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sabato 28 marzo 2009

Educazione e Societa'


EDUCAZIONE E SOCIETA'.

Dai totalitarismi alla critica ideologica della pedagogia

di Laura Tussi

La riforma Bottai costituisce la vera riorganizzazione scolastica del fascismo, negli anni dell'autarchia, tramite l'extrascuola organizzata con l'opera nazionale balilla del 1928 e la gioventù del littorio nel 1937, istituti finalizzati all'attuazione di un processo di conformazione e uniformazione dei giovani agli ideali del regime.

Hitler nel Mein Kampf del 1925 diffonde l'intento militare dell'educazione all'interno del nuovo Reich.

Stalin si allontana dall'attivismo pedagogico, condannando la pedologia, ossia l'attivismo pedagogico stesso, diffondendo metodi educativi ufficiali allineati, uniformati e conformati all'ideologia di stato.

Con la crescita scientifica della pedagogia, nel 1900 si sviluppano la pedagogia sperimentale, la psicopedagogia, la sociologia dell'educazione, nell'indagine scientifica sul bambino condotta da Freud, da Piaget, da Vygotskij, con la ricerca specializzata relativamente al nesso tra educazione e società, in rapporto alla politica e all'economia.

Freud individua il ruolo centrale dell'emotività e dell'affettività nell'infanzia, in cui prevale la funzione libidica e l'affermazione dell'eros e del narcisismo sottoposti ad un continuo controllo sociale.

Durante l'infanzia, la sessualità viene vissuta tramite le repressioni e le sublimazioni dell'opera educativa genitoriale.

Nel rapporto edipico con il padre, si sviluppa il super ego, ossia la dimensione sociale della coscienza che manifesta la repressione della libido, da cui si generano le nevrotizzazioni.

Queste teorie vengono riprese da Anna Freud, Melanie Klein, Bowlby e Winnicott.

Bowlby, nel saggio "Attaccamento e perdita" del 1969, delinea e declina la teoria dell'attaccamento con un orientamento di tipo psicanalitico, in cui viene spiegato che la relazione primaria tra bambino e madre (caregiver) costituisce la radice primaria dello sviluppo umano e della formazione del soggetto.

Nella seconda metà del 900 si assiste ad una radicale trasformazione della pedagogia, come sapere plurale aperto, ricondotto dal primato della filosofia alle scienze.

Il sapere pedagogico diviene un iter complesso e si apre a varie competenze settoriali.

Visalberghi nel saggio "Esperienza e valutazione" del 1958 individua l'opposizione pedagogica tra pragmatismo e neopositivismo e approfondisce le posizioni dell'ultimo Dewey in un quadro psicologico, assiologico e valoriale di una pedagogia laico progressista compresa in una complessa filosofia dell'esperienza.

Freire, nell'opera "La pedagogia degli oppressi" del 1967, individua il principale obiettivo dell'educazione, ossia emancipare gli uomini e formarli alla liberazione, tramite il metodo della socializzazione e del dialogo delle classi più povere per agevolarne l'ingresso nella cultura in modalità operative e costruttive, attraverso un'opera collettiva di coscentizzazione delle masse.

Bruner, nella prima metà degli anni 50, costituisce la psicologia cognitivistica.

Con il saggio "La ricerca del significato", Bruner indica una nuova concezione della pedagogia, attenta ai problemi dell'apprendimento e dell'istruzione scientifica.

Gli interpreti del cognitivismo sono Piaget, Bruner, Vygotskij.

Piaget è il teorico dell'epistemologia genetica, un settore della psicologia che studia le strutture logiche della mente nei processi cognitivi.

Secondo Piaget, la mente infantile si fonda su concetti logici tramite i principi biologici dell'assimilazione e del mutamento, nell'interrelazione tra mente e ambiente.

Il pensiero infantile attraversa quattro fasi.

La fase sensomotoria sviluppa un pensiero egocentrico, con assenza di causalità.

Nella fase intuitiva, il bambino distingue se stesso dal mondo.

Nella fase operativo-concreta si attua il superamento dell'egocentrismo e il linguaggio assume delle regole.

Con la fase ipotetico-deduttiva si evolve una simbologia mentale, il linguaggio esprime concetti astratti e il pensiero comincia ad elaborare ipotesi.

Secondo questi approcci teorici, la mente attua procedure fisiologiche, strutture di base ed elementi costitutivi quali strutture biologiche ed ereditarie.

Vygotskij intuisce che la mente infantile è logica, ma soprattutto inventiva ed immaginativa e sussiste interrelazione tra pensiero e linguaggio, sulla base della psicologia genetica che individua le radici intrinseche e genetiche del pensiero e del linguaggio.

Bruner con lo strutturalismo psicopedagogico indica il ruolo del simbolo e la riformulazione didattica in termini strutturali.

Con il saggio "Verso una teoria dell'istruzione" del 1966, Bruner sostiene che cultura e tecnologia devono armonizzarsi e la scuola può rinnovarsi con una nuova teoria dell'istruzione, tramite unità didattiche, volte alla valorizzazione del pensiero e del linguaggio, attraverso lo stimolo, l'incentivo alla curiosità, all'interno della comunità di apprendimento.

Risulta necessaria la cultura dell'educazione nell'apprendimento reciproco e nella complessità degli obiettivi educativi dove subentra l'importanza della narrazione, quale interpretazione della realtà della mente plurale e complessa in cui l'uomo diviene costruttore di storia.

Gardner teorizza l'esistenza di intelligenze multiple che attivano diversi stili di pensiero e formae mentis, come spiega nel saggio del 1983 dal titolo appunto "Formae mentis".

L'obiettivo polemico di questi studi consiste nel minare la nozione comune di intelligenza come capacità assoluta e monolitica, invece Gardner vuole far emergere una visione dell'intelligenza universale, in relazione con il potenziale umano, da un punto di vista psicobiologico, dove la scuola possa valorizzare individualmente ogni tipologia di capacità e di competenza intellettiva.

Il 68 muove una critica ideologica dell'educazione con i movimenti studenteschi e operai, politici e culturali che con la rivolta giovanile e la rivoluzione culturale hanno sconvolto le istituzioni, i saperi, le scuole, le università, ispirati ai principi del marxismo rivoluzionario.

La pedagogia costituisce un sapere che deve scegliere di schierarsi per l'emancipazione e la liberazione dell'uomo, in quanto soggetto, individuo e genere.

Si annoverano diverse esperienze pedagogiche di carattere rivoluzionario, come in Francia l'autogestione di Lapassade, in America e in Europa la descolarizzazione di Illich e Freire, in Italia la controscuola, con la scuola di Barbiana di Don Milani, come modelli di rottura e di rivoluzione rispetto a pratiche scolastiche ed educative tradizionali, conformistiche, formalistiche e deontologiche, introducendo invece cambiamenti sostanziali, con l'apporto rivoluzionario di approcci e modelli educativi e pedagogici, capaci di dare vita a soggetti più creativi indipendenti e orientati al dissenso.

Dunque descolarizzare la società per sottrarre l'apprendimento e la formazione dei giovani all'ideologia del potere e riportare questi processi all'interno di tutta la società, tramite una pedagogia alternativa che organizza l'apprendimento in ambiti sociali senza istituzionalizzare.

Illich con il saggio "Descolarizzare la società" del 1970, inaugura un modello di società educante dove si avverte la rinascita di un uomo epimeteico che comprende e apprende attraverso l'esperienza.

Con la carta costituzionale del 1948 è riconosciuto il diritto all'istruzione per tutti i cittadini nelle scuole di Stato, al fine di formarli come soggetti autonomi e responsabili.

Nel 1962 la riforma della scuola media aumenta il tasso di scolarizzazione in Italia.

Nel 1974 i Decreti Delegati inaugurano la gestione sociale della scuola.

La scuola italiana si evolve in modo disorganico fino all'autonomia scolastica di Berlinguer nel 2000 e la riforma Moratti nel 2003.

Con l'industria culturale dei massmedia, la rivoluzione pedagogica agisce sull'immaginario della personalità infantile e adolescenziale con condizionamenti e omologazioni planetarie, transcontinentali e transculturali, nel villaggio globale, ma il linguaggio iconico massmediale depaupera l'intelligenza verbale, concettuale e logica.

Morin, con "L'industria culturale" del 1962, deduce che la seconda industrializzazione del XX secolo si rivolge a immagini e saperi, producendo nuovi miti massmediali, legati al loisir, come la felicità, l'amore, quali archetipi di massa e segnali di evasione, ma anche di integrazione della cultura dominante.

Postman, nel saggio "Ecologia dei media" del 1979, sostiene che fra televisione e scuola deve crearsi un circuito omeostatico ed equilibrante di integrazione critica, perché la televisione non cancelli le capacità di pensiero astratte e formali.

La scuola prevede regole, principi, norme e processi, quali aspetti cognitivi alti, ponendosi dialetticamente in correlazione con la televisione che non dovrebbe cancellare il carattere critico della mente.

La scuola deve operare una resistenza attiva all'ottundimento delle potenzialità intellettive.

Popper, con "Cattiva maestra televisione" del 1994, sostiene che la televisione presuppone soggetti passivi e ricettori poco autonomi, inquinando lo sviluppo etico e psicologico del fanciullo.

La filosofia dell'educazione è un ambito specifico del sapere pedagogico, quale arcipelago e incrocio di saperi plurali, tensionali, policentrici.

La pedagogia attraverso i saperi psicologici, sociologici, antropologici, filosofici e storici costituisce una base cognitiva, secondo cui il sapere pedagogico orienta le diverse scienze in senso educativo e formativo.

L'educazione presenta un carattere sociale ed istituzionale con una direttiva autoritaria e conformatrice.

Invece, la formazione è un processo soggettivo, in cui la persona prende forma secondo la propria natura e individualità.

I processi di educazione e formazione sono affrontati dalla pedagogia generale nelle situazioni storiche, sociali, istituzionali, attivando una serie di pedagogie famigliari e scolastiche, rispetto a problemi emergenti quali la multicultura e la differenza sessuale che animano i percorsi sempre coordinati dall'educazione e dalla formazione.

Nell'attuale questione del soggetto si delinea il problema del rapporto tra mente e affetti, mente e corpo che attualmente ha un ruolo decisamente radicale nel dibattito pedagogico.

La società complessa, disciplinata, autoritaria del dopoguerra, appena uscita con il boom economico da sacrificate condizioni di vita, fu investita da uno sconvolgimento socioculturale, un impeto libertario, un anelito al cambiamento, nell'attesa di nuovi orizzonti, di fraternità nuova, di rapporti autentici, di una società aperta all'uomo e alla donna, dove gli schiavi si liberano, la pace sostituisce la guerra, il lavoro si umanizza e perde il suo carattere servile, la scuola, impostata su una vecchia cultura, diventa vitale appassionante, con studenti e docenti che dialogano e collaborano, considerando le inclinazioni e gli interessi dei giovani.

Attraverso la svolta rivoluzionaria militante del 68, la società capitalistica, che schiavizza e sottomette l'uomo, viene posta sotto una serrata critica culturale e ideologica, dove uomini e donne possono aprirsi al dialogo e al cambiamento, in una continua, incalzante ed epimeteica dialettica tra credenti e non credenti, fra studenti e operai, tra mondo della Cultura e popolo, nella pluralistica prospettiva educativa ed emancipativa del soggetto e della persona.

Negli anni del 68 la liberazione della donna da ogni soggezione è un'altra conquista rispetto all'inaccettabile struttura maschilista della società, dove anche l'amore viene liberato dal moralismo repressivo nella spontaneità contro la rigida disciplina, la libertà contro l'autorità, il diritto alla gioiosa vitalità contro il sacrificio.

La società capitalistica schiavizza e sottomette l'uomo con i consumi non necessari ed il culto del profitto, imponendo tramite la morale della Chiesa cattolica, che imprigiona gli istinti liberatori delle energie naturali dell'individuo e della persona nella repressione della sessualità, dove la famiglia diventava una prigione fonte di nevrosi.

Tramite il movimento rivoluzionario del 68, gli uomini e le donne possono cambiare perché la persona è finalmente libera, capace di scelte autonome, inserita in un dialogo di idee tra uomini e donne, tra credenti e non credenti, fra studenti e operai, fra la Cultura e il popolo, nella prospettiva di educabilità delle persone.

Il mondo può essere cambiato, la società degli egoismi può essere rivoluzionata e riformata dall'iniziativa collettiva e partecipativa di persone e di gruppi, nella scelta di non rimanere esclusi, ma di svolgere, all'interno degli avvenimenti socio politici, un ruolo di presenza critica, educativa, facendo emergere la validità delle proposte culturali in ambito sociale, politico, collettivo, tramite una dimensione militante e partecipativa del concetto di cultura.


laura tussi <tussi.laura@tiscali.it>

lunedì 9 marzo 2009

Pedagogia dei Processi Culturali

L'educazione globale affronta le questioni dell'ecologia, dei diritti umani, della pace, della democrazia, nella prospettiva dello sviluppo equo e solidale.

Questi sono i compiti più urgenti della rivoluzione planetaria, con Onu, Unesco, Unicef, e con l'associazionismo culturale, quali istituti che ripensano criticamente i processi di globalizzazione.

L'umanesimo planetario tende al miglioramento della qualità della vita e a non svotare di senso l'esistenza, come accadrebbe se la tecnologia e l'economia venissero trascurate rispetto alle loro potenzialità sociali.

laura tussi


MONDO GLOBALE E MONDI LOCALI

La pedagogia dei processi culturali.

di Laura Tussi

L'educazione globale affronta le questioni dell'ecologia, dei diritti umani, della pace, della democrazia, nella prospettiva dello sviluppo equo e solidale.

Questi sono i compiti più urgenti della rivoluzione planetaria, con Onu, Unesco, Unicef, e con l'associazionismo culturale, quali istituti che ripensano criticamente i processi di globalizzazione. L'umanesimo planetario tende al miglioramento della qualità della vita e a non svotare di senso l'esistenza, come accadrebbe se la tecnologia e l'economia venissero trascurate rispetto alle loro potenzialità sociali.

La storia del confronto è la dinamica dello scontro con le vaste migrazioni di massa, le tensioni interne agli stati, con movimenti armati a sfondo politico e religioso, guerre civili a sfondo etnico, separatismi linguistici e particolarismi.

Attualmente il conflitto è di natura culturale e non più ideologica ed economica.

Lo scontro tra culture determina la politica mondiale.

Le città sono conglomerati di differenze con un'eterogeneità profonda, una profonda varietà come sostiene Taylor, in pluralità di appartenenze e modi di essere e di pensare, nella coesistenza di tradizioni che portano sempre a nuovi contrasti e divisioni.

Non esiste una prospettiva globale e panottica, ma l'unità e l'identità riemergono dalle differenze. Negli anni 50 e 60 avviene la decolonizzazione degli Stati e la rivoluzione anticoloniale sostituisce i termini di nazione, stato e popolo con i significati di identità, tradizione e appartenenza che implicano divergenza, varietà e disaccordo.

Il 900 è il secolo delle contraddizioni: i totalitarismi, la democrazia, il capitale monopolistico, il welfare state, gli integralismi e la globalizzazione nella crisi delle certezze, dell'aporia e dell'antinomia fra il capolinea e il "principio speranza" (Bloch).

Hobsbawm nel saggio "Il secolo breve", sostiene che dal 1917 al 1989 si assiste alla nascita del mito e alla sua morte, dall'orrore dell'Olocausto, al mito del soggetto individuo, con il secolo del capitalismo americano.

L'11 settembre del 2001 rappresenta lo scontro tra civiltà e restano da preservare i valori politici e culturali, il significato di individuo, libertà, democrazia, comunicazione, valori antropologici ed etici, ergo pedagogici.

L'exploit della tecnologia, l'irruzione delle masse, dei giovani e delle donne nella storia, l'orrore dell'Olocausto, la mondializzazione, sono fenomeni paralleli alle svolte della pedagogia, con la nascita delle scienze dell'educazione e dell'epistemologia pedagogica, con la pedagogia critica come neoparadigma della pedagogia sociale, nei processi formativi presenti in tutto l'arco della vita dell'uomo.

Nel 900 la pedagogia è ridefinita in principali modelli, quali l'alfabetizzazione, la cultura di massa, l'educazione permanente e il lifelonglearning.

Il nesso tra pedagogia e politica consiste in una sinergia, un legame che presenta anche tensione, opposizione e relazione dialettica, dove la pedagogia assume il ruolo di critica utopica, rispetto al potere politico.

Nel 900, con l'attivismo, la scuola si apre alle masse che assumono un ruolo di centralità nella società, ma offuscato alla fine del secolo dai massmedia.

L'attivismo fino agli anni 50 osserva le esigenze del bambino, il piano operatorio del fare (Piaget), l'ambiente di vita.

Questi cambiamenti favoriscono una rivoluzione copernicana rispetto all'istituzione scolastica formalistica e deontologica.

In Italia la "scuola serena" di Radice promuove la continuità fra scuola e famiglia dove il fanciullo diviene un'artista spontaneo nel lavoro libero e attivo che con Agazzi si evolve in senso di collaborazione.

Pizzigoni favorisce nella scuola l'esperienza diretta del fanciullo nella risoluzione dei problemi all'interno della vita concreta di comunità.

Dewey nel 1899 estende l'opera manifesto della scuola attiva, dal titolo "Scuola e società" al fine di formare allo spirito scientifico e alla democrazia, dove la scuola diviene laboratorio e comunità di lavoro.

Nel 1950 Cousinet scrive il saggio "L'educazione nuova" che enuclea i presupposti dell'insegnamento attivo attraverso la valorizzazione del bambino, delle sue capacità, dello sviluppo di iniziative e interessi, con la motivazione ad agire tramite uno spirito sperimentale, nella società industrializzata e democratica, nell'ambiente pedagogico per la crescita evolutiva dell'intelligenza e della socializzazione.

Freinet, con il saggio dal titolo "Nascita di una pedagogia popolare" del 1949, divulga le istanze sviluppate dall'attivismo sull'experience tatonnée nella cooperazione per l'attivazione di stamperie nelle scuole al fine di creare giornali di classe in senso politico e progressista, per una scuola del popolo, con tecniche didattiche innovative, tramite valenze ideologiche come l'esperienza partigiana intesa quale movimento di massa per la liberazione di un popolo.

Le "scuole nuove" che hanno origine in Inghilterra prevedono un'educazione attiva e la diffusione mondiale del movimento attivistico che collega la pedagogia alle scienze umane, quali la psicologia e la sociologia.

I temi della pedagogia dell'attivismo sono il puerocentrismo, in ogni processo educativo, la valorizzazione del fare, la motivazione, la socializzazione e l' antiautoritarismo.

Decroly, con la pedagogia differenziale, studia la psiche degli anormali e il loro processo di individualizzazione, in un approccio globale rispetto all'ambiente e al principio di interesse, concernente l'importanza di educare alla libertà con libertà.

Nel 1907 la Montessori fonda e istituisce le "case dei bambini", istituzioni educative basate sul presupposto formativo della ricezione di stimoli dall'ambiente, in un clima di puerocentrismo, ossia della centralità dell'allievo concepito come mente assorbente, perché il bambino presenta un forte potere di assimilazione.

Nella scuola Montessoriana si trasmette l'educazione alla pace e la solidarietà fra i popoli.

La pedagogia di Dewey è attenta ai problemi della società industriale moderna con il pragmatismo che trova, nel contatto tra il momento teorico e pratico, la modalità del fare, educando, come momento centrale dell'apprendimento.

La scuola di Dewey si ricollega al progresso sociale, quale comunità in miniatura con laboratori di attività per la valorizzazione della vita del fanciullo, tramite interessi e attività.

La scuola, attraverso questi approcci scientifici e pedagogici, assume un ruolo di trasformazione della società che dovrebbe risultare meno repressiva e autoritaria, ma potrebbe incentivare la partecipazione e la collaborazione sociale.

Dewey nel saggio "Democrazia e educazione" del 1916, raccoglie e auspica lo sviluppo della democrazia tramite il metodo sperimentale delle scienze, per un nuovo umanesimo scientifico e democratico, che sviluppi gli aspetti sociali ed operativi del soggetto, con attenzione agli approcci cognitivi ed etico-sociali, finalizzati alla formazione umana del soggetto e del cittadino in una società aperta e attiva.

Gli aspetti della pedagogia marxista consistono nella dialettica tra educazione e società, nel legame tra educazione e politica, dove l'azione politica è praxis rivoluzionaria, con la centralità del lavoro nella formazione dell'uomo.

La teorizzazione marxiana prevede un uomo onnilaterale emancipato da condizioni di subalternità ed alienazione.

Con la seconda e la terza internazionale dopo il 1917 con Lenin, viene abolito il contenuto religioso e nazionalistico della vecchia scuola, tramite i nuovi libri di testo.

In questa prospettiva onnilaterale dell'individuo emancipato e libero, Makarenko attua una base educativa sperimentale all'interno delle colonie scolastiche, con ragazzi abbandonati e connotati da un forte disagio, promuovendo i collettivi di lavoro, ossia uno complesso finalizzato di individui, educati con una forte disciplina formativa.

Gramsci, in Italia, propone un modello educativo più aperto e democratico, elaborato dal marxismo come si evince dai documenti contenuti nell'opera "Quaderni del carcere" del 1948.

La pedagogia di Stato costituisce sempre uno strumento politico di formazione ed educazione della società.

Dovrebbe costituire una finalità emancipativa dei popoli in una prospettiva di liberazione dalla subalternità e di educazione alla convivenza tra le differenze presenti nel tessuto sociocomunitario.


Laura Tussi

venerdì 4 luglio 2008

Italiani e web: è il “linguaggio del futuro”


Gli italiani credono nel web e dicono "è il linguaggio del futuro"

Ferpi lancia il suo nuovo sito. Sondaggio dell'istituto Piepoli sul rapporto tra gli Italiani e Internet: per il 62%, il web rappresenta il linguaggio del futuro, ma la maggioranza non lo usa

04/07/2008, Notizie Ferpi, Commenti

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Quasi il 60% degli italiani non usa Internet, né per il lavoro né per motivi personali. La maggioranza dei quali ha più di 50 anni e un titolo di studio medio basso. Eppure, il 61% degli intervistati ritiene che gli strumenti di comunicazione elettronica abbiano migliorato la propria vita sociale, riuscendo ad avere ricadute positive anche sui rapporti interpersonali off line.

Sono questi i dati principali che emergono dal secondo sondaggio realizzato dall'Istituto Piepoli per conto di FERPI lo scorso 23 giugno. Un risultato particolarmente interessante che si innesta con la messa on line del nuovo sito di FERPI realizzato sotto la guida di Simona Battistella, delegato New Media dell'Associazione: un portale di comunicazione completamente rinnovato sia nella grafica che nella struttura e tipologia dei contenuti; uno strumento di presentazione dell'Associazione e delle sue attività ma anche un social network di settore riservato ai membri dell'organizzazione, con l'obiettivo di fornire una rete di contatti, di scambio delle conoscenze e, non ultima, di promozione per il mondo delle pubbliche relazioni.

Gianluca Comin, Presidente FERPI, commenta: "Il social network e gli altri strumenti che consentono l'interazione fra organizzazioni e stakeholders rappresentano non solo il futuro della comunicazione, ma un'esigenza immediata che aziende e amministrazioni devono coprire. Blog, chat, piattaforme per il social marketing e il giornalismo partecipativo sono già realtà più che radicate principalmente all'estero, come mostra il sondaggio. Se solo un Italiano su cinque conversa on line con le aziende, c'è spazio per crescere e proprio per questo il nuovo sito FERPI mette il social network al centro dell'interazione con i soci, per offrire ai professionisti della comunicazione i più recenti strumenti della Rete."

La Rete è la relazione del futuro. E del presente, ma in maniera ancora disomogenea nei contenuti e nella "frequentazione". Il rilevamento FERPI – Istituto Piepoli ha analizzato il rapporto fra Italiani e web, quello che cercano sulla Rete e la loro propensione a diventare internauti come in molti Paesi stranieri.

Dal sondaggio emerge che la mail è di gran lunga il medium on line più utilizzato nella vita privata (66% del campione), seguito dai giornali web (29%) e dall'instant messaging (27%). Valori simili si riscontrano anche per quanto riguarda l'ambito lavorativo, mentre rimangono piuttosto indietro media prettamente aziendali come le Intranet (11%) e comunicati stampa corporate (5%).

Interessante la tipologia di informazione "navigata": cronaca, attualità e sport (36%), libri, film e musica (33%), viaggi (30%), vacanze e turismo (27%). E a seguire, politica, servizi, economia e spettacolo.

Oltre a strumenti e contenuti, il sondaggio ha indagato sul valore relazionale assegnato al web. I rapporti con le aziende e le organizzazioni migliorano quando sono mediati dalla Rete, come dichiara il 64% del campione intervistato, nonostante le comunicazioni rimangano prevalentemente strumentali, circoscritte al reperimento delle informazioni e alle transazioni commerciali. Sono infatti ancora pochi gli Italiani (solo il 18% degli intervistati, prevalentemente uomini con un'età superiore ai 25 anni e con un titolo di studio superiore) che utilizzano il web per conversare con le aziende, esprimere opinioni, dare impressioni a imprese, giornali o istituzioni.

Il campione intervistato si è espresso anche sul nuovo tipo di linguaggio introdotto da Internet. Se la maggioranza (62%) lo considera il linguaggio del futuro, e dunque un arricchimento, secondo una buona fetta (30%) la comunicazione sul web ha portato un impoverimento della lingua italiana, ovvero un livellamento verso il basso.

Il messaggio è chiaro: per chi ha scoperto la Rete la comunicazione on line funge da catalizzatore delle relazioni, sia personali che strumentali. Uno strumento capace di espandere la socialità dell'utente, facilitare i rapporti di lavoro, creare legami.

Per maggiorni informazioni e dettagli info@ferpi.it

Documenti

Sondaggio_Piepoli_Ferpi_La_Comunicazione_e_Internet.ppt.



fonte: http://www.ferpi.it/

martedì 15 aprile 2008

Edoardo Novelli, sociologo dei processi culturali e comunicativi - Università Roma Tre: " Veltroni partiva da un eredità vissuta in maniera fallimenta



COMUNICATO STAMPA ECORADIO
Edoardo Novelli, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all'Università Roma Tre
 
"Veltroni partiva da un eredità vissuta in maniera fallimentare, un governo che aveva vinto per il rotto della cuffia, era andato avanti tra mille contraddizioni interni alla sua coalizione. Il leader del Pd partiva, quindi, da un patrimonio difficili e l'idea di smarcarsi, di correre da solo e di ridefinire lo scenario della comunicazione aveva funzionato, almeno all'inizio. Poi, però, la proposta non è passata del tutto, probabilmente perchè era troppo forte l'avversione che il governo uscente aveva  suscitato":  così Edoardo Novelli, commenta l'esito delle Elezioni ai microfoni di Ecoradio, durante L'Arca della Legalità trasmissione condotta da Nello Trocchia e Enrico Fierro.   
 
E sui risultati deludenti della Sinistra L'Arcobaleno, aggiunge: " La scomparsa della sinistra è un evento epocale. Tutto il secolo scorso, tranne nel periodo fascista,  i comunisti e i socialisti erano rappresentati in Parlamento, era stata una costante. Per certi versi scompare anche la centralità del voto cattolico. Il partito che più direttamente si richiamava ai vertici della chiesa è diventato marginale. Del resto anche la campagna elettorale della Sinistra L'Arcobaleno nasce da un rifiuto e trova una coesione solo parziale tra Rifondazione e Comunisti Italiani".  
 
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