Mentre l’amministrazione americana si dimena attorno a scelte geopolitiche che tendono a ribadire la presenza nell’area medio orientale, il conflitto vede una pausa strategica dovuta alla fine delle riserve di Patriot, missili strategici che hanno bisogno di tempo per essere costruiti viste le sue complessità tecnologiche a lungo raggio. La parte medio orientale sebbene abbia provocato una crisi Globale legata alle riserve di petrolio che percorrono Hormuz e tutte le vie collegate anche al mar Rosso continua ad essere fonte di accordi strategici e geopolitici per l’America che sembra essere indifferente a quello che succede nel mondo. L’ultimo in termini di tempo è certamente il patto sul nucleare con l’Arabia Saudita.
Per l’America un accordo storico come definito dalla stampa internazionale che prevede una collaborazione attiva nello sviluppo di un programma nucleare civile. L’intesa, trentennale, sarebbe concepita per soddisfare il “fabbisogno energetico” del Regno per la produzione di elettricità, consentendo così alle autorità saudite di incrementare le vendite di petrolio e liberando maggiori quantità per l’esportazione. L’accordo 123 – “123 Agreements” in inglese – renderebbe le aziende americane centrali nello sviluppo delle infrastrutture nucleari del paese, impedendo al contempo a concorrenti come Cina e Russia di affermarsi sul mercato saudita.
A siglarlo il segretario statunitense all’Energia, Chris Wright, e il suo omologo saudita, principe Abdulaziz bin Salman. La sottoscrizione dell’accordo ha naturalmente le gambe corte in quanto sembra essere un vero ‘programma militare visto anche che il tema della sicurezza base dell’accordo non è stato reso pubblico. Facile capire come Riad si sia venduta miseramente per dare uno schiaffo morale ai cugini Mussulmani Iraniani che oggi hanno la tecnologia ma gli viene negata da una guerra voluta da Israele nell’ambito di un processo di demonizzazione geopolitica dell’area ostile. L’accordo inoltre vede dietro l’angolo il riconoscimento di Israele pubblico da parte di Riad come dichiarato apertamente da Trump ed il riconoscimento pubblico degli accordi di Abramo.
Al momento l’accordo deve affrontare lo scrutinio del Congresso, dove non tutti i legislatori ne sono entusiasti. I parlamentari avranno 90 giorni di sessione per sollevare obiezioni, ma difficilmente troveranno la maggioranza dei due terzi necessaria a superare un eventuale veto presidenziale. Il congresso inoltre in tal senso ha ribadito il suo no per la seconda volta alla guerra in Iran e questo la dice tutta sulla eventuale scusa dei Patriot.
Il processo di arricchimento dell’uranio che costituisce la parte centrale dell’accordo ha molte falle identificative e non autorizza un trasferimento immediato delle tecnologie di arricchimento o di riprocessamento del combustibile esaurito, ma apre un percorso legale attraverso cui queste attività potrebbero essere consentite al termine di uno studio congiunto della durata di due anni, volto a stabilire se l’arricchimento in territorio saudita sia praticabile e commercialmente sostenibile. A far discutere anche un’intesa che taglia fuori gli emirati arabi Uniti che dovrebbero rinunciare all’accordo del 2009.
La geopolitica americana ed il ritorno agli accordi di Abramo sembrano essere alla base dell’accordo sul nucleare. Uno scongelamento che dopo L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza avevano perso la sua normalizzazione: Riad almeno dalle sue dichiarazioni ha da tempo affermato di non voler aderire agli accordi di Abramo senza un processo che veda la creazione di uno stato palestinese. Contraddizioni diplomatiche che si appalesano con il chiaro avvicinamento di Riad a Israele. Una crisi umanitaria quella di Gaza che ad oggi non vede la luce di una risoluzione ed il cessate il fuoco permane in vigore solo sulla carta.
Naturalmente notare che l’ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu abbia accolto con favore l’accordo definendolo un’eventuale adesione saudita agli Accordi “un balzo storico per la pace in Medio Oriente” risulta prematuro visto che Netanyahu stesso ha finora escluso concessioni sulla statualità palestinese, rendendo la quadratura del cerchio tutt’altro che scontata.
La logica di Trump vacilla nella considerazione che qualcosa di machiavellico ci sia dietro l’accordo ed in tal senso si capisce dove la nuova amministrazione vuole dirigere il sacco dell’uranio arricchito già presente in Iran e oggetto di ampie divergenze dell’accordo in 14 punti svizzero. Il pericolo che tale Uranio possa andare alla Russia o alla Cina viene così sventato. Ma l’area ha altri attori che vogliono utilizzare il nucleare e che si sono visti traditi dall’accordo in quanto avrebbero preteso lo stesso trattamenti vedi Turchia ed Egitto.
L’allargamento di una corsa al ribasso sugli standard di sicurezza nucleare nella regione è dietro l’angolo e rappresenta fonte di rivendicazioni geopolitiche non indifferenti con il pericolo di alimentare crisi gravissime con allargamento mondiale del conflitto in essere. La Cnn con Stephen Collinson ha dato in tal senso una scrittura logica a tutte le attività di Trump che attua una strategia al momento senza pensare alle eventuali conseguenze nel lungo termine. Il compito di negoziare un accordo sul nucleare con l’Iran era già di per sé insidioso. L’amministrazione potrebbe averlo reso molto più difficile accettando un accordo con i sauditi che porterà l’Iran a richiedere privilegi simili in materia di arricchimento dell’uranio a meno che questo gli venga tolto come da idea dell’amministrazione Trump. Scommettendo su una nuova fonte di instabilità in una regione già incendiata, “il presidente conferma la propria propensione al rischio geopolitico – sostiene Collins – proprio mentre la scommessa precedente, quella sull’Iran, sembra sfuggirgli di mano”.
La geopolitica in medio oriente oggi parla di Siria e dell’importanza logistica per i commerci di terra e i nuovi oleodotti che partono anche dai paesi del golfo e vengono reindirizzati verso i porti di Baniyas, Tartus e Latakia e i corridoi terrestri potrebbero integrarsi con IMEC, Development Road e le reti turche, trasformando il Paese in uno dei principali nodi logistici ed energetici del Mediterraneo orientale.
La caduta del regime siriano ha provocato una vera rivoluzione geopolitica dell’area trasformando il Paese da baricentro dell'asse terrestre iraniano (Iran-Iraq-Siria-Libano) a piattaforma logistica proiettata verso l'Arabia Saudita, gli Emirati, la Turchia ed Europa. Al centro di questa transizione si colloca la riattivazione dell'oleodotto Kirkuk-Baniyas, un progetto miliardario sostenuto da Washington e dalle multinazionali americane ed europee (Chevron, ConocoPhillips e BP) per alimentare il terminale di Baniyas e quello turco di Ceyhan, offrendo un aggiramento permanente dello Stretto di Hormuz contro le minacce iraniane (missili, mine e sequestri). In questo contesto si denota l’importanza strategica della Turchia che promuove la propria Development Road (dal porto iracheno di al-Faw) e lavora a una ferrovia trans-siriana (finanziata da Ankara e Riyadh) per proporsi come porta d'Europa in concorrenza con Haifa.
In tal senso Hormuz perde il suo potere logistico, la nuova leadership (Ex Isis) ha chiuso il corridoio iraniano, riaperto i valichi e aperto i porti ai privati. Hezbollah ha ammesso in tal senso la perdita della rotta siriana, e i documenti dell'ambasciata iraniana che stimavano la ricostruzione in centinaia di miliardi sono stati vanificati dall'ingresso dei capitali del Golfo, turchi e occidentali lungo le stesse rotte.
La guerra in Iran perde la sua verve politica e manifesta dopo 5 mesi una realtà che non si è dimostrata una breve spedizione come Trump aveva inizialmente promesso. Sono morti 18 soldati americani e 500 sono stati feriti secondo nota del pentagono. Le cifre ufficiali del Pentagono sono contestate dalle fonti iraniane dell’IRGC che affermano che sono stati uccisi oltre 200 soldati americani e miliardi di dollari sono andati in fumo in infrastrutture logistiche e belliche. La tendenza è inequivocabile: la guerra è diventata più sanguinosa, non più "pulita". Gli americani secondo un sondaggio di luglio di Reuters/Ipsos ha rilevato che solo il 37% è favorevole agli attacchi americani all'Iran, e la metà degli intervistati ritiene che la guerra "non valga i costi". Un sondaggio di Fox News ha rilevato che il 56% si oppone all'intervento militare americano, e il 66% disapprova la gestione del conflitto da parte di Trump. La popolazione americana non è interessata a un'isteria di guerra totale, vuole uscirne.
A questo segue la notizia sui Patriot con l’annuncio di Trump di una rinuncia ad ampliare l’operazione militare contro l’Iran dopo gli avvertimenti dei suoi consiglieri, secondo il NYT. Una delle principali ragioni è stata la rapida diminuzione delle scorte di missili intercettori Patriot e di altri sistemi di difesa aerea statunitensi in Medio Oriente. Il presidente del Comitato congiunto degli Stati maggiori, il generale Dan Kaine, ha avvertito che la ripresa di attacchi su larga scala contro l'Iran è possibile, ma ciò potrebbe esaurire gravemente le scorte di intercettori necessarie per proteggere le basi americane nella regione.
Inoltre, la Casa Bianca teme un'ulteriore escalation del conflitto, un peggioramento delle relazioni con gli alleati nel Golfo Persico, un aumento dei prezzi dell'energia, nuove conseguenze economiche ed una nuova crisi migratoria. Alle dichiarazioni di Trump hanno fatto eco le dichiarazioni Iraniane attraverso il portavoce Mohammad Akraminia, che ha dichiarato che Teheran ha interrotto gli attacchi contro le basi militari americane e gli obiettivi degli alleati degli Stati Uniti nel Golfo Persico, in seguito alla cessazione degli attacchi da parte di Washington.
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