“Primi” anche nei secondi. Basta non rinunciare alla qualità
Con i suoi 724.500 ettari si superficie agricola e i 2 miliardi di fatturato (soprattutto in alcuni settori come le produzioni ovi-caprine per il quale occupa il secondo posto in Italia), non c’è da stupirsi se il Lazio sia stato scelto quale sede prestigiosa del “World Meat Conference”, la prima fiera internazionale che si è svolta questa settimana presso la nuova Fiera di Roma (19-22 settembre). Quattro giorni in cui gli operatori del settore filiero della carne si sono incontrati per stimolare un confronto aperto sui problemi e sulle prospettive di un mondo spesso al centro di polemiche dettate dal caro-vita e dalla “sindrome della quarta settimana”. Gli amanti della porchetta però possono dormire sogni tranquilli. Solo Roma può contare su 10.800 allevamenti bovini, 600mila ovicaprini e su quello delle bufale che, seppur appare trascurabile, rappresenta però una specifica rilevante delle province di Frosinone e Latina. E se con la carne si vuol accompagnare anche un buon bicchiere di vino, anche qui i palati più raffinati sono accontentati: le zone Doc nel Lazio sono ben 27 e il 70% di questi vini provengono dai Castelli Romani che possono vantare marchi come il Frascati, il Marino, il Colli Albani, il Colli Lanuvi. Ma anche altrove ci si può “consolare” con il Montecomparti, lo Zagarolo, il Cesanese, o ancora con il Montefiascone e il Moscato di Terracina.
Eccellenze legate al territorio che gli allevatori e i produttori di carne, salumi e latticini (del Lazio e di tutt’Italia) non hanno intenzione di disperdere. Il messaggio è stato forte e chiaro durante le conferenze e le tavole rotonde del “ World Meat Conference”. Se non altro, tra una gara combattuta a suon di mannaie e fumate dense di odori nostrani, come quella che ha visto sfidarsi cinque squadre di macellai, provenienti da altrettante regioni diverse per avere il “Coltello d’Oro 2008”, l’importanza del meeting è stata quella di scambiare idee, proporre azioni comuni per incentivare e valorizzare nel migliore dei modi il lavoro di tutta la filiera.
Tutto all’insegna di un nuovo concetto di qualità, con buona pace di chi la bistecca la voleva senz’osso (in Europa quando “impazzava” la “mucca pazza”), o prima boicottava la mozzarella di bufala perché pericolosa ed ora è alle prese con il latte alla melanina nei patri confini. Una cosa è sicura, si strizza l’occhio ai prodotti italici e si cerca di screditarne la genuinità perché sono altra cosa rispetto al panino del Mc Donald e non è possibile “copiarli” del tutto. E se pure l’Argentina (che della carne fa la sua bandiera gastronomica) ci invidia, allora gli amanti del pecorino romano e della caciotta o quelli delle mortadelline di Amatrice e delle coppiette ciociare possono dormire ancora sogni tranquilli.
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