Di Elisabetta Bagli
Nel panorama letterario contemporaneo, Maria Pia Selvaggio emerge come una delle voci più originali e vitali, capace di incarnare in modo organico, consapevole e compiuto la poetica glocale – quella profonda fusione tra globale e locale che rappresenta una delle tendenze più feconde della letteratura mondiale degli ultimi decenni.
Nata a Telese Terme, nel cuore del Sannio
beneventano, scrittrice, drammaturga, saggista, poetessa e fondatrice di
Selvaggio Edizioni, la sua carriera letteraria ha radici lontane, iniziando nel
1984 e proseguendo con instancabile creatività e impegno fino a oggi, in un
percorso di oltre quarant’anni che la vede protagonista attiva tra pagine,
palcoscenici e progetti editoriali.
La Spagna ha giocato un ruolo fondamentale nel
riconoscimento e nella valorizzazione della sua poetica glocale a livello
internazionale.
Proprio nella penisola iberica, con la
presentazione di Taberna del Paraiso (Taberna Paradiso), opera
tradotta da Elisabetta Bagli – scrittrice, poetessa, giornalista a Madrid –
nell’ambito del progetto “Escritores italianos en Madrid” presso la Biblioteca
Municipal, la sua opera ha trovato un’accoglienza significativa, consolidando
scie culturali tra il Mediterraneo italiano e quello spagnolo.
Questa presenza iberica non è isolata, ma si
inserisce in un più ampio dialogo con la poesia e la letteratura mondiale, dove
il glocale si afferma come chiave di lettura per interpretare le tensioni tra
identità radicate e fenomeni planetari.
La poetica dell’Esilio Terrestre – o “Inno
alla Terra Errante” – di Selvaggio non è una semplice giustapposizione tra
locale e globale, bensì un innesto vitale e dialettico.
Il radicamento concreto nella terra
sannita-mediterranea – con le sue stratificazioni sannite, romane, contadine,
mitiche, le janare e il legame tellurico – diventa la lente privilegiata per
osservare e narrare i grandi fenomeni dell’epoca contemporanea: migrazioni,
esilio, crisi identitarie, violenza di genere, Antropocene e sacralità ferita
della Terra.
Il doppio movimento costante della sua scrittura –
radicamento profondo nel particolare e proiezione universale senza tradire le
origini – fa del Sannio un microcosmo del mondo: da qui si leggono l’esilio
siriano, la cenere di Auschwitz, i monsoni indiani, la vitalità brasiliana e le
complessità europee.
Le sue opere, tradotte e diffuse in vari
continenti, testimoniano eloquentemente questa traiettoria glocale.
In Brasile ha pubblicato De propidade nua (A
Propiedade Nu@, Livre Expressao), ibrido lirico-narrativo sul corpo, la
spoliazione e la rinascita.
In Spagna, oltre a Taberna del Paraiso, la
sua presenza si è rafforzata attraverso presentazioni e progetti che hanno
ampliato il dialogo con il pubblico ispanofono.
In Colombia ha pubblicato La Paloma de Damasco,
romanzo trasposto dal dramma teatrale Hamida, dedicato a un’esule
siriana e rappresentato con successo in Francia – Avignone –, Belgio e Italia,
con la Compagnia teatrale Forteresse.
Un’altra opera teatrale europea di rilievo è Kariclea,
messa in scena in diversi contesti tra Belgio, Francia, Grecia, Spagna e
Italia.
In India ha pubblicato Il silenzio che durò
sessantotto monsoni, potente affresco sul sati, i silenzi femminili e le
caste.
Cenere e Silenzio. La storia vera di un piepel ad
Auschwitz – curato da Mary Attento, editor, scrittrice,
critico letterario e giornalista – affronta invece la tragica vicenda dei
Piepel della Shoah.
La sua poesia è inclusa nell’antologia
internazionale Tierra Madre, Tierra Humanidad / Terra Madre, Terra Umanità.
Tra le altre opere di rilievo nella sua vasta
produzione, che spazia tra poesia, romanzo, teatro e saggistica: Il sapore
del silenzio, Borgofarsa, L’Arcistrea – dedicato alla janara
beneventana –, Lei si chiama Anna, Ai Templari il Settimo Libro, Le
Padrone di Casa, Il delitto di via Puccini, Larissa, Le
sette ore e il saggio Senti caro Carlo. Fibre epistolari tra Isabella
Rappi Lehr e Carlo Emilio Gadda, che ha ricevuto importanti riconoscimenti.
Questa traiettoria la distingue nettamente nel
contesto della letteratura mondiale.
La corrente glocale annovera maestri come Jhumpa
Lahiri, Chimamanda Ngozi Adichie, Amitav Ghosh e Orhan Pamuk.
In Italia, voci importanti della letteratura della
migrazione hanno aperto la strada al transnazionale.
Selvaggio è pioniera di un glocalismo autoctono
mediterraneo: non arriva “da fuori”, ma dal profondo del Sannio, usando la
sensibilità sannita come ponte autentico verso il pianeta.
Versatile tra poesia, romanzo, teatro e saggistica,
premiata con riconoscimenti di prestigio quali il Premio “Le Nove Muse”,
“Milano Donna”, “Dante Alighieri”, “Ignazio Silone”, “Olmo” e altri, Selvaggio
pratica ciò che scrive anche come editrice, creando raccordi concreti tra
Sannio e mondo.
In un’epoca straziata da crisi climatica,
migrazioni di massa, guerre identitarie e una Terra ferita che grida vendetta,
la voce di Maria Pia Selvaggio si leva potente, lirica, civile ed ecologica al
tempo stesso.
Dal cuore più antico e tellurico d’Italia, dal
Sannio millenario, questa voce non implora: urla, canta e profetizza all’intero
pianeta.
Non rinnega le radici, ma le fa esplodere in un
fiore universale di straordinaria bellezza e urgenza.
Maria Pia Selvaggio non è solo una scrittrice: è
una testimone ardente del nostro tempo, una pioniera che indica la strada
maestra per il futuro della letteratura.
La sua lezione glocale – riconosciuta e valorizzata
a partire dalla Spagna nel grande concerto della poesia e della narrativa
mondiale – è oggi non un’opzione, ma una necessità vitale.
Un grido di speranza e di resistenza che il mondo
intero non può più permettersi di ignorare.




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