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mercoledì 2 maggio 2018

Shock in Austria: il cannibale confessa

Choc in Austria: il cannibale confessa. 

Un pesante passato criminale, austriaco confessa di aver ucciso una donna e di aver gettato il suo corpo in un lago, ma mantenendo una parte "per piacere".


Una donna fatta a pezzi per poi essere nascosta nel congelatore: è questa, in estrema sintesi, il contorno della vicenda di cronaca nera che, negli ultimi giorni, ha scosso l'Austria per l'atrocità e l'efferatezza dei dettagli, degni di un film horror. Il caso è venuto alla luce a metà aprile, quando un pescatore ha scoperto il busto di una donna che galleggiava in un lago vicino a Rust, a est di Vienna. 

Il sospetto, rilasciato su cauzione da meno di due anni da una struttura carceraria per detenuti mentalmente squilibrati, ha confessato oggi alla polizia di aver ucciso una donna nell'irascibilità del momento durante un litigio nel suo appartamento. 

Dopodichè, la fa letteralmente a pezzi affettando con cura alcune parti del corpo e congelandole nel freezer, gettando il resto in un lago. La polizia ha anche trovato a casa predisposta per il macello, tracce di DNA della vittima e di altre parti del suo corpo nel congelatore. Il Pubblico Ministero ha svelato che l'uomo, nato nel 1995, ha raccontato che "Voleva solo mangiarla". 

La polizia, evidenzia Giovanni D'Agata, presidente dello "Sportello dei Diritti", sta ancora cercando di identificare questa donna, tra i 25 ei 30 anni. Secondo gli inquirenti, l'austriaco ha incontrato la vittima vicino alla stazione ferroviaria di Vienna Westbahnof e potrebbe non aver svelato il suo vero nome. Secondo gli inquirenti, l'uomo potrebbe aver già mangiato carne umana. 

Nell'attesa che i rilievi scientifici forniscano le indicazioni del caso, colpisce tuttavia il fatto che negli ultimi anni in Austria, non è la prima volta in assoluto che un caso tanto raccapricciante assurge all' onore delle cronache con la stessa cruenta dinamica.


Redazione del CorrieredelWeb.it

 

venerdì 12 gennaio 2007

Strage di Erba: "Ho preso il bambino e gli ho tagliato la gola"

La confessione. Il terribile racconto ai magistrati di Rosa
Le prime parole dopo il massacro: ora sì che vivremo bene

Repubblica: Dai nostri inviati ENRICO BONERANDI ed EMILIO RANDACIO


 (Masterworld.org/news) ERBA (COMO) - Era lui, Olindo, che doveva crollare. Gli occhi bassi, sudato, sfatto. Chiuso in se stesso, lento nei riflessi. Lo hanno lasciato cuocere, da solo. Poi, un quarto dopo l'una, i pubblici ministeri sono entrati con l'aria decisa, risoluta e sicura di chi sa già tutto e non deve attendersi altro che una resa. Ma non hanno fatto i conti con l'unica cosa che ormai gli importava: difendere sua moglie. Negare, negare: non per sé, ma per non trascinare Rosi all'inferno. "Per noi è provato che siete stati voi. Il vostro alibi non sta in piedi. Vuole cambiare la sua versione dei fatti?". "No - ha risposto Olindo - è andata come vi ho già detto".

L'avvocato Pietro Troiano è rimasto in silenzio. Ha dato una pacca d'incoraggiamento sulle spalle a Olindo, poi ha seguito fuori dalla stanzetta dall'imbiancatura fradicia i quattro pubblici ministeri. Alla fine del corridoio, il locale dove c'era Rosi. Un breve conciliabolo e i magistrati hanno cambiato strategia. Con Rosi si sono giocati l'asso. I risultati del Dna sulla macchia di sangue che era stata trovata sulla Seat Arosa di Olindo. Sangue di Mario Frigerio, i Ris non avevano dubbi. Una prova decisiva, incontestabile. Ma avrebbe fatto il giusto effetto sulla donna? Avrebbe capito?

"Come spiega che sull'auto abbiano trovato il sangue di Frigerio? Abbiamo le prove", ha detto duro il pm. La donna ha guardato come una supplica il proprio avvocato. Lui ha annuito. La risposta è stato un pianto dirotto. Una fontana. Interminabile. L'hanno lasciata sfogare i singhiozzi. "È vero, ci pensavamo da tanto tempo. Non ne potevamo più da anni di quelli lì, non si poteva andare avanti. Siamo stati noi...". Da quel momento, Rosi Bazzi non si è più fermata. Le mosse studiate e ristudiate insieme al marito quando lui tornava dal lavoro, dopo mezzogiorno, l'orrore di quei colpi alla testa col martelletto, il bambino che piangeva e viene straziato. E poi il fuoco appiccato per distruggere le prove, con la precauzione di staccare l'interruttore della corrente perché non ne uscisse un corto circuito che avrebbe potuto distruggere anche la loro casa, lì sotto, al pianterreno. E le furbizie. Piccole, semplici furbizie che dovevano cancellare ogni possibile indizio.

Olindo sapeva dove buttare i vestiti sporchi, i coltelli insanguinati, il martelletto. Fa il netturbino, no? bastava scegliere il cassonetto giusto, che l'indomani alle otto in punto del mattino un suo collega della Econord sarebbe passato a svuotare per poi gettarlo più tardi in un ricompattatore. Cenere ne sarebbe rimasta, solo cenere. E poi la scusa dello spuntino in pizzeria o, meglio ancora, in un McDonald's. Loro non c'erano in casa, erano fuori. Ecco la prova, lo scontrino, che per fortuna è rimasta in tasca. Poi il ritorno a Erba, il caos nella piazza, tutti a chiedere perché, cosa è successo e loro lì in mezzo agli altri, a far gruppo, a dire oddio. Sarebbero stati giorni difficili, va bene, ma poi che pace. "Adesso sì che si può dormire", erano state le parole di Olindo che i carabinieri avevano registrato nei giorni successivi alla strage con le cimici nascoste nel loro appartamento. "Si sta proprio bene", gli aveva risposto Rosi. Probabilmente ammiccando e dando di gomito al marito.

"Avevamo la chiave del portoncino dei Castagna. Meglio presentarsi alla porta, se citofonavo magari non mi aprivano...", dichiara Rosi a verbale. Degli spostamenti di Raffaella sapevano tutto. L'avevano anche seguita varie volte. Sempre uguale: nei giorni di lavoro arrivava fissa alle 19 e 40 alla stazione di Erba col treno da Magreglio. Puntuale, ad aspettarla c'era Paola, la mamma, con il bambino. "Eravamo pronti. Due coltelli, uno io e uno Olindo. I guanti per non lasciare impronte. E poi un martelletto che avevamo in casa e ci serviva per il camper. Quello lo ha preso Olindo, perché è pesante". L'ora, anche quella, l'avevano valutata e soppesata e avevano deciso che era la migliore: "È vero che sono tutti in casa, ma stanno mangiando. Con la televisione accesa". Nessuno che si affaccia sul cortile, tra le otto meno dieci e le 8 e un quarto. "Abbiamo parcheggiato la macchina nello spiazzo dietro casa, che era meglio. Il cancello del cortile fa rumore e quando si apre si accendono le luci".

Sono vestiti lui con maglietta e pantaloni, lei con un abitino frusto e pantofoline. Tutta roba che poi va buttata via. Escono dal box che hanno riattato a lavanderia, veloci e silenziosi, aprono il portoncino e salgono le scale fino al primo piano. Si mettono in ascolto, da dentro vengono i soliti rumori, Raffa che parla con Youssef, probabilmente ha appena finito di spogliarlo del cappottino. Suonano alla porta. Probabilmente Raffaella pensa che si tratti di Valeria, la signora di sopra, che ogni tanto passa a salutare il piccolo e a far due chiacchiere. "Ha aperto senza chiedere niente. Olindo era lì pronto, lontano dalla portata dello spioncino. Ma lei non ha neanche chiesto chi era". È un attimo. L'uomo le vibra un colpo tremendo con il martelletto, usato come una spranga, diritto sulla faccia. Rosi le si avventa addosso, e la colpisce con il coltello. Una, due, dodici volte. Con tutta la forza che ha in corpo. E un colpo netto, fendente, alla gola. A chiuderle per sempre quella bocca.

Nella stanza di fianco c'è Paola Galli che si sta rimettendo il cappotto per uscire: a casa il marito l'aspetta per cena. Sente il trambusto e si affaccia nella stanza. Forse riesce anche a uscire sul pianerottolo per chiedere aiuto, ma non ha scampo. Olindo e Rosi lasciano Raffaella per terra in un lago di sangue e le si avventano contro con i coltelli.

Il piano è perfetto, tutto è andato liscio. Ma dal piano superiore Valeria Cherubini ha sentito il campanello, urla soffocate, strani rumori, la porta che sbatte. Si preoccupa e scende, senza pensarci due volte, per vedere che succede: "Raffaella, Raffaella....". Fa solo pochi gradini. Dalla porta di Raffa esce Olindo e si butta su di lei. In mano ha solo il coltello, la mazza l'ha lasciata in casa. Dietro arriva Rosi, ed è lei la più efficace: un colpo, forse una solo, ma diretto alla gola. In casa Frigerio, c'è il marito di Valeria, Mario. Quando si affaccia sulla porta, Olindo lo prende da dietro e, ha visto da Rosi come si fa, gli ficca il coltello in gola. Come sappiamo, un difetto congenito gli salva la vita: la giugulare è deviata, il coltello si infrange contro un osso. Ma Olindo per fortuna non se ne accorge, e la testimonianza, pur vaga, di Mario Frigerio, dopo due settimane di coma, è stata una degli elementi che hanno indirizzato le indagini.

L'orrore non è finito. "Piangeva, quel bambino, strillava come un matto. Prima o poi qualcuno sarebbe venuto a vedere, per fortuna che quell'altro che abita lì è vecchio e sordo", racconta Rosi. Per un attimo gli assassini si fermano, Olindo forse il bambino lo lascerebbe vivere. Ma Rosi no: "Ci penso io". Youssef è sul divano, con addosso solo un pagliaccetto. Rosi lo prende per i capelli, lo alza un poco, e compie la brutalità più agghiacciante. Gli recide la gola, come fosse un capretto. Forse ci pensa anche, che sta ammazzando solo un animale.

Il resto è solo fuga, "mettiamoci tranquilli, non sbagliamo qualcosa proprio adesso". Il piano funziona, anche l'imprevisto dei vicini è stato superato. Trascinano i corpi uno sull'altro. Raccattano qua e là nella stanza un po' di giornali, qualche libro, srotolano lo scottex e la carta igienica. Poi ci danno fuoco, con un accendino. Niente benzina, non ci hanno pensato. "Ma forse era meglio perché poi poteva andare in fiamme tutta la casa". Incendiano anche il materasso. Il fumo comincia a salire, nero e denso. I due scappano via prima che qualcuno dia l'allarme.

Svelti verso la loro casa. Buttano i vestiti sporchi di sangue, i guanti, le scarpe, i coltelli e il martelletto in un sacco del supermercato. Qualcosa lo spingono in lavatrice e la mettono in funzione. Poi escono dal retro e, senza che nessuno li veda, montano in macchina. Peccato che una goccia di sangue cada sul sedile. Una gocciolina, di cui non si accorge neanche Rosi, che pure odia ogni macchia e con i detersivi è una vera maga. Verso Como, a ingollarsi un panino da McDonald's - di lunedì quasi tutte le pizzerie sono chiuse - per poi usare lo scontrino come alibi: "Eravamo fuori a cena". Sulla strada, una tappa al cassonetto per far sparire ogni prova. E poi, tremanti ed eccitati insieme, a far la sceneggiata davanti alle telecamere e con gli altri vicini. "Ma cosa è successo, ma va, poveretti...".


Origine: Repubblica

giovedì 11 gennaio 2007

Via Poma, la procura contro Matrix. Il pm: "Querelerò Enrico Mentana"

Il magistrato smentisce lo scoop sull'individuazione del Dna dell'assassino di Simonetta Cesaroni


Il giornalista: "Confermo integralmente tutte le notizie date nel programma"
Il pm: aperto un fascicolo. Al Ris affidato l'incarico per nuove analisi su vecchi reperti

 Via Poma, la procura contro Matrix Il pm: (Masterworld.org/news) ROMA - Giallo nel giallo sul delitto di via Poma. La procura della repubblica di Roma ha smentito le anticipazioni di Enrico Mentana - che invece le conferma di nuovo - fatte nel corso di 'Matrix', nella tarda serata di ieri "relative ad asseriti esiti degli accertamenti tecnici effettuati nell'ambito delle indagini per il caso dell'omicidio di Simonetta Cesaroni".

Il procuratore Giovanni Ferrara in una nota rende noto che, per quanto riguarda l'inchiesta sull' omicidio di via Poma, il collegio dei consulenti tecnici di ufficio alla data odierna non ha ancora depositato la relazione finale per cui "ogni illazione relativa all'individuazione di eventuali responsabili è priva di ogni supporto processuale".

E il pm Roberto Cavallone, titolare dell'inchiesta, annuncia una querela per diffamazione nei confronti di Mentana: "L'affermazione fatta nel corso della trasmissione Matrix - dice il magistrato - secondo cui le notizie sul delitto di via Poma sono state autorizzate o, comunque, non ostacolate dalla magistratura non corrisponde alla verità". Secondo il pm "Mentana sapeva di affermare una cosa non vera che è diffamatoria nei miei confronti. E' stato arrecato un danno all'immagine della magistratura".

Ma il giornalista ribatte: "Confermo integralmente tutte le notizie contenute nel programma che sono state da me personalmente verificate su fonti diverse", dice Enrico Mentana, che non smentisce nulla dello scoop. "Non basta la prova scientifica per individuare il responsabile dell'omicidio di Simonetta Cesaroni - sottolinea a sua volta Cavallone -. Quella prova può essere un tassello. Serve, però, il movente e la spiegazione a certi movimenti".

Gli inquirenti romani, secondo la ricostruzione del giornalista, avrebbero il nome dell'assassino della ventunenne uccisa con 29 coltellate il 7 agosto 1990 in via Carlo Poma. Il codice genetico isolato dai carabinieri del Ris sul corpetto della ragazza, sarebbe infatti attribuibile a un nominativo: un uomo vicino, all'epoca dei fatti, a Simonetta.

Gli esperti sarebbero arrivati al presunto colpevole attraverso la comparazione di una traccia di saliva lasciata tramite un morso, e isolata dall'indumento di Simonetta e il Dna di una delle 31 persone finite nel mirino degli inquirenti. Quest'ultimo sarebbe stato prelevato da una tazzina di caffè.

Enrico Mentana non ha fatto esplicitamente il nome, ma il Dna apparterrebbe a un ex fidanzato della vittima, un giovane operaio. Ma alcune testimonianze venute alla luce dopo potevano far pensare anche a un altro rapporto iniziato all'indomani della rottura.

Intanto questa mattina il colonnello Luciano Garofalo, comandante del Ris di Parma, si è incontrato con il pm romano Roberto Cavallone. "Non ho nulla da dire" ha affermato il colonnello al termine dell'incontro. I militari del Ris quando sono entrati nell'ufficio del magistrato portavano tre valigie. Successivamente i carabinieri si sono recati nell'ufficio del procuratore aggiunto Italo Ormanni.

Il pm Roberto Cavallone ha spiegato che ai carabinieri del Ris sono state conferite nuove indagini tecniche. Il magistrato ha spiegato che ai consulenti "sono stati forniti documenti su vecchi reperti, come il vetro dell'ascensore sporco di sangue, sui quali furono effettuati esami biologici con le tecniche vecchie". I Ris dovranno confrontare i vecchi esiti di indagine, tra cui una impronta digitale trovata nell'appartamento di via Poma, alla luce delle nuove tecniche biologiche. I documenti consegnati riguardano oggetti come vecchie provette, mobili dell'ufficio, fermacapelli, oggetti consegnati a suo tempo dal padre della vittima. "Tutto ciò che - ha detto il pm Cavallone - ha in se tracce biologiche". I carabinieri hanno 60 giorni di tempo per rispondere ai quesiti della procura.


Origine: Repubblica

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