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mercoledì 15 febbraio 2012

Contro l'Alzheimer: progetto Sociable di Forlì

Nuove tecnologie contro l’Alzheimer: soddisfazione dei pazienti ed effettivo miglioramento delle funzioni cognitive.

Oggi e domani, a Forlì, presentazione dei risultati della prima fase della sperimentazione del progetto europeo “Sociable”, diretto a mettere a punto giochi e piattaforme informatiche innovative per stimolare le principali facoltà mentali compromesse dalla malattia.



Funzionano le nuove tecnologie messe a punto contro l’Alzheimer: oltre all’elevato livello di soddisfazione, al punto che il 90% dei pazienti giudica positiva o molto positiva l’esperienza, si riscontrano progressi dal punto di vista clinico, con miglioramento delle funzioni cognitive dei soggetti sottoposti al training. Sono i primi risultati della sperimentazione condotta nell’ambito del progetto europeo “Sociable”, diretto a mettere a punto giochi e piattaforme informatiche innovative per stimolare le principali facoltà mentali compromesse dalla malattia. L’illustrazione completa degli esiti di questa prima fase, che ha ormai interessato la metà dei 350 pazienti, di cui 95 forlivesi, arruolati nello studio, avverrà a Forlì. Oggi, mercoledì 15 febbraio, e domani, giovedì 16 febbraio, infatti, nel salone comunale, i rappresentanti di tutti gli attori coinvolti - quattro stati europei (Grecia, Norvegia, Spagna e Italia) affiancati da e undici partners, di cui quattro tecnologici (Cedaf, Singular Logic di Atene, Lab Human di Valencia, Aiju di Alicante), tre di tipo socio-assistenziale (comuni di Trondhheim, Kifissia e Forlì), ed altri quattro sanitari (Hygeia di Atene, Previ di Valencia, Fondazione S. Lucia di Roma e U.O. di Geriatria di Forlì) - si ritroveranno per analizzare le prime evidenze scientifiche del progetto, cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito dell’obiettivo 1.4 “ICT per invecchiare bene” del Programma di supporto alle politiche ICT (Information & Communication Technology) 2007-2013, con lo scopo di migliorare la qualità della vita della popolazione anziana attraverso il contributo delle moderne tecnologie informatiche e telematiche.

A Forlì, già una quarantina di pazienti è stata sottoposta al training, effettuando giochi ad hoc sia su piattaforma touch-screen, che permette a più persone di interagire contemporaneamente, sia su pc portatile (tablet) per gli esercizi individuali, anche a domicilio. «I dati a nostra disposizione sono incoraggianti – commenta il dott. Giulio Cirillo, direttore dell’U.O. di Geriatria – nei questionari di gradimento compilati dagli anziani al termine dell’esperienza, il 90% esprime soddisfazione per questo tipo di terapia, tanto da consigliarla ad amici e conoscenti che condividono il suo problema. Inoltre, dal punto di vista clinico, si sono osservati un miglioramento delle funzioni cognitive e un impatto positivo sul livello di socializzazione e sull’umore dei pazienti coinvolti». La piattaforma touch-screen, in particolare, è stata pensata proprio per favorire l’interazione fra più persone, elemento imprescindibile per ritardare il declino cognitivo; inoltre, sempre a questo scopo, il training contempla l’utilizzo di un’applicazione che prevede la creazione di un album personale per ciascun soggetto, da condividere con gli altri utenti.

«I giochi sono stati ideati e realizzati per stimolare le diverse facoltà compromesse dalla patologia – prosegue il dott. Cirillo – ci sono quindi attività specifiche per il linguaggio, il ragionamento, la memoria, e l’attenzione. Tutti gli esercizi vengono eseguiti sotto la supervisione della psicologa responsabile del progetto, la dott.ssa Chiara Zaccarelli, coadiuvata dalla collega dott.ssa Francesca Di Tante». La sperimentazione prevede sessioni della durata di un’ora, con una frequenza di due volte a settimana, per un periodo totale di tre mesi. Al momento, sta svolgendo il training il terzo dei quattro gruppi in cui sono stati divisi i 95 pazienti arruolati; il quadro dovrebbe completarsi entro luglio, quando si tireranno definitivamente le somme.

«Il progetto – spiega il dottor Cirillo – non mira a sovvertire le terapie già esistenti contro l’Alzheimer, ma semplicemente ad offrire un’ulteriore strategia da integrare a quelle farmacologiche e non oggi utilizzate». La malattia, d’altronde, rappresenta «l’epidemia del nuovo secolo», come testimoniano anche i numeri dell’U.O. di Geriatria dell’Ausl di Forlì, che segue i soggetti affetti da tale patologia attraverso il proprio Centro Esperto per la Memoria: ogni anno i nuovi casi registrati sono circa 400, per un totale di 1.000-1.200 persone in cura.



I lavori del seminario, che ha il patrocinio del Comune, partner, fra l’altro del progetto, si sono aperti questa mattina alle 9 col saluto dell’assessore comunale alle politiche di welfare Davide Drei.





Tiziana Rambelli

mercoledì 2 marzo 2011

Una nuova lingua a 50 anni

nuova lingua
Imparare nuove lingue? Si può fare anche da grandi, ma serve un po' di applicazione in più! Tuttavia farlo anche in età matura per gli scienziati porta un beneficio immenso al nostro benessere perché riduce il rischio di insorgenza della malattia di Alzheimer.

 Ci sono stati nella nostra storia italiani emigrati all'estero che dopo 10 anni di vita continuativa in quel paese avevano dimenticato la lingua d'origine assorbendo completamente la nuova lingua oppure immagazzinandole entrambe. Tuttavia se si impara una nuova lingua anche intorno ai 50 anni, ci vorrà più studio e più applicazione, ma questo genererà molti vantaggi: si svilupperà la zona cerebrale deputata all'agglomerazione delle lingue ed in più si ridurranno le percentuali sul rischio di Alzheimer. A dirlo è un gruppo di ricerca americano che ha condotto due studi, uno sul bilinguismo nei bambini piccoli ed un altro su malati di Alzheimer in età senile.

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sabato 11 settembre 2010

convegno “Alzheimer. E’ tempo di agire insieme!” Proposta di una rete nazionale di orientamento per i malati e i loro familiari


XVII Giornata mondiale Alzheimer
La Federazione Alzheimer Italia organizza il convegno
“Alzheimer. E’ tempo di agire insieme!”
Proposta di una rete nazionale di orientamento per i malati e i loro familiari
Martedì 21 settembre 2010 - dalle ore 9 alle ore 13.30
Sala Colonne Banca Popolare di Milano, via San Paolo 12 – Milano
Ingresso libero
La Federazione Alzheimer Italia organizza il convegno “Alzheimer E’ tempo di agire insieme”
Obiettivo del convegno presentare la banca dati delle strutture di assistenza dei malati di alzheimer, realizzata al momento dalla Federazione alzheimer per la sola regione Lombardia (consultabile sul sito www.alzheimer.it ) e offrire il metodo a tutte le Istituzioni sanitarie regionali per realizzare l’elenco dei centri a cui rivolgersi al momento della diagnosi e lungo il corso della malattia in tutta Italia..
Sono previsti interventi di Gabriella Salvini Porro - presidente della Federazione Alzheimer Italia, Teresa di Fiandra - Ministero della Salute, Amalia C. Bruni Centro Regionale di Neurogenetica - Lamezia Terme ,Nicola Vanacore - Istituto Superiore di Sanità, Alessandro Nobili - Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri.
Nella seconda parte, che prevede una tavola rotonda moderata da Marco Trabucchi, presidente dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria, la Federazione avanzerà la proposta di collaborazione con le istituzioni sanitarie regionali, confermando la sua funzione di “ponte” fra i bisogni e le aspettative dei malati di Alzheimer e dei loro familiari e il sistema pubblico dei servizi di cura e assistenza.
Partecipano alla tavola rotonda Anna Banchero - Agenzia Regionale Sanitaria Liguria, Antonella Carafelli - Regione Emilia Romagna, Paolo Francesconi - Agenzia Regionale Sanitaria Toscana, Carlo Lucchina - Regione Lombardia.
La Federazione Alzheimer Italia, è la maggiore organizzazione nazionale non profit dedicata alla malattia di Alzheimer. Riunisce e coordina 45 associazioni in tutta Italia.

La partecipazione è gratuita.
Si prega confermare a Segreteria Organizzativa:
tel. 345.90.25.573, e-mail: info_convegno@libero.it
Per ulteriori informazioni: www.alzheimer.it .

martedì 22 settembre 2009

LA SFIDA DELL’ALZHEIMER SI VINCE STANDO DALLA PARTE DEL MALATO

LA LEZIONE CHE VIENE DALLE BANCHE DELLE STORIE
E DALLE BANCHE DEL CERVELLO
Con 7, 3 milioni di malati in tutta Europa la demenza e la malattia di Alzheimer sono oggi la maggiore sfida sanitaria di tutti i governi , una sfida che si può vincere guardando alla malattia dalla parte del malato, della sua storia, dei suoi sentimenti, delle sue paure- I risultati del convegno “Biografia, non solo biologia” organizzato a Milano dalla Federazione Alzheimer Italia e dalla Fondazione Golgi Cenci in occasione della XVI Giornata Mondiale Alzheimer
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Milano, 21 settembre 2009 - La XVI Giornata Mondiale Alzheimer si apre all’insegna di numeri sempre più allarmanti: un recente studio finanziato dalla Commissione Europea (progetto EUROCODE) e coordinato da Alzheimer Europe rivela che i malati di demenza e di malattia di Alzheimer in tutta Europa sono ormai 7,3 milioni contro i 6,9 milioni di malati stimati in precedenza e che la malattia ha una prevalenza soprattutto nella popolazione di oltre 85 anni. Le cifre pongono tutti Governi europei di fronte ad una sfida che per essere vinta richiede nuovi approcci alla malattia.
Di questo si è parlato al convegno “Biografia, non solo biologia” organizzato dalla Federazione Alzheimer Italia in collaborazione con la Fondazione Golgi Cenci con l’obiettivo di suggerire nuovi orientamenti terapeutici e nuove modalità di approccio al malato di Alzheimer. Al convegno hanno partecipato alcuni fra i maggiori esperti italiani e internazionali impegnati sia nel campo della ricerca medica che della ricerca medico sociale. Al centro del dibattito le speranze offerte dalla medicina narrativa che ha come punto centrale della relazione di cura la biografia del paziente, cioè il racconto delle storie di vita del paziente e i progressi raggiunti nel campo della biologia dalle cosiddette “banche del cervello” attraverso lo studio dei tessuti cerebrali.
“Essendo stato “Banchiere del Cervello” della Brain Bank della John Hopkins University sono consapevole dell’importanza che l’esame del tessuto cerebrale ha per la comprensione dell’invecchiamento cognitivo, ma le nostre biografie sono davvero più importanti della biologia. I modelli medici basati unicamente sulla biologia genetica riduzionistica non sono sufficienti per rispondere alla sfida internazionale della demenza.” ha affermato Peter J. Whitehouse professore di neurologia alla Case Western Reserve University di Cleveland citando come esempio il progetto Banca delle Storie , progetto interdisciplinare per raccogliere e analizzare le storie di salute e malattia dei pazienti e i programmi innovativi della Scuola Intergenerazionale da lui fondata a Cleveland, che ospita studenti di ogni età e che beneficia gli anziani con demenza da lieve a moderata attraverso il lavoro e il gioco con gli studenti più giovani.
“La demenza colpisce la biologia dei malati ma colpisce anche la loro biografia in quanto irrompe come punto di crisi esistenziale nella loro soggettività che è fatta di ricordi, valori, aspirazioni e impressioni su sé stessi, sugli altri e sul mondo che li circonda – ha affermato Alberto Spagnoli, psicoterapeuta del Centro Sant’Ambrogio Fatebenefratelli di Cernusco sul Naviglio - Per questo è importante comunicare con il malato e raggiungere la sua soggettività. E poiché le biografie di persone con demenza sono destinate ad aumentare è importante attivare politiche di inclusione che mantengano il legame tra il malato, la sua famiglia e la comunità di appartenenza”.
“Il racconto delle storie di vita dei pazienti (il lavoro svolto, la scolarità, i tratti della personalità, gli eventi stressanti della vita) aiutano ad evidenziare i fattori di rischio e di protezione della perdita delle funzioni cognitive per cui è indispensabile eseguire studi longitudinali, cioè studi che rivalutano le stesse persone in tempi successivi e non fare l'errore di confrontare generazioni che hanno avuto storie culturali diverse” ha sostenuto Antonio Guaita, geriatra e direttore della Fondazione Golgi Cenci di Abbiategrasso presentando lo studio che la Fondazione sta programmando su tutti i residenti di Abbiategrasso nati fra il 1935 e il 1939 - circa 1700 persone – che inizierà a fine 2009. Queste persone saranno valutate sia sotto il profilo biografico che quello biologico e rivalutate ogni due anni. Un gruppo di loro sarà invitato a partecipare ad attività periodiche di stimolo cognitivo e fisico per valutarne gli effetti a breve e a lungo termine.
Sui passi compiuti per migliorare l’efficacia delle possibili terapie è intervenuto Gianluigi Forloni, capodipartimento neuroscienze dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano affermando che “ Quando la malattia di Alzheimer raggiunge l’evidenza clinica il principio biologico responsabile della malattia è iniziato da diversi anni. Se questo rappresenta una difficoltà per l’efficacia delle terapie, indica d’altra parte che è sensata la ricerca di marcatori biologici capaci di monitorare la patologia in fase preclicnica”.
Sulle sfide etiche e deontologiche poste dalla possibilità di riconoscere la malattia di Alzheimer in fase paucisintomatica, cioè allo stadio isolato di disturbo della memoria, si è soffermato Giovanni Frisoni, neurologo e vicedirettore scientifico IRCSS del Centro San Giovanni di Dio Fatebenefratelli di Brescia presentando due casi di comunicazione della diagnosi in cui l’interlocutore non è più solo il familiare ma il paziente che si trova nella piena facoltà cognitiva di cogliere tutti gli aspetti di una diagnosi infausta.
“Se l’Alzheimer fosse solo una malattia da gestire in laboratorio (biologia) i familiari sarebbero lieti di lasciar fare agli altri - ha concluso Gabriella Salvini Porro, presidente Federazione Alzheimer Italia di Milano – ma non è così che stanno le cose. La drammatica complessità di questa malattia rende indispensabile una reale collaborazione tra malati, familiari e medici, perché se questi ultimi ignorano la storia di vita (biografia) ed i bisogni del malato, i suoi punti deboli e quelli di forza, come possiamo studiare una strategia atta a soddisfarli?”

La Federazione Alzheimer Italia, è la maggiore organizzazione nazionale non profit dedicata alla malattia di Alzheimer. Riunisce e coordina 44 associazioni in tutta Italia.
La Fondazione Golgi Cenci si occupa di studi e ricerche sull’invecchiamento cerebrale ed ha sede presso l’Istituto Geriatrico C. Golgi di Abbiategrasso (Milano).

giovedì 10 settembre 2009

XVI Giornata mondiale Alzheimer Convegno“Biografia, non solo biologia "

XVI Giornata mondiale Alzheimer
Convegno“Biografia, non solo biologia "
In occasione della XVI Giornata Mondiale Alzheimer la Federazione Alzheimer Italia
in collaborazione con la Fondazione Golgi Cenci organizza un convegno aperto al pubblico.
Dalla medicina alle memorie di vita: l’evoluzione dell’approccio alla malattia
Lunedì 21 settembre 2009 - dalle ore 9 alle ore 13.00
Sala Colonne Banca Popolare di Milano, via San Paolo 2– Milano –
Ingresso libero

Milano, 7 settembre 2009 - Lunedì 21 settembre si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale Alzheimer, istituita nel 1994 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dall’Alzheimer’s Disease International, per ricordare il dramma di una malattia che colpisce oggi più di 26 milioni di persone in tutto il mondo, oltre 500mila in Italia (il 20% della popolazione sopra i 65 anni). E questi numeri sono destinati a raddoppiare nei prossimi vent’anni.

In occasione della XVI Giornata Mondiale Alzheimer la Federazione Alzheimer Italia e la Fondazione Golgi Cenci organizzano il convegno “Biografia, non solo biologia” con il patrocinio del Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, della Sezione Lombarda della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria, dell’Assessorato alla Salute del Comune di Milano, della Provincia di Milano e con il patronato della Regione Lombardia. Parteciperanno studiosi italiani e internazionali.

Sono previsti interventi di Ferruccio Fazio, viceministro della Salute; Antonio Guaita, geriatra e direttore della Fondazione Golgi Cenci; Gabriella Salvini Porro, presidente della Federazione Alzheimer Italia ; Peter J. Whitehouse, professore di neurologia alla Case Western Reserve University di Cleveland; Gianluigi Forloni, capodipartimento Neuroscienze dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri; Alberto Spagnoli, psicoterapeuta e direttore dipartimento Psicogeriatria presso il Centro S. Ambrogio Fatebenefratelli di Cernusco sul Naviglio; Giovanni B. Frisoni, neurologo e vicedirettore scientifico presso l’IRCCS Fatebenefratelli di Brescia

Numerosi gli argomenti in discussione: la necessità di studi longitudinali con cui evidenziare i fattori di rischio e di protezione della perdita delle funzioni cognitive; l’inadeguatezza dei modelli medici basati puramente sulla biologia genetica riduzionistica e la necessità di integrarli con le biografie personali dei malati; l’importanza della ricerca di marcatori biologici con cui monitorare la malattia in fase preclinica; la comunicazione con il malato per raggiungere la sua soggettività e l’importanza delle politiche di inclusione che mantengano un legame tra il malato, la sua famiglia e la comunità di appartenenza; le nuove sfide etiche e deontologiche legate alla comunicazione della diagnosi; la necessità di una stretta collaborazione tra famiglia e professionisti della salute per creare filosofie di cura basate sulla relazione con il malato considerato come persona con una sua storia, una sua identità, una sua personalità.

La Federazione Alzheimer Italia, è la maggiore organizzazione nazionale non profit dedicata alla malattia di Alzheimer. Riunisce e coordina 44 associazioni in tutta Italia.
La Fondazione Golgi Cenci si occupa di studi e ricerche sull’invecchiamento cerebrale ed ha sede presso l’Istituto Geriatrico C. Golgi di Abbiategrasso (Milano).


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