveva dato offrendogli una piccola mancia. La
rifiutò sdegnato ed esprimendosi in un inglese terrificante mi chiese di
trovargli un impiego in Italia. Sorrisi e presi nota del suo nome. Si chiamava
Awalmir Nabi. Gli domandai perché volesse trasferirsi in Italia. Che domanda
sciocca! Mi rispose: “perché in Italia si sta bene, è come da noi quando il
cannone sparava a mezzogiorno”.
Ho conservato il foglietto di carta su cui
Awalmir Nabi ha scritto il suo nome, dimenticandosi però di darmi anche l’indirizzo
e il suo numero di telefono. Già, ma a cosa sarebbe servito averli?
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