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mercoledì 1 marzo 2017

Eutanasia. Il caso di dj Fabo. Della vita e della morte.





In questi giorni suifaceboook e socisal si è accesa la polemica sul triste caso di dj Fabo che ha riportato alla ribalta la questione dell'eutanasia

Da un punto di vista religioso, il rifiuto della vita, quale che sia, sia dal punto di vista del dolore fisico e della sofferenza psicologica, è un peccato tra i più gravi immaginabili (se esiste una classifica dei peccati).

Dal punto di vista normativo-sociale un suicidio è un auto-omicidio, un reato anche perchè le ripercussioni non ricadono solo su se stessi. 

Poi se chi vi sopravvive (per fortuna o sfortuna, lo saprà solo lui) non andrà sotto processo, ma ideologicamente sarebbe da considerare una sorta di assassinio di se stesso. 

Dal punto di vista etico-umano - quello cui in realtà tengo di più - è una delle più drammatiche scelte individuali che - giuste o sbagliate - che possano essere mai prese. 

Trovandomi al posto di dj Fabo, un caso estremo di una persona ormai incapace di esercitare la propria volontà, pur mantenendo tutto il suo raziocinio, io non so quale sarebbe stata la cosa più giusta da fare per me, cosa io avrei voluto per il mio destino senza alcun ombra di dubbio.

Forse sì, ma credo che siano situazioni in cui la nostra opinione può incredibilmente cambiare quando i casi della vita ti pongono di fronte a quel tipo di dramma.

Da parte nostra, di tutto il resto del mondo che ne sta discutendo, però, auspicherei che se ne parlasse con molto più rispetto. 

Il rispetto. Dj Fabo Era una persona, un normale ragazzo, di fronte ad un baratro senza fine.


Online sui Social si è scatenata una discussione cui tutti si sono messi a sentenziare con toni spesso davvero aspri.


Per me sarebbe stato meglio tacere. Il dolore dei singoli resti individuale e bisogna averne rispetto.

Io non ho certezze, ma anche io mi interrogo sulla drammatica vicenda, più per esplicitare i miei dubbi che volontà di affermare chissà quali miei granitici valori.


Perciò mi chiedo: se non si ha il dono della Fede (o comunque la disperazione è così insuperabile, tanto da sperare comunque nella misericordia divina, pur facendola finita), perché non si può avere il diritto all'autodeterminazione di porre fine a delle inaudite sofferenze che non diminuiranno mai, se non con la morte? 

Perché nel momento più drammatico della propria esistenza lo Stato e la Società ci devono abbandonare alle nostre miserie cui non siamo in grado di porre fine? 

Non potrò mai auspicare "più eutanasia per tutti", ma sicuramente vorrei una normativa che arrivasse a prevedere questi casi. 

Perché purtroppo ogni giorno ci sono tante persone che versano in quelle condizioni, persone che meriterebbero di non dover ricorrere al reato di qualcuno per porre fine al proprio dolore.

La vita è un valore assoluto, nessuno ha alcun dubbio.
Nessun dubbio... anche per chi, al contrario, non perde occasione di invocare – soprattutto sui Social -  la pena di morte contro chi si macchia dei reati di violenza più efferata.

Ma non si può continuare a voltare la faccia a persone come dj Fabo,  abbandonarle al proprio destino in nome della difesa ad oltranza del valore della vita.

La vita è un bene assoluto, va bene, ma deve poter essere prevista, normata e regolamentata, anche la possibilità di esercitare il diritto alla morte per chi versa in condizioni di estrema sofferenza.

Lasciando tutto come sta non si annullerà il problema.

sabato 7 febbraio 2009

ELUANA ENGLANO

Il " FILOSOFO" CORONA TRATTA UN ARGOMENTO CHE SCUOTE LE COSCIENZE DI OGNI CITTADINO.

L'ARGOMENTO E' QUELLO DI ELUANA.

www.notiziesindacali.com


ELUANA

di Giuseppe Corona


Quella di Eluana è vicenda destinata a scuotere nel profondo l'animo del nostro paese e a metterlo, ben più di una pur grave crisi economica, di fronte a una prova difficile dalla quale esso uscirà o, definitivamente, al seguito di una deriva modernista indifferente davanti ai più sconvolgenti dilemmi e misteri della vita e dell'uomo oppure, temprato da una nuova temperie dello Spirito che davanti a questi dilemmi e misteri smetta di arretrare per lasciarli penetrare nella carne, offerti alla contemplazione del loro abisso.

Decisivo sarà se ognuno di noi saprà rifuggire dalla pedante e ipocrita disputa legalistica e costituzionalistica, premessa per ogni politica politicante, se lo spirito autentico del Nazareno, non gli sbiaditi rituali che lo celebrano, saprà aiutarci e tenerci lontani dalla disputa dei dottori.

Capiremo noi che in gioco non è qualche articolo della Costituzione, che può ben andare al diavolo, ma il cuore del mistero umano, il mistero del dolore e della morte?

Se non lo capiremo, saremo irrimediabilmente perduti. Che non si avverta, nella vicenda di Eluana, il bisogno di una pausa di riflessione, perché il paese possa raccogliersi in un intimo colloquio, profondo e rispettoso, per venire a capo di simili, terribili enigmi, è qualcosa che dovrebbe fare vibrare nel profondo un sentimento, non di indignazione, ma di autentica e radicale ribellione dello Spirito. Se ancora esistono Spiriti nobili!

La mancanza di un simile avvertire fa il paio con l'atteggiamento dell'Occidente, in particolare dell'Europa, di fronte ad un'altra questione simbolo che, in questi giorni, dovrebbe scuoterci e, invece, ci lascia indifferenti: il mistero dell'ebreo e del suo Olocausto, mentre il vicino costruisce la bomba atomica per l'ennesima "soluzione totale".

Il decreto governativo poteva servire allo scopo e la motivazione che ne ha dato il capo del governo era, per l'appunto, questa. Per chi ha avuto il coraggio di ascoltarlo in umiltà.

Ma i dottori e trafficanti della politica preferiscono affilare i coltelli del diritto e della manovra politica per giocarsi la solita partita al bar, sperando di guadagnarsi la solita posta e, in vanto, esporla agli avventori.

La posta è, invece, l'Ethos del paese. Chi lo definisce? La comunità e chi la regge, o il "privato" come con tanta petulanza argomentano i nipotini di chi in nome dello Stato credette di poter stritolare e dannare popoli, razze e individui? Che tanto si scandalizzano per la "privatizzazione" del gas o dell'acqua, mentre non esitano a privatizzare il dibattimento intorno al destino dell'uomo, che solo il modo con cui affronta i misteri della vita e della morte segna? O lo definisce un'arida e algida sentenza di un magistrato, in un paese, peraltro, in cui i magistrati avanzano di carriera per anzianità o per camarille correntizie, senza alcuna verifica popolare?

L'Occidente gaudente decide ormai tutto in punto di diritto e di tecnica. Ma con il diritto e la tecnica si può concedere il permesso a tutto, anche il diritto di abolire il dolore.

Abolire il dolore, è quanto vuole con tutte le sue rimanenti forze questo Bhudda nevrastenico e stremato del super tecnologizzato Occidente, che, nella ricerca frenetica di droghe, anestetizzanti e ansiolitici, rifiuta la vita e crede di servirla.

Bhudda, però, ben altra cosa era: era un nobile, grande sofferente che si ritirò nei boschi e non decideva della vita e della morte degli altri. Qui il Nirvana del diritto totale e della tecnica è plebeismo, l'ubriacatura degli sconfitti.

Ma che ne è dell'uomo senza il dolore, che cosa, senza il dolore, delle sue più profonde e sublimi gioie?

Non chiamo a sostenermi Dio, merce avariata e screditata, chiamo in soccorso l'ateo, il più grande ateo dei tempi moderni: "Bada, uomo, bada!/ Che dice mai la mezzanotte fonda?/ Io dormivo, dormivo,/ Mi son svegliata da un sonno profondo:/ Profondo è il mondo,/ Oh sì, assai più che non credesse il giorno./ Profondo il suo dolore/ Ma più del duolo, profonda la gioia:/ Dice il dolor: trapassa!/ Dice la gioia: a me Eternità,/ profonda, profonda Eternità!".

Forse il Nazareno questo pensava sulla Croce, più vicino che si creda al grande ateo.

A che i tristi atei di questi tristi tempi, gaudenti ma non gaudiosi?

"Bada, uomo, bada!".


Napoli, 07/02/09


Raffaele Pirozzi direttore giornaleonline"www.notiziesindacali.com"

martedì 3 febbraio 2009

“Io voglio morire, perché amo la vita”

a Eluana

Se la vita in sé, può indurci a riflettere. Se della propria, siamo ancora in grado di restarne affascinati, allora voglio morire. Se giorno per giorno ne accettiamo le sfide, le gioie, le sorprese e le cocenti delusioni che ne sono parte, allora voglio morire. Se un’Amore con “A” maiuscola ci porta in uno stato di “incoscienza” o ci spezza il cuore, allora vale la pena viverla fino in fondo. Fin quando è possibile. O ne abbiamo le forze.
Se un’amicizia sincera può darci conforto, se appena “svegli” da un sogno speciale, possiamo gustare ancora l’aroma di un buon caffè, allora voglio morire. Non è un sondino, non c’è “alimentazione” che possa dirmi se accettare o meno la sfida. Quella che giorno dopo giorno, la vita, quella vera (vissuta),ha destinato per me. La stessa cioè di chi è ancora capace di assaporarne le infinite sfumature. Piangendo o ridendo, stando i pace con sé stessi o infuriandosi all’improvviso, magari accettando poi umilmente l’idea di aver sbagliato. E chiedere scusa. Per tornare sui propri passi.
Non c’è nessuna legge, nessuna “istituzione”, nessuno che dall’alto di uno scranno in legno o di una balconata in marmo può dirmi quando e come “devo” rinunciare a tutto ciò. Perché quando il nostro momento arriva, non deve esserci nessuno a scegliere per noi. E’ la vita stessa, quella di ogni individuo, che fa il suo corso. Il termine di un “viaggio” non può essere prestabilito. Né indotto, né “forzato”. Quando si arriva alla fine, non si può pretendere di tornare indietro come se quel viaggio, non l’avessimo mai intrapreso.
La bugia più grossa, è che amare il vissuto significa per forza non volersene distaccare. Anche quando non siamo in grado di decidere per noi, cosa peraltro impossibile a dirsi.
Quella tazza fumante, il ceffone di chi ci è nemico, l’abbraccio di chi ci ama e il sorriso di chi continuerà dopo di noi non possono essere decisi da altri.
Per tutto questo, per la continua sorpresa che la vita comporta, voglio morire.
Perché quando non posso più esserne parte, allora preferisco lasciare il posto ad altri.
Se così fosse, Vorrei morire, perché amo troppo la vita.

Daniele Memola

sabato 20 dicembre 2008

ELUANA E L'INTEGRALISMO DI RADIO MARIA

Giovedì 18, poco prima di mezzogiorno ho sentito una trasmissione di Radio Maria che mi ha profondamente indignato. Il relatore, appartenente a una società per il dialogo tra le culture, o tra religioni, si è scagliato contro il padre di Eluana chiedendogli come può un padre per tanto tempo non pensare ad altro che alla morte della propria figlia. Non contento dell'attacco, ha ricordato l'assassinio in India di un rabbino e di sua moglie, oltre ad altre quattro persone di religione ebraica, affermando esplicitamente che il gesto del padre di Eluana è dello stesso segno di quell'atto di terrorismo. Ovviamente si è perso il senso della misura, si è perso ogni buon senso. L'integralismo che avvicina un esecrabile atto di terrorismo alla sofferenza di un padre, mi sembra chiaramente uscito di senno. Radio Maria dovrebbe scusarsi con la famiglia di Eluana.
Dr Paolo Tranchina
Psicolgo analista
Viale don Minzoni 29
50129 Firenze

mercoledì 10 dicembre 2008

Eutanasia in tv. Neri (CNB): Spettacolarizzazione non aiuta dibattito


Eutanasia in tv/Neri (CNB): "Spettacolarizzazione non aiuta dibattito"

"Le mie perplessità non sono di natura morale. Da quando mi occupai per la prima volta di eutanasia, nel 1995, con un libro, ho sempre considerato inopportuna la spettacolarizzazione della morte, che in questi casi diventa quasi obbligata. Provo una forte resistenza, perché non credo sia questo che possa far maturare il dibattito." Così Demetrio Neri, ordinario di Bioetica all'Università di Messina e componente del Comitato Nazionale per la Bioetica, commenta in un'intervista a Econews il caso di suicidio assistito trasmesso da una tv inglese.

"Un dibattito matura in maniera lenta: in Olanda hanno cominciato a discutere di eutanasia nel 1970, e solo trent'anni dopo sono arrivati a una legge. Il caso Welby è stato importante, da questo punto di vista, perché Welby ha voluto fare di se stesso l'emblema di una battaglia, ma quando era lucido. Nel momento finale non ha certo cercato le telecamere per spettacolarizzare la morte."

Neri si conferma favorevole al suicidio assistito: "Non da ora mi batto perché anche in Italia si sviluppi un dibattito serio e sereno sulle questioni del fine vita, e sono anche favorevole all'eutanasia attiva su richiesta del paziente. Il suicidio assistito è una forma di eutanasia più facilmente accettabile dalla maggioranza delle persone."

Ufficio Stampa

Econews Agenzia Radiofonica

067005706

uff.stampa@agenziaeconews.it

Piazza San Giovanni in Laterano, 40. Roma

venerdì 19 gennaio 2007

Svezia: "Aiutatemi a morire, soffro troppo" l'appello dell'ex moglie di Ingmar Bergman

La donna, regista, coreografa e drammaturga teatrale ha scritto al Ministro della Salute. Ma nel Paese l'eutanasia è possibile solo come extrema ratio


COPENAGHEN - E' il caso Welby della Svezia, e proverà a cambiare le regole del suo paese. Protagonista Ellen Bergman, la ex moglie di Ingmar, il grande regista svedese, che vorrebbe essere aiutata a morire. Ha ottantasette anni e dal 1999 soffre a causa di dolori insopportabili che a partire da capodanno l'hanno portata a decidere di non voler più bere, nè mangiare aspettando di spegnersi. Una decisione che ha portato alla luce scrivendo al ministro della salute e degli anziani, Maria Larsson, per sollecitarla a definire una legge sull'aiuto alla morte, e parlando con la stampa. Ha ricevuto solidarietà e sostegno da gran parte dell'opinione pubblica ed ha creato una sorta di caso Welby.

Nel paese se ne parla, se ne discute anche perché questa signora è una celebrità, non solo per essere stata la seconda moglie di Ingmar Bergman da cui ha avuto quattro figli, ma anche per essere stata una donna impegnata nel mondo del teatro dove ha lavorato come regista, coreografa e drammaturga. Ma ora che "la vita non ha più niente di dolce nè salato" desidera che i medici le somministrino dei sonniferi che la portino a spegnersi dormendo. Questa forma di sedazione profonda però è consentita in Svezia solo quando nessun altro aiuto si rivela possibile. Ora, dopo 15 giorni di digiuno e senz'acqua la signora Bergman è stata ricoverata in un ospedale di Stoccolma, ma la sua vita non è finita.

"Decidere della propria morte nella Svezia odierna viene considerato come qualcosa di vergognoso e di criminale. I medici hanno paura. Perchè dobbiamo ucciderci soffrendo? La morte invece dovrebbe avere una bella fine" ha detto al quotidiano Expressen, che ha seguito il caso ricevendo montagne di commenti dai lettori. Alcuni sondaggi compiuti alla fine del 2005 rivelano che otto svedesi su dieci sarebbero favorevoli all'eutanasia. Ma i politici sono molto più divisi. Commentando il caso Bergman il ministro Maria Larsson ha detto di sentirsi profondamente toccata, ma contraria ad accettare un modo legale di assistere il suicidio. "Anzichè utilizzare questo metodo vorrei puntare a migliorare i sistemi per lenire i dolori e garantire una maggiore cura".


Origine: Repubblica

mercoledì 27 dicembre 2006

Caso Welby: "Lasciarlo andare, il mio ultimo regalo so che adesso sarà finalmente felice"

Welby: La moglie Mina "spero che la gente continui la sua battaglia il Parlamento da solo non è in grado di fare una legge. Piero non aveva più sogni né desideri, andarsene senza dolore era l'unica cosa che voleva e potevo dargli."

di CATERINA PASOLINI

 ROMA - "Il mio regalo a Piero? Quello di morire, di smettere di soffrire. Non aveva più sogni e desideri, andarsene senza dolore era l'unica cosa che voleva e potevo dargli. Anche se questo per me ha significato sentirmi a lungo come nel braccio della morte". Con le ore, i giorni contati per rispettare, nonostante tutto, la volontà di chi amava. Mina Welby, "l'asburgica" come la chiamava Piero per il suo carattere di ferro e dolcezza, ha trascorso con amici a parenti il primo Natale senza il suo "Chicco". E senza lacrime, come gli aveva promesso.

Ieri era il compleanno di Piero.
"Sì, ed era con me. Me lo aveva promesso l'ultima notte che abbiamo vissuto insieme dopo 33 anni di vita in comune. Mi aveva giurato che non mi avrebbe lasciato, e io lo sento qui. È questo che mi dà forza e serenità. Ho fede, sono convinta che sia felice nella sua nuova vita, ma mi manca in maniera indescrivibile".

Fu un colpo di fulmine?
"Sì, avevo quasi quarant'anni, ma la dolcezza, la sua intelligenza e tenerezza, quel sapere ascoltare e volere condividere tutto fino in fondo mi hanno disarmata. Mi ha fatto sentire una regina, il suo amore è stato il regalo più bello. Condividevamo tutto: eravamo come un vitigno che si arrampica sul suo sostegno".

Però non voleva sposarla.
"Per amore, solo per amore. Diceva che mi avrebbe rovinato la vita con la sua malattia, ma io mi ero informata, sapevo tutto e lo volevo. Negli ultimi giorni mi chiedeva continuamente scusa, ma io non ho rimpianto un solo istante della nostra vita".

Sposati in chiesa?

"Sì, Piero era battezzato, aveva fatto la cresima. Aveva fede, magari diversa dalla mia ma l'aveva fino a quando gli hanno messo il respiratore, poi è cambiato, era arrabbiato con la vita. Non mi ha mai spiegato come era cambiato il suo rapporto con Dio".

Quando le ha chiesto di morire?

"Me lo hanno detto gli amici che lui lo aveva scritto sul sito, che voleva fossi io ad aiutarlo. Mi sono spaventata, pensavo che qualche amico gli avrebbe sparato col fucile da caccia per accontentarlo. Avevo paura".

Avete discusso?
"Sì, discusso e litigato".

Era contraria all'eutanasia?
"Io sono stata educata in modo cattolico molto rigido. Per me eutanasia voleva dire uccidere. Dopo notti di discussioni ho capito che non avevo il diritto di decidere per lui, che fare una legge non significa che sei costretto ad usarla".

E adesso?

"Spero che arrivi una legge frutto di una discussione popolare, da proposte discusse dalla base, altrimenti il parlamento non lavora".

L'ultimo giorno...
"L'abbiamo vissuto in pace, ne avevamo parlato tanto. Lui non sopportava che gli ricordassi i vecchi tempi, non voleva sentire le vecchie canzoni di quando andavamo a pesca nel canale dove un giorno voglio disperdere le sue ceneri".

Come ha salutato i suoi amici?
"Li ha chiamati uno per uno, aveva un sorriso per tutti. Ha preso in giro Pannella chiamandolo vecchio elefante. Poi ha detto: adesso uscite tutti, e sono rimasta solo io col medico".

Che cosa le ha detto?
"Negli ultimi giorni mi chiedeva sempre scusa, io mi sforzavo di non piangere e quando mi guardava gli occhi rossi dicevo che avevo tagliato una cipolla. Mi ha chiesto: stai qui fino alla fine, non mi lasciare solo. E io sono rimasta lì, gli ho tenuto la mano, gli ho chiuso gli occhi".

Perché hanno negato il funerale?
"Hanno deciso con il catechismo in mano e non con la pietà cristiana, ferendo inutilmente la mamma di Piero che ha più di ottant'anni. Eppure da tanti sacerdoti ho ricevuto lettere di affetto e c'erano molte suore al suo funerale. Anzi, domani alle 18 ci sarà una messa dalle suore di via Salinieri, l'ordine di cui faceva parte la zia di Piero".

Vorrebbe le scuse da Ruini?
"Non me le aspetto. Sono convinta che se lo incontrassi mi direbbe che ha pregato per lui, che Dio è misericordioso. Potevano far vedere la misericordia di Dio, in cui io credo, non sbarrando le porte della chiesa".

Piero le ha passato il testimone.
"Mi sento indegna, non ho mica la sua cultura, lui era un'enciclopedia ambulante. Per questo chiedo l'aiuto di tutti", dice mentre si rigira una grande fede al dito. "È di Chicco, ce la siamo regalati per i 25 anni di matrimonio, mi sta solo la sua in questi giorni, la mia non entra più". Come la vita che senza di lui le sta stretta.


Origine: Repubblica

venerdì 22 dicembre 2006

In Italia ci sono migliaia di persone colpite dalla distrofia muscolare come Piergiorgio Welby, che vivono le sofferenze con amore

In Italia ci sono migliaia di persone colpite dalla distrofia muscolare come Piergiorgio Welby, che vivono le sofferenze con amore.

UN ESERCITO DI MARTIRI SILENZIOSI

L’esistenza terrena di Piergiorgio Welby, 61 anni, da 40 malato di distrofia muscolare, si è conclusa ieri notte, 20 dicembre alle 23.40. I suoi amici politici, aderendo una sua precisa richiesta, hanno staccato la spina della macchina che gli permetteva di respirare, ed è morto.

Il “caso” Welpy, però, continua. Intellettuali, uomini politici, uomini di scienza, medici, continuano a intervenire con commenti e discussioni che riguardano questo argomento in tutte le sue diramazioni e implicazione, morali, giuridiche, sociali, religiose, e certamente le discussioni sono destinate a continuare a lungo. I pareri e i giudizi sono innumerevoli. Provengono da ogni direzione ideologica. Inquinati spesso da obiettivi politici, che “usano” e “sfruttano” la vicenda dolorosa di una persona per altri scopi.

In questi giorni, però, ho letto e sentito pochi interventi di provenienza strettamente cattolica. A parte gli interventi preziosissimi del Papa, di vescovi, di teologi, rivolti soprattutto ad affermare dei principi “non negoziabili” sul valore della vita e della morte. Ma rari gli altri interventi, quelli “pratici”, che riguardano i casi concreti dell’esistenza quotidiana.

Solo in Italia, sono migliaia e migliaia le persone malate di distrofia muscolare. Alcune si trovano già nelle condizioni di Welby e le altre hanno come prospettiva certa di arrivare a quel traguardo pauroso. E ci sono altre migliaia di persone ridotte all’immobilità assoluta, in un letto o su una sedia a rotelle, per molte altre cause diverse. Moltissimi di questi malati, per non dire la quasi totalità, vivono la loro condizione drammatica attaccate alla fede religiosa. Qualcuno ha insegnato loro che è esistito un uomo di nome Gesù, buono, che ha insegnato ad amare la vita, anche nella sofferenza, e che, senza avere alcuna colpa, è stato condannato a morte e alla morte di croce. Morte atroce, che egli ha accettato per amore e poco prima di spirare ha chiesto perdono a Dio per i suoi crocefissori. Con quella sua morte, Gesù ha spiegato, a chi vuole credere in lui, il valore della sofferenza e della condizione umana.

Moltissime delle persone che stanno vivendo malattie uguali o simili a quella di Welby, credono in Gesù, e ogni giorno sorridono alla vita, pregano, offrono le loro sofferenze per il mondo, per i loro fratelli. Ma in mezzo al mare di discussioni, teorie, opinioni, dichiarazioni, formulazioni di ipotesi, leggi, obiettivi, diritti che in questi giorni invadono i media, le loro convinzioni e le loro sicurezze ideologiche vengono attaccate, scosse, umiliate a volte fino a sembrare delle pie illusioni. Molte di quelle persone, infatti, sono giovani, ragazzi, adolescenti. Non hanno una formazione ideologica solida ed è comprensibile che vengano frastornati. Ma anche tra gli adulti ci sono molte persone semplici, con un apparato ideologico elementare, non in grado di sostenere la valanga mediatica in atto. Al cospetto di un martellamento ideologico del genere, si chiedono se le convinzioni religiose che li hanno sostenuti per anni sono ancora valide o se si è trattato di un semplice e volgare raggiro da parte di una religione cattolica ormai tramontata.

Credo che, da parte dei cattolici, sia doveroso pensare a questi fratelli sofferenti. Spiegare bene loro il valore straordinario della scelta che hanno fatto. Non ingannarli, ma dire la verità straordinaria della fede cristiana sulla sofferenza. Giovanni Paolo II è stato un esempio eccelso nel vivere la sofferenza, perché ha condotto la battaglia della sua esistenza sempre in pubblico, anche quando era ridotto a una larva umana, dimostrando che l’uomo è sempre un valore assoluto ed è utile al mondo con la sofferenza ancor più che con l’azione trionfale e vincente, perché da sofferente e più vicino e più simile a Cristo.

Padre Pio è stato un uomo crocifisso per quasi tutta la sua vita. Papa Wojtyla ha detto di lui: <>

Madre Teresa aveva un segreto per il successo della sua attività: affidava tutti i problemi più importanti e delicati a una “segretaria speciale”. E questa misteriosa segretaria era una donna olandese che viveva su una sedia a rotelle e offriva ogni giorno le sue sofferenze a Dio.

Due anni fa è sta proclamata beata Alessandrina da Costa, una donna portoghese morta a 51 anni, trenta dei quali trascorsi immobile in un letto, tra sofferenze indicibili, sopportate con il sorriso sulle labbra, senza mai un lamento e offerte sempre a Dio con amore.

E’ in corso la causa di beatificazione di Giacomino Gaglione, casertano. Era figlio primogenito di una famiglia ricca. Il padre, un celebre avvocato e la madre una nobildonna. Amava lo studio e lo sport, le feste, i balli, e le belle ragazze. Un giorno cominciò a sentire strani dolori, gli si gonfiarono le articolazioni di piedi, delle gambe, i dolori diventarono atroci, dopo pochi mesi era paralizzato. Furono interpellati i più celebri specialisti, intraprese cure di ogni genere, interventi chirurgici, ma inutilmente. Giacomino amava la vita, voleva vivere ad ogni costo e si batteva contro la malattia come un leone. Era già fidanzato e perse la ragazza. La disperazione fu tale che tentò il suicidio. Un giorno lesse un articolo su Padre Pio, e disse: “Voglio andare a San Giovanni Rotondo perché voglio guarire”. Fu portato da Padre Pio, ma di fronte a lui dimenticò il motivo di quel suo viaggio. Non chiese niente al Padre, ma tornò a casa cambiato. Di fronte alle stigmate di padre Pio aveva “intuito” il valore della sofferenza. Visse ancora 50 anni. Stava disteso su quella sedia-sdraio di ferro, perché non poteva neppure essere messo in un letto. Poteva muovere solo le mani, e le usava per consolare altri sofferenti. Scriveva in media 3.500 lettere l’anno ad ammalati che avevano bisogno del suo incoraggiamento, scriveva articoli per varie riviste, fondò un periodico, partecipava e guidava pellegrinaggi a Lourdes, a Loreto, a San Giovanni Rotondo. Morì il 28 maggio 1962. Una grande folla partecipò ai suoi funerali facendo capire quanto bene egli avesse silenziosamente compiuto.

Ma sono innumerevoli i grandi spiriti cattolici, cristiani, che hanno fatto della loro sofferenza un trampolino di lancio, e sono diventati straordinarie personalità, utili al mondo. Un esercito di martiri viventi, che, attraverso il mistero del “corpo mistico, collaborano alla salvezza dei fratelli. Sarebbe un delitto se tutte le discussioni in corso sulla sofferenza, sul diritto a non soffrire, discussioni che hanno di mira anche giusti obiettivi umani, spegnessero o solo indebolissero il valore cristiano della sofferenza che è fonte di energia potentissima. La colpa, se ciò accadesse, sarebbe solo nostra, di noi cattolici. E sarebbe una colpa grave.

Renzo Allegri

giornalista - scrittore

renzo@editorialegliolmi.it

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