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giovedì 28 febbraio 2019

Legittima difesa: italiani assolti per aver commesso il fatto

Ma davvero in Italia non esiste la legittima difesa
Davvero se un malintenzionato ti entra in casa non puoi difenderti, fino a ucciderlo se temi per l'incolumità tua o dei tuoi cari?
Ovviamente no. 

La legge (del 2006) e la Giustizia già tutelano chi è costretto a uccidere il malintenzionato che entra in casa o nel negozio: perfino se non ha armi con sé. 

E infatti la stragrande maggioranza dei procedimenti penali che si aprono in Italia in casi simili, si conclude sempre con l'assoluzione di chi ha dovuto uccidere per difendersi, se non addirittura con l'archiviazione del caso, senza nemmeno passare dal processo. 

E' il caso di Graziano Stacchio, il benzinaio che ammazzò un rapinatore vicino al suo distributore: caso archiviato e processo nemmeno iniziato perché fu legittima difesa.

E' il caso di Francesco Sicignano, pensionato di Vaprio d'Adda, che nel 2015 sparò e uccise un ladro che si introdusse in casa sua di notte. 
Ladro che non era nemmeno armato: caso archiviato e processo nemmeno iniziato, perché fu legittima difesa.

E' il caso di Rodolfo Corazzo, che il 24 novembre 2015 a Rodano sparò e uccise un rapinatore entrato nella sua casa con due complici: caso archiviato e processo nemmeno iniziato, perché fu legittima difesa.

E così via. Quindi in Italia il cittadino che si trova in casa o in negozio il malintenzionato - pensate un po' - può già difendersi e ammazzarlo, e non essere nemmeno processato. 
Perfino se il malintenzionato è disarmato.

Tutta propaganda fatta fino a oggi da Salvini e leghisti sui giudici che si accaniscono su chi si è difeso non sono state altro che balle. 
E basta. 

Ovvio che se il malintenzionato ti vede e scappa, ma tu lo insegui, spari e l'ammazzi, ovviamente non si può più parlare di legittima difesa. 
Non si può nel senso proprio del termine "difesa". 
E' reazione, è vendetta, è punizione, è rappresaglia, e quello che si vuole, ma non è "difesa".

Quindi, se si vuole legittimare il proprietario di casa che insegue e ammazza il ladro che scappa, perché "se l'è cercata che invece di entrare in casa della gente poteva starsene al bar a bersi una birra", ok, facciamolo pure. 

Ma intanto chiamiamo quella cosa con il suo nome, che ovviamente non può essere "legittima difesa", ma "legittima rappresaglia", o "legittima punizione", o fate voi.

Ciò che la Lega oggi vuol fare non è quindi legittimare la difesa, che è già legittima in Italia, perfino se il ladro è disarmato; ma legittimare l'omicidio in casa o nel negozio, a prescindere dalle reali intenzioni di chi è entrato. 

La proposta di legge infatti dice: "in caso di eccesso colposo nella legittima difesa, NON è punibile (...) chi ha agito in condizioni di minorata difesa o in stato di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto".

Qualcuno ti entra in casa e lo ammazzi anche se non era necessario (cioè viene riconosciuto che non c'era pericolo per la tua incolumità)? 
Non sei punibile. 

E finalmente potremo ammazzare la gente per il reato di furto o di violazione di domicilio
L'Isis si limita al taglio della mano
Ma noi siamo quelli civili e per il furto fuciliamo sul posto senza processo.

Ovviamente state attenti a non far accettare ai vostri figli inviti a cena da gente a cui potrebbero stare sul cazzo. 
Metti mai che il loro ingresso crei "uno stato di grave turbamento" al padrone di casa.  
E un'altra cosa: di indagato sarai indagato sempre e comunque. 
Anche con la nuova legge. Proprio come già avviene ora. 

Lo dico nel caso in cui qualcuno dovesse credere a Salvini che dice "basta indagare chi si difende a casa propria!".

Un mondo in cui davanti a un omicidio non si aprono indagini esiste solo nella fantasia della propaganda. 
La realtà è una cosa seria.



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lunedì 5 marzo 2018

Uomo di colore ucciso da un italiano a Firenze.



Elezioni 2018. The day after 



Omicidio in strada Firenze, fermato un sessantenne italiano.

Su ponte Vespucci: vittima uomo di colore raggiunto più spari. 


Firenze, 5 marzo 2018 - Un senegalese di 65 anni è stato ucciso stamani dopo essere stato ferito con più colpi d'arma da fuoco a Firenze, sul ponte Vespucci, non lontano dal consolato Usa.

L'omicida è Roberto Pirrone, un italiano di 65 anni che avrebbe detto che si voleva suicidare ma poi ci avrebbe ripensato.

Al tg dicono che non sia stato un omicidio di matrice razziale.
L'italiano sarebbe stato davvero molto depresso e sarebbe stato sul punto di ammazzarsi.

Poi, d'improvviso, ha visto "IL NEGRO" e gli è tornata la voglia di vivere.
Secondo quanto riportano i giornali, l’uomo ha detto alla polizia di essere uscito di casa con l’intenzione di suicidarsi, di non aver trovato il coraggio di farlo e di aver poi sparato alla prima persona che gli è passata davanti, guarda caso in mezzo alla gente, ha scelto un nero!
Ormai avevo caricato il calcio della pistola, che fai non spari a qualcuno?

Mala tempora currunt.
L'immigrazione come emergenza è una TOTALE montatura che non ha alcuna influenza sulla nostra quotidianità.

Ma trovare UN NEMICO, identificarlo come IL DIVERSO, è un meccanismo sociopolitico di estrema efficacia.

Se lo cavalchi, funziona sempre.
In ogni epoca, ovunque.

Matteo Salvini non ha battuto la Sinistra, Salvini ha battuto la Destra.
Idy Diene
Si chiamava Idy Diene, era regolare e faceva l'ambulante.

Fatalità, era sposato con la vedova di Modou Samb un altro senegalese ucciso sempre a Firenze il 13 dicembre 2011 insieme ad un altro paesano Diop Mor, furono uccisi da Gianluca Casseri, un estremista di destra!

R.I.P

andrea pietrarota

mercoledì 28 febbraio 2018

La tragedia di Cisterna di Latina. Uomini che non sanno porre fine ad un amore che non esiste più.


Un uomo che, nel culmine di una folle disperazione arriva a sparare alla donna che ritiene amata, non riesce ad accettarne la separazione, preferisce ucciderla e morire.

Un uomo che arriva ad uccidere i suoi figli, la carne della sua carne, la luce dei suoi occhi, preferisce porre fine alla loro vita e morire.


Un uomo che non vede alcuna via d'uscita se non farla finita per se stesso e i suoi più stretti cari.

Un uomo che riesce a vedere solo "la fine di tutto" non è una bestia, non è un mostro.

Per noi è facile classificarlo come essere "non" umano. 

Invece era un essere umano come noi. 
Che andava fermato, che andava curato.
Ma soprattutto e sicuramente erano le sue vittime che andavano salvate.

Ma quando sento notizie così drammatiche non so che pensare.

Se io fossi stato un amico o collega di quell'uomo, mi sarei accorto della gravità del suo disagio mentale?
Sarei riuscito a distinguere una depressione per la fine di una relazione sentimentale e il fallimento di un senso di famiglia da un tale moto interno di nichilismo distruttivo?

Leggo che c'erano delle avvisaglie, dei campanelli d'allarme.
Leggo che era un carabiniere, quindi era armato. 
Aveva dato segnali di squilibrio. 
Una tragedia che poteva essere fermata, ma non è stata evitata.

Io non so nulla di questo dramma in particolare. 

Non so se, quali e quante responsabilità possono aver avuto tutte le persone che forse potevano fare qualcosa per evitare questa carneficina.

Resta che nessuno - istituzioni, parenti, amici, vicini di casa, colleghi - è riuscito a fare qualcosa.

Ma siamo sicuri che se fossimo stati noi l'entourage di quella disgraziata famiglia ci saremmo resi conto della gravità della situazione?

Io mi ritengo molto sensibile e attento, ma il dubbio mi tormenta.
Se io avessi conosciuto quell'uomo sarei riuscito a capirlo?
Sarei riuscito ad impedire la tragedia?
Questo mi atterrisce.

Poi resto sgomento di come possa diventare distruttivo il sentimento dell'amore.

Non cerco giustificazioni.
Non cerco attenuanti.
Tutt’altro.

Io cerco, e non ci riesco, di comprendere il cortocircuito mentale che scatta nel cervello di un essere umano quando non riesce ad accettare la separazione e preferisce distruggere ciò che più brama.
Quando arriva a tale gesto folle, distrugge pure se stesso e non gli resta che suicidarsi.

La tragedia di Cisterna è resa ancora più agghiacciante per l’uccisione delle figlie che, anche nella perdita del lume della ragione, restano totalmente incolpevoli della fine della relazione tra i genitori.

Posso, per così dire, comprendere (non giustificare) l’omicidio del partner in un momento in cui amore e odio si confondono all’asintoto e si trasformano solo in rabbia distruttiva.

Nel caso dei propri figli, a meno che uno non sia completamente insano di mente, riesco solo ad immaginare una folle disperazione che arriva a far credere che “sia meglio così”.

Il fatto che in casi come questi sia quasi sempre l’uomo il carnefice mi fa domandare quante cose siano profondamente sbagliate nella nostra cultura sociale.

Proprio perché è una continua mattanza le spiegazioni non possono ridursi alla psiche individuale.

Colpa e responsabilità, sia chiaro, restano sempre personali.
Ma forse bisognerebbe cercare di indagare le categorie sociologiche di questo terribile fenomeno.

Per me bollare queste tragedie dicendo che sono state causate da un mostro non ci aiuta a prevenirne di nuove.

Se diciamo semplicemente che questa tragedia sia stata commessa dalla follia mostruosa di un pazzo, per me è come se ci dicessimo che, meno male, a noi cose del genere non possono accadere. Perché noi non siamo pazzi.

Il problema, che io non so risolvere, è cosa scatti nella mente di un essere umano (quasi sempre un uomo) in questi frangenti.

Questo non vuol dire giustificare.
Vuol dire solo tentare di capire per cercare di non farle accadere più.

Il dolore che sto cercando di esprimere proviene dalla mia domanda interiore: sarei riuscito io a capire e impedire una cosa del genere?

Queste cose succedono sempre e solo “agli altri”?

Questo mi atterrisce.


andrea pietrarota

www.corrieredelweb.it

mercoledì 1 marzo 2017

Eutanasia. Il caso di dj Fabo. Della vita e della morte.





In questi giorni suifaceboook e socisal si è accesa la polemica sul triste caso di dj Fabo che ha riportato alla ribalta la questione dell'eutanasia

Da un punto di vista religioso, il rifiuto della vita, quale che sia, sia dal punto di vista del dolore fisico e della sofferenza psicologica, è un peccato tra i più gravi immaginabili (se esiste una classifica dei peccati).

Dal punto di vista normativo-sociale un suicidio è un auto-omicidio, un reato anche perchè le ripercussioni non ricadono solo su se stessi. 

Poi se chi vi sopravvive (per fortuna o sfortuna, lo saprà solo lui) non andrà sotto processo, ma ideologicamente sarebbe da considerare una sorta di assassinio di se stesso. 

Dal punto di vista etico-umano - quello cui in realtà tengo di più - è una delle più drammatiche scelte individuali che - giuste o sbagliate - che possano essere mai prese. 

Trovandomi al posto di dj Fabo, un caso estremo di una persona ormai incapace di esercitare la propria volontà, pur mantenendo tutto il suo raziocinio, io non so quale sarebbe stata la cosa più giusta da fare per me, cosa io avrei voluto per il mio destino senza alcun ombra di dubbio.

Forse sì, ma credo che siano situazioni in cui la nostra opinione può incredibilmente cambiare quando i casi della vita ti pongono di fronte a quel tipo di dramma.

Da parte nostra, di tutto il resto del mondo che ne sta discutendo, però, auspicherei che se ne parlasse con molto più rispetto. 

Il rispetto. Dj Fabo Era una persona, un normale ragazzo, di fronte ad un baratro senza fine.


Online sui Social si è scatenata una discussione cui tutti si sono messi a sentenziare con toni spesso davvero aspri.


Per me sarebbe stato meglio tacere. Il dolore dei singoli resti individuale e bisogna averne rispetto.

Io non ho certezze, ma anche io mi interrogo sulla drammatica vicenda, più per esplicitare i miei dubbi che volontà di affermare chissà quali miei granitici valori.


Perciò mi chiedo: se non si ha il dono della Fede (o comunque la disperazione è così insuperabile, tanto da sperare comunque nella misericordia divina, pur facendola finita), perché non si può avere il diritto all'autodeterminazione di porre fine a delle inaudite sofferenze che non diminuiranno mai, se non con la morte? 

Perché nel momento più drammatico della propria esistenza lo Stato e la Società ci devono abbandonare alle nostre miserie cui non siamo in grado di porre fine? 

Non potrò mai auspicare "più eutanasia per tutti", ma sicuramente vorrei una normativa che arrivasse a prevedere questi casi. 

Perché purtroppo ogni giorno ci sono tante persone che versano in quelle condizioni, persone che meriterebbero di non dover ricorrere al reato di qualcuno per porre fine al proprio dolore.

La vita è un valore assoluto, nessuno ha alcun dubbio.
Nessun dubbio... anche per chi, al contrario, non perde occasione di invocare – soprattutto sui Social -  la pena di morte contro chi si macchia dei reati di violenza più efferata.

Ma non si può continuare a voltare la faccia a persone come dj Fabo,  abbandonarle al proprio destino in nome della difesa ad oltranza del valore della vita.

La vita è un bene assoluto, va bene, ma deve poter essere prevista, normata e regolamentata, anche la possibilità di esercitare il diritto alla morte per chi versa in condizioni di estrema sofferenza.

Lasciando tutto come sta non si annullerà il problema.

sabato 21 novembre 2015

Si scrive Femminicidio ma si legge Sacrificio

Perché migliaia di donne scompaiono nel nulla? Perché da quando è stata creata la parola femminicidio, gli omicidi di genere sono aumentati? Da dove scaturisce tutta questa violenza che invade il mondo moderno e, perché ogni anno solo in Italia 1000 persone scompaiono nel nulla? Sonia scopre la risposta a tutte queste domande. È stata catturata come una preda da un mostro. Quel mostro la renderà un agnello sacrificale per omaggiare persone molto potenti.
Perché esistono persone molto crudeli e ricche che sacrificano le donne in segreto. Questi sacrifici permettono loro di tenere in scacco l'umanità da millenni.

Un avvincente libro thriller / pulp racconta tutta la verità su questi omicidi svelando al mondo queste verità nascoste alla massa da millenni. In molti cercheranno di occultare questa notizia perché L'energia femminile è da sempre sfruttata per eseguire riti molto potenti, scritto da Giuseppe Santonastase, artista indipendente ed imprenditore nel settore della movimentazione. Con il titolo “Gli amori muoiono all’alba” nel racconto, ambientato fra Italia e Germania, si narra una magnifica storia d’amore che dovrà fare i conti con una spietata setta satanica.

Il romanzo edito dalla casa editrice Lampi di Stampa, una società del Gruppo Messaggerie, sara disponibile in tutte le librerie d’Italia. Ne seguirà un tour di presentazione nelle librerie della provincia di Varese.

Un libro avvolto nel mistero, scritto più di quindici anni fa, ha avuto un notevole riscontro partendo dal basso. Una scrittura moderna, immaginifica, che mette in luce i lati più scuri della personalità umana e che svela a suo modo  perché migliaia di persone ogni anno scompaiono nel nulla. Alimentando le credenze popolari sui complottismi. Al lettore offre un’esperienza coinvolgente e brutalmente realistica, una lettura coinvolgente e mozzafiato, non riuscirete più a staccare gli occhi dalle pagine. 

Biografia. 
Giuseppe Santonastase è un giovane imprenditore che opera nel settore della movimentazione logistica. È titolare dell’azienda Granata Group, con sede a Somma Lombardo, è creatore di vari siti di e-commerce: transpalletitalia.com ecc…Numero uno in questo settore di nicchia, in Italia.
Fotografo e creativo. Questo è il suo primo romanzo.

Ecco il trailer su youtube:


Contatti:
http://www.gliamorimuoionoallalba.it
https://www.facebook.com/gliamorimuoionoallalba
https://twitter.com/GranataCarrelli
Mail: giuseppesanto@live.com 

venerdì 12 gennaio 2007

Strage di Erba: "Ho preso il bambino e gli ho tagliato la gola"

La confessione. Il terribile racconto ai magistrati di Rosa
Le prime parole dopo il massacro: ora sì che vivremo bene

Repubblica: Dai nostri inviati ENRICO BONERANDI ed EMILIO RANDACIO


 (Masterworld.org/news) ERBA (COMO) - Era lui, Olindo, che doveva crollare. Gli occhi bassi, sudato, sfatto. Chiuso in se stesso, lento nei riflessi. Lo hanno lasciato cuocere, da solo. Poi, un quarto dopo l'una, i pubblici ministeri sono entrati con l'aria decisa, risoluta e sicura di chi sa già tutto e non deve attendersi altro che una resa. Ma non hanno fatto i conti con l'unica cosa che ormai gli importava: difendere sua moglie. Negare, negare: non per sé, ma per non trascinare Rosi all'inferno. "Per noi è provato che siete stati voi. Il vostro alibi non sta in piedi. Vuole cambiare la sua versione dei fatti?". "No - ha risposto Olindo - è andata come vi ho già detto".

L'avvocato Pietro Troiano è rimasto in silenzio. Ha dato una pacca d'incoraggiamento sulle spalle a Olindo, poi ha seguito fuori dalla stanzetta dall'imbiancatura fradicia i quattro pubblici ministeri. Alla fine del corridoio, il locale dove c'era Rosi. Un breve conciliabolo e i magistrati hanno cambiato strategia. Con Rosi si sono giocati l'asso. I risultati del Dna sulla macchia di sangue che era stata trovata sulla Seat Arosa di Olindo. Sangue di Mario Frigerio, i Ris non avevano dubbi. Una prova decisiva, incontestabile. Ma avrebbe fatto il giusto effetto sulla donna? Avrebbe capito?

"Come spiega che sull'auto abbiano trovato il sangue di Frigerio? Abbiamo le prove", ha detto duro il pm. La donna ha guardato come una supplica il proprio avvocato. Lui ha annuito. La risposta è stato un pianto dirotto. Una fontana. Interminabile. L'hanno lasciata sfogare i singhiozzi. "È vero, ci pensavamo da tanto tempo. Non ne potevamo più da anni di quelli lì, non si poteva andare avanti. Siamo stati noi...". Da quel momento, Rosi Bazzi non si è più fermata. Le mosse studiate e ristudiate insieme al marito quando lui tornava dal lavoro, dopo mezzogiorno, l'orrore di quei colpi alla testa col martelletto, il bambino che piangeva e viene straziato. E poi il fuoco appiccato per distruggere le prove, con la precauzione di staccare l'interruttore della corrente perché non ne uscisse un corto circuito che avrebbe potuto distruggere anche la loro casa, lì sotto, al pianterreno. E le furbizie. Piccole, semplici furbizie che dovevano cancellare ogni possibile indizio.

Olindo sapeva dove buttare i vestiti sporchi, i coltelli insanguinati, il martelletto. Fa il netturbino, no? bastava scegliere il cassonetto giusto, che l'indomani alle otto in punto del mattino un suo collega della Econord sarebbe passato a svuotare per poi gettarlo più tardi in un ricompattatore. Cenere ne sarebbe rimasta, solo cenere. E poi la scusa dello spuntino in pizzeria o, meglio ancora, in un McDonald's. Loro non c'erano in casa, erano fuori. Ecco la prova, lo scontrino, che per fortuna è rimasta in tasca. Poi il ritorno a Erba, il caos nella piazza, tutti a chiedere perché, cosa è successo e loro lì in mezzo agli altri, a far gruppo, a dire oddio. Sarebbero stati giorni difficili, va bene, ma poi che pace. "Adesso sì che si può dormire", erano state le parole di Olindo che i carabinieri avevano registrato nei giorni successivi alla strage con le cimici nascoste nel loro appartamento. "Si sta proprio bene", gli aveva risposto Rosi. Probabilmente ammiccando e dando di gomito al marito.

"Avevamo la chiave del portoncino dei Castagna. Meglio presentarsi alla porta, se citofonavo magari non mi aprivano...", dichiara Rosi a verbale. Degli spostamenti di Raffaella sapevano tutto. L'avevano anche seguita varie volte. Sempre uguale: nei giorni di lavoro arrivava fissa alle 19 e 40 alla stazione di Erba col treno da Magreglio. Puntuale, ad aspettarla c'era Paola, la mamma, con il bambino. "Eravamo pronti. Due coltelli, uno io e uno Olindo. I guanti per non lasciare impronte. E poi un martelletto che avevamo in casa e ci serviva per il camper. Quello lo ha preso Olindo, perché è pesante". L'ora, anche quella, l'avevano valutata e soppesata e avevano deciso che era la migliore: "È vero che sono tutti in casa, ma stanno mangiando. Con la televisione accesa". Nessuno che si affaccia sul cortile, tra le otto meno dieci e le 8 e un quarto. "Abbiamo parcheggiato la macchina nello spiazzo dietro casa, che era meglio. Il cancello del cortile fa rumore e quando si apre si accendono le luci".

Sono vestiti lui con maglietta e pantaloni, lei con un abitino frusto e pantofoline. Tutta roba che poi va buttata via. Escono dal box che hanno riattato a lavanderia, veloci e silenziosi, aprono il portoncino e salgono le scale fino al primo piano. Si mettono in ascolto, da dentro vengono i soliti rumori, Raffa che parla con Youssef, probabilmente ha appena finito di spogliarlo del cappottino. Suonano alla porta. Probabilmente Raffaella pensa che si tratti di Valeria, la signora di sopra, che ogni tanto passa a salutare il piccolo e a far due chiacchiere. "Ha aperto senza chiedere niente. Olindo era lì pronto, lontano dalla portata dello spioncino. Ma lei non ha neanche chiesto chi era". È un attimo. L'uomo le vibra un colpo tremendo con il martelletto, usato come una spranga, diritto sulla faccia. Rosi le si avventa addosso, e la colpisce con il coltello. Una, due, dodici volte. Con tutta la forza che ha in corpo. E un colpo netto, fendente, alla gola. A chiuderle per sempre quella bocca.

Nella stanza di fianco c'è Paola Galli che si sta rimettendo il cappotto per uscire: a casa il marito l'aspetta per cena. Sente il trambusto e si affaccia nella stanza. Forse riesce anche a uscire sul pianerottolo per chiedere aiuto, ma non ha scampo. Olindo e Rosi lasciano Raffaella per terra in un lago di sangue e le si avventano contro con i coltelli.

Il piano è perfetto, tutto è andato liscio. Ma dal piano superiore Valeria Cherubini ha sentito il campanello, urla soffocate, strani rumori, la porta che sbatte. Si preoccupa e scende, senza pensarci due volte, per vedere che succede: "Raffaella, Raffaella....". Fa solo pochi gradini. Dalla porta di Raffa esce Olindo e si butta su di lei. In mano ha solo il coltello, la mazza l'ha lasciata in casa. Dietro arriva Rosi, ed è lei la più efficace: un colpo, forse una solo, ma diretto alla gola. In casa Frigerio, c'è il marito di Valeria, Mario. Quando si affaccia sulla porta, Olindo lo prende da dietro e, ha visto da Rosi come si fa, gli ficca il coltello in gola. Come sappiamo, un difetto congenito gli salva la vita: la giugulare è deviata, il coltello si infrange contro un osso. Ma Olindo per fortuna non se ne accorge, e la testimonianza, pur vaga, di Mario Frigerio, dopo due settimane di coma, è stata una degli elementi che hanno indirizzato le indagini.

L'orrore non è finito. "Piangeva, quel bambino, strillava come un matto. Prima o poi qualcuno sarebbe venuto a vedere, per fortuna che quell'altro che abita lì è vecchio e sordo", racconta Rosi. Per un attimo gli assassini si fermano, Olindo forse il bambino lo lascerebbe vivere. Ma Rosi no: "Ci penso io". Youssef è sul divano, con addosso solo un pagliaccetto. Rosi lo prende per i capelli, lo alza un poco, e compie la brutalità più agghiacciante. Gli recide la gola, come fosse un capretto. Forse ci pensa anche, che sta ammazzando solo un animale.

Il resto è solo fuga, "mettiamoci tranquilli, non sbagliamo qualcosa proprio adesso". Il piano funziona, anche l'imprevisto dei vicini è stato superato. Trascinano i corpi uno sull'altro. Raccattano qua e là nella stanza un po' di giornali, qualche libro, srotolano lo scottex e la carta igienica. Poi ci danno fuoco, con un accendino. Niente benzina, non ci hanno pensato. "Ma forse era meglio perché poi poteva andare in fiamme tutta la casa". Incendiano anche il materasso. Il fumo comincia a salire, nero e denso. I due scappano via prima che qualcuno dia l'allarme.

Svelti verso la loro casa. Buttano i vestiti sporchi di sangue, i guanti, le scarpe, i coltelli e il martelletto in un sacco del supermercato. Qualcosa lo spingono in lavatrice e la mettono in funzione. Poi escono dal retro e, senza che nessuno li veda, montano in macchina. Peccato che una goccia di sangue cada sul sedile. Una gocciolina, di cui non si accorge neanche Rosi, che pure odia ogni macchia e con i detersivi è una vera maga. Verso Como, a ingollarsi un panino da McDonald's - di lunedì quasi tutte le pizzerie sono chiuse - per poi usare lo scontrino come alibi: "Eravamo fuori a cena". Sulla strada, una tappa al cassonetto per far sparire ogni prova. E poi, tremanti ed eccitati insieme, a far la sceneggiata davanti alle telecamere e con gli altri vicini. "Ma cosa è successo, ma va, poveretti...".


Origine: Repubblica

giovedì 11 gennaio 2007

Via Poma, la procura contro Matrix. Il pm: "Querelerò Enrico Mentana"

Il magistrato smentisce lo scoop sull'individuazione del Dna dell'assassino di Simonetta Cesaroni


Il giornalista: "Confermo integralmente tutte le notizie date nel programma"
Il pm: aperto un fascicolo. Al Ris affidato l'incarico per nuove analisi su vecchi reperti

 Via Poma, la procura contro Matrix Il pm: (Masterworld.org/news) ROMA - Giallo nel giallo sul delitto di via Poma. La procura della repubblica di Roma ha smentito le anticipazioni di Enrico Mentana - che invece le conferma di nuovo - fatte nel corso di 'Matrix', nella tarda serata di ieri "relative ad asseriti esiti degli accertamenti tecnici effettuati nell'ambito delle indagini per il caso dell'omicidio di Simonetta Cesaroni".

Il procuratore Giovanni Ferrara in una nota rende noto che, per quanto riguarda l'inchiesta sull' omicidio di via Poma, il collegio dei consulenti tecnici di ufficio alla data odierna non ha ancora depositato la relazione finale per cui "ogni illazione relativa all'individuazione di eventuali responsabili è priva di ogni supporto processuale".

E il pm Roberto Cavallone, titolare dell'inchiesta, annuncia una querela per diffamazione nei confronti di Mentana: "L'affermazione fatta nel corso della trasmissione Matrix - dice il magistrato - secondo cui le notizie sul delitto di via Poma sono state autorizzate o, comunque, non ostacolate dalla magistratura non corrisponde alla verità". Secondo il pm "Mentana sapeva di affermare una cosa non vera che è diffamatoria nei miei confronti. E' stato arrecato un danno all'immagine della magistratura".

Ma il giornalista ribatte: "Confermo integralmente tutte le notizie contenute nel programma che sono state da me personalmente verificate su fonti diverse", dice Enrico Mentana, che non smentisce nulla dello scoop. "Non basta la prova scientifica per individuare il responsabile dell'omicidio di Simonetta Cesaroni - sottolinea a sua volta Cavallone -. Quella prova può essere un tassello. Serve, però, il movente e la spiegazione a certi movimenti".

Gli inquirenti romani, secondo la ricostruzione del giornalista, avrebbero il nome dell'assassino della ventunenne uccisa con 29 coltellate il 7 agosto 1990 in via Carlo Poma. Il codice genetico isolato dai carabinieri del Ris sul corpetto della ragazza, sarebbe infatti attribuibile a un nominativo: un uomo vicino, all'epoca dei fatti, a Simonetta.

Gli esperti sarebbero arrivati al presunto colpevole attraverso la comparazione di una traccia di saliva lasciata tramite un morso, e isolata dall'indumento di Simonetta e il Dna di una delle 31 persone finite nel mirino degli inquirenti. Quest'ultimo sarebbe stato prelevato da una tazzina di caffè.

Enrico Mentana non ha fatto esplicitamente il nome, ma il Dna apparterrebbe a un ex fidanzato della vittima, un giovane operaio. Ma alcune testimonianze venute alla luce dopo potevano far pensare anche a un altro rapporto iniziato all'indomani della rottura.

Intanto questa mattina il colonnello Luciano Garofalo, comandante del Ris di Parma, si è incontrato con il pm romano Roberto Cavallone. "Non ho nulla da dire" ha affermato il colonnello al termine dell'incontro. I militari del Ris quando sono entrati nell'ufficio del magistrato portavano tre valigie. Successivamente i carabinieri si sono recati nell'ufficio del procuratore aggiunto Italo Ormanni.

Il pm Roberto Cavallone ha spiegato che ai carabinieri del Ris sono state conferite nuove indagini tecniche. Il magistrato ha spiegato che ai consulenti "sono stati forniti documenti su vecchi reperti, come il vetro dell'ascensore sporco di sangue, sui quali furono effettuati esami biologici con le tecniche vecchie". I Ris dovranno confrontare i vecchi esiti di indagine, tra cui una impronta digitale trovata nell'appartamento di via Poma, alla luce delle nuove tecniche biologiche. I documenti consegnati riguardano oggetti come vecchie provette, mobili dell'ufficio, fermacapelli, oggetti consegnati a suo tempo dal padre della vittima. "Tutto ciò che - ha detto il pm Cavallone - ha in se tracce biologiche". I carabinieri hanno 60 giorni di tempo per rispondere ai quesiti della procura.


Origine: Repubblica

Erba, interrogatorio-fiume per i vicini Il legale: "Prime parziali ammissioni"

Per quasi sette ore davanti agli inquirenti la coppia fermata per la strage. Il legale: "Non hanno confermato la stessa versione dell'altro giorno"


 Erba, interrogatorio-fiume per i vicini Il legale: (Masterworld.org/news) - Erano pronti a fuggire Olindo e Rosa. Parlando con il marito, lei aveva chiesto: "Perché non ce ne andiamo?". Parole pronunciate qualche giorno dopo il massacro conversando in casa, intercettate dai carabinieri. E' scritto nelle cinque pagine di verbale che costituiscono le motivazioni del fermo. Forse per questo i magistrati hanno accelerato le indagini e hanno deciso di fermare i vicini di casa della famiglia Marzouk.

Olindo e Rosa Romano erano controllati a distanza già da diversi giorni, da quando l'unico scampato all'eccidio, Mario Frigerio, aveva detto che a tagliargli la gola era stato un vicino di casa "grande e grosso". E dal letto dell'ospedale dove è ancora ricoverato, l'ha riconosciuto nella fotografia di Romano mostratagli dai carabinieri. "Lo sapevo che si odiavano - ha affermato alla notizia dell'arresto dei due vicini di casa - Per me è una conferma". E ricostruendo i terribili momenti del massacro, ha detto al suo legale: "Ho sentito un dolore acuto, come uno squarcio nella carne e poi ricordo tanto sangue".

L'avvocato Paolo Troiano, che ha assunto la difesa dei coniugi Romano dice che "è ancora presto per avere un quadro certo e chiaro delle accuse contestate e sugli elementi di prova". Quest'oggi la Procura depositerà gli atti all'ufficio del giudice per le indagini preliminari che entro venerdì deciderà se l'impianto accusatorio regge oppure se i due indiziati possono tornare liberi. I prossimi interrogatori serviranno per verificare, una volta ancora, la consistenza dell'alibi che Olindo e sua moglie Rosa stanno ripetendo da quando i carabinieri li hanno chiusi nel carcere di Como.

"Siamo innocenti", aveva gridato ai cronisti Rosa Bazzi. "Non siamo noi gli assassini". Dicono i Romano che quella sera, durante la strage, prima erano a fare compere e poi sono passati in pizzeria. A casa erano tornati quanto tutto era già finito. "Eravamo usciti per andare a fare shopping a Como intorno alle 19", hanno ripetuto a verbale Olindo e Rosa, ma sui possibili testimoni, i due non hanno saputo indicare neppure un commesso che li riconoscesse. Quello che inoltre non convince gli inquirenti è l'orario: a Como, intorno alle 19.30, i negozi sono quasi tutti chiusi. Neppure la cena in una paninoteca del centro storico sembrerebbe scagionare del tutto la coppia perché l'orario impresso sullo scontrino fiscale, le 23.00, non cancella la possibilità che i coniugi abbiano raggiunto la pizzeria dopo aver commesso la strage avvenuta intorno alle 20.15.

I Ris ieri sono tornati nella casa dove l'11 dicembre sono stati uccisi Raffaella Castagna, suo figlio Youssef di due anni, la nonna materna Paola Gallia, una vicina di casa Valeria Cherubini, e ferito gravemente suo marito Mario Frigerio. I carabinieri hanno compiuto rilievi anche nella casa dei due indiziati. Con il luminol sono andati a caccia delle tracce di sangue ritrovate nella dependance-garage, su un paio di pantaloni maschili appena lavati e su una maglietta della donna.

Questa mattina i tecnici del Ris sposteranno la loro attenzione sull'auto dei Romano, una Seat Arosa: su un sedile sembra sianostate rintracciate tracce di sangue. "Hanno chiesto 30 giorni di tempo prima di consegnare le loro conclusioni", ha anticipato il legale dei due presunti assassini, l'avvocato Pietro Troiano, presente con un consulente durante i rilievi di ieri. La sensazione, però, è che il test del Dna sul sangue possa giungere già domani.


Origine: Repubblica

mercoledì 10 gennaio 2007

Sky, una foto dopo la strage. In dubbio l'alibi dei vicini

Sky, una foto dopo la strage In dubbio l'alibi dei vicini Erba, interrogatorio nella notte dei due coniugi sospettati. Lui viene descritto come un uomo "mite", lei "pronta a scattare per un'inezia"


Scattata con un telefonino, riprenderebbe il volto di Olindo
Ma i due si difendono: 'Sbagliate, siamo innocenti'


 Sky, una foto dopo la strage In dubbio l'alibi dei vicini COMO - Respingono le accuse. Olindo Romano e Rosa Bazzi, i coniugi fermati ieri per la strage di Erba, riporta Repubblica, continuano a negare di essere i responsabili della morte di Raffaella Castagna, sua madre Paola Galli, il figlio della Castagna, di soli due anni, Youssef, una loro vicina di casa, Valeria Cherubini. E lo fanno nel corso di un lungo interrogatorio durato tutta la notte nel carcere di Como. I due, che in passato avevano avuto una serie di violente liti con Raffaella Castagna, sono stati fermati nel pomeriggio di ieri con l'accusa di omicidio plurimo pluriaggravato, anche se, secondo i pm comaschi, il ruolo della donna sarebbe più defilato rispetto a quello del marito. E, su Sky, spunta una foto fatta con un telefonino che mostrerebbe Olindo pochi minuti dopo la tragedia davanti alla casa. Una circostanza che, se confermata, farebbe crollare l'alibi dei due.

Ricerche nella casa.
In mattinata i Ris di Parma sono andati a casa dei due. Nel cortile della casa di via Diaz è arrivato un corteo di cinque mezzi con i carabinieri in tuta bianca e strumenti da lavoro. Cercano, a quanto si apprende, ulteriori elementi di conferma alle accuse e avrebbero rivolto particolare attenzione al camper con cui i coniugi fermati erano soliti fare le vacanze.

I due sospettati.
Nel frattempo comincia a delinearsi meglio la personalità dei due. Olindo viene descritto come un uomo mite, mentre la moglie come una donna pronta a scattare per futili motivi. Anche se a Erba non tutti vorrebbero credere che quella donna apparentemente dolce abbia partecipato al massacro. Gli inquirenti, invece, la accusano di concorso in omicidio plurimo e pluriaggravato. Ma lei insiste: "Quella sera siamo usciti alle 19 per andare in qualche negozio. Anche se era lunedì erano aperti. Siamo sotto le feste". Ed ancora: "Siamo andati in una pizzeria sul lungolago di Como", Ma lo scontrino che mostra non aiuta lei e il marito Olindo. Anzi lascia un buco di tre ore. Ma il loro avvocato spiega: "Sono lucidi e sereni e continuano a dire di non essere stati a Erba al momento della strage".



FONTE:
www.masterworld.org/news/news.php?id=19096&PHPSESSID=1b4fc6be120846ba57d6329c8289a6ef

mercoledì 27 dicembre 2006

In piazza a Lamezi contro il racket: in migliaia per la legalità

Lamezia, in piazza contro il racket.
Attentati intimidatori e il duplice omicidio dei giorni scorsi
hanno scatenato la protesta degli abitanti della città calabra


 Lamezia, in piazza contro il racket In migliaia per la legalità LAMEZIA TERME - "Facciamoci sentire per non farci seppellire". Questo lo slogan che ha aperto il corteo dei 5mila manifestanti scesi in piazza a Lamezia Terme per protestare contro gli ultimi attentati intimidatori e il duplice omicidio di giovedì scorso. La manifestazione, partita intorno alle 9 e 30 di questa mattina si è fermata davanti all'abitazione distrutta dalle fiamme la notte del 24 ottobre in un attentato del racket.

Il sindaco, Gianni Speranza, e gli assessori si sono fermati a parlare con il titolare della ditta, Giuseppe Godino: "spero che questa grande presenza sia di conforto a Godino ed ai lavoratori che hanno perso il lavoro". Il vicesindaco, Elvira Falvo, ha detto che "le persone oneste devono continuare a lavorare ed a fare lavorare le persone oneste".

Giuseppe Godino, visibilmente commosso, ha parlato di una "solidarietà molto bella. Non pensavo che la manifestazione sarebbe stata così grande, anche se sono convinto che queste sono cose inutili. Domani sarà come prima. C'è bisogno di una legge che aiuti i cittadini che hanno voglia di lavorare. Non ho capito perchè hanno fatto questo gesto. Mettere a fuoco è molto complicato". Mentre parlava Giuseppe Godino si è interrotto spesso per l' emozione.

Uno dei figli di Godino, rivolgendosi ai ragazzi, li ha ringraziati "di cuore. Dobbiamo crescere tutti quanti perchè il nostro futuro non deve essere condizionato da nessuno. Dobbiamo produrre ricchezza per fare rinascere questa città che io amo. Vogliamo continuare a lavorare a Lamezia e poter dare lavoro a tanta gente onesta".

Origine: Repubblica

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