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giovedì 17 luglio 2008

ScienzaeVitaLatina: Eluana Englaro

Carissimi tutti,

un saluto, vi scrivo per invitarvi tutti a partecipare agli eventi in sostegno per la difesa della vita di Eluana Englaro.

Di seguito troverete una piccola spiegazione del caso, tratta da un'incontro svolto a Lecco da Medicina e Persona.

Poi vi ho aggiunto il sito dove si potrà sottoscrivere l'appello per Eluana.

COSA STA ACCADENDO A ELUANA E A NOI?

E' stata una serata per capire. Ed è servita.

Felice Achilli, Presidente di Medicina e Persona, ha posto la questione: "Anche nel nostro mondo della medicina è necessario capire: renderci conto dei fatti e delle cose, implicarci. Se manca questa percezione, non abbiamo più la forza che serve a lavorare in un posto dove è fondamentale capire che la vita è positiva oltre ogni circostanza." Chiaro, anche per noi che medici non siamo, ma sperimentiamo la malattia e la morte. E ne cerchiamo il senso.

"Eluana è in uno stato vegetativo persistente che non è coma". Giancarlo Cesana introduce inquadrando il contesto clinico e chiarisce subito che "chi è in come è sempre assente, mentre Eluana ha il ritmo sonno veglia, apre e chiude gli occhi, fa smorfie, sorride". Anche se la sua è una "veglia senza coscienza": non interagisce.

E qui è giusto che la scienza ammetta almeno che "la definizione di coscienza è un grosso problema" e che non tutto è chiaro tra "risonanze magnetiche funzionali che mostrano, in alcuni pazienti, risposte cerebrali" e casi di "errori diagnostici".

Che comunque, a chi sta come Eluana, "non c'è niente da staccare, perchè non c'è trattamento medico: li si fa morire di fame e di sete".

Due temi nell'intervento della Giurista Claudia Mazzuccato.

Primo. "Ricevere assistenza per mangiare e bere è una cura medica?" È solo dimostrando questo che è possibile sospendere l'alimentazione a Eluana: così si tratterebbe di "rinuncia alle cure" e non di "assistenza al suicidio" o "omicidio di consenziente" (entrambi reato). Questa è stata la posizione – almeno discutibile - dei giudici.

Secondo. Le cure mediche dovrebbero essere rifiutate esplicitamente e Eluana non può farlo. I giudici si sono basati sulla "volontà presunta, ricavata dalla personalità e da episodi riferiti". Questo è il punto più innovativo per la giurisprudenza, ma più critico; anche umanamente. "Mentre la morte è irreversibile e drastica, la presunzione è un criterio debole. Si può arrivare ad un epilogo irreversibile e drastico, a partire da una volontà che non si può che presumere?"

E poi: quale volontà e in che contesto di libertà? "Di non bere e mangiare, di non essere curata, di non vivere così? È strana volontà quella di morire a fronte della cura medica di essere alimentata. La volontà andrebbe provata dall'incidente probatorio, oltre ogni ragionevole dubbio sulla modalità". Ma soprattutto, la volontà - proprio in virtù della libertà, che si dice tratto saliente di Eluana – non si sarebbe modificata al cambiare del contesto? "Una persona così libera, come avrebbe risposto a una sollecitazione come la sua malattia? Quale libertà avrebbe giocato?" Avrebbe rielaborato la volontà di morire? (quante volte ci attacchiamo alla vita in situazioni che in teoria non avremmo sopportato). "La morte forse uccide definitivamente la sua opportunità di libertà."

Di nuovo Giancarlo Cesana, per "La" domanda.

Qual'è il senso della malattia?

Davvero è Eluana a non poter vivere così o siamo noi a non sostenere il "richiamo" di Eluana? Mentre cerchiamo di misurare la sua coscienza e il senso della sua vita, dobbiamo fissare dei criteri: ci costringiamo a chiederci quale è il nostro senso, la nostra possibilità ultima: "La ragione quando non accetta la categoria della possibilità diventa violenta. La morte fa veramente paura. E questa paura va allontanata. Va allontanata dagli occhi e va allontanata come esistenza fisica, come ricordo. Il problema che solleva la Englaro è questo, non è un altro."

Valgono le uniche parole di Giulio Boscagli, fuori dal teatro "Non c'è proprio altro da dire". Meglio rileggere e meditare l'intervento di Giancarlo:

Sia per quanto riguarda lo stato vegetativo persistente, sia per quanto riguarda tutta la procedura legale, sia per quanto riguarda la vita – il senso della vita - possiamo dire di essere empiricamente almeno incerti, cioè di essere in dubbio. Se vai a caccia e vedi muoversi qualcosa dentro un cespuglio e non sai se è un coniglio o un bambino, cosa fai? Spari? Don Giussani insegnava che la categoria più importante della ragione è la categoria della possibilità, cioè che la ragione non ostacoli ciò che è possibile. Se è impossibile a me, ma è possibile ad altri, non ostacoli la possibilità degli altri. La Englaro, c'è chi è disposto a prenderla... Perché se la ragione nega la possibilità, la categoria della ragione diventa una misura inevitabilmente violenta sull'altro.

Poi c'è una seconda questione che ha a che fare appunto con questa categoria della possibilità, che bisogna capire, per comprendere come si è sviluppata la medicina come oggi la conosciamo: Qual'è il senso della malattia? Di fronte a un caso come quello della Englaro – l'ha detto il Dott. Achilli quando ha cominciato – uno si domanda qual è il senso di questa cosa che è successa. Domandarsi il senso di quello che succede non vuol dire spiegare tutto, ma domandarsi che cosa c'entra con me, che cosa c'entro io con questa persona. Perché il senso delle cose è il rapporto che c'è tra di loro. Che le cose abbiano un senso non vuol dire che le cose sono messe a caso e quindi sono una indipendenti una dall'altra, ma che sono ordinate, che sono in rapporto. E domandarsi il senso di quello che succede, il senso di questo fatto, è domandarsi cosa centro io con questa qui? Con questa persona, con questo problema: cosa mi dice.

Che poi è la domanda che si è posto l'Achilli sin dall'inizio. Uno che fa il medico, uno che fa l'infermiere, deve dirsi che cosa c'entra lui con chi ha davanti. Perché deve fare questo sforzo per intervenire per curarlo?

Già Shakespeare diceva:la vita è una lunga agonia; l'uomo è una specie mortale; alla fine muoiono tutti. Si aggiusta ciò che inevitabilmente si guasta.

La medicina è nata non per la capacità di curare, ma esattamente per il contrario. Cioè è nata innanzitutto come assistenza. La medicina occidentale, come la conosciamo noi da Ippocrate in avanti, era un'arte che era incapace di curare la gente. Tant'è vero che nell'epoca classica, prima del cristianesimo, gli ammalati venivano allontanati, mandati via, perché tra l'altro, se infettivi, erano pericolosi. Chi ha un po' di dimestichezza con il Vangelo e la Bibbia, sa che i lebbrosi erano fuori dalla città. Col Cristianesimo sono incominciati a nascere gli ospedali, cioè gli ammalati sono cominciati ad essere assistiti.

Questo perché si sapeva curarli? No! A Napoli c'è l'ospedale degli incurabili: veniva ospitata la gente che era incurabile. Erano incurabili nei primi secoli dopo Cristo esattamente come erano incurabili prima. Però si sono messi a curarli perché la malattia non è più stata vista come un ostacolo insormontabile alla vita. Perché il cristo era risorto. Perché l'ultima parola sulla vita non è la morte. E' quello che ha fatto nascere gli ospedali, quello cha ha fatto nascere la medicina occidentale, che ha spinto gli infermieri a curare la gente che era pericolosa rischiando di morire (infatti gli infermieri erano i monaci, la gente religiosa, persone che dedicavano la vita all'assistenza agli ammalati).

Si è cominciato a comprendere la malattia non come qualcosa che nega, ma qualcosa che imprevedibilmente afferma. Che è il problema per cui si fa… Ma la pietà da dove viene? Aver pietà di uno chè è fragile, che cosa vuol dire? Vuol dire riconoscere dentro questa fragilità un positivo. Quando ci stupiamo del cinismo che troviamo sui giornali per la malasanità, a riguardo della vita e del trattamento degli ammalati, da dove viene questo cinismo? Dal fatto che se la vita comincia a declinare, di senso non ce n'è più. Che la vita non c'entra più niente con me. E quindi non solo la si lascia andare, ma si può pensare attivamente di eliminarla.

Perché la ragion,e quando non accetta la categoria della possibilità, diventa violenta. La morte fa veramente paura. E questa paura va allontanata. Va allontanata dagli occhi e va allontanata come esistenza fisica, come ricordo. Il problema che solleva la Englaro è questo, non è un altro. E lo solleva per i medici e anche per i non medici.

Prima la dottoressa sottolineava il diritto alla salute. Il diritto alla salute non esiste. Io sono zoppo e posso pretendere tutti i diritti alla salute, ma resto zoppo. Quando hai il cancro il diritto alla salute non ce l'hai. Quando sai che devi morire il diritto alla salute è andato. E curarti vuol dire guardarti in un modo tale che sia più forte anche della impossibilità che ho di guarirti. Se no cosa ce ne facciamo degli ospedali. Che medicina è? E' un meccanismo non è più una medicina.

"Per me conti solo se la mia azione su di te può essere efficace". Mentre c'è un livello – il più frequente nella medicina – in cui l'azione del medico non è efficace. Certo ti fa resistere ti sostiene eccetera. E anche questo ha un senso.

Questo è il problema: che cosa è questo senso? Che cosa ci dice? Il senso che ha la malattia è proprio in questo.

Perché la ragione si spaventa così tanto? Perché cede e non regge questa categoria della possibilità? Non regge la possibilità? Perché non comprende – non comprende più, allontanandosi dalla cultura positiva della vita, da un sentimento positivo della vita - che il mistero non è un'astrazione, un fantasma: è concretamente presente. La mia vita e un mistero perché non me la sono data io. Ultimamente non so di cosa è fatta. C'è una corrente di pensiero che si chiama neocalvinismo, che dice che qualunque valutazione possiamo dare della libertà in fondo è già tutto determinato dalle reazioni chimiche che avvengono nelle cellule. Esattamente come Calvino pensava che il destino dell'uomo fosse determinato indipendentemente da quello che lui facesse. E l'idea è quella: infatti la libertà non c'è più.

Perché la ragione si chiude? Perché quello che è la vita, non è più percepita come una presenza positiva.

Le suore che assistono la Englaro dimostrano una speranza contro ogni speranza. Di fronte alla disperazione con cui si può guardare questa donna, queste continuano a sperare: le vogliono bene. Affermano che lei per loro vale. Questa è la presenza positiva! Vale con i figli che abbiamo, vale coi poveri, gli ammalati; vale con tutto. Questo è il cristianesimo, senza del quale non c'è più comprensione di tutto.

Ricordate l'episodio del cieco nato? Una delle idee che c'erano della malattia nell'antichità è che fosse una maledizione. Che qualcuno fosse colpevole della malattia, tant'è vero che si andava dai preti a togliere il malocchio. Quando Gesu' incontra il cieco nato gli chiedono chi abbia peccato – lui o i suoi genitori – per essere così. Gesù risponde con la prima affermazione chiara, che la malattia non deriva da un fatto di colpevolezza: non c'è peccato. Lui è cieco nato "perché si dimostrasse la gloria di Dio, perché si vedesse che io sono capace di guarirlo".

Il senso della malattia è la vittoria sulla morte. La malattia ci fa vedere che siamo fragili, siamo destinati alla morte, dobbiamo passar attraverso la morte. Ma la morte non è tutto. Questo è il senso della malattia.

Ma appunto senza Cristo è molto difficile affermare questo senso, anzi non si può. E infatti il venir meno di questo fa decadere il rispetto e l'amore per la vita.

Non ci sono santi: La si giri come si vuol,e ma la questione è questa!

Per amare la vita, anche nel momento di maggiore fragilità, quando tutto sembra sia finito, bisogna avere quella "spe contra spem" di cui parlava san paolo, quella "speranza contro ogni speranza". Se non si fosse fatto così, il progresso della medicina non ci sarebbe stato. Se non ci si fosse messi a curare gli ammalati a rischio della vita, con la speranza comunque che si potesse vincere – un senso di vittoria ultimo sulle cose, un senso positivo della storia e del mondo – se non ci fosse stato questo, la medicina non ci sarebbe. Perché la medicina è nata così: curando quelli che non si potevano curare e a poco a poco ha imparato.

Da questo punto di vista, quando si dice che gli ammalati partecipano alla sofferenza di Cristo si dice proprio questo: con la loro condizione gli ammalati ci richiamano a cercare di capire cosa siamo al mondo a fare.

Che la Englaro sia viva così dopo 16 anni, significa che sono 16 anni che sta richiamando questa cosa. E non c'è solo lei, ce ne sono molti altri.

Perché far finire questo richiamo?

INCONTRI:

1. MILANO –

Ora e luogo Inizio: giovedì 17 luglio 2008 alle 18.30

Luogo: P.ZZA DUOMO

2. ROMA

Ora e luogo Inizio: giovedì 17 luglio 2008 alle 15.30

Termine dell'Evento: venerdì 18 luglio 2008 alle 20.30

Luogo: P.ZZA DEL CAMPIDOGLIO

In Piazza del Campidoglio a Roma, dove portare una bottiglia d'acqua per Eluana e dove dire no alla sua condanna a morte da parte di un giudice italiano che ha autorizzato l'interruzione dell'alimentazione e dell'idratazione.

E' questa l'iniziativa lanciata da Scienza & Vita Roma 1, una delle cento realtà locali in cui si articola l'Associazione. Domani, giovedì 17, dalle 15.30 alle 20.30, i soci di Scienza & Vita daranno luogo ad una manifestazione che vuole affermare il diritto alla vita di Eluana attraverso due gesti. Si potranno donare bottiglie di acqua, dando così seguito, anche nella Capitale, alla salutare provocazione del direttore del Foglio, Giuliano Ferrara. Si potrà, inoltre, sottoscrivere l'appello lanciato dall'Associazione Scienza & Vita con il suo "No alla condanna a morte di Eluana Englaro".

Per qualche ora, dunque, la Piazza del Campidoglio diventerà una piazza della vita, in nome di Eluana Englaro .

Appello alla societá civile per la difesa del diritto a vivere di Eluana

Il presente appello é in difesa del diritto alla vita di Eluana Englaro e si oppone alla richiesta di interromperne l'idratazione e l'alimentazione.

Tale interruzione provocherebbe infatti la morte di Eluana, e questo solo in seguito ad una lunga e dolorosa agonia, come giá successe per Terri Schiavo nel 2005.

Togliere la vita ad una persona, solo perché malata o disabile o incosciente, é una pratica inaccettabile in ogni paese che voglia continuare a rientrare nel novero di quelli civili.

LA VITA E' UN BENE INVIOLABILE E INDISPONIBILE E NESSUNO si puó arrogare la prerogativa di toglierla a proprio arbitrio.

"domanderò conto della vita dell'uomo all'uomo, a ognuno di suo fratello" (Gn 9,5)

"[...]si fa sempre più forte la tentazione dell'eutanasia, cioè di impadronirsi della morte, procurandola in anticipo e ponendo così fine «dolcemente» alla vita propria o altrui. In realtà, ciò che potrebbe sembrare logico e umano, visto in profondità si presenta assurdo e disumano.

Siamo qui di fronte a uno dei sintomi più allarmanti della «cultura di morte», che avanza soprattutto nelle società del benessere, caratterizzate da una mentalità efficientistica che fa apparire troppo oneroso e insopportabile il numero crescente delle persone anziane e debilitate. Esse vengono molto spesso isolate dalla famiglia e dalla società, organizzate quasi esclusivamente sulla base di criteri di efficienza produttiva, secondo i quali una vita irrimediabilmente inabile non ha più alcun valore." (Giovanni Paolo II, Evangelium Vitae n.64)

PER SOTTOSRIVERE L'APPELLO ISERITE LA VOSTRA FIRMA SUL SITO: http://www.firmiamo.it

Confidando in voi e certo in una vostra partecipazione attiva, vi saluto con affetto e stima.

Cordialmente,

Emmanuele Di Leo

Responsabile Promozione e Comunicazione

Facoltà di Bioetica - Ateneo Pontificio Regina Apostolorum

Via Aldobrandeschi 190, Roma
Tel: +39 06 6652 7800
Diretto: +39 06 6652 7931
e-mail:
edileo@upra.org
http://www.upra.org

Presidente

Scienza & Vita di Latina

Tel: +39 338 96 56 333

e-mail: dileoe@hotmail.com
e-mail: scienza.vita.latina@gmail.com
http://www.scienzaevitalatina.blogspot.com


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