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mercoledì 21 gennaio 2015

Riforma delle banche popolari: nota del presidente di Banca Etica, Ugo Biggeri


Roma, 21 gennaio 2015_Il Consiglio dei Ministri ha varato ieri un decreto legge che riforma la governance delle 10 maggiori banche popolari italiane, quelle con attivi superiori agli 8 miliardi di euro, obbligandole a trasformarsi in società per azioni e a rinunciare al principio democratico che le regola e che prevede che ogni socio esprima un voto in assemblea a prescindere dalla quantità di azioni detenute (c.d. "voto capitario" o "una testa un voto").

Banca Etica non è tra gli istituti coinvolti nella riforma, ma il provvedimento mette in luce un approccio del Governo alla regolamentazione del credito che desta preoccupazione.

Ecco le considerazioni in proposito del presidente di Banca Etica, Ugo Biggeri:

"La riforma della governance della grandi banche popolari varata dal Governo sembra decisamente favorire un mercato libero, ma non per tutti, in cui le forme cooperative sono ulteriormente svantaggiate. Questa riforma limita la libertà di scelta dei risparmiatori e non è a favore dei cittadini, né delle imprese visto che, numeri alla mano, non sono certo le banche popolari che hanno causato l'attuale crisi finanziaria e neanche la stretta creditizia, anzi le banche cooperative e popolari hanno svolto in questi anni un'importante funzione anticiclica.

Sono le istituzioni finanziarie "too big too fail or to jail" che hanno determinato, con operazioni di finanza creativa basata su strumenti complessi, la crisi attuale.
Eppure queste banche hanno pagato "solo" con alcune centinaia di miliardi di euro in multe nel mondo.

Dal 2008 si discute in tutto il mondo di come riformare la finanza per impedirle di sottrarre risorse all'economia reale a vantaggio della speculazione finanziaria che arricchisce enormemente l'1% ai danni del 99% delle persone. Moltissime persone, studiosi e organizzazioni, tra cui Banca Etica, hanno chiesto misure quali la tassa sulle transazioni finanziarie, la separazione tra banche d'affari e banche retail, il serio contrasto ai paradisi fiscali.

Ora sorprende davvero che nel nostro Paese il Governo decida invece di intervenire - con urgenza e tramite un decreto legge - sul voto capitario delle banche cooperative. Perché questa foga nel voler modificare la natura delle banche cooperative? Perché l'idea cooperativa in campo finanziario dovrebbe essere consentita solo alle banche piccole?

E' senz'altro vero che alcune banche popolari quotate non hanno brillato negli anni per gestione cooperativa, solidaristica e mutualistica: si possono certamente inserire dei correttivi o alzare l'asticella di attenzione nella partecipazione aperta a tutti i soci. Non c'è bisogno di abolire il voto capitario, ma di renderlo effettivo ed efficiente.
 
La presenza di istituti di credito mutualistici e cooperativi, anche di grandi dimensioni, rappresenta una ricchezza e una possibilità di scelta in più per il nostro sistema economico, per le imprese e i cittadini. Ognuno è libero di scegliere se diventare socio di una banca cooperativa (quotata o meno) o invece azionista di una s.p.a. Fa parte della libertà di scelta del risparmiatore valutare se investire in una banca governata con il voto capitario, che privilegia i legami territoriali e l'essenza cooperativa; alcuni ritengono interessante investire in una banca cooperativa che, essendo difficilmente "scalabile", offre più garanzia di altre rispetto al mantenimento delle modalità mutualistiche di fare impresa.

Le banche mutualistiche e cooperative in questi anni hanno incontrato il favore del mercato e dei risparmiatori, perché hanno dimostrato di non essere peggiori delle banche costituite in società per azioni, ma semmai migliori, sia in Italia sia in molti altri paesi. E' incomprensibile la scelta di attaccarle o di obbligarle a trasformarsi in s.p.a. non appena grazie al loro successo raggiungono dimensioni rilevanti.

Le ingenti somme di denaro raccolte dagli istituti finanziari oggetto del Decreto del Governo sono particolarmente appetibili per i fondi di private equity esteri che potranno entrare facilmente nelle strutture delle prossime SpA; un elemento che se si dovesse verificare allontanerebbe le banche da essere strumento al servizio delle PMI. Sarebbe interessante che il Governo spiegasse come intende mettere al riparo le banche popolari oggetto del provvedimento dalla possibile speculazione di fondi di private equity.



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