IL BIOLOGICO
OPPORTUNITA’ DI RISCATTO ECONOMICO E
SOCIALE PER I GIOVANI
PERCHE’ I GIOVANI DOVREBBERO
INTRAPRENDERE QUESTA FILOSOFIA PRODUTTIVA E DI VITA
COSA POTREBBERO FARE LE
AMMINISTRAZIONI PER AGEVOLARLI NEL PERCORSO
INTERVISTA A FRANCESCO TORRIANI,
PRESIDENTE DEL CONSORZIO MARCHE BIOLOGICHE
Oggi chi si dedica
al biologico sceglie di vivere da protagonista il cambiamento che interessa il
modello produttivo occidentale. L’agricoltura è infatti portatrice di un modello
di sviluppo e di crescita «alternativo», meno effimero, basato su un rapporto
meno conflittuale tra l’uomo e i fattori della produzione, più «riconciliato»
con le esigenze delle persone. Anche nelle sue forme “multifunzionali” come
possono essere le imprese agrituristiche, gli agriasili, le fattorie didattiche.
Ne parliamo con Francesco Torriani, presidente del Consorzio Marche Biologiche,
che ci indica criticità e opportunità per chi intraprende questa filosofia
produttiva
E’ sempre più evidente che fare
agricoltura biologica non significa semplicemente fornire materia prima di
qualità ma vuol dire produrre salute, ambiente, socialità, cultura e quindi
“benessere”...
«Si, è vero - sottolinea Francesco
Torriani, presidente del Consorzio Marche Biologiche, e aggiunge - promuovere la salute significa partire da
una sana alimentazione; promuovere l’ambiente significa gestire il territorio in
modo sostenibile; promuovere la socialità significa anche
riappropriarsi/riconciliarsi con la campagna, con i ritmi della natura e delle
persone a partire dalle situazioni di maggior fragilità. Fare cultura significa
anche recuperare memoria delle nostre radici, della nostra storia e quindi del
nostro legame con la “terra”, che segna ancora profondamente la vita umana.
Questi aspetti sono presenti non solo nella tradizionale attività agricola ma
anche in forme di impresa definite “multifunzionali” come l’agriturismo, la
fattoria didattica, l’agriasilo, l’agricoltura sociale in generale. Forme di
riscatto sociale, culturale, turistico e solidale sia per chi le persegue, sia
per chi ne beneficia».
Il momento sembra adatto
all’ingresso di nuovi operatori nel biologico, continua infatti a registrarsi
l’espansione degli addetti al settore che, al 31 dicembre 2013, risultano essere
52.383, con un aumento complessivo del 5,4% rispetto al
2012.
«Certo, è in aumento, rispetto al
2012, anche la superficie coltivata secondo il metodo biologico, che al 31
dicembre 2013 risulta pari a 1.317.177 ettari (circa il 10% del totale della
superficie coltivata nazionale) con un incremento complessivo annuale del 12,8%.
Inarrestabile anche la domanda di prodotti biologici, sia a livello nazionale
che mondiale. Nel primo semestre del 2014, infatti, gli acquisti domestici di
biologico confezionato sono aumentati del 17,3% rispetto allo stesso periodo
dell'anno precedente. Si tratta dell'aumento di consumi nel comparto più elevato
dal 2002».
Il Viceministro Andrea Olivero, con
delega all'agricoltura biologica, ha ribadito che per valorizzare la nostra
agricoltura occorra puntare su prodotti eco e innovare i processi produttivi in
chiave sostenibile..
«Certo, il quadro del settore
biologico delineato dagli ultimi dati elaborati sull’intero comparto è
sicuramente positivo e incoraggiante, soprattutto per quella parte di
agricoltura 'green'. La sostenibilità premia: mentre il trend dei consumi
alimentari decresce, la domanda del bio risulta in totale controtendenza.
Parliamo di un settore che vale 3 miliardi di euro nel nostro Paese e che
riguarda oltre il 10% della superficie agricola
nazionale».
Alla luce di questo scenario,
seppure incoraggiante, possono esserci degli ostacoli per chi si approccia a un
modello agricolo ecosostenibile ed equosolidale?
«Si, molte criticità sono purtroppo
di ordine politico-burocratico. Come ad esempio il problema della
sovracompensazione tra il “greening” previsto dalla PAC e la misura
dell’agricoltura biologica prevista dal PSR: un’azienda agricola non può
percepire per la stessa azione due compensazioni (contributi). Ci viene detto
che per accedere alla misura dell’agricoltura biologica prevista dal nuovo PSR
occorra fare qualcosa in più. In realtà, questo “qualcosa in più” rispetto al
“greening” già lo facciamo… Infatti, chi fa agricoltura biologica non usa le
sostanze di sintesi chimica nella fertilizzazione, nella difesa dalle crittogame
o dagli insetti fitofagi. Chi fa agricoltura biologica è assoggettato a un
sistema di controllo e certificazione; chi fa agricoltura biologica promuove la
biodiversità attraverso il recupero delle varietà antiche e impiega tempo e
spazio per l’individuazione delle varietà migliori per il territorio di
coltivazione; chi fa agricoltura biologica non usa organismi geneticamente
modificati; chi fa zootecnia biologica organizza la propria azienda in
considerazione delle esigenze fisiologiche degli animali, sia per quanto
riguarda gli spazi, sia per quanto riguarda l’alimentazione e il benessere in
generale dei capi allevati. Infine, chi fa agricoltura biologica ha mediamente
maggiori costi di produzione e minori entrate: tale differenziale va comunque
debitamente compensato con un intervento specifico del PSR. Pertanto ci
attendiamo dalla Regione Marche una misura specifica per l’agricoltura biologica
che risulti accessibile e senza inutili irrigidimenti burocratici che scoraggino
la conversione a tale metodo produttivo».
Perché soprattutto i giovani possono
trovare un modo di riscattarsi avvicinandosi a questa cultura di vita e
produttiva?
«Gli esperti concordano sul fatto
che il settore primario è «anticiclico». La crisi degli altri settori
produttivi, in particolare del settore industriale, fa si che il settore
primario venga riconsiderato con maggiore interesse. Inoltre, oggi, il mercato
dei prodotti alimentari è globalizzato e le aziende che si rivolgono al mercato
internazionale posso avere nuovi sbocchi per la commercializzazione dei propri
prodotti, fino a ieri impensabili. La
figura dell’imprenditore agricolo è diventata attiva
(active
farmer), non
si limita semplicemente a possedere la terra, ma a potenziare la competitività
dell’agricoltura in tutte le sue forme e la redditività delle aziende agricole
attraverso l’innovazione, l’introduzione della tecnologia nei processi,
l’inserimento nelle logiche di filiera, l’impiego di nuove forme di
commercializzazione».
E da parte delle amministrazioni
locali quale sostegno possono avere?
«Le
amministrazioni dovrebbero valorizzare
le imprese agricole esistenti favorendo la loro propensione al mercato sia
attraverso il sostegno ai progetti di
filiera,
che favoriscono l’aggregazione dell’offerta, che attraverso il sostegno ai
progetti di
multifunzionalità,
a partire dalle “nuove” forme di commercializzazione, quali la filiera
corta/vendita diretta e i farmers market/mercati comunali, fino alle fattorie
didattiche e l’attività agrituristica. Dovrebbero, inoltre, sostenere
l’inserimento dei giovani in agricoltura e il ricambio
generazionale
attraverso una più incisiva
divulgazione delle opportunità previste dal nuovo PSR e dall’Ismea anche
attraverso l’istituzione di uno sportello verde gestito in collaborazione con le
Organizzazioni Professionali Agricole. Dovrebbero anche sostenere lo sviluppo
dell’agricoltura sociale in particolare in collaborazione con il Terzo settore
con l’obiettivo di favorire le reti di economia locale e l’inserimento
lavorativo di persone con fragilità; l'agricoltura
sociale può essere infatti uno straordinario strumento perché agricoltura e
welfare si incontrino nella prospettiva di uno sviluppo armonico delle aree
rurali. Non si tratta solo di contrastare l'esclusione sociale, ma di sviluppare
reti comunitarie in grado di migliorare la qualità della vita e insieme creare i
presupposti dello sviluppo integrato del territorio. Potrebbero
favorire
lo sviluppo rurale del territorio collegandolo anche con le politiche
turistiche
per valorizzare le eccellenze enogastronomiche e le imprese che svolgono
attività agrituristica. Dovrebbero sostenere la nascita dei distretti rurali e dei
distretti agroalimentari di qualità
nel rispetto delle vocazioni produttive del territorio e supportare le
aziende
agricole al
fine di garantire una gestione e un controllo efficace del territorio e la
tutela del relativo patrimonio rurale, attraverso il miglioramento della
viabilità
rurale
e l’affidamento di incarichi per la manutenzione del territorio. Favorire,
infine, nell’assegnazione dei terreni di proprietà pubblica, gli imprenditori,
singoli o associati, capaci di sviluppare una progettualità multifunzionale e/o
di filiera premiando l’imprenditorialità
giovanile, l’adozione di tecniche di coltivazione biologiche e
l’inserimento
lavorativo di persone con fragilità».
Con Marche Bio –
Consorzio Marche Biologiche
IL CONSORZIO MARCHE BIOLOGICHE
SOSTIENE IL BIOLOGICO MARCHIGIANO
E VALORIZZA I PROTAGONISTI DELLA
FILIERA BIOLOGICA REGIONALE
Dal 2010 un supporto concreto fatto
di assistenza, formazione e promozione agli oltre trecento produttori e cinque
cooperative agrobiologiche associate
Il Consorzio
Marche Biologiche (www.conmarchebio.it) riunisce in un’unica filiera gli
agricoltori biologici della Regione. Con Marche Bio - promosso da Gino
Girolomoni Cooperativa, Italcer, La Terra e il Cielo Cooperativa, Montebello
Cooperativa e Terra Bio - progetta e realizza nuove strategie comuni per
rafforzare il biologico marchigiano, favorendo il miglioramento della qualità
gestionale delle aziende agricole attraverso azioni specifiche come:
l’informazione agli operatori della filiera, la promozione, lo sviluppo di nuovi
prodotti, l’assistenza agli agricoltori per la partecipazione al sistema di
controllo e certificazione, nuovi investimenti strutturali e tecnologici. «Si,
l’intento è di far conoscere sempre di più e meglio le caratteristiche
qualitative delle produzioni biologiche marchigiane - spiega Francesco Torriani
- al fine di sostenere la crescita della domanda, interna ed estera, a prezzi di
mercato remunerativi dei costi di produzione».
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