Ci sono libri che raccolgono gli atti di un incontro e libri che, partendo da un incontro, costruiscono un problema storico. Forum sulle stragi in Italia. Gli anni settanta e ottanta, a cura di Giovanna Corradini, appartiene alla seconda categoria. Il volume nasce dal lavoro del “Forum sulle stragi in Italia” e raccoglie interventi, analisi, testimonianze, documenti e materiali iconografici, ma la sua ambizione non è semplicemente quella di conservare la memoria degli appuntamenti che lo hanno preceduto. È piuttosto quella di interrogare, attraverso punti di vista diversi, alcuni nodi ancora aperti della storia repubblicana.
La struttura del libro rende evidente questa impostazione. Alle relazioni storiche di Carlo Ruta, Giuseppe Lumia, Miguel Gotor, Claudio Fava e Stefania Limiti seguono un ampio esame storico-antropologico della violenza, testimonianze e rapporti, un dossier dedicato agli anni Ottanta, una sezione di messaggi e adesioni al Forum e infine una consistente documentazione iconografica tratta dall’Archivio storico di Carlo Ruta. Non c’è dunque una sola chiave di lettura, ma un confronto tra storia, esperienza istituzionale, inchiesta parlamentare, giornalismo, analisi documentaria e testimonianza.
Il filo conduttore più evidente è tuttavia quello proposto da Carlo Ruta. Il suo saggio, La trasformazione e la meccanica della violenza in Italia dal dopoguerra agli anni ottanta, non si limita infatti a ricostruire una successione di stragi e di episodi criminali. Cerca di osservare la violenza come fenomeno storico mutevole: come risorsa, linguaggio, rapporto di potere e, progressivamente, come meccanismo capace di modificare non soltanto i comportamenti ma anche la percezione della realtà.
È questo, in fondo, il nucleo più originale del volume. Ruta parte dal dopoguerra e dalla ricostruzione del monopolio statale della forza, attraversa i conflitti sociali, la violenza privata e le forme meridionali della faida, arriva alla politicizzazione degli anni Settanta e quindi osserva la trasformazione del quadro negli anni Ottanta. Il passaggio decisivo non viene individuato semplicemente nell’aumento o nella diminuzione della violenza, ma nel mutamento della sua struttura e della sua funzione.
Da questo punto di vista il saggio propone una lettura longitudinale che mette in relazione fenomeni spesso studiati separatamente: conflitto sociale, criminalità organizzata, terrorismo politico, trasformazioni urbane, cultura del consumo, apparati dello Stato, magistratura, informazione e produzione della memoria. La distinzione tra una violenza degli anni Settanta più spettacolare, fondata anche sulla visibilità dell’atto, e una violenza degli anni Ottanta più reticolare e opaca costituisce il passaggio interpretativo centrale. Nel secondo caso la violenza può non manifestarsi soltanto attraverso l’esplosione dell’evento, ma attraverso il depistaggio, la frammentazione delle conoscenze, l’occultamento, la manipolazione delle informazioni e la difficoltà stessa di ricostruire ciò che è accaduto.
È qui che emerge la categoria proposta da Ruta della “violenza dell’occultamento”. Non una categoria giuridica, ma uno strumento storico-antropologico per interrogare una forma di violenza che agisce anche dopo l’evento, sul terreno della conoscenza. La strage non produce più soltanto vittime e paura: può produrre anche versioni concorrenti, silenzi, cancellazioni, incertezze e una progressiva difficoltà collettiva a stabilire una relazione condivisa tra fatto, responsabilità e memoria. Il caso di Ustica assume, in questa prospettiva, un valore paradigmatico. Il saggio non propone quindi una semplice prosecuzione della storia della “strategia della tensione”, ma cerca di individuare una trasformazione della meccanica del potere e della violenza.
Gli altri contributi impediscono però che questa lettura diventi una costruzione isolata. Giuseppe Lumia porta nel libro la lunga esperienza delle inchieste istituzionali e della Commissione parlamentare antimafia, interrogandosi sui limiti degli strumenti di accertamento delle responsabilità e sulla necessità di rendere più efficace il rapporto tra istituzioni, documenti e verità storica. Miguel Gotor entra nel laboratorio delle carte di Aldo Moro, soffermandosi sul memoriale della prigionia e soprattutto sulla natura lacunosa e censurata delle fonti: anche ciò che manca a un documento può diventare, per lo storico, un problema da interpretare.
Claudio Fava sposta lo sguardo sulle stragi del 1992 e sulla necessità di una chiave di lettura complessa, mentre Stefania Limiti ricostruisce il quadro politico e sociale degli anni Ottanta. Il loro contributo ha anche una funzione strutturale importante: permette al volume di affacciarsi sul decennio successivo senza costringere il saggio centrale di Ruta a oltrepassare il limite cronologico degli anni Ottanta. Il libro può così chiudere un ciclo e, nello stesso tempo, preparare il terreno per una prosecuzione dedicata agli anni Novanta.
Una seconda anima del volume è rappresentata dalle testimonianze e dai rapporti. Giuseppe Varnier torna sulla figura di Pasolini; Gianluca Floridia riflette sull’esperienza del Forum; Corrado De Fecondo affronta Ustica e le tecniche del depistaggio; Giuseppe Iuvara ricostruisce l’evoluzione dell’attività medico-legale nell’identificazione delle vittime delle stragi. Sono contributi diversi per metodo e linguaggio, ma proprio questa diversità rafforza l’impianto complessivo del libro.
Particolarmente significativa è poi la sezione dedicata agli anni Ottanta, costruita attorno a materiali risalenti al 1984-1985. Al centro si trova un testo di Amato Lamberti sull’informazione relativa alla camorra nei quotidiani campani, un documento di grande interesse anche perché considera l’informazione non come semplice trasmissione di fatti, ma come produzione e socializzazione di schemi attraverso i quali la società interpreta la realtà.
Attorno a Lamberti il dossier raccoglie le voci di Roger Cohn, Franco Zecchin, Maria Pia Durante e Francesco Tassone. Ne emerge un osservatorio composito sul Mezzogiorno: la mafia vista anche attraverso lo sguardo esterno del giornalista straniero, la violenza quotidiana fotografata dal reporter, i meccanismi della criminalità urbana e il rapporto tra informazione, ‘ndrangheta e potere. Sono documenti che, rimasti indisponibili per decenni, acquistano oggi un valore ulteriore proprio perché permettono di confrontare la rappresentazione contemporanea degli anni Ottanta con la successiva elaborazione storiografica.
Infine, il volume presenta un corredo iconografico che non ha una funzione ornamentale. Manifesti, volantini, ciclostilati, fotografie e altri materiali dell’Archivio storico di Carlo Ruta sono proposti come vere e proprie fonti storiche. Attraverso di essi è possibile osservare non soltanto ciò che gli attori politici e sociali sostenevano, ma anche il linguaggio delle contrapposizioni, le paure, le aspettative, le forme della propaganda e le rappresentazioni della violenza nel loro stesso tempo storico. La sezione non pretende di sostituire le fonti giudiziarie o istituzionali: le affianca, restituendo alla ricerca quella dimensione materiale e visiva che spesso si perde nelle ricostruzioni a posteriori.
In questo senso anche la documentazione finale diventa parte dell’argomentazione del libro. Il lettore passa dai testi degli storici e degli osservatori ai materiali attraverso cui una società ha rappresentato se stessa, i propri conflitti e le proprie paure. È un passaggio particolarmente coerente con l’impostazione di fondo del volume: studiare la violenza significa anche studiare i modi attraverso i quali essa viene percepita, raccontata, occultata, contestata e infine consegnata alla memoria.
Il risultato è dunque qualcosa di più di un volume di atti. È un libro-documento, nel quale il Forum diventa progressivamente un laboratorio di ricerca: non una voce unica, ma un luogo nel quale esperienze diverse possono essere messe in relazione. E il problema della violenza, assunto come categoria storica e antropologica, consente di attraversare quasi quarant’anni della Repubblica italiana senza ridurli a una semplice successione di stragi.
Il valore principale dell’opera sta forse proprio qui: nel tentativo di spostare la domanda dal solo “chi ha compiuto la violenza?” al più ampio “come si è trasformata la violenza, quali rapporti di potere ha espresso e quali forme ha assunto il suo racconto?”. È una domanda che non chiude la storia delle stragi. Al contrario, la riapre sul terreno della ricerca.
Di Maurizio Cirignotta
Il libro: Forum sulle stragi in Italia, a cura di Giovanna Corradini. Analisi e relazioni storiche di Carlo Ruta, Giuseppe Lumia, Miguel Gotor, Claudio Fava, Stefania Limiti. Forum/Documenti, ottobre 2026, pp.260.
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