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martedì 11 luglio 2017

RAI3, «La Grande Storia» è un esempio di divulgazione solida

La Grande Storia» in onda su Rai3 è un programma fortemente identitario e in linea con il concetto di servizio pubblico, nel suo senso più profondo e non come una bandierina da sventagliare per opportunismo. 
Venerdì sera mi è capitato di vedere una puntata della «Grande Storia» in onda su Rai3 (21.20): tra i vari cambiamenti che hanno investito la linea editoriale del canale, questo è rimasto un programma fortemente identitario e uno dei pochi davvero in linea con il concetto di servizio pubblico, quando lo si usa nel suo senso più profondo e non come una bandierina da sventagliare per opportunismo. Nei molti anni di programmazione, il modello della «Grande Storia» non ha perso smalto: oltre alla qualità dei documentari internazionali che riconfeziona per dar vita a serate tematiche, il suo pregio maggiore è la solidità dell’approccio alla materia storica, una divulgazione «hard» (è forse l’unico programma nei cui titoli di coda scorrono fonti e bibliografia, come ai tempi d’oro dell’«Approdo» negli anni Sessanta), con la figura di Paolo Mieli a fare da guida e garante scientifico dei contenuti.

La puntata di venerdì era dedicata a uno dei periodi storici più controversi e bui di sempre, l’ascesa del partito nazista e i tragici fatti che portarono alla Seconda Guerra mondiale e all’Olocausto. I documentari e gli interventi da studio hanno fatto luce su uno degli aspetti meno conosciuti ma più deviati e patologici del nazismo, ovvero l’uso sistematico e pianificato, tra soldati e gerarchi, di droghe che permettevano di minimizzare il senso di fatica e paura, potenziando la resa dei militari sul campo. Come ha spiegato anche lo psichiatra Vittorino Andreoli, l’invasione della Polonia fu preparata con una somministrazione a tappetto di metanfetamine ai soldati tedeschi, presto resi dipendenti da sostanze che li portavano oltre i limiti umani. Molto interessanti i documentari basati su immagini girate all’epoca dei fatti che sono stati restaurati per passare dal bianco e nero al colore, offrendo un ritratto di quegli anni inedito e incredibilmente vicino, monito a non dimenticare.

Fonte: 
Corriere.it

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