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giovedì 19 settembre 2019

Nikhil, Rikita, Palvi e gli altri: storie di una nuova Italia. L'induismo tra di noi. Diwali, Festa della Luce induista. Roma 3-4 novembre 2019

Nikhil, Rikita, Palvi e gli altri: storie di una nuova Italia.

Incontro con l'induismo in preparazione alle celebrazioni del Diwali, 3 e 4 novembre, Roma.

Primo Rapporto sull’Induismo in Italia, realizzato da Eurispes.

Che lo si voglia o no, l’Italia non è più da tempo il paese di spaghetti, pizza e mandolino.
Lo dicono i numeri – al 1 gennaio 2018 i cittadini stranieri nel nostro Paese sono 5,1 milioni, l’8,5% sul totale dei residenti – ma non solo.
Lo dicono le storie di vita di chi è arrivato da noi, portando con sé culture, esperienze religiose differenti, che hanno generato modi diversi di vivere il quotidiano. 
Il fenomeno immigratorio in Italia non ha determinato solo grossi cambiamenti economici e sociali, ma ha innescato trasformazioni culturali e attivato ‘ibridazioni’ e contaminazioni nelle grandi città così come nella provincia.
Lo sapevi che in Italia, ad esempio, c’è una piccola India?
Sono circa 150mila infatti gli induisti in Italia, di cui 22mila italiani, rappresentate dall’Unione Induista Italiana, che conta sul territorio 16 templi (e altrettante comunità che non hanno un tempio) e un monastero, il Matha Gitananda Ashram, vicino Savona.
Ma dietro ai numeri statistici, ci sono storie di persone che nel Paese vivono le proprie vite in un continuo rimando di culture e di valori tra quelli di origine e quelli della realtà che li ha accolti.
Ci sono Nikhil e sua moglie Payal, arrivati a Firenze nel 2001, si sono affermati nel campo della moda e ora sono tra i fornitori dei più grandi marchi di abbigliamento, come Armani, Zara, Conbipel.
C’è Rikita, due figli, separata dal marito, con una storia familiare difficile, ma che con coraggio è riuscita a rompere l’obbligo di tacere e che è divenuta un modello per molte donne, indiane e italiane.
Poi c’è Svamini Atmananda Ghiri, italiana di Savona, da che aveva 4 anni si dedica alla danza classica indiana, che la porta a 15 a sostenere l’esame in India di fronte ad alcuni tra i più famosi maestri.
C’è Palvi, studentessa di economia, prossima alla laurea, arrivata a Brescia con la famiglia a due anni.
C’è Anil, 50 anni, che lavora in un caseificio a Piacenza. Tre figli scout e una missione: aiutare chi si trova in difficoltà, per un visto, un lavoro o in famiglia. È tra i fondatori dell’Associazione Nari, contro la violenza domestica.
C’è Claudio, che “indossa dalla nascita un corpo complesso nella sua gestione” per una tetraplegia. Nel ’92 incontra l’induismo e comincia un percorso di liberazione che lo condurrà a prendere parte al progetto “Yoga Senza Barriere”.
Sono solo alcune tessere di un mosaico interculturale che è già realtà nel nostro Paese da molti anni e che dimostra come la convivenza non solo sia possibile, ma auspicabile quanto arricchente.
Ognuna di queste persone e molte altre sono a disposizione per interviste e approfondimenti, l’occasione per entrare nell’India che vive in Italia.

mercoledì 1 marzo 2017

Eutanasia. Il caso di dj Fabo. Della vita e della morte.





In questi giorni suifaceboook e socisal si è accesa la polemica sul triste caso di dj Fabo che ha riportato alla ribalta la questione dell'eutanasia

Da un punto di vista religioso, il rifiuto della vita, quale che sia, sia dal punto di vista del dolore fisico e della sofferenza psicologica, è un peccato tra i più gravi immaginabili (se esiste una classifica dei peccati).

Dal punto di vista normativo-sociale un suicidio è un auto-omicidio, un reato anche perchè le ripercussioni non ricadono solo su se stessi. 

Poi se chi vi sopravvive (per fortuna o sfortuna, lo saprà solo lui) non andrà sotto processo, ma ideologicamente sarebbe da considerare una sorta di assassinio di se stesso. 

Dal punto di vista etico-umano - quello cui in realtà tengo di più - è una delle più drammatiche scelte individuali che - giuste o sbagliate - che possano essere mai prese. 

Trovandomi al posto di dj Fabo, un caso estremo di una persona ormai incapace di esercitare la propria volontà, pur mantenendo tutto il suo raziocinio, io non so quale sarebbe stata la cosa più giusta da fare per me, cosa io avrei voluto per il mio destino senza alcun ombra di dubbio.

Forse sì, ma credo che siano situazioni in cui la nostra opinione può incredibilmente cambiare quando i casi della vita ti pongono di fronte a quel tipo di dramma.

Da parte nostra, di tutto il resto del mondo che ne sta discutendo, però, auspicherei che se ne parlasse con molto più rispetto. 

Il rispetto. Dj Fabo Era una persona, un normale ragazzo, di fronte ad un baratro senza fine.


Online sui Social si è scatenata una discussione cui tutti si sono messi a sentenziare con toni spesso davvero aspri.


Per me sarebbe stato meglio tacere. Il dolore dei singoli resti individuale e bisogna averne rispetto.

Io non ho certezze, ma anche io mi interrogo sulla drammatica vicenda, più per esplicitare i miei dubbi che volontà di affermare chissà quali miei granitici valori.


Perciò mi chiedo: se non si ha il dono della Fede (o comunque la disperazione è così insuperabile, tanto da sperare comunque nella misericordia divina, pur facendola finita), perché non si può avere il diritto all'autodeterminazione di porre fine a delle inaudite sofferenze che non diminuiranno mai, se non con la morte? 

Perché nel momento più drammatico della propria esistenza lo Stato e la Società ci devono abbandonare alle nostre miserie cui non siamo in grado di porre fine? 

Non potrò mai auspicare "più eutanasia per tutti", ma sicuramente vorrei una normativa che arrivasse a prevedere questi casi. 

Perché purtroppo ogni giorno ci sono tante persone che versano in quelle condizioni, persone che meriterebbero di non dover ricorrere al reato di qualcuno per porre fine al proprio dolore.

La vita è un valore assoluto, nessuno ha alcun dubbio.
Nessun dubbio... anche per chi, al contrario, non perde occasione di invocare – soprattutto sui Social -  la pena di morte contro chi si macchia dei reati di violenza più efferata.

Ma non si può continuare a voltare la faccia a persone come dj Fabo,  abbandonarle al proprio destino in nome della difesa ad oltranza del valore della vita.

La vita è un bene assoluto, va bene, ma deve poter essere prevista, normata e regolamentata, anche la possibilità di esercitare il diritto alla morte per chi versa in condizioni di estrema sofferenza.

Lasciando tutto come sta non si annullerà il problema.

venerdì 24 febbraio 2017

Storia dell’acqua nella religione: fra ambiente e spiritualità


Tutte le religioni hanno dato da sempre un ruolo centrale alla sacralità dell’acqua.
In essa si ritiene si manifestino, in modo simbolico, i segni del divino: da essa nascono le tutte le forme e a essa tornano; simbolo cosmogonico per eccellenza, assume in tutte le culture, una pluralità di significati spirituali.

sabato 30 maggio 2015

Brescia. Festival della Comunità di Corpus Hominis: il primo giorno


Il Festival della comunità: giorno 1

Domenica 31 maggio, la prima giornata del Festival della Comunità di Corpus Hominis si apre con la Festa dei Popoli. Alle 10.30 il vescovo di Brescia Monsignor Luciano Monari presiederà la Santa Messa alla Parrocchia S. Giovanni Battista della Stocchetta, con la partecipazione delle autorità cittadine.
Nel pomeriggio alle 18 al Polo culturale della Diocesi in via Bollani sarà inaugurata la mostra “Il corpo della città. Bozzetti del Concorso giovani artisti e mostra degli artisti Stefano Crespi, Anna Facchini, Piero Galli”. Ospite d’eccezione sarà Raul Gabriel, autore di XFiction, l’immagine scelta come logo di Corpus Hominis
In serata alle 21.30, in piazza Loggia, Lucilla Giagnoni sarà protagonista della meditazione teatrale “Opere di Misericordia”, l’evento dedicato al tema guida del Festival della Comunità: la Misericordia.

OPERE DI MISERICORDIA

Domenica 31 maggio alle 21.30 in Piazza Loggia la meditazione teatrale “Opere di misericordia” di Lucilla Giagnoni (consulenza di Carla Bino, musiche di Paolo Pizzimenti, luci e proiezioni di Massimo Violato) introdurrà il pubblico alla tematica guida del Festival della Comunità: la misericordia.
“Amerai il prossimo tuo come te stesso” oggi dagli esegeti viene anche tradotto con: “Amerai il prossimo tuo perché è come te stesso”. C’è uno specchiarsi reciproco nell’Amore, nella Misericordia che nasce dal primo specchiarsi di Dio con l’Umano, del primo uomo con la prima donna, della madre con il figlio attaccato al proprio seno.
“Beati i Misericordiosi perché troveranno Misericordia”: la Misericordia si specchia nella stessa Misericordia. Su questa reciprocità, la Misericordia si erge a virtù morale e condivisa del vivere civile. 
Sulla Misericordia nascono le stesse comunità umane, le città, tanto che prima ancora di costruire le mura, in molte comuni italiani, un tempo, si costruivano gli edifici della Misericordia dove si dava assistenza ai bisognosi. Così a Brescia.

LA FESTA DEI POPOLI

Il Festival della Comunità comincia con la Festa dei popoli, una giornata dedicata al dialogo tra culture, tradizioni e religioni diverse. Il contesto sociale ed ecclesiale che stiamo vivendo presenta infatti la sfida decisiva del dialogo tra queste tre sfere, una partita che non si può rinviare e che deve essere affrontata di slancio. 
A tal fine il coordinamento degli uffici pastorali della Diocesi di Brescia che da tempo si occupa dell’accoglienza degli immigrati, del dialogo ecumenico e interreligioso nonché della missione di annuncio e testimonianza del Vangelo propone a tutto il territorio un evento significativo nel quale si coniugano la dimensione del dialogo dell’incontro e del dono.
Scopri il festival

mercoledì 13 febbraio 2013

GAME OVER per Papa Benedetto XVI o per la Chiesa?

Le dimissioni del Papa sono state un fulmine a ciel sereno. Peggio, un forte terremoto. Hanno provocato sconcerto, smarrimento e dolore ma anche una gamma di sentimenti deprecabili e tanta ironia gratuita. Non accadeva da oltre sei secoli che il Pontefice rinunciasse al soglio di Pietro. L’ultimo dimissionario era stato Gregorio XII, in carica dal 1406 al 1415. Prima di lui, avevano rinunciato altri cinque Papi, fra cui Celestino V, che abdicò nel dicembre 1294 dopo appena quattro mesi di pontificato. Di lui, Dante scrisse che “fece per viltade il gran rifiuto”. Ora, per quanto il Codice di Diritto canonico (canone 332, comma 2) contempli la possibilità che il Papa si dimetta, è normale che il gesto di Ratzinger sia apparso ai più abnorme. C’è chi l’ha ritenuto inedito e inverosimile. Invece, esistono dei precedenti e ha una sua logica. Già, ma quale? 
Molte persone mi hanno chiesto cosa penso della rinuncia di Benedetto XVI e se anche nel suo caso, come per Celestino V, si può parlare di viltà. Dopo avere riflettuto e fatto indigestione di commenti nazionali e internazionali sull’accaduto, sono arrivato alle mie conclusioni. Si tratta di convinzioni personali ma forse non originali. In sostanza, condivido il pensiero di alcuni illustri esperti di fenomenologia ecclesiastica. In primis, ritengo che la sua decisione non sia vile ma coraggiosa. Ratzinger merita rispetto per la dignità del suo gesto, che sarebbe assurdo definire una “fuga”. Credo che il Papa abbia deciso di “scendere dalla croce” (cosa che non fece un Giovanni Paolo II stanco e malato, come ha rimarcato il cardinale di Cracovia Stanislaw Dziwisz, che di Wojtyla fu il segretario personale) per compiere a sua volta un gran rifiuto che ha il profumo dell’estremo sacrificio. Penso abbia agito per il bene della Chiesa. Ha cercato di rimettere Cristo al centro della Chiesa con un atto di libertà e insieme di estrema ribellione alla nomenclatura ecclesiastica. Purtroppo, il suo tentativo è anche una resa senza condizioni. E qui, è il caso di evidenziare i retroscena delle sue dimissioni, che non sono segreti. Da tempo, la Chiesa cattolica apostolica romana è un campo di battaglia, un nido di serpenti, un’arena dove si affrontano forze antagoniste. C’è una curia nefasta, conservatrice, malata di potere e non solo. È la corrente che ha portato la Chiesa alla deriva e l’ha allontanata ulteriormente dal popolo dei fedeli. È la Chiesa, tanto per intenderci, dei preti dediti ai giochi finanziari, schiavi della lussuria, misogini e velenosi come scorpioni. La Chiesa degli alti prelati faccendieri e pedofili che hanno tradito Gesù e il Vangelo e rimpiangono il potere temporale dello Stato della Chiesa. È il cuore di tenebre del Vaticano. Sul versante opposto c’è una nuova Chiesa, composta da uomini di Dio che hanno compreso che la barca di San Pietro deve cambiare rotta per uscire dalla tempesta, per non naufragare e sparire, inghiottita dai flutti del relativismo e della sua crisi senza fine. I membri della nuova Chiesa sono consapevoli che il mondo è cambiato ma la vecchia Chiesa no, resta ancorata alle sue convinzioni, ai suoi sbagli, alle sue dottrine obsolete, ai suoi vizi insopportabili. Come disse in un intervista il cardinal Martini poco prima di morire “la Chiesa è rimasta indietro di duecento anni”. I fautori del rinnovamento sanno che bisogna prendere il coraggio in mano e riformare radicalmente l’istituzione. Come? Permettendo ai sacerdoti di sposarsi e alle donne di assumere ruoli fino ad ora preclusi. Spazzando via il marcio. E magari iniziando a distribuire le proprie ricchezze ai poveri. Non sarebbe male, ad esempio, se la Chiesa vendesse alcune proprietà immobiliari e col ricavato costruisse diecimila pozzi in Africa. Il Papa sa di questa lotta fra il bene e il male. Si è trovato nel mezzo della titanica faida. Ha cercato di cambiare la Curia romana, viziosa e corrotta, ma ha fallito. S’è reso conto di non avere la forza né il potere per infondere nuova linfa al cattolicesimo, che è in agonia. Forse non ne aveva le capacità. Ci voleva un guerriero carismatico e insieme diplomatico e non un fine studioso per riuscire nell’impresa di stanare Satana e le sue orde dal Vaticano. Sta di fatto che Ratzinger si è arreso e la sua resa, che si presta a tante interpretazioni e qualcuno ha definito un “vulnus”, una ferita per la Chiesa, mette a nudo la crisi di governo della Chiesa stessa, il grave conflitto interno costellato di intrighi, manovre, dissidi e tradimenti. Nemmeno fossimo ai tempi dei Papi simoniaci e dei Borgia, della santa inquisizione e delle crociate contro i pagani. Di questo conflitto, una vera guerra fra i cardinali, parlerò in modo approfondito più avanti, in prossimità del conclave, che mai come questa volta potrebbe essere un Armageddon. Ma torniamo agli eventi di queste ultime ore. S’è fatta anche l’ipotesi che Ratzinger si sia dimesso per motivi di salute. È vero che soffre di cuore e che tre mesi fa, nel riserbo assoluto, è stato sottoposto a un intervento chirurgico nella clinica romana Pio XI. Pare che i suoi problemi cardio-circolatori gli provochino una dispnea che lo affatica e debilita. Ci sta ma le condizioni cliniche di Giovanni Paolo II erano di gran lunga peggiori delle sue eppure non mollò la presa. Al massimo, le condizioni di salute di Ratzinger potrebbero averlo indebolito ma non indotto a uscire di scena in modo così clamoroso. Insomma, sul Papa veglia lo Spirito Santo, che non può essersi dissociato a causa di un pacemaker o della stanchezza psicofisica. Una cosa è certa: la dimissione di Benedetto XVI è il paradigma di una Chiesa allo sbando, incapace non solo di cambiare marcia ma anche di fronteggiare la crisi morale e spirituale dei nostri tempi. La Chiesa ha abdicato prima del Santo Padre. Ha spezzato il cordone ombelicale che la univa all’assemblea dei fedeli. Ha dato ripetutamente scandalo, sia sul piano morale e sessuale che su quello economico-finanziario. Si è mostrata debole, ottusa, farisea. Da tempo, ha rinunciato ad essere la guida degli uomini di buona volontà, che si sono allontanati, svuotando le chiese, e il fatto che il suo leader sia stato costretto a cedere le armi sta a significare che la cancrena ha ormai corroso le difese immunitarie del sistema. Tra le possibili implicazioni del gran rifiuto del 256esimo Papa della Chiesa cattolica c’è la fine della Chiesa stessa, evitabile solo con la sua palingenesi. Dipenderà dall’esito del conclave ma di ciò, ripeto, scriverò in seguito. 
Voglio concludere citando una frase del Papa dimissionario che la dice lunga. “La Chiesa non agisce per estendere il suo potere o affermare il suo dominio ma per portare a tutti Cristo, salvezza del mondo”. Mi domando se Benedetto XVI lo pensasse veramente. In ogni caso, GAME OVER. La sua resa indica che non crede più alle favole. 
www.giuseppebresciani.com

lunedì 4 febbraio 2013

Servono ancora le religioni o sono solo gli psicofarmaci dell'anima?

A molti è sfuggita una notizia assai importante. Ma sarebbe più giusto dire che in una società di stampo giudaico-cristiano come la nostra, la notizia in questione è stata volutamente trascurata o minimizzata. In Italia, un Paese in cui la sfera religiosa è condizionata dal Concordato fra Stato e Chiesa del 1929 (modificato dall’Accordo del 1984), è stata finalmente riconosciuta la libertà di culto. Dal 1 febbraio 2013, un’intesa parlamentare sancisce la laicità dello Stato e il diritto di ogni cittadino di scegliersi il Dio che preferisce senza essere discriminato. Cos’è cambiato? È cambiato che adesso le religioni minori godranno gli stessi diritti del cattolicesimo. La Grande Pagoda buddhista di Roma sarà considerata un luogo di culto al pari di San Giovanni in Laterano. Il monopolio di Radio Maria e dei collegi retti dagli ordini religiosi cattolici avrà fine e sorgeranno televisioni, templi e scuole teologiche induiste in Lombardia. Verranno riconosciuti i luoghi di culto e le festività religiose musulmane. E ancora, potremo scegliere procedure diverse da quella cristiana per la sepoltura o devolvere l’8 per mille alla sinagoga anziché alla parrocchia (ma a partire dal 2016). Un monaco buddhista o taoista potrà assistere un malato, un anziano in una casa di riposo o un carcerato mentre prima non gli era permesso. È giusto. Non è solo lo specchio dei tempi, caratterizzati dalla multietnicità e dalla necessità di accogliere e integrare chi ha una fede religiosa differente dalla nostra, ma il tardivo uniformarsi delle leggi alla Costituzione, il cui articolo 8 garantisce la libertà di tutte le religioni purché i loro statuti non entrino in contrasto con l’ordinamento giuridico italiano. Tempi duri per il Vaticano e i suoi affari, verrebbe da dire. Come se già non bastassero gli scandali finanziari e quelli a sfondo sessuale per mettere in crisi una Chiesa che ha rinnegato l'insegnamento cristico! 
Detto ciò, cambio rapidamente registro e mi pongo una domanda che a molti sembrerà abnorme e fuori luogo. Invece è pertinente. Servono ancora le religioni? Di più, sono mai servite realmente? Partiamo da una citazione famosa, che molti ritengono blasfema: “La religione è l’oppio dei popoli”. Prima di tutto, non è di Marx, come erroneamente si crede, ma di Bruno Bauer, un filosofo e teologo tedesco dell’800. Secondariamente, è la coda di una frase che recita: “La religione è il singhiozzo di una creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione priva di spirito. È l’oppio dei popoli”. Così ha un altro suono e ci invita a riflettere sulla realtà e sui fenomeni religiosi. La religione è figlia della paura. È la risposta zoppa a domande impossibili, a bisogni inappagabili. L’uomo primitivo, vulnerabile e smarrito, mentre spiava dall’interno di una grotta i fulmini che squarciavano il cielo intuì che intorno e sopra di lui c’era una energia trascendentale, una forza misteriosa che è sorgente e motore dei temporali ma anche del vento, delle acque, delle stelle e di ogni atomo cosmico. Temeva questa forza e la chiamò “divinità”. Inventò mille nomi diversi per indicare Dio e insieme alimentò il timor di Dio. Ciò offrì lo spunto ai maneggioni per formulare teorie e sistemi religiosi di cui assunsero abilmente il controllo. Mentre i cacciatori e i guerrieri si occupavano delle faccende terrene, i sacerdoti si posero sul piedistallo come sacri intermediari fra la terra e il cielo. L’organizzazione e istituzionalizzazione delle pratiche di adorazione delle forze arcane che controllano la natura portò alla nascita delle grandi religioni monoteiste (come l’ebraismo) o politeiste (come i culti pagani dell’antica Grecia e dell’Egitto). Comune denominatore era il riconoscimento di un Dio che gli uomini avevano creato a propria immagine e somiglianza (salvo i casi in cui Dio era identificato col Sole). Il resto è storia. Già, la storia dell’uomo è la storia della lotta senza quartiere per imporre il proprio Pantheon agli altri. La Bibbia è paradigmatica in tal senso e non meno allucinante è l’ascesa folgorante dell’Islam. La religione è il movente dei delitti, delle violenze e delle prevaricazioni esercitate in nome del Dio rivelato o degli autentici dei. Non è nemmeno da prendere in considerazione che il Dio degli altri abbia buone ragioni da vendere o che la religiosità altrui vada rispettata perché in fondo siamo tutti fratelli. Cristiani, ebrei, musulmani, induisti, jainisti, buddhisti (anche se il buddhismo è una filosofia più che una religione) non hanno fatto altro che combattersi in nome del potere sacro che sancisce la verità. 
Ma quale verità? L’unica cosa certa è che tutte le religioni di questo mondo hanno fallito e sono ormai palliativi inefficaci, concentrati di favolette, saghe di cui si è perso il senso, ricette inadeguate alla nuova era. La verità è che le religioni sono utili solo come paradisi artificiali. Sono lo psicofarmaco dei popoli, per usare un’espressione più moderna. La religione ci conforta, ci blandisce, ci promette, ci illude e qualche volta finge di capirci. Peccato che tutto questo abbia un prezzo e che prima o poi ci si accorga che è solo un artificio umano, fatto di dogmi e liturgie, sovrastrutture e apparati che ci allontanano dalla comprensione. È solo un’illusione, un bazar in cui viene messa in vendita la salvezza dell’anima. Ma Dio non ha nulla a che fare con questo commercio.
Tu sei pazzo! – protesterà uno dei miei 25 lettori. Non sono pazzo e nemmeno ateo. Io credo nell’esistenza dell’Uno, dell’Arkè primordiale e universale, dell’energia cosmica di cui sono parte. Come fece il conte di Saint Germain, mi sento di affermare: “Io sono”. In questo assioma c’è tutto quello che mi serve. Non credo più alle religioni tradizionali, fatte dagli uomini per ingannare e imbrigliare altri uomini. Non credo più in un Dio antropomorfo e nemmeno alla religione cristiana, di cui ho bevuto il latte fino a vomitarlo. Troppe bugie, manipolazioni e incongruenze. Troppa arroganza, ipocrisia e avidità da parte dei ministri del culto. Se Gesù tornasse sulla Terra (e magari l’ha fatto) non sarebbe cristiano. Credo che una volta raggiunta l’età della ragione sceglierebbe di non aderire a nessuna confessione religiosa. Lancerebbe l’idea di una nuova fede ecumenica, fondata sull’amore e il rispetto. Non solo del prossimo ma anche della natura e degli animali. Il resto è aria fritta. 
Se mi chiedo se le religioni hanno ancora senso in un mondo dove gli esseri umani vivono una palingenesi senza precedenti (l’ascensione alla quarta dimensione, di cui ho parlato in alcuni post), è perché la frequenza vibratoria sul pianeta è cambiata. Ci stiamo evolvendo alla velocità della luce. La nostra spiritualità è affamata di verità come non mai, non le bastano più il santo rosario, i santini e gli incensi della vecchia sacralità. Sentiamo di appartenere alla natura, al cosmo, e vogliamo elevare la nostra coscienza. Le vecchie religioni non ci possono più aiutare. Sono obsolete e vogliono continuare a controllarci, imporci le regole, soffocare la nostra libertà di connetterci col divino che in noi e sopra di noi senza intermediari. Alcune lo fanno con meno rigore di altre ma tutte hanno la presunzione di dettarci i modi e i tempi. Tutte ci vogliono in ginocchio e in adorazione.
Cosa dovremmo fare? Semplice, primo licenziare la religione coi suoi macchinosi, noiosi apparati, ringraziandola per quello che ci ha dato. Secondo, riscoprire la religio e aderire a una fede più intima e insieme panteistica. La religio?! Sì, quel sentire intimo e profondo che ci vibrare in armonia col creato e ci fa provare emozioni vere, stati d’animo beati quando i nostri pensieri sono allineati con l’Uno e il nostro cuore batte all’unisono con le stelle. La religio è il comune denominatore di tutti gli esseri umani, è la chiave per aprire lo scrigno della verità, del mistero della nostra esistenza. È ciò di cui abbiamo bisogno in un’epoca di transizione, in cui la spiritualità va sostituendo la vecchia religiosità.  Mi rallegro che dal 1 febbraio 2013 tutte le religioni godano di pari dignità. Ma nello stesso tempo auspico che il consorzio umano possa compiere un balzo quantico e si affranchi, passando dalla religione che divide alla religio che unisce. Che ognuno possa interpretare a suo modo la musica del cielo. Solo la libertà ci avvicina alla mente di Dio.
www.giuseppebresciani.com

mercoledì 25 febbraio 2009

Global Bioethics: Scienza, Religioni e Diritti Umani in dialogo




Carissimi,

un sentito saluto a tutti voi. Vi scrivo per informarvi che il prossimo 30 luglio 2009 inizierà l'VIII Corso Estivo Internazionale di Aggiornamento in Bioetica e durerà fino al 10 luglio 2009. Il tema di quest'anno sarà "Global Bioethics: Scienza, Religioni e Diritti Umani in Dialogo". Anche quest'anno il corso sarà suddiviso in due moduli.

L'aggiornamento indirizzato a giuristi, medici, infermieri, filosofi e comunicatori sociali, sacerdoti, religiose e a figure professionali interessate alle problematiche di una Bioetica Globale. Lo scopo sarà di dar visione alla dimensione etica della pratica medica e la ricerca scientifica in un ambiente multiculturale. Di evidenziare il contributo delle religioni nella riflessione bioetica odierna e la necessità di un dialogo costruttivo tra mondo laico e religioso in cui la moderna categoria giuridica dei diritti dell'uomo offra un punto di riferimento globalmente condiviso.

Gli argomenti saranno trattati da docenti della Facoltà di Bioetica ed esperti esterni, provenienti da diversi paesi. Oltre alle lezioni vi saranno diverse attività di riflessione e discussione comune, favorendo così la partecipazione attiva di tutti i corsisti.

Come ogni anno la frequenza è obbligatoria in un 80% per avere diritto al certificato di frequenza (su richiesta). Oltre alle conferenze si terrà un'attività di riflessione e di discussione in comune, favorendo la partecipazione attiva di tutti i corsisti.

Le iscrizioni saranno accettate dal 1 aprile al 25 giugno 2009. Prossimamente provvederò ad inviarvi il programma dettagliato degli argomenti trattati e dei docenti che vi parteciperanno.

Spero d'incontrarvi presto presso il nostro Ateneo e questa potrebbe essere un'occasione ideale.

Rimanendo a disposizione per ulteriori informazioni, vi invio il mio più sincero saluto.

Cordialmente,

Emmanuele Di Leo

Responsabile Promozione e Comunicazione

Facoltà di Bioetica – Ateneo Pontificio Regina Apostolorum

Tel: +39 06 66 53 7931

Cell: +39 338 96 56 333

Email: edileo@upra.org

Web: www.upra.org – www.facoltadibioetica.org


mercoledì 22 ottobre 2008

"SAN PAOLO PARLA": cinque incontri sulle lettere paoline

COMUNICATO STAMPA

"SAN PAOLO PARLA:
i protagonisti del nostro tempo a confronto con l'Apostolo delle Genti"

CINQUE INCONTRI SULLE LETTERE PAOLINE

Card. Andrea Cordero Lanza di MONTEZEMOLO
Card. Agostino VALLINI
Mons. Gianfranco RAVASI
On. Gianni ALEMANNO

Presentano

PRIMO INCONTRO: Lettera ai Romani

27 ottobre 2008, ore 20.30

BASILICA DI SAN PAOLO FUORI LE MURA

Conduce: Piero SCHIAVAZZI, giornalista vaticanista



"Sono lieto di annunciare ufficialmente che all' apostolo Paolo dedicheremo uno speciale anno giubilare dal 28 giugno 2008 al 29 giugno 2009, in occasione del bimillenario della sua nascita, dagli storici collocata tra il 7 e il 10 d.C."

Con queste parole, Benedetto XVI ha annunciato alla Chiesa e al mondo l' indizione dell' Anno Paolino, per celebrare la figura dell' Apostolo, a 2000 anni dalla sua nascita, attraverso una serie di eventi liturgici ed ecumenici, iniziative pastorali e sociali ispirate alla spiritualità paolina.

Nella cornice di tali eventi culturali, si colloca il programma di cinque incontri dedicati alla lettura delle epistole paoline denominati "San Paolo Parla".

Protagonisti del nostro tempo, esegeti, alti prelati, politici, esponenti del mondo della comunicazione e dello spettacolo, della cultura e dello sport si confronteranno con l' Apostolo delle Genti attraverso la lettura delle sue epistole. Primo appuntamento di questo ciclo di incontri: Lunedì 27 ottobre alle ore 20.30 presso la Basilica di San Paolo fuori Le Mura.

Interverranno il Cardinale Agostino Vallini, Vicario di Sua Santità per la Diocesi di Roma, Mons. Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, l'On. Gianni Alemanno, Sindaco di Roma. L'evento vedrà la partecipazione dell' attore Vincenzo Bocciarelli che leggerà brani tratti dalla lettera di San Paolo apostolo ai Romani, e del Coro Interuniversitario di Roma diretto dal M° Massimo Palombella.

Condurrà la serata Piero Schiavazzi, giornalista vaticanista e direttore degli Eventi di Elea, l' Istituto di Alta Formazione dei Figli dell' Immacolata Concezione, società a cui è stata affidata la responsabilità della segreteria organizzativa.



Debora Bora
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Ufficio Stampa di "San Paolo parla: i protagonisti del nostro tempo a confronto con l'Apostolo delle Genti"

C/O Elea
Via della Conciliazione, 3
00193 ROMA
Tel. 06 97657018

sabato 11 ottobre 2008

A Roma una mostra celebra San Benedetto


In un solo corpo: San Benedetto, una tradizione vivente
12 ottobre 2008 – 10 novembre 2008
Sale Espositive del Centro San Carlo
Basilica dei SS. Ambrogio e Carlo via del Corso 437- Roma

Le sale espositive del Centro San Carlo ospiteranno, a partire dal12 ottobre, una mostra iconografica itinerante dedicata alla figura di San Benedetto, che viene narrata, attraverso pannelli espositivi, in modo semplice ed accessibile a tutti.

Il percorso espositivo è articolato in diverse sezioni attraverso le quali si racconta la figura del Santo, la sua Regola, la vita monastica e gli influssi del monachesimo nella vita sociale dell’epoca.
Un'epoca che deve molto al fervore religioso e alla nascita di nuovi ordini monastici, primo fra tutti quello Benedettino con il motto “Ora et labora”. È l’incontro con un’esperienza che cambiò radicalmente le sorti del mondo diventando l’inizio di una nuova civiltà e punto cruciale del rinnovamento della Chiesa, radice dell’Europa. Un'importanza che continua fino ai giorni nostri e che ha visto la proclamazione di San Benedetto come Patrono d’Europa, da parte di Paolo VI, il quale ha voluto “riconoscere l’opera meravigliosa svolta dal Santo mediante la Regola per la formazione della civiltà e della cultura europea” come ha affermato papa Benedetto XVI, durante l'Udienza Generale del 9 aprile 2008, per poi concludere che “cercando il vero progresso, ascoltiamo anche oggi la Regola di san Benedetto come una luce per il nostro cammino. Il grande monaco rimane un vero maestro alla cui scuola possiamo imparare l’arte di vivere l’umanesimo vero”.


Papa Ratzinger, anche se ha dichiarto di aver scelto il nome di Benedetto per riallacciarsi idealmente al “venerato pontefice Benedetto XV, che ha guidato la Chiesa in un periodo travagliato a causa del primo conflitto mondiale”, durante la sua prima udienza ha ricordato come questo evochi anche “la straordinaria figura del grande Patriarca del monachesimo occidentale, san Benedetto da Norcia” e di come l'ordine da lui fondato abbia “esercitato un influsso enorme nella diffusione del cristianesimo in tutto il continente”, compresa la sua terra d'origine, la Germania dove è molto venerato. E proprio in quell'occasione ha ribadito che san Benedetto costituisca “un fondamentale punto di riferimento per l'unità dell'Europa e un forte richiamo alle irrinunciabili radici cristiane della sua cultura e della sua civiltà”.

La mostra vuole anche illustrare quale sia stata l'eredità di San Benedetto per capire come il suo messaggio sia attuale e sperimentabile anche ai giorni nostri ed è frutto di un'importante lavoro di studio e ricerca, durato circa due anni, da parte di monaci benedettini della Comunità Monastica dei SS. Pietro e Paolo presso la Cascinazza di Buccinasco (MI)
La Mostra su San Benedetto è un aiuto a riscoprire gli inizi di ciò che siamo, per affrontare oggi la realtà consapevoli di ciò che portiamo. Occorre prestare attenzione a ciò che è accaduto, che continuamente riaccade.


Nella Regola è il Signore che ci fa questa domanda e ci chiama a un lavoro. San Benedetto commenta: “Se tu all’udirlo risponderai ‘io’, Lui sarà tutto per te, e prima ancora che tu lo invochi Lui dirà: eccomi!”. E conclude: “C’è qualcosa di più dolce per noi di questa voce del Signore che ci invita? Ecco, nella sua pietà Egli ci mostra la via della vita”.
La mostra vuol essere un tentativo di risposta a questa domanda oggi, e nello stesso tempo vuol cercare di comunicare tutta la pietà e la dolcezza della fedeltà di Dio verso di noi. È solo la presenza della potenza dello Spirito che può investire la coscienza dell’uomo e persuaderlo alla novità di Cristo. E tale potenza opera sempre dentro un segno; il primo di questi segni è l’unità visibile di coloro che sono stati chiamati e credono in Lui.
A rendere ancora più suggestiva la mostra, il semplice allestimento curato dalla Pgeventi, che in questo modo ha voluto sottolineare la semplicità della vita monastica e gli straordinari spazi espositivi. In modo particolare la cripta che arricchisce il percorso espositivo di un'atmosfera ricca di misticismo.

Dal 12 ottobre al 10 novembre 2008
Orario: dal martedi alla domenica dalle 10 alle 18,30 (ultima entrata ore 17,30).
Lunedi chiuso
Biglietto unico 3 euro (gratuito per bambini fino a 6 anni)
Contatti:tel: 338-9118050 www.pgeventi.com – pgventi@yahoo.it -

domenica 21 settembre 2008

Giornata ecumenica dialogo cristiano islamico VII edizione


27 ottobre 2008: VII edizione della Giornata ecumenica del dialogo cristiano islamico
La gioia del dialogo


A circa un mese dalla celebrazione della VII edizione della Giornata ecumenica del dialogo cristiano islamico del 27 ottobre 2008, sono già una trentina le iniziative che si segnalano in varie parti d'Italia, città grandi e piccole come Roma, Cintano, Udine, Torino, Caltanissetta, Voghera, Ortovero, Latina, Milano, Licata, Asti, Fidenza, Calolziocorte, Canosa Sannita, Giove, Vicenza, Desio, Novellara, Bergamo, Ravenna, San Vito dei Normanni, San Mauro Torinese, Monserrato, Angeli di Rosora, Brescia, Altare, Novara, Rimini, Trento. Adesioni sono giunte anche dall'estero, come ad esempio dal Cairo (Egitto).

Oltre ai promotori hanno aderito finora molte associazioni, cristiane e islamiche, ma anche amministrazioni locali e ONG. Altre adesioni sono annunciate per le prossime settimane. Alcune di queste iniziative sono già in corso, come quella promossa da
www.minareti.it, che sta realizzando a Roma la mostra "I giusti dell'Islam". Altre si svolgeranno nella prossima settimana. Per tutti gli aggiornamenti si veda la pagina web: www.ildialogo.org/islam/cristianoislamico.htm.

Il tema della giornata che abbiamo proposto quest'anno è quello de "la gioia del dialogo". E' un tema controcorrente, che intende stimolare le comunità cristiane e musulmane a superare la paura reciproca che, soprattutto dopo la tragedia dell'11 settembre, viene diffusa a piene mani da chi ha interesse ad acutizzare il cosiddetto scontro di civiltà.


I recenti fatti luttuosi accaduti in numerose città d'Italia, fra cui l'omicidio di un giovane di 19 anni a Milano originario del Burkina Faso e reo di avere un diverso colore della pelle, interpellano i cristiani e i musulmani, ma anche i fedeli di tutte le altre religioni e i cittadini tutti, ad impegnarsi attivamente per la pace ed il dialogo e a vincere le tendenze fondamentaliste che hanno portato le religioni a benedire e a partecipare a guerre violente e fratricide.

Ci appelliamo perciò a tutte le donne e gli uomini di buona volontà, affinché anche quest'anno la VII giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico possa essere, come negli anni scorsi, un seme di speranza e un momento di gioia, di confronto sereno, di reciproca conoscenza e stimolo sulla via del bene.

La diversità arricchisce perché aiuta a vivere meglio il mistero della vita. La paura è nemica della vita. Sì, il frutto più bello del dialogo, come sa chi lo pratica realmente, è proprio quello, umanissimo, della gioia: in primo luogo, la gioia di scoprirsi fratelli e sorelle nonostante le tante differenze (e nonostante il cattivo vento contrario). Per consolidarlo e renderlo capace di moltiplicarsi, occorrerà individuare certo nuovi strumenti, nuove formule e nuovi spazi di incontro: ma soprattutto ritrovare nel cuore di ciascuno il coraggio di sperare, contro ogni speranza.

Riprendiamoci perciò il "diritto alla gioia", non stanchiamoci di farlo, e gridiamolo dai tetti il prossimo 27 ottobre 2008, in occasione della VII edizione della Giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico che da quest'anno si celebrerà sempre il 27 ottobre per fare memoria del primo raduno di Assisi delle religioni per la pace (1986) e darle una più piena dimensione ecumenica ed interreligiosa.


VOCABOLARIO MINIMO DEL DIALOGO INTERRELIGIOSO.

Per un'educazione all'incontro tra le fedi.

Recensione al libro di Brunetto Salvarani, Vocabolario minimo del dialogo interreligioso, EDB 2008.
Seconda edizione aggiornata e aumentata


di LAURA TUSSI


La pedagogia del dialogo si esplica in percorsi comunitari militanti e pratiche dialettiche di conduzione anagogica verso il cambiamento tra identità e differenza quale metabletica implicita nelle transizioni maieutiche di pluralismi religiosi e nelle interdipendenze di alternative cultuali, quali istanze proteiformi contemporanee presenti nelle società occidentali, nell'ambito di una costante dialettica maieutica di incontro e confronto secondo empatia e passione tra uomini e donne di differenti pratiche teologiche e di fede, dove incontrare l'altro nella sapienza.


L'"alfabeto dialogico" si dipana e propaga nell'ascolto e nella conoscenza in un orizzonte ecumenico globale a contatto con posizioni interreligiose e confini multietnici e pluriculturali in limitrofe concezioni di decentramento solidale, dove dall'omologia teologica si prospettano divergenze ideologiche e teleologiche, immaginando teorie egualitarie nella concezione di uguaglianza tramite il pensare le differenze, tra equità di opposizioni e contrasto tra posizioni. Dunque "dialogo interreligioso" e racconto intrabiografico, quale prospettiva dialettica costante e connubio dialogico militante tra pluralismi teologici in rievocabili e riattualizzabili ierofanie e fenomenologie teofaniche manifeste come eventi rapsodici nella civiltà occidentale.


Il dialogo è il presupposto comunicativo tra esseri umani, una modalità relazionale e trasmissiva di contenuti, nozioni e semplici messaggi, come espressione di idee, di valori ed anche sentimenti, emozioni e stati d'animo. Il dialogo diventa però opera di cammino comunitario, di percorso ecumenico, quale intento volutamente costruttivo, quando implica atteggiamenti di accoglienza, nel confronto, nell'interscambio proficuo di identità diverse, in relazioni dialogiche di dinamicità dialettica, nel contenere in sé la diversità di cui l'altro si fa portatore. Accogliere, ma anche tollerare e (perché no?) anche sopportare l'entità altra, la differenza altrui, quale vessillo e memoria che l'"altrui" identità ha effigiata ed impressa nel suo essere "altro" da noi.

Il dialogo, il confronto, l'interscambio, la condivisione, oltre che a costituire nobili intenti etici, di corretto vivere comunitario, implicano il rapporto con la diversità, nel tollerarla, assimilarla, riconoscerla ed accettarla, farla propria, pur mantenendo le distinte identità degli interlocutori, i caratteri imprescindibili di ogni cultura, di ogni credo, di ogni ideale politico, nel confronto dialettico tra memorie, storie di vita, narrazioni di esperienze, individuali e collettive, dove le ideologie, le fedi, le culture hanno aperto un solco, lasciato un'impronta, depositato un seme da cui germogliano prolifiche idee, innovativi contenuti, fecondi valori. La dinamicità dialettica del confronto sottintende atteggiamenti di umiltà, a scanso di equivoci di prepotenza o di imposizione sull'altro, e implica la deposizione, disposta all'ascolto, della propria precipuità e recondita ipocrisia individualistica, alimentando propositi costruttivi rispetto al rapporto con le alterità.

L'autore considera un'auspicabile "pedagogia del dialogo", necessaria e di augurabile attuazione in una società multiculturale, multietnica, multiconfessionale. Il cammino di confronto tra le grandi religioni sfocia e progredisce nella concezione ecumenica del concetto di fede: una grande comunità interconfessionale, il mondo intero, in cui si confrontano e coesistono le differenti culture, i credi, i rituali, le cerimonie, per cui dietro a questi aspetti fenomenologici della pratica di culto, sussiste un'unica e imprescindibile entità creatrice del cosmos, un unico Padre, grande e globale, universale punto di riferimento per l'umanità tutta.


Questo concetto di matrice prettamente rinascimentale -sviluppato da Pico Della Mirandola e Cusano- e illuministico (Montaigne ed altri) dovrebbe abolire per sempre lo spettro delle lotte interconfessionali e le guerre civili e fratricide, combattute in nome di un simbolo conteso o di uno specifico credo, quale vessillo prepotente e prevaricatore di un'identità su un'altra. Oltre alla pedagogia del dialogo, necessita un'educazione all'interiorità[1], alla memoria, non solo collettiva, ma anche individuale, un ripensarsi come soggetti portatori di fede e di fedi e di credi, mettendosi in discussione, rivedendo la propria storia di vita, ricostruendo le tappe di formazione dei percorsi del proprio sé e della costituzione delle nostre idee e della nostra identità in base alle relazioni con gli altri da noi. Solo recuperando una dialettica dell'interiorità, potremo ripartecipare la nostra identità precipua e solida e costruita con fatica dialettica e più consapevole, insieme all'altro da noi.


E' necessario un primo ripiegamento su se stessi, un ritornare a ripensarsi, un conoscersi di stampo socratico, per far fronte alle avvincenti seduzioni delle logiche del pensiero unico, portatore di schiaccianti mitomanie dell'effimero, con gli esproprianti dettami del mercato e del consumismo capitalista, in metropoli deturpate ed esacerbate da un erroneo progresso. Proprio qui, al centro del mondo industrializzato, dovrebbero risorgere le piazze, le agorà, per incontrarsi tutti, insieme, cattolici, islamici, ebrei ed altri…e costruire il futuro in un pluriverso di idee, culture e fedi, a confronto, nel microcosmo ecumenico dell'agorà e nel macrocosmo del mondo intero, dell'universalità.

LAURA TUSSI

[1] Cfr D. Demetrio, L'educazione interiore. Introduzione alla pedagogia introspettiva, La Nuova Italia, Firenze 2000



Con un sincero augurio di
Shalom - Salaam – Pace

Il comitato organizzatore


Il sito di riferimento della Giornata è
http://www.ildialogo.org

Per l'elenco delle riviste e associazioni che finora hanno promosso e sostenuto la
Giornata vedi la seguente pagina web:
http://www.ildialogo.org/islam/dialogo2007/promotorisesta29062007.htm

Per tutte le notizie, appuntamenti, interventi, materiali per la giornata vedi la pagina web:
http://www.ildialogo.org/islam/cristianoislamico.htm

Per aderire alla Giornata
http://www.ildialogo.org/islam/dialogo2008/ader28072008.htm

Per scaricare la locandina della Giornata
http://www.ildialogo.org/islam/dialogo2008/locan29082008.htm
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venerdì 12 settembre 2008

Riflessione amara dopo olimpiadi


Una riflessione amara del dopo olimpiadi



Gentile Direttore,

Ora che le olimpiadi sono finite, cessati i clamori, la conta del tintinnio delle medaglie, a palle ferme c'è un considerazione che mi preme di fare.

Riguarda la deferenza di tutte le nazioni al gigante orientale, la tendenza a tollerare limitazioni dei diritti, qualunque cosa, perché questo potrebbe influire negativamente sull'entità degli scambi commerciali.

Una cosa però mi ha particolarmente ferito, ed è stato il rifiuto dei maggiori capi di stato europei a ricevere il Dalay Lama.
Tra questi, particolarmente odioso è stato il comportamento di papa Ratzinger.

Ma come, il capo di una chiesa trionfante, si rifiuta di ricevere il capo di una chiesa oppressa? Con che diritto il papa parlerà ancora di morale, di ugualitarismo, che etica ci si può aspettare da una istituzione così prona all'utilitarismo,
al rispetto delle regole del potere?

Cordialmente,
Paolo Tranchina



--
Dr. Paolo Tranchina
Psicologo Analista
tranteo@cosmos.it

domenica 31 agosto 2008

DA RAVENNA PARTE IL TAVOLO SU "MOSCHEE E LEGALITA'"


SCELTA LA DATA SIGNIFICATIVA DELL’11 SETTEMBRE

BALDINI: “SIAMO IN ATTESA DI UNA RISPOSTA DAL SINDACO”






La F.I.S.O.C. (Famiglia Istituzioni e Società - Osservatorio Culturale), attraverso “Libertà e Futuro”, ha annunciato la costituzione del tavolo “Moschee e Legalità”. La presentazione dei lavori sul delicato argomento è fissato per l’11 settembre a Ravenna.

Sicuramente è stata scelta una data significativa e carica di ricordi non facilmente cancellabili dalla mente dei più. Per il “tavolo” è già stata inoltrata richiesta al Sindaco di Ravenna, Fabrizio Matteucci, per la concessione di una sala di proprietà del Comune.

Nessuna risposta ad oggi è pervenuta alla F.I.S.O.C. Infatti, il coordinatore di “LF” dott. Daniele Baldini è in attesa di conoscere le determinazioni della Giunta ravennate. Così lo stesso Baldini: “La data è stata già fissata, ci resta solo di sapere dove poter svolgere la nostra uscita pubblica”.

Il coordinatore di “LF” tiene a sottolineare che il tavolo dell’11 settembre sarà presieduto dall’avv. Patrizia Zaffagnini. Hanno già dato la loro adesione il prof. Carlo Monaco, Consigliere Regionale Emilia Romagna, i capigruppo ravennati di Forza Italia e Alleanza Nazionale Eugenio Costa e Sergio Covato, nonché il presidente provinciale di Ravenna de “La Destra” Patrizia Ricci ed il consigliere comunale PdL di Cesena Stefano Angeli.

Saranno anche presenti consulenti esterni che tratteranno aspetti di natura squisitamente tecnica dello studio. In relazione all’iniziativa promossa da “LF” Daniele Baldini ha dichiarato: “: Questo rappresenta il tavolo dei cittadini ed entro l’anno daremo risposte chiare formulando anche proposte legislative altrettanto chiare.

Ho richiesto una sala al Sindaco Fabrizio Matteucci in quanto è il tavolo della città, anzi il tavolo ditutti i cittadini Italiani. Tavolo che nessuno potrà strumentalizzare e/odefinirlo di intolleramnti o razzisti. Anzi penso sia il giusto modo per affrontare i problemi di una società sempre più composita”.

Alfonso Aloisi
alfonsoaloisi@virgilio.it
cell.: 340-9858493

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