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domenica 19 maggio 2013

Il Nilo: istruzioni per viaggiare nel tempo oltre che nello spazio

Ci sono svariati modi per prendere confidenza con l’Egitto – ho già scritto, ad esempio, dell’escursione notturna sul monte Sinai – ma la via maestra per afferrarne l’intima essenza è fluviale. La crociera sul fiume Nilo non è solo un’esperienza indimenticabile per le suggestioni che alimenta, è uno spettacolare viaggio nel tempo e una fuga nei territori inesplorati dell’anima, alla ricerca del silenzio atavico che abbaglia e rigenera. L’inno al Nilo, scritto 5.000 anni fa su un foglio di papiro, ci introduce a questa esperienza unica e impagabile. “Salute a te, o Nilo che sei uscito dalla Terra, che sei venuto per far vivere l’Egitto. È lui che irriga i campi, che è creato da Ra per far vivere tutto il bestiame, che disseta il deserto, lontano dall’acqua. È lui che fa divenire pieni i magazzini, che fa larghi i granai, che dà qualcosa ai poveri, che fa nascere gli alberi secondo il desiderio di ognuno e non si ha mancanza di essi”. Più che un’esperienza fluviale, navigare sul Nilo equivale forse a un viaggio nel seno della Provvidenza. 
Bisognerebbe avere la capacità di vivere questa esperienza alla maniera di Gustave Flaubert, che nel 1849 risalì il Nilo fino alla Nubia in compagnia dell’amico Maxime Du Camp, lasciandoci una fitta serie di annotazioni e appunti rielaborati nel libro Viaggio in Egitto. La sua lettura è preziosa perché ci svela la natura atemporale di un habitat che è immutabile malgrado il progresso. Come lui, viaggiarono in Egitto Kipling, Loti e Thackeray. Per tacere dei tantissimi avventurieri che vi cercarono fortuna e dei savants al seguito dell’esercito napoleonico. Erano altri tempi, scanditi dalla visione romantica dell’Oriente. Oggi, la navigazione sul Nilo non avviene più sulle feluche ma su motonavi lussuose, raffinatissimi floating hotels. Pur tuttavia, resta immutato il fascino antico del fiume considerato il più lungo del mondo (anche se il suo primato è conteso dal Rio delle Amazzoni). Solcare le sue acque, un tempo popolate di coccodrilli e ippopotami e oggi ricche di persici giganti, significa dischiudersi a emozioni bucoliche. Fin dall’antichità, Iteru (“il grande fiume” nella lingua degli egizi) è un’incessante fonte di sostentamento per le popolazioni che vivono lungo le sue sponde e di ispirazione per chiunque ne ammira la severa fisionomia e la placida dinamica, tant’è che ci si sente appagati e a un tempo galvanizzati alla sua vista. Che sia colpa del deserto e del sole più che dei riverberi dell’acqua, il cui colore non è esattamente invitante? Lo storico greco Erodoto ha scritto che “L’Egitto è un dono del Nilo”. Lo è ancora ma a questa prerogativa va aggiunto il plus d’essere un’esperienza molto gratificante per i turisti e una lezione di vita impareggiabile per i viaggiatori attratti dalla storia e dal mistero. 
La crociera sul Nilo si svolge prevalentemente tra Assuan e Luxor, due estremi in mezzo ai quali scorre la storia di un paese che ha svolto un ruolo primario nella storia dell’umanità. Di questa storia, il Nilo è padre e nutrice nello stesso tempo. Non sarebbe esistito l’antico Egitto senza il Nilo, fulcro della vita politica, sociale e spirituale di un popolo che ancora oggi ci affascina. Il Nilo fu così importante per gli antichi egizi, come lo è per i fellahin odierni, che essi sentirono il bisogno di inventarsi un dio preposto al controllo delle esondazioni annuali del fiume, ritenute fondamentali per la vita stessa del Regno. Questa divinità si chiamava Hapi e insieme al faraone era il responsabile delle inondazioni del fiume. Navigando sul Nilo si ha come l’impressione che il dio Hapi sia ancora lì, nascosto da qualche parte, all’ombra di una palma da dattero o di un fico sicomoro, oziando come Oblomov. Il turista non si accorge della sua presenza ma lui si accorge di tutti questi forestieri armati di macchine fotografiche e ride della loro goffaggine e del mal di pancia che li assale e la cui responsabilità viene di volta in volta assegnata all’acqua o a un generico faraone la cui maledizione consiste appunto nel punire i turisti miscredenti con la dissenteria. In effetti, a voler significare che il Nilo è considerato da sempre una via mediana fra la vita e la morte, un divisorio fra l’Est, luogo di nascita e crescita, e l’Ovest, cioè oltretomba, capita che la crociera sul Nilo si trasformi in un purgatorio. Sul fatto che l’Est sia la vita e l’Ovest la morte, rassegniamoci noi che siamo occidentali. Il dio Ra, il Sole che offre e rigenera ogni giorno l’esistenza, nasceva a levante e moriva a ponente. Per questo motivo, le tombe situate sulle rive del Nilo, nelle antiche necropoli egizie, furono scavate tutte ad ovest del fiume. Per risorgere bisognava essere sepolti sul versante del fiume che simboleggia la morte. Il ka (l’anima) del poveraccio il cui corpo fosse stato sepolto tra le sabbie levantine avrebbe vagato per l’eternità. 
“L’Egitto è tutto per me” ha lasciato scritto Jean-François Champollion, l’uomo che ha decifrato i geroglifici. Va da sé che l’Egitto e in particolare la crociera sul Nilo non può fare questo effetto a noi, uomini e donne del XXI secolo a cui la globalizzazione ha reso familiare l’intero ecumene. Eppure, poche esperienze di viaggio riescono a incidere sull’animo come la navigazione sul Nilo, che è cosa ben diversa da un soggiorno nelle località balneari del Mar Rosso o un tour col torpedone nelle zone archeologiche del Paese. È chiaro che la visita di Giza con le sue magnifiche piramidi o della Valle dei Re vale da sola un viaggio in Egitto, ma limitarsi a ciò significa firmare un’incompiuta. Per capire la cultura e lo spirito dell’Egitto (antico e moderno) bisogna navigare lentamente sul Nilo e ammirare la lunga teoria di templi, casupole di fango, acacie e papiri incisi sulle sue sponde come cammei. Abydos, Denderah, Esna, Edu, Kom Ombo. Sono questi i nomi che restano scolpiti nel cuore. D’un tratto, si è tentati di credere che la scenografia sia troppo cinematografica e quindi falsa. Ma non è forse qui, a Tanis, nel “pozzo delle anime” gremito di serpenti, che Indiana Jones finisce sepolto? Più che i Predatori dell’arca perduta, i siti archeologici dell’Egitto hanno conosciuto pittoresche generazioni di archeologi, studiosi e tombaroli che hanno scavato in ogni dove, trasformando il sacro suolo del dio Ra, il Sole, in una grande forma di Emmentaler. E non è sempre qui che Agatha Christie ha fatto vivere all’ispettore Poirot una delle sue avventure più belle? In effetti, con un po’ di fantasia, il turista potrebbe pensare di trovarsi a bordo del battello Karnak e immaginarsi al centro di intrighi avvincenti. Sulle navi da crociera non si rischia più d’essere ammazzati e dire Karnak significa evocare un piccolo villaggio situato sulle sponde del fiume poco distante da Luxor, una meta affascinante. A Karnak, la Tebe degli antichi egizi, il secondo sito archeologico dell’Egitto dopo Giza, sorge un complesso templare che lascia di sasso il visitatore. Anzi, di basalto, come la stele di Rosetta. Tre recinti – uno dedicato al dio Amon, uno alla sua sposa Mut e uno al dio Montu dalla testa di falco – ci ricordano che l’antico Egitto ha anticipato la moda delle megaproporzioni. Bene disse Jean Cocteau: “temevo il lato colossale dell’Egitto, invece i suoi colossi non sono smisurati e non disturbano l’armonia di una terra proporzionata agli uomini. È una razza di giganti e basta!”. L’armonia. È la vera chiave di lettura di un paesaggio fatto di luce abbagliante, silenzi e grandezza segnata dall’oblio. I viaggiatori più attenti sanno cogliere questa combinazione e trascurano il resto. I monumenti si assomigliano tutti, come le anse del fiume. Ciò che distingue l’esperienza è il volo pindarico della mente. Va pensiero, direbbe Giuseppe Verdi. Basta chiudere gli occhi ed è come se il coro del Nabucco soffiasse sulla sabbia dorata come il khamsin, il vento del deserto che soffia per cinquanta giorni. 
“Ho gioito perché mi è stato concesso di toccare il cielo. La mia testa ha trafitto il firmamento. Ho scalfito il ventre delle stelle, ho raggiunto l’allegria, cosicché brillavo come una costellazione”. No, non sono gli appunti poetico di un turista. È l’iscrizione posta sulla tomba di Sarenput ad Assuan. Non sappiamo quale emozione o felicità lo indusse a dettare un congedo dalla vita così emozionante. Amava forse osservare le stelle nel cuore della notte? È una delle cose più belle e impagabili che il turista possa concedersi durante la navigazione sul Nilo. È come se le stelle abbassassero il capo e allungassero i loro raggi per fondersi con la terra, sprofondare nella sabbia del deserto. La notte è magica in Egitto, molto più del giorno, e il fiume produce una melodia d’arpa, resa vivace dal sottofondo del sistro, che incanta e culla come una nenia. Attenzione, però, i suoni dell’Egitto sono così sottili che occorre sapere cogliere le vibrazioni eteriche per udirli. Nello stesso modo, occorre guardare col terzo occhio per cogliere le prospettive magiche che sfuggono a chi ha fretta e non conosce la pazienza.
Sabr gamil, la pazienza è buona. Questa frase ricorrente sulla bocca dei locali, la cui lunga tunica di cotone o lana (galabiya) ne rivela la sostanziale semplicità, potrebbe essere non solo la chiave di lettura ma anche il viatico di un viaggio sul Nilo. Qui, si impara sopra ogni altra cosa il senso del tempo. Abituati come siamo a correre e bruciare la nostra vita come fosse un fiammifero svedese, ci misuriamo con una nuova prospettiva, anzi vecchissima. L’esistenza è precaria, l’unica cosa che è sempre esistita e non finirà mai di scorrere al pari della vita, è il grande fiume. Guai a non godersi la navigazione, a non sorridere e trovare il tempo per sorseggiare ciò che ci accade durante il viaggio. Anche quando è nero e bollente come il caffè o una tazza di té.  
www.giuseppebresciani.com

venerdì 20 aprile 2012

Cnr: Ritrovati i gemelli di Antonio e Cleopatra





Ritrovati i gemelli di Antonio e Cleopatra

La regina e il triumviro ebbero tre figli, due gemelli e un maschio. Sinora si conservava solo l'immagine di Selene, la femmina. Un'egittologa dell'Istituto di studi sulle civiltà italiche e del Mediterraneo antico del Cnr ha ora identificato i due gemelli in un gruppo scultoreo conservato al Museo del Cairo

I due gemelli Alessandro Helios e Cleopatra Selene, figli del triumviro della Repubblica romana Marco Antonio e della regina Cleopatra VII, fanno la loro comparsa nel palcoscenico dell'arte antica, identificati in un gruppo scultoreo conservato al museo del Cairo da Giuseppina Capriotti, egittologa dell'Istituto di studi sulle civiltà italiche e del Mediterraneo antico del Consiglio nazionale delle ricerche (Iscima-Cnr).
"Antonio e Cleopatra ebbero due gemelli e un maschio, chiamato Tolomeo Filadelfo. Dei tre figli, la sola immagine finora nota era quella di Selene, sposa di re Giuba II, rappresentata sul verso di una moneta e in una scultura", spiega la ricercatrice. "I maschi, dopo il suicidio dei loro genitori, ebbero presumibilmente un triste destino, al pari di Cesarione, l'altro figlio che Cleopatra aveva avuto da Giulio Cesare. Ottaviano Augusto, dopo la conquista dell'Egitto, li fece sfilare durante il trionfo per poi affidarli alla sorella Ottavia minore con apparente magnanimità. Successivamente, dei figli di Antonio e Cleopatra si perdono le tracce dal punto di vista storico e anche artistico". Le efferate abitudini della famiglia giulio-claudia nei confronti dei dinasti potenzialmente pericolosi non lasciano molti dubbi sulla loro fine e l'oscuramento iconografico è probabilmente dovuto a questo.
A fare luce arriva ora l'analisi di un reperto rinvenuto in un tempio dedicato ad Hathor, nella città di Dendera in Alto Egitto, e conservato al museo del Cairo. La scultura, alta circa un metro, mostra un bambino e una bambina che si abbracciano, affiancati da due serpenti. "Il capo dei bambini è sormontato da due dischi con inciso l'occhio-udjat, identificabili con sole e luna. Il maschio ha dei riccioli corti e una treccia laterale, tipica dei bambini egiziani, la femmina porta un'acconciatura a grandi ciocche raccolte, molto simile a quella di alcune regine tolemaiche, in particolare di Cleopatra", continua Capriotti. "Lo stile delle figure, in particolare quello delle teste, richiama i modi della cosiddetta scultura greco-egizia. L'opera, che è esemplare nel  mostrare l'innovativo dialogo tra cultura egizia ed ellenistica, è stilisticamente affine a un'altra statua rinvenuta a Dendera rappresentante Pakhom, personaggio di alto rango, datata tra il 50 e il 30 a. C".
Il legame tra la scultura e la dinastia macedone dei Tolemei che governarono l'Egitto dopo la morte di Alessandro Magno (323 a.C.), e in particolare con Cleopatra che ne fu l'ultima rappresentante, è pertanto evidente. "Considerato inoltre che la regina ebbe un ruolo importante nella decorazione del tempio di Dendera, dove compare in un rilievo monumentale, in abiti faraonici, insieme col figlio Cesarione", prosegue la ricercatrice. Ma come si arriva alla convinzione che la scultura rappresenti i due gemelli?
"Nel mito egizio compaiono i gemelli Shu e Tefnet, figli del dio Atum e conosciuti come i suoi 'occhi', cioè il sole e la luna. L'abbraccio dei due bambini potrebbe quindi alludere alle notti di plenilunio, quando secondo il mito i due corpi celesti si univano, ma anche con un'eclisse di sole che sarebbe avvenuta durante il riconoscimento dei gemelli di Cleopatra da parte di Marco Antonio", continua Capriotti. "Fu per questo che i bambini presero i nomi aggiuntivi di Helios e Selene, a indicarne il legame celeste e mitizzarne la nascita gemellare".
Il gruppo è perciò identificabile come la prima raffigurazione nota di Alessandro e Cleopatra, secondo una notevole elaborazione. "Se nel mito egizio la luna è una divinità maschile, nella scultura i generi sono invertiti secondo la tradizione greca", conclude Capriotti. "Cleopatra VII, pur proiettata verso il Mediterraneo, guardava con interesse alla tradizione egizia e la reinterpretazione dell'opera attesta questa sintesi tra le due grandi tradizioni".

Roma, 20 aprile 2012

mercoledì 12 novembre 2008

Natale copto al Cairo in Egitto

Il Natale è una festa particolarmente sentita in Egitto, nonostante la maggior parte della popolazione egiziana sia si fede musulmana.


In particolare, il 10% degli egiziani sono cristiani copti, ossia seguaci della Chiesa Copta, che riconosce un Papa proprio, distinto da quello dei cattolici, e che considera San Marco come il proprio primo Papa, avendo introdotto il Cristianesimo in Egitto. La cattedrale dedicata a San Marco si trova oggi al Cairo, e durante il periodo natalizio diventa la meta prediletta dei cristiani d'Egitto che possono alloggiare nei tanti vicino ad appartamenti al Cairo. Il Natale è particolarmente importante in questa terra in predominanza musulmana perché fu proprio in Egitto che Gesù trascorse parte della sua infanzia, e la ricorrenza viene festeggiata con molto entusiasmo, soprattutto dopo che il Presidente Hosni Mubarak, nel 2002, proclamò il Natale festa nazionale, e quindi non propria solo di una piccola minoranza.

Il Natale copto, pur avendo dei tratti in comune con il Natale festeggiato in Occidente, presenta però delle peculiarità proprie; innanzitutto, la data in cui viene festeggiato: non si tratta infatti del 25 dicembre, ma del 7 gennaio (che è considerato il giorno in cui nacque Gesù anche dai cristiani ortodossi), che corrisponde al 29° giorno del mese di "kiahk" e che segna la fine di un periodo di digiuno lungo più di 40 giorni, durante il quale i fedeli evitano di magiare carne e prodotti di provenienza animale come uova e formaggi. Con questo periodo di digiuno si vogliono ricordare i quaranta giorni passati da Mosè sul Monte Sinai per ricevere le tavole dei Dieci Comandamenti.

Anche se il Natale in Egitto viene festeggiato il 7 gennaio, le celebrazioni e i festeggiamenti durano da dicembre a gennaio, e sono caratterizzati da vari riti e usanze che rendono l'Egitto, e Il Cairo in particolare, una meta particolarmente attraente durante questo periodo dell'anno. In questo periodo non è difficile imbattersi in concerti di canti natalizi e di musica copta, e anche se in Egitto il Natale non è ancora diventato una festa commerciale come accade in Occidente, comunque sarà possibile, per i visitatori, acquistare doni nei moltissimi bazar natalizi. Se volete poi assaggiare un cibo tipico di questo periodo, acquistate dei "lib", ossia dei semi secchi che sono diventati quasi un simbolo di questo periodo di festa.

Il Natale in Egitto rimane però essenzialmente una festa religiosa, che si passa in famiglia e per fra le guest house Cairo ed ha il suo fulcro nella messa di mezzanotte, che sancisce la fine del periodo di digiuno. La celebrazione vede la partecipazione, nella cattedrale di San Marco a Il Cairo, di personaggi eminenti, ed è seguita dai tradizionali incontri familiari durante i quali i bambini ricevono doni, qualche soldo e vestiti nuovi, e tutta la famiglia consuma insieme il pasto di Natale, chiamato "fatta", un piatto a base di pane, riso, aglio e carne bollita. Al mattino poi si è soliti fare visita ad amici e parenti portando in dono il "kaik", ossia un particolare tipo di biscotto, per continuare a festeggiate questo giorno in compagnia.

Il Cairo, e l'Egitto in generale, è un posto magico e affascinante, che stupisce ogni visitatore. Se vuoi vivere un'esperienza particolare, e festeggiare un Natale diverso da quello cui sei abituato, prenota subito uno dei tantissimi alberghi al Cairo!

Biglietti: evento gratuito
Data: 7 Gennaio 2009
Dove: Il Cairo, Egitto

Distribuzione a cura di Michele De Capitani
Prima Posizione Srl – Promuovere struttura turistica

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