
“Nulla apre gli occhi della
memoria come una canzone” ha scritto Stephen King. In effetti, ci sono canzoni,
vecchie o nuove, che hanno questo magico potere. Ieri ne ho ascoltata alla
radio una nuova, bellissima. Si intitola Io
non appartengo più e il suo autore ed esecutore è Roberto Vecchioni, un
cantautore che ha resistito all’usura del tempo e ai cambi generazionali. Ne
voglio parlare perché questa canzone non solo apre gli occhi della memoria, ma
pone i giovani di una volta di fronte a un dubbio amletico. Io sono un giovane
di una volta, come Vecchioni. Appartengo alla generazione del “tutti a letto
dopo Carosello” e mi riconosco nello stato d’animo che ha dettato il testo
musicale. La canzone è una triste presa di coscienza e un lamento dignitoso. “Io
non appartengo più alle cose del mio tempo, non mi riconosco più” confessa
Vecchioni. E poi specifica: ”Io non appartengo al tempo del delirio digitale,
del pensiero orizzontale, di democrazia totale” e “io non appartengo a un tempo
che non mi ha insegnato niente tranne che puoi essere uomo ma non diventare
gente”. La vena poetica di Vecchioni non è estinta, e nemmeno la sua rabbia,
che in questa canzone è disincantata. Vi si legge una forte nostalgia, quella
nostalgia che altro non è se non “la sofferenza provocata dal desiderio
inappagato di ritornare”, come ha scritto Milan Kundera.
Voler ritornare
indietro è un male sottile dell’anima, che ogni tanto anche io avverto e cerco
di arginare. È un male antico. Orazio usò un’espressione splendida per definire
chi si fa prendere da questa nostalgia al punto di rifiutare il presente: laudator temporis acti. Voglio precisare
che non sono un “lodatore del tempo passato”, anche se lo rivisito spesso con
la memoria. Di solito, chi lo fa è tacciato d’essere incapace di accettare le
innovazioni del presente e di adeguarsi al progresso. Non è il mio caso, non ho
preclusioni e non oppongo resistenza al nuovo che avanza. Pur tuttavia, mi
ritrovo, come Vecchioni, a riflettere su quanto sia difficile, oggi più che
mai, appartenere al mondo, fare parte di un consorzio umano che vorresti
mandare a cagare sulle ortiche per come si è ridotto. Non è facile riconoscersi
in un tempo che ha calpestato i valori umani e soffocato gli ideali. Faccio fatica
a vivere in una società mediocre e meschina, che considera la vera cultura e il
merito retaggi di un mondo obsoleto, che calpesta i diritti e misconosce i
doveri, che ribalta le logiche e cerca di imporre stili di vita osceni e regole
destabilizzanti. Mi è difficile accettare l’imbarbarimento della società, la
sua deriva. E pensare che lo chiamano progresso! Affanculo il progresso e i
progressisti se il prezzo da pagare è la perdita dell’humanitas nella sua accezione etica originaria. Affanculo se è
normale essere stupidi, ignoranti, cattivi, disonesti, furbi e non assumersi le
proprie responsabilità.
La vignetta che correda questo scritto è emblematica:
siamo spettatori ebeti e cinici delle disgrazie altrui. Questo è il quadro, in
cui l’alienazione fa da cornice all’indifferenza. Ci sono giorni in cui non
vorrei alzarmi dal letto. Non perché sia stanco o pigro, è che non ho voglia di
esporre la mia mente al frullatore mediatico che rovescia nelle nostre case
solo immondizia. Quando senti una notizia confortante ti chiedi se per caso non
si siano sbagliati. Pare che giornali e televisioni facciano a gare per
disgustarci. In realtà, sono i megafoni di un mondo e di un’epoca all’insegna
del delirio, come dice Vecchioni. Ripeto, non sono contro le innovazioni,
specialmente quelle che migliorano la vita. Sono contro la decadenza spacciata
per innovazione. Sono contro il terribile andazzo che in ogni ambito della
vita, dalla politica alla cultura, dall’economia alla sfera sociale, ha reso i
nostri tempi squallidi ed effimeri. Sono contro il massacro dell’etica, che troppa
gente considera un ostacolo alla propria libertà, un peso morto. Il malessere è
diffuso e contagioso in ogni strato sociale, non è una prerogativa dei
poveracci. Fortunatamente esistono ancora molte persone che si oppongono alla
dissoluzione ed ergono le barricate contro la fiumana di liquami che ci ammorba.
Ma quanti sono quelli che hanno scelto di salire sulla nave dei folli? Tanti,
troppi.
Lo ammetto, ho nostalgia di come si viveva trent’anni fa. E chi se ne
frega se non c’erano gli i-Phone, i tablet e il Gps. C’erano tante altre cose
che sono scomparse, c’era un’Italia che guardava al futuro con fiducia, c’era
tanta voglia di fare e la possibilità di riuscire. Forse io non appartengo più,
come Vecchioni, e il pensiero corre ai miei genitori, e prima di loro ai mie nonni.
Immagino che ogni generazione, giunta a una certa età, sia entrata in crisi. Si
è sentita invecchiare, non per gli acciacchi fisici e la minore energia
psicofisica, ma a causa dei cambiamenti che avvenivano intorno ad essa. Non è
dunque una novità avvertire i morsi della nostalgia e sentirsi parzialmente
estranei al mondo. Eppure, c’è una grande differenza da annotare. Negli ultimi
trent’anni, il mondo ha fatto passi da gigante ed è diventato irriconoscibile.
Sono avvenute trasformazioni a 360° quali non erano avvenute nei cento anni
precedenti. Pensiamo, ad esempio, all’indice dei cambiamenti
scientifico-tecnologici e al terremoto socio-culturale che ha sconquassato un
patrimonio millenario di tradizioni, principi morali e valori. È come se sul pianeta
fossero esplose cento bombe atomiche e noi tutti fossimo sotto l’effetto delle
radiazioni. Appartenere o non appartenere al nuovo mondo è il vero problema di
chi non accetta un cambiamento globale che evoca la deforestazione
dell’Amazzonia. Che ne sarà di noi, quando anche l’ultima pianta sarà stata
abbattuta?
Da parte mia, faticosamente, ho scelto di resistere recitando la mia
parte nel mondo ma senza esserne partecipe, se ciò significa rinnegare se
stessi. La mia scelta è in gran parte dettata dal fatto che ho tre figlie e tre
nipotine, fra poco quattro. È per loro che devo continuare a tenere duro in un
mondo al quale non appartengo più. Guai se abbassassi la guardia, se mi
conformassi e uniformassi. Mi sentirei colpevole di non avere protetto chi amo.
Mi sentirei simile a chi naviga scaricando in mare ogni tipo di porcheria e
veleno. Tanto, chi se importa di chi verrà dopo di noi! Potrà sempre inebetirsi
rovistando tra le macerie. Non ragiono così. Io la penso diversamente, all'antica. Penso che
dobbiamo rivendicare il nostro diritto a un posto dignitoso nel mondo, purché
sia un mondo che ci assomigli, non che ci annichilisca.
www.giuseppebresciani.com
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