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domenica 15 aprile 2007

L'amore? E' una droga che crea dipendenza


L'amore come una droga? Un paragone spesso utilizzato metaforicamente da poeti e cantanti, che oggi trova una consacrazione anche dal mondo scientifico. Una tesi discussa su 'Geo', il mensile di geografia e scienze umane Gruner+Jahr/Mondadori diretto da Fiona Diwan in edicola da sabato 14 aprile, che dedica un ampio approfondimento ai legami tra attrazione fisica e meccanismi chimici, raccogliendo i pareri dei più accreditati esperti in materia.

"Da un punto di vista psicologico l'amore non è altro che la soddisfazione di un desiderio, magari associato anche al raggiungimento di una certa stimolazione sensoriale. In gioco ci sono i concetti di piacere e gratificazione, che sono coinvolti anche nei comportamenti in cui si manifesta dipendenza", spiega a 'Geo' George Stefano, direttore del Neuroscience Research Institute alla Old Westbury di New York. In realtà la questione è più complessa e coinvolge anche fisiologia e biochimica: i più recenti studi infatti dimostrano che l'amore ha molti punti in comune con il fenomeno della dipendenza da droghe.

In occasione del "primo incontro" si manifesta infatti nell'individuo una vera e propria tempesta che gli scienziati attribuiscono a una molecola, la feniletilamina (Pea), che induce effetti simili a quelli delle anfetamine e agisce sul comportamento amoroso regolando la produzione di due ormoni, la dopamina, un neurotrasmettitore che genera sensazioni gratificanti e piacevoli, e la noradrenalina, che provoca eccitazione ed euforia.

"Si tratta di caratteristiche dell'amore romantico", chiarisce Helen Fisher, antropologa americana considerata la massima autorità in tema di biologia dell'amore. "Quella fase dell'amore che consente di concentrare un'enorme quantità di energia sul partner, che diventa l'unico motivo di interesse, al punto di non mangiare e non dormire più". Ma la fase dell'amore romantico è destinata a svanire nell'arco di un anno, per lasciare il posto a un nuovo periodo: "La fase dell'attaccamento", prosegue la Fisher, "in cui la coppia si prepara a mettere al mondo un figlio e ad accudirlo per gli anni a venire". Il passaggio è evidente anche a livello biochimico, come spiega a Geo Enzo Emanuele, del Centro Interdipartimentale di Ricerca di Medicina Molecolare di Pavia: "Mentre i neo-innamorati mostrano elevati livelli di una particolare sostanza, il fattore di crescita nervosa, nel corso del tempo la concentrazione di questa sostanza diminuisce. Si tratta di una molecola che aumenta quando sono in gioco solide interazioni sociali e in corrispondenza di forti emozioni e ansie".

Inoltre nella fase dell'attaccamento tende a salire il livello di altri due ormoni, l'ossitocina nella donna e la vasopressina nell'uomo: sono gli ormoni dell'appagamento e della fissazione nella memoria di ricordi positivi. Il terzo sistema cerebrale analizzato dagli esperti infine è quello legato all'attrazione sessuale, che spinge gli individui ad accoppiarsi ed è legato essenzialmente alla produzione di testosterone.

"In realtà", spiega ancora Helen Fisher, "questi tre sistemi possono funzionare benissimo anche in modo indipendente l'uno dall'altro". Oppure si possono intersecare, come quando, dopo aver fatto l'amore con una persona amica, ci si ritrova pazzamente innamorati: in questo caso l'elevato tasso di testosterone provocato dall'eccitazione sessuale induce un'alta produzione di dopamina e scatena l'amore.

(Adnkronos)


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