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mercoledì 20 giugno 2018

MIGRANTI. Sistema d'asilo europeo, Amnesty scrive al primo ministro Conte

SISTEMA D'ASILO EUROPEO, AMNESTY INTERNATIONAL ITALIA SCRIVE AL PRIMO MINISTRO GIUSEPPE CONTE

"Il rispetto degli obblighi internazionali, la cooperazione e la solidarietà devono essere al centro delle attività di soccorso in mare e della riforma del sistema d'asilo europeo".

Con queste parole inizia la lettera che il direttore generale di Amnesty International Italia, Gianni Rufini, ha inviato al primo ministro Giuseppe Conte questa mattina, prima dell'incontro col presidente del Consiglio europeo Donald Tusk.

Rufini ha auspicato che l'Italia resti esempio di generosità e umanità nel soccorrere rifugiati e migranti nel Mediterraneo centrale e nell'offrire loro protezione e si faccia promotrice di una riforma del sistema d'asilo europeo più equa e solidale verso i paesi, come proprio l'Italia, che hanno maggiormente contribuito ad affrontare i flussi migratori degli ultimi anni.

A seguito della vicenda della nave di soccorso Aquarius, ha notato Rufini, il sistema di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale è entrato in una fase caratterizzata da una pericolosa imprevedibilità. L'Italia dovrebbe discutere urgentemente e in modo solidale e cooperativo con gli altri governi europei come gestire i salvataggi e gli sbarchi di rifugiati e migranti in modo rispettoso del diritto internazionale e che assicuri la sicurezza di tutti coloro che sono coinvolti da operazioni di salvataggio, nonché l'accesso alla protezione e una condivisione più equa delle responsabilità per l'accoglienza e l'esame delle domande di protezione.

Al prossimo Consiglio europeo di fine giugno l'equa condivisione delle responsabilità sarà al centro delle discussioni sulla riforma del sistema di Dublino. Amnesty International ritiene che tutti gli stati dell'Unione europea debbano accettare un equo meccanismo di distribuzione delle persone bisognose di protezione, cui tutti gli stati membri contribuiscano in maniera solidale.

L'attuale sistema d'asilo europeo, nella sua attuale configurazione, non risponde alle esigenze di coloro che fuggono da guerre e persecuzioni e che hanno urgente bisogno di protezione. Si tratta di un sistema che smembra le famiglie, incoraggia gli stati a scaricare le proprie responsabilità gli uni sugli altri anziché incentivare la cooperazione, e che è gravato da procedure eccessivamente burocratiche che rallentano l'accesso all'asilo. Gli stati europei di frontiera come l'Italia ne soffrono le più gravi conseguenze a causa della regola dello stato di primo arrivo.

"Una riforma radicale del sistema di Dublino è perciò urgentemente necessaria. Il Parlamento europeo ha adottato la propria posizione sulla riforma di Dublino nel novembre scorso con il supporto di un'ampia maggioranza di tutti i gruppi politici. La posizione del Parlamento europeo fa della solidarietà e dell'equità attraverso la condivisione delle responsabilità una componente fondamentale della riforma, cambiando l'attuale ingiusta logica che assegna ogni responsabilità allo stato di primo arrivo. Amnesty International considera la posizione del Parlamento europeo un passo decisivo e positivo nella giusta direzione, che offre un nuovo paradigma che merita l'attenta considerazione del Consiglio europeo", si legge nella lettera indirizzata al presidente Conte.

"La creazione di un nuovo sistema di equa distribuzione delle responsabilità tra stati membri per i richiedenti asilo è l'unica giusta soluzione di lungo termine per tutti gli stati interessati e per i rifugiati. Creare un sistema che sia più equo ed efficace è possibile. Le popolazioni europee e coloro che fuggono verso l'Europa meritano un sistema migliore dell'attuale: un sistema equo e sostenibile che sia coerente con i principi di rispetto per la dignità umana su cui l'Unione europea si fonda", conclude la lettera.

                                                        
Roma, 20 giugno 2018

CorrieredelWeb.it

giovedì 14 giugno 2018

La tragedia dei profughi nel Mar Mediterraneo: 'Aiuto, sto affogando, aiuto!' - 'Che c'è, che te strilli?'


- Aiuto, aiuto!
- Che c'è, che te strilli?

- Sto affogando, aiuto!
- Ho capito ma lo sai cosa ti aspetta se te salvo?

- Cosa, che significa?
- Eh, che significa, e infatti te non lo sai, non sapete niente voialtri, ve mettete su un barcone spensierati, mezzi gnudi senza sapere le conseguenze, le situazioni, le dinamiche politiche. 

- Aiuto, mi salvi!
- Ho capito, io te salvo, ma te lo sai poi dove vai a finire?

- Non fa niente, mi salvi!
- E lo dici te che non fa niente, poi però quando lo scopri ve lamentate, date di matto, ve 'm'briacate e spaccate le bottiglie di birra al muro. 
E la gente se lamenta. 
E quegli altri dicono che siamo razzisti e si creano tensioni sociali. 
E l'Unione Europea, non credere, non aiuta. 
Qua si fanno tutti gli affari loro, capita adesso la situazione?

- Aiuto, ma io sto affogando!
- Ho capito, ma anche tu devi capire me. 
Che ti salvo a fare, che poi vai a fini' pe' strada, senza 'na prospettiva, preda della delinquenza, dell'alcol, della vita amara. 
Che senso ha, me lo spieghi?

- Ma sto affogando!
- Ho capito che stai affogando ma che te posso fa'? 
Dovevi affoga' da n'altra parte, la prossima volta sceglieteli bene i posti dove affoga'. 
Ce so' posti e posti. 
Questo è un postaccio, non conviene a nessuno, capito? 
Oh me senti? 
Niente, è andato.
Speriamo che almeno abbia capito.

di Giovanni Franchini



o-o-o-o-o-o-o

Giobbe Covatta, il famoso comico molto noto anche per il suo decennale impegno con l'Amref* di solidarietà umana e supporto diretto in Africa, durante un'intervista televisiva andata in onda su Rete 4 la sera dello scorso 12 giugno, in merito al blocco della nave Aquarius carica di 629 migrantiha detto una frase toccante che mi ha scosso. 

La riporto a braccio (e mi perdoni Giobbe perché non letterale): 
"Quando qualcuno ci chiederà - come chiesero ai tedeschi sui campi di concentramento-: ma voi dove eravate, mentre queste persone affogavano? 
Noi cosa risponderemo?"
a.p.


*Amref Health Africa promuove progetti di salute nelle aree più isolate dell'Africa. 
A 60 anni dalla sua fondazione, oggi Amref è la più grande organizzazione sanitaria africana che opera nel continente. www.amref.it


Emergenza profughi nel Mediterraneo. Quando sulla nave c'eravamo noi...


Anche noi italiani siamo in popolo di migranti
Tra l'altro esportando pure la Mafia non è che abbiamo dato lustro ai milioni di lavoratori che si sono sacrificati alla ricerca di un miglior tenore di vita

E noi italiani restiamo un popolo di emigranti anche adesso all'interno dell'Europa. 
Lo facciamo per migliorare la nostra vita. 

Non fuggiamo da guerre o persecuzioni, non da epidemie (ma siamo così ignoranti che ci stiamo dando da fare per tornare a morire pure per il morbillo...), non ci troviamo in una situazione di povertà veramente assoluta (che non ti permette di dormire con un tetto sopra la testa e mangiare un piatto di pasta), non abbiamo il problema della siccità... 

Ma noi abbiamo diritto di aspirare a di meglio. "Quelli", no!

Che i flussi migratori si dovrebbe e potrebbe cercare di meglio controllarli è fuori di dubbio. 

Bisogna capire come lo si può e/o vuol fare, sia dal punto di vista umano che politico ed economico. 

Però io resto dell'idea che nella percezione collettiva ci sia un'allarme di "invasione barbara" che è contraddetto da ogni statistica ufficiale, anche considerando le stime, sempre ufficiali, sui clandestini

Oggi c'è una più diffusa condivisione della sacralità della vita umana e quindi, come minimo, dobbiamo porci un problema di coscienza sapendo quante centinaia di persone, inclusi bambini, stanno morendo nel Mediterraneo

E' legittimo augurarsi che dopo millenni e millenni di Storia la nostra Civiltà faccia qualche passo avanti? 

Siamo tutti d'accordo che come in Italia tra gli italiani, così nel Mondo tra Occidente e Terzo Mondo ci siano disparità inique?


Andrea Pietrarota

mercoledì 13 giugno 2018

Emergenza profughi Aquarius. Lettera al Ministro dell'Interno Matteo Salvini di Gabriele Del Grande

Lettera al Ministro dell'Interno Matteo Salvini
di Gabriele Del Grande

"Confesso che su una cosa sono d’accordo con Salvini: la rotta libica va chiusa. Basta tragedie in mare, basta dare soldi alle mafie libiche del contrabbando. Sogno anch’io un Mediterraneo a sbarchi zero. 
Il problema però è capire come ci si arriva. 
E su questo, avendo alle spalle dieci anni di inchieste sul tema, mi permetto di dare un consiglio al ministro perché mi pare che stia ripetendo gli stessi errori dei suoi predecessori.

Blocco navale, respingimenti in mare, centri di detenzione in Libia
La ricetta è la stessa da almeno quindici anni. 
Pisanu, Amato, Maroni, Cancellieri, Alfano, Minniti. 
Ci hanno provato tutti. E ogni volta è stato un fallimento: miliardi di euro persi e migliaia di morti in mare.

Questa volta non sarà diverso. 
Per il semplice fatto che alla base di tutto ci sono due leggi di mercato che invece continuano ad essere ignorate. 
La prima è che la domanda genera l’offerta. 
La seconda è che il proibizionismo sostiene le mafie.
In altre parole, finché qualcuno sarà disposto a pagare per viaggiare dall’Africa all’Europa, qualcuno gli offrirà la possibilità di farlo. 
E se non saranno le compagnie aeree a farlo, lo farà il contrabbando.

Viviamo in un mondo globalizzato, dove i lavoratori si spostano da un paese all’altro in cerca di un salario migliore. 

L’Europa, che da decenni importa manodopera a basso costo in grande quantità, in questi anni ha firmato accordi di libera circolazione con decine di paesi extraeuropei. 
Che poi sono i paesi da dove provengono la maggior parte dei nostri lavoratori emigrati: Romania, Albania, Ucraina, Polonia, i Balcani, tutto il Sud America. 

La stessa Europa però, continua a proibire ai lavoratori africani la possibilità di emigrare legalmente sul suo territorio. 
In altre parole, le ambasciate europee in Africa hanno smesso di rilasciare visti o hanno reso quasi impossibile ottenerne uno.

Siamo arrivati al punto che l’ultima e unica via praticabile per l’emigrazione dall’Africa all’Europa è quella del contrabbando libico. 
Le mafie libiche hanno ormai il monopolio della mobilità sud-nord del Mediterraneo centrale. 
Riescono a spostare fino a centomila passeggeri ogni anno con un fatturato di centinaia di milioni di dollari ma anche con migliaia di morti.

Eppure non è sempre stato così. 
Davvero ci siamo dimenticati che gli sbarchi non esistevano prima degli anni Novanta? 
Vi siete mai chiesti perché? 
E vi siete mai chiesti perché nel 2018 anziché comprarsi un biglietto aereo una famiglia debba pagare il prezzo della propria morte su una barca sfasciata in mezzo al mare? 
Il motivo è molto semplice: fino agli anni Novanta era relativamente semplice ottenere un visto nelle ambasciate europee in Africa. In seguito, man mano che l’Europa ha smesso di rilasciare visti, le mafie del contrabbando hanno preso il sopravvento.

Allora, se davvero Salvini vuole porre fine, come dice, al business delle mafie libiche del contrabbando, riformi i regolamenti dei visti anziché percorrere la strada del suo predecessore. 
Non invii i nostri servizi segreti in Libia con le valigette di contante per pagare le mafie del contrabbando affinché cambino mestiere e ci facciano da cane da guardia. 
Non costruisca altre prigioni oltremare con i soldi dei contribuenti italiani. 
Perché sono i nostri soldi e non vogliamo darli né alle mafie né alle polizie di paesi come la Libia o la Turchia.

Noi quelle tasse le abbiamo pagate per veder finanziato il welfare! 
Per aprire gli asili nido che non ci sono. 
Per costruire le case popolari che non ci sono. 
Per finanziare la scuola e la sanità che stanno smantellando. 
Per creare lavoro. 
E allora sì smetteremo di farci la guerra fra poveri. 
E allora sì avremo un obiettivo comune per il quale lottare. 
Perché anche quella è una balla. Che non ci sono soldi per i servizi. 
I soldi ci sono, ma come vengono spesi? 
Quanti miliardi abbiamo pagato sottobanco alle milizie libiche colluse con le mafie del contrabbando negli anni passati? 
Quanti asili nido ci potevamo aprire con quegli stessi denari?

Salvini non perda tempo. Faccia sbarcare i seicento naufraghi della Aquarius e anziché prendersela con le ONG, chiami la Farnesina e riscrivano insieme i regolamenti per il rilascio dei visti nei paesi africani. 
Introduca il visto per ricerca di lavoro, il meccanismo dello sponsor, il ricongiungimento familiare. 
E con l’occasione vada a negoziare in Europa affinché siano visti validi per circolare in tutta la zona UE e cercarsi un lavoro in tutta la UE anziché pesare su un sistema d’accoglienza che fa acqua da tutte le parti.

Perché io continuo a non capire come mai un ventenne di Lagos o Bamako, debba spendere cinquemila euro per passare il deserto e il mare, essere arrestato in Libia, torturato, venduto, vedere morire i compagni di viaggio e arrivare in Italia magari dopo un anno, traumatizzato e senza più un soldo, quando con un visto sul passaporto avrebbe potuto comprarsi un biglietto aereo da cinquecento euro e spendere il resto dei propri soldi per affittarsi una stanza e cercarsi un lavoro. 

Esattamente come hanno fatto cinque milioni di lavoratori immigrati in Italia, che guardate bene non sono passati per gli sbarchi e tantomeno per l’accoglienza. 
Sono arrivati dalla Romania, dall’Albania, dalla Cina, dal Marocco e si sono rimboccati le maniche. Esattamente come hanno fatto cinque milioni di italiani, me compreso, emigrati all’estero in questi decenni. 
Esattamente come vorrebbero fare i centomila parcheggiati nel limbo dell’accoglienza.

Centomila persone costrette ad anni di attesa per avere un permesso di soggiorno che già sappiamo non arriverà in almeno un caso su due. 
Perché almeno in un caso su due abbiamo davanti dei lavoratori e non dei profughi di guerra. Per loro non è previsto l’asilo politico. 
Ma non è previsto nemmeno il rimpatrio, perché sono troppo numerosi e perché non c’è la collaborazione dei loro paesi di origine. 
Significa che di qui a un anno almeno cinquantamila persone andranno ad allungare le file dei senza documenti e del mercato nero del lavoro.

Salvini dia a tutti loro un permesso di soggiorno per motivi umanitari e un titolo di viaggio con cui possano uscire dal limbo dell’accoglienza e andare a firmare un contratto di lavoro, che sia in Italia o in Germania. 
E dare così un senso ai progetti che hanno seguito finora. 
Perché l’integrazione la fa il lavoro
E se il lavoro è in Germania, in Danimarca o in Norvegia, non ha senso costringere le persone dentro una mappa per motivi burocratici. 
Altro che riforma Dublino, noi dobbiamo chiedere la libera circolazione dentro l’Europa dei lavoratori immigrati. 
Perché non possiamo permetterci di avere cittadini di serie a e di serie b. 
E guardate che lo dobbiamo soprattutto a noi stessi.

Perché chiunque di noi abbia dei bambini, sa che cresceranno in una società cosmopolita. Già adesso i loro migliori amici all’asilo sono arabi, cinesi, africani. Sdoganare un discorso razzista è una bomba a orologeria per la società del domani. 
Perché forse non ce ne siamo accorti, ma siamo già un noi. 
Il noi e loro è un discorso antiquato. Un discorso che forse suona ancora logico alle orecchie di qualche vecchio nazionalista. 
Ma che i miei figli non capirebbero mai. 
Perché io non riuscirei mai a spiegare ai miei bambini che ci sono dei bimbi come loro ripescati in mare dalla nave di una ONG e da due giorni sono bloccati al largo perché nessuno li vuole sbarcare a terra.

Chissà, forse dovremmo ripartire da lì. Da quel noi e da quelle battaglie comuni. Dopotutto, siamo o non siamo una generazione a cui il mercato ha rubato il futuro e la dignità? Siamo o non siamo una generazione che ha ripreso a emigrare? 
E allora basta con le guerre tra poveri. Basta con le politiche forti coi deboli e deboli coi forti.

Legalizzate l’emigrazione Africa–Europa, rilasciate visti validi per la ricerca di lavoro in tutta l’Europa, togliete alle mafie libiche il monopolio della mobilità sud-nord e facciamo tornare il Mediterraneo ad essere un mare di pace anziché una fossa comune. O forse trentamila morti non sono abbastanza?"

Pubblicato il 12 giugno 2019 sulla pagina facebook di Gabriele Del Grande



Gabriele Del Grande, blogger e regista italiano, è stato l'ideatore e co-regista del film "Io sto con la sposa", premiato a Venezia e distribuito in cinquanta Paesi.

Nel 2006 ha fondato l'osservatorio sulle vittime delle migrazioni Fortress Europe e da allora non ha mai smesso di viaggiare nel Mediterraneo pubblicando reportage su numerose testate italiane e internazionali sugli eventi riguardanti le morti e i naufragi dei migranti africani nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l'Europa.

Del Grande è autore dei libri "Mamadou va a morire", "Roma senza fissa dimora" e "Il mare di mezzo"

L'ultima sua inchiesta di giornalismo narrativo è intitolata "Dawla. La storia dello Stato islamico raccontata dai suoi disertori"
"Dawla" in arabo significa Stato ed è uno dei modi in cui i membri dello Stato islamico chiamano la propria organizzazione. 
Del Grande è andato a incontrarli in un avventuroso viaggio partito nel Kurdistan iracheno e terminato con il suo arresto in Turchia.
E ha raccontato le loro storie, legate a doppio filo a quella più grande dell’ascesa e della caduta dello Stato islamico.

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