Cerca nel blog
giovedì 10 ottobre 2019
Attentato sinagoga in Germania. Dramma del terrorismo nostrano
lunedì 19 dicembre 2016
Attentato a BERLINO. Una altro camion contro la folla. 9 morti, 50 feriti, il primo bilancio di sangue

BERLINO, 19 dicembre 2016 - L'attacco è accaduto intorno alle 20.15 nei pressi della Kurfuerstendamm Avenue, vicino alla chiesa intitolata al Kaiser Guglielmo, nella parte occidentale della città, zona commerciale e affollata nel quartiere di Charlottemburg.
La zona ora è blindatissima. Secondo la tv tedesca Ard e il Berliner Morgenpost che citano una fonte di polizia, gli attentatori a bordo del camion erano due.
Uno è stato trovato morto all'interno del tir, schiacciato dall'impatto con la folla, l'altro sarebbe saltato fuori e fuggito a piedi in direzione del Tiergarten, lo zoo, ma è stato arrestato.
Ancora un'altra corsa folle tra le persone che passeggiavano nel mercatino di Natale di Berlino.
I morti investiti da un lungo tir nero, simile a quello della strage di Nizza, sono nove.
La Stampa tedesca parla di almeno una cinquantina di feriti, ma il bilancio è provvisorio.
martedì 9 agosto 2016
Stadio Olimpico: barriere rimaste e maggiori controlli. Il malumore della Curva Sud. La questione sicurezza in tempi di terrorismo. I sogni di un inguaribile romantico utopista
Tutto ciò sta suscitando reazioni di rabbia e scontendo da parte dei tifosi della Curva Sud.
Però, a me sembra che gran parte di queste misure siano ormai davvero una necessità per la nostra maggiore sicurezza.
Un'esigenza ancora più sentita, quando in ogni momento ci potrebbe essere una strage terroristica.
Il calcio, come sappiamo, è non solo uno degli eventi pubblici che raccolgono il maggior numero di persone in un solo momento e luogo, ma è anche uno degli eventi a maggior esposizione mediatica e in diretta televisiva.
Tutto questo mi fa temere che gli stadi possano diventare bersaglio di attentati.
Sinceramente non credo che riuscirò più ad andare allo stadio solo pensando alla gioia di sgolarmi per la Roma e abbracciare la prima persona che mi trovo accanto al momento dell'esultare.
Ormai, purtroppo, non potrò più andare allo stadio senza pensare che, in effetti, il rischio c'è, è inutile nasconderselo.
Posso pure cercare di non pensarci, ma so bene che queste cose non succedono "solo agli altri".
Detto questo, capisco il malumore della Curva, ma ormai il mio desiderio sarebbe che la Curva assumesse un nuovo atteggiamento, più maturo e anche più intelligente rispetto a certe misure come le barriere che a tutti sembrano esplicitamente vessatorie perchè non si comprende quale maggiore sicurezza dovrebbero garantire.
Mi piacerebbe una Curva che, nonostante tutto, i rospi ingogliati, non si arrendesse e non perdesse la passione di tornare a fare quello che sa fare meglio: tifare per 90° per la "Maggica", guidando e incitando il tifo di tutto il resto dello stadio.
Mi piacerebbe un tifoso romanista, della Curva o meno, che io possa vedere davvero come un fratello e di cui mi possa fidare non solo perché amiamo la stessa squadra ma anche perchè ci proteggeremo a vicenda, guardandoci attorno con attenzione per controllare che non ci siano persone nuove e sconosciute, atteggiamenti sospetti, strani movimenti, eventuali pericoli.
Un tifoso, quindi che possa diventare il primo tutore della sicurezza nello stadio.
Lo so, io sono un inguaribile romantico utopista...
Ma sarebbe anche bello che allo stadio si potesse andare senza alcun timore di scontri contro le tifoserie avversarie.

E in questo Roma e Napoli, romanisti e napoletani, potrebbero fare tantissimo per restituire un giusto clima di festa in occasione delle partite.
Romanisti e napoletani hanno in comune moltissime cose, in primis il loro viscerale amore per le rispettive squadre, sempre e comunque e al di là di qualsiasi risultato.
Romanisti e napoletani hanno espresso momenti memorabili del miglior tifo a sostegno delle proprie squadre.
E’ davvero un peccato che, per colpa di una minoranza di delinquenti, imbecilli, facinorosi, siamo ridotti a doverci guardare in cagnesco.
Come se il tifoso avversario fosse un nemico di guerra, verso cui nutrire un odio che sarebbe invece meglio indirizzare verso i terroristi.
Anche perché alla fine della partita, romanisti, napoletani, juventini ecc, torniamo tutti dalle nostre famiglie e dai nostri cari.
E il giorno dopo andiamo tutti a lavorare o studiare, ognuno con i suoi problemi.
Sono un inguaribile romantico utopista…
Lasciatemi sognare un mondo migliore che inizia anche da cose “minori” come il tifo nel calcio.
lunedì 18 luglio 2016
Chi sono i terroristi 'islamici'. Olivier Roy (le Monde): "Quella dei jihadisti è una rivolta generazionale e nichilista. Non è una radicalizzazione dell’Islam, ma un’islamizzazione del radicalismo".
| La manifestazione nazionale Non in mio nome, organizzata a Roma il 21 novembre 2015 dalle comunità musulmane per condannare gli attacchi di Parigi. (Giuseppe Ciccia, Pacific Press/LightRocket/Getty Images) |
Non è una radicalizzazione dell’Islam, ma un’islamizzazione del radicalismo.
I terroristi non sono l’espressione di una radicalizzazione della popolazione musulmana, ma il prodotto di una rivolta generazionale.
Quella dei jihadisti è una rivolta generazionale e nichilista
La collaborazione tra questi giovani e l’Is è semplicemente una questione di opportunità. Gli stessi giovani si erano legati ad Al Qaeda e prima ancora al Gia algerino, o avevano seguito un nomadismo jihadista individuale tra Afghanistan, Bosnia e Cecenia. Domani combatteranno per un’altra bandiera, a meno che la morte in battaglia, la vecchiaia o la disillusione non svuotino i loro ranghi, un po’ come è accaduto all’estrema sinistra degli anni settanta.
Il dato fondamentale è che non esiste una terza, quarta o ennesima generazione di jihadisti. Dal 1996 siamo alle prese con la stabile radicalizzazione di due categorie di giovani: i francesi di seconda generazione e i convertiti. Il problema fondamentale per la Francia non è il califfato siriano, che presto o tardi evaporerà come un miraggio, ma la rivolta dei giovani. Per questo dobbiamo capire se questi ragazzi sono l’avanguardia di una guerra imminente o solo le scorie di un borborigmo della storia.
La seconda insiste sulla sofferenza postcoloniale, sull’identificazione dei giovani con la causa palestinese, sul loro rifiuto degli interventi occidentali in Medio Oriente e sulla loro esclusione da una società francese razzista e islamofoba, e da lì il solito ritornello: finché non risolveremo il conflitto israelo-palestiense la rivolta andrà avanti. Ma entrambe le spiegazioni presentano lo stesso problema. Se le cause della radicalizzazione sono strutturali, allora perché il fenomeno colpisce solo una parte minima e molto circoscritta dei musulmani francesi?
Quasi tutti i jihadisti francesi appartengono a due categorie: i francesi di seconda generazione nati in Francia o arrivati quando erano bambini e i convertiti, che già nel 1990 costituivano il 25 per cento degli estremisti e che continuano ad aumentare. Questo significa che tra gli estremisti non esiste una prima generazione, ma soprattutto non esiste una terza generazione. Gli immigrati marocchini degli anni settanta sono già diventati nonni, ma non troviamo i loro nipoti tra i terroristi.
Perché i convertiti, che non sono mai stati vittime del razzismo, vogliono improvvisamente vendicare l’umiliazione subita dai musulmani? Teniamo presente che molti convertiti vengono dalle campagne francesi e hanno pochi motivi per identificarsi con una comunità musulmana che per loro ha un’esistenza quasi esclusivamente virtuale. In altre parole, questa non è la rivolta dell’islam o dei musulmani, ma un problema che riguarda due categorie di giovani. Non è una radicalizzazione dell’islam, ma un’islamizzazione del radicalismo.
Cos’hanno in comune i ragazzi della seconda generazione e i convertiti? La loro è prima di tutto una rivolta generazionale. Entrambe le categorie hanno rotto i ponti con i loro genitori e con tutto ciò che rappresentano in termini di cultura e religione. I francesi di seconda generazione non aderiscono all’islam dei loro genitori. Sono occidentalizzati e parlano francese perfettamente. Hanno condiviso la cultura giovanile della loro generazione, hanno bevuto alcol, fumato hashish, rimorchiato ragazze. Molti di loro sono stati almeno una volta in prigione, e poi un bel mattino si sono (ri)convertiti scegliendo l’islam salafita, ovvero un islam che rifiuta il concetto di cultura, un islam della regola che gli permette di ricostruirsi da sé. Non vogliono la cultura dei genitori e nemmeno una cultura “occidentale”, che ormai è il simbolo del loro odio verso se stessi.
La chiave della rivolta è la mancata trasmissione di una religione culturalmente integrata. Questo problema non riguarda né i francesi di prima generazione, portatori della cultura islamica del paese d’origine ma incapaci di trasmetterla ai figli, né quelli di terza generazione, che parlano francese con i genitori e grazie a loro hanno una grande familiarità con le modalità di espressione dell’islam nella società francese. Se all’interno dei movimenti radicali troviamo meno turchi e più magrebini è perché per i primi la transizione è stata assicurata dallo stato turco, che ha garantito la trasmissione culturale inviando istitutori e imam.
Improvvisamente – ed è questa la grande differenza con il caso dei giovani palestinesi che partecipano alle diverse forme di intifada – i genitori musulmani degli estremisti francesi non capiscono più la rivolta dei loro figli. Come i genitori dei convertiti, anche loro cercano sempre più spesso di frenare la radicalizzazione dei figli: chiamano la polizia, vanno in Turchia a recuperarli, temono che i fratelli maggiori possano trascinare i più piccoli. In questo senso, lungi dall’essere il simbolo di una radicalizzazione della popolazione musulmana, i jihadisti creano e alimentano una frattura generazionale, spaccando in due le famiglie.
I jihadisti finiscono così emarginati anche dalle comunità musulmane. È significativo che gli attentatori non abbiamo quasi mai un passato religioso. Gli articoli di giornale che raccontano la loro storia sono tutti incredibilmente simili. I conoscenti dei terroristi si dicono sempre stupiti: “Non capiamo, era una persona gentile (o un piccolo delinquente), non era un musulmano praticante, beveva, fumava spinelli e frequentava le ragazze. Poi è cambiato, si è lasciato crescere la barba e ha cominciato a parlare di religione”.
È inutile parlare della taqiyya (dissimulazione) perché una volta “rinati” questi ragazzi non si nascondono e manifestano le loro nuove convinzioni anche su Facebook. Esibiscono la loro nuova personalità onnipotente, la loro voglia di rivincita, l’esaltazione che deriva dalla volontà di uccidere e la fascinazione per la propria morte. La violenza a cui aderiscono è una violenza moderna. Uccidono come gli autori delle stragi statunitensi e come Anders Breivik, a sangue freddo. In loro il nichilismo e l’orgoglio sono profondamente interconnessi.
Questo individualismo forsennato si ritrova nel loro isolamento rispetto alle comunità musulmane. Pochi frequentano una moschea e i loro imam sono spesso autoproclamati. La loro radicalizzazione si sviluppa attorno a immagini di eroi, alla violenza e alla morte, non alla sharia o all’utopia. In Siria vanno solo per combattere, nessuno di loro si integra o si interessa alla società civile. Sono più nichilisti che utopisti.
Alcuni sono passati dal Tabligh (società di predicazione musulmana fondamentalista), ma nessuno ha mai frequentato i Fratelli musulmani o militato in un movimento politico filopalestinese. Nessuno si è impegnato nella sua comunità consegnando i pasti alla fine del Ramadan o pregando nelle moschee e nelle strade. Nessuno ha condotto studi religiosi approfonditi. Nessuno si interessa di teologia, nemmeno alla natura del jihad o dello Stato islamico.
Come se radicalizzare i fratelli (e le sorelle) fosse un modo per sottolineare la dimensione generazionale e la rottura con i genitori. La cellula si sforza di creare legami affettivi tra i suoi componenti, che spesso sposano la sorella di un compagno d’armi. Le cellule jihadiste non somigliano a quelle dei movimenti radicali d’ispirazione marxista o nazionalista (Fln algerino, Ira o Eta): essendo fondate su legami personali, sono più impermeabili all’infiltrazione.
I terroristi non sono l’espressione di una radicalizzazione della popolazione musulmana, ma il prodotto di una rivolta generazionale che coinvolge una categoria precisa di giovani. Ma perché scelgono l’islam? Per i ragazzi della seconda generazione il motivo è evidente: rielaborano un’identità che ai loro occhi è stata compromessa dai genitori e si convincono di essere “più musulmani dei musulmani”, in particolare dei padri. Le energie che dedicano ai vani tentativi di riconvertire i genitori sono eloquenti e al tempo stesso mostrano fino che punto si trovano ormai su un altro pianeta. Quanto ai convertiti, scelgono l’islam perché sul mercato della rivolta radicale non c’è altro. Entrare nell’Is significa avere la certezza di poter seminare il terrore.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
Questo articolo è apparso la prima volta su Le Monde. Clicca qui per vedere l’originale. È stato pubblicato il 27 novembre 2015 a pagina 47 di Internazionale, con il titolo “L’islam è un pretesto”. Compra questo numero| Abbonati
lunedì 4 luglio 2016
Un eroe nella strage di Dacca. Bengalese si rifiuta di abbandonare le amiche e viene trucidato insieme a loro
Dacca, commando 'grazia' studente musulmano ma lui rifiuta di lasciare amiche: ucciso.
Un gesto che, senza neanche troppo cinismo, si potrebbe definire inutile perché non è servito a nulla.
Faraaz Hossain non si è piegato di fronte alla crudele barbarie di chi ha in disprezzo la vita di ogni essere umano a cominciare dalla propria.
No, il suo gesto non ha salvato vite umane.
Ma ha salvato l'Umanità dell'uomo.
Qualcosa di molto di più di un semplice valore.
Un principio ontologico della nostra esistenza che è tanto più necessario rivendicare proprio di fronte a tanta crudele barbarie che non potrà mai essere giustificata in nome di nessuna religione o qualsivoglia ideologia.
Faraaz Hossain è un eroe di cui onorare la memoria.
sabato 14 novembre 2015
Pace in Terra agli Uomini di buona volontà
Un Mondo migliore è possibile e dipende da ciascuno di noi. Ogni giorno.
Se lo possiamo immaginare, lo possiamo anche realizzare.
mercoledì 9 aprile 2008
Russia: Servizi segreti Vs ONG
IL COMUNICATO STAMPA
SU MODERATAMENTE.COM
Russia: Servizi segreti Vs ONG
"Per le Organizzazioni non governative che operano in Russia si prospettano tempi più che mai difficili: il capo del Servizio federale di sicurezza (Fsb) Nikolaj Patrushev ha detto che i terroristi internazionali e gli estremisti religiosi possono contare sull'aiuto di certe ONG straniere nella fase di reclutamento, senza però specificare quali sono le organizzazioni sotto accusa".
E' quanto si legge nell'articolo di Pietro Fiocchi, pubblicato sulla rivista online 'Moderatamente.com' diretta da Francesco Sanseverino. "Secondo Patrushev gli emissari dei gruppi terroristici o di estremismo religioso fanno nuovi adepti con il lavaggio del cervello, facendo leva soprattutto sui problemi sociali ed economici".
"A parte la presunta o reale ingerenza negli affari interni da parte di governi stranieri, si avverte in Russia la costante minaccia del terrorismo. Già una settimana fa il capo del Fsb aveva denunciato il tentativo dell'organizzazione internazionale Hizb ut Tahrir (Partito di Liberazione), che le autorità di Mosca considerano terroristica, ma tale non la reputano quelle di Washington, di spostare le proprie operazioni verso la Russia. L'allarme è stato dato anche a proposito del Movimento islamico dell'Uzbekistan".
domenica 16 settembre 2007
Ecco come i terroristi di Al-Qaeda mettono i loro comunicati su Internet
Uno strumento insidioso e di immediata accessibilità è Internet, utilizzato a piene mani da sedicenti gruppi armati per diramare i loro messaggi, inserire video, annunciare imminenti attacchi.
Ma la Rete non serve solo per diffondere minacce o rivendicare atti terroristici. Il potere ammaliante del Web serve anche per fare proseliti nel mondo.
Capire il terrorismo oggi, dunque, significa comprendere come i principali movimenti terroristici utilizzano Internet.
Le notizie che leggiamo giornalmente riportano sempre l'ultimo anello della catena terroristica.
Ossia un video su un sito, una rivendicazione su un forum, un sito terroristico che invia minacce.
Non si entra però mai nel merito dei vari dettagli su come, per esempio, un comunicato arrivi materialmente su Internet, come la presenza di un video o comunicato venga promossa on line.
Postato su IL COMUNICATO STAMPA il 9/16/2007 12:16:00 PM
domenica 31 dicembre 2006
Autobomba a Madrid: due dispersi Zapatero: "Stop al dialogo di pace"
La deflagrazione è avvenuta intorno alle 9. Lo scoppio ha mandato in frantumi molti vetri; i passeggeri sono stati condotti sulle piste.
Quanto alla chiamata per avvertire dell'autobomba, è arrivata intorno alle 8: l'uomo al telefono ha parlato di un furgone carico di esplosivo che sarebbe saltato in aria alle 9,30. I separatisti baschi dell'Eta spesso in passato hanno comunicato in anticipo proprio alla Dya i loro attacchi.
L'organizzazione aveva dichiarato il cessate il fuoco, la rinuncia a compiere azioni violente, lo scorso marzo, dopo quarant'anni di lotta armata - con un bilancio complessivo di oltre ottocento vittime. Il primo ministro spagnolo, José Luis Zapatero, aveva annunciato in giugno l'avvio di un processo di pace con l'Eta. In novembre, però, i militanti baschi avevano denunciato lo stallo delle trattative.
E oggi, dopo questo nuovo attentato, l'Associazione famiglie delle vittime del terrorismo (Avt) ha chiesto a Zapatero di sospendere il processo di pace; il presidente della Avt, Francisco Alcaraz, ha detto che è necessaria immediatamente "una forte risposta" del governo. Una richiesta che ha trovato subito una risposta: il ministro dell'Interno, Alfredo Perez Rubalcaba, ha detto che l'attentato di oggi a Madrid "interrompe la tregua".
Proprio ieri, il premier - tornato oggi dalle vacanze, dopo aver saputo dell'autobomba - aveva difeso la scelta del negoziato, sbilanciandosi sul sul esito positivo: la situazione "è migliore con un cessate il fuoco permanente rispetto a quando le bombe esplodevano, come un anno fa", aveva detto, "e migliorerà ancora l'anno prossimo". Purtroppo, i fatti lo hanno smentito.
Origine: Repubblica
Disclaimer
Il CorrieredelWeb.it è un periodico telematico nato sul finire dell’Anno Duemila su iniziativa di Andrea Pietrarota, sociologo della comunicazione, public reporter e giornalista pubblicista, insignito dell’onorificenza del titolo di Cavaliere al merito della Repubblica Italiana.
Il magazine non ha fini di lucro e i contenuti vengono prodotti al di fuori delle tradizionali Industrie dell'Editoria o dell'Intrattenimento, coinvolgendo ogni settore della Società dell'Informazione, fino a giungere agli stessi utilizzatori di Internet, che così divengono contemporaneamente produttori e fruitori delle informazioni diffuse in Rete.
Da qui l’ambizione ad essere una piena espressione dell'Art. 21 della Costituzione Italiana.
Il CorrieredelWeb.it oggi è un allegato della Testata Registrata AlternativaSostenibile.it iscritta al n. 1088 del Registro della Stampa del Tribunale di Lecce il 15/04/2011 (Direttore Responsabile: Andrea Pietrarota).
Tuttavia, non avendo una periodicità predefinita non è da considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n.62 del 07/03/2001.
L’autore non ha alcuna responsabilità per quanto riguarda qualità e correttezza dei contenuti inseriti da terze persone, ma si riserva la facoltà di rimuovere prontamente contenuti protetti da copyright o ritenuti offensivi, lesivi o contrari al buon costume.
Le immagini e foto pubblicate sono in larga parte strettamente collegate agli argomenti e alle istituzioni o imprese di cui si scrive.
Alcune fotografie possono provenire da Internet, e quindi essere state valutate di pubblico dominio.
Eventuali detentori di diritti d'autore non avranno che da segnalarlo via email alla redazione, che provvederà all'immediata rimozione oppure alla citazione della fonte, a seconda di quanto richiesto.
Per contattare la redazione basta scrivere un messaggio nell'apposito modulo di contatto, posizionato in fondo a questa pagina.




